Cose cristiane · Vite di Santi e Beati

“Ma non potevamo semplicemente chiamarli martiri della carità?”. Il motu proprio di Papa Francesco e la nuova via per la canonizzazione

Il motu proprio promulgato ieri da Papa Francesco deve aver destato un po’ di perplessità, vista la quantità di domande che mi sono arrivate nelle ultime ventiquattr’ore.

Per chi non avesse seguito la vicenda, la Maiorem hac dilectionem a firma di Francesco ha introdotto una piccola, grande, svolta nei processi di canonizzazione. Fino ad oggi (anzi, fino a ieri), due erano le strade che potevano condurre un fedele alla gloria degli altari:
a)    il martirio, cioè la morte violenta causata in odio alla fede cattolica;
b)    l’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane, argomento che avevo già trattato qui (quindi beccatevi il link e passiamo oltre).

Orbene: il motu proprio Maiorem hac dilectionem introduce una terza strada alla santità, da oggi aperta per direttissima anche a tutti “quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito”.

Questa “offerta della vita”, evidentemente, deve compiersi con una certa ratio: nello specifico, perché possa esser fatta valere in un processo di canonizzazione, dovrà configurarsi come una accettazione libera e volontaria di morte certa, prematura e a breve termine, cui si deve andare incontro mossi da carità.

Esempi concreti?
Beh: per dirne una, il medico che si offre volontario per assistere i malati affetti da un morbo gravissimo e incurabile, esponendosi al concreto rischio di contagio.
Oppure il classico eroe che nei film urla al criminale “fermo! Prendi me al posto suo!” per liberare il malcapitato che è stato appena preso in ostaggio.

Ça va sans dire, nel processo di canonizzazione verranno anche prese in esame, come di consueto, la fama di santità che dovrà seguire la morte eroica, la presenza di un miracolo operato post mortem dal venerabile, nonché la sua pratica delle virtù cristiane quand’era ancora in vita. Attenzione però: in questo caso, non è strettamente indispensabile che le virtù cristiane siano state praticate in grado eroico. Per chi muore offrendo volontariamente la sua vita – dice Papa Francesco – potrà essere sufficiente una pratica delle virtù cristiane esercitate “in grado ordinario”.
Lo stesso privilegio vale per coloro che vanno incontro a martirio: non necessariamente il martire deve aver praticato in grado eroico tutte le virtù cristiane, perché si ritiene che la donazione piena della propria vita, che ha luogo nel martirio, basti di per sé a cancellare completamente qualsiasi colpa passata, un po’ come un secondo Battesimo.
Vale a dire: puoi anche aver avuto una vita cristiana non totalmente integerrima – ma, se al momento buono, sei disposto ad offrire la tua vita per Cristo, questo basta già di per sé a spalancarti le porte del Paradiso.

‘nsomma, Papa Francesco ha in un certo senso assimilato ai martiri veri e propri questi “martiri della carità” (come li stanno chiamando impropriamente chiamando i giornali). Il che ha scatenato nei miei lettori una ridda domande: sì, ma allora non potevamo assimilarli ai martiri punto e basta? Non si poteva dire che chi rinuncia alla sua vita per un breve più grande diventa automaticamente martire, e tanti saluti?

No, non si poteva. Semmai sarebbe stata forse percorribile la strada inversa, cioè assimilare questi “donatori della propria vita” a coloro che hanno praticato in grado eroico almeno una virtù cristiana (in questo caso la carità). Ma mai e in alcun modo sarebbe stato possibile assimilarli ai martiri “veri”, mancando in questi casi una componente essenziale e ineludibile del martirio cristiano: ovverosia, l’essere uccisi in odium fidei.

Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, ma non lo è affatto, e la necessità di una prova dell’odium fidei come motivo determinante della morte del martire è stata ribadita, in tempi molto recenti, da Papa Benedetto XVI, che, il 24 aprile 2006, dichiarava:

è necessario che affiori direttamente o indirettamente, pur sempre in modo moralmente certo, l’odium fidei del persecutore. Se difetta questo elemento, non si avrà un vero martirio secondo la perenne dottrina teologica e giuridica della Chiesa.

Si potrebbe dire che il martirio non consiste tanto nella morte che si subisce, quanto più nelle ragioni che hanno spinto l’assassino a uccidere: solo dall’esame di questo elemento si può determinare se la morte del cristiano sia veramente martiriale. Insomma, è indispensabile che l’omicida agisca perché spinto da un vero e proprio odio verso la fede cattolica, o, quantomeno, da un odio verso certi atteggiamenti che il fedele pone in essere a causa della sua fede.

Esempio? Sono incinta e rifiuto di abortire un figlio malato, perché una brava cattolica non abortisce i propri figli. Mio marito (non particolarmente anti-cattolico di per sé, ma fortemente determinato a non volere figli disabili), in un attacco di rabbia, dopo l’ennesima discussione, piglia e mi ammazza di botte, possibilmente urlando cose tipo “maledizione a quei preti che ti hanno messo certe idee in testa!” (e cioè tracciando egli stesso un collegamento tra il mio comportamento e la mia fede).
La mia morte non è causata da un odio alla fede in sé e per sé (non è che il mio assassino si sia irritato dopo un dibattito sulla transustanziazione): semmai è causata dall’odio verso il modo in cui la mia fede mi induce a vivere – il che è comunque giudicato assimilabile al martirio. In ogni caso, sono stata uccisa a causa della mia volontà di seguire Cristo.

Ma il buon cristiano che si fa avanti e dice “ok, in questa situazione c’è bisogno di qualcuno che si immoli per la causa, e mi offro volontario io perché mi sento pronto a donare la mia vita per il bene comune?”.
Atto lodevolissimo e fortemente cristiano, ma non martirio in senso stretto. Lo spiega molto chiaramente il manuale di studio sulle Cause dei Santi composto dalla competente Congregazione, laddove si legge che

anche se altamente nobile, la carità non può essere l’unico e sufficiente motivo per far diventare un cristiano martire nel verso senso della parola. Perché si possa parlare di vero martirio, la Chiesa insiste sulla necessità che il motivo della sua persecuzione e della sua morte da parte del persecutore sia l’odium fidei. Solo così il martire potrà diventare veramente simile a Cristo, cioè sua perfetta realizzazione, perché Gesù Cristo è stato messo a morte non in odio della carità che faceva, ma in odio al suo messaggio.

Quindi, no: questi “martiri della carità” non avrebbero potuto essere in alcun modo assimilati ai martiri tout court. Anzi, il termine stesso di “martiri della carità”, che stamattina invade le prime pagine dei giornali ma che purtroppo ha già contaminato da tempo i bollettini parrocchiali e il linguaggio chiesastico, induce i fedeli alla confusione e all’errore: coloro che muoiono offrendo la loro vita per il bene del prossimo sono degli “eroi”, dei “testimoni della fede”… ma NON dei martiri.
Semmai possono essere considerati dei “bravissimi cristiani molto altruisti”, toh: io li definirei senza problemi individui che, tra tutte le virtù evangeliche, hanno messo in pratica con un particolare grado di eroismo quella dell’amore per il prossimo.

La strada scelta da Papa Francesco è ancora diversa e va dritta al punto, istituendo una terza fattispecie per la canonizzazione dotata di un suo specifico iter processuale, che presumibilmente sveltirà le procedure e abbrevierà i tempi tecnici di attesa. Scrive infatti Papa Francesco:

È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, […] è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

Insomma: è in arrivo per noi un vasto campionario di “eroi della carità”, capaci di commuoverci ed edificarci con il loro estremo sacrificio altruistico e disinteressato?

Sì, con ogni probabilità. E io già affilo la mia penna (spuntata) per scrivere di loro.

Cose cristiane · Personale

Se fossi un sacerdote…

La bravissima Emilia del blog Testimoniando mi ha sorpresa, qualche giorno fa, con un post decisamente fuori dal comune. In occasione delle ordinazioni sacerdotali che stavano per tenersi nella sua diocesi, Emilia aveva fantasticato su che tipo di sacerdote sarebbe stata lei… “in un’altra vita”, come si suol dire.
L’ho trovato uno spunto di riflessione curioso e interessantissimo: immaginarmi nei panni di un sacerdote è stato un esercizio non da poco (sostanzialmente conclusosi con la consapevolezza che non sarei fatta per il sacerdozio). E insomma, il giochino mi è piaciuto così tanto che, rubando l’idea a Emilia, ho deciso di… presentarvi il don Lucio che (non) avrei potuto essere.

Chissà: per i laici che mi leggono potrebbe, forse, essere divertente mettersi alla prova in questo gioco di immaginazione.
E quanto ai sacerdoti che mi leggono… chissà che la lettura di questo tipo di post non sia interessante pure per loro!

***

Se fossi un sacerdote…

Sarei un sacerdote diocesano, nonostante la fascinazione che eserciterebbero su di me gli ordini religiosi (tipo Gesuiti, Salesiani, Rosminiani, per capirci). Sarei “tentata” fortemente, non tanto dall’opportunità di fare vita comunitaria, quanto più dalla possibilità di dare alla mia vita un indirizzo ben preciso, abbracciando un carisma specifico e magari molto settoriale.
Sarei fortemente tentata, dicevo, ma probabilmente desisterei, perché la vita comunitaria può essere bellissima ma anche no, e credo che sperimentare la seconda eventualità potrebbe realmente farmi morire dentro.
Un sacerdote “normale” che vive da solo nella sua canonica potrà avere un mucchio di problemi, ma non quello di trovarsi bloccato in una comunità in cui non riesce proprio a “ingranare” con confratelli e superiori. Il che, secondo me, è un po’ come ritrovarsi in un matrimonio infelice in cui non vai più d’accordo con tuo marito. Sostanzialmente, un incubo.

Sognerei neanche tanto segretamente di essere assegnato a un ufficio di curia, ma non per far carriera! Semplicemente, perché credo che lì potrei mettere a frutto i miei talenti. Se fossi un sacerdote, penso che potrei fare discretamente bene prestando servizio presso l’archivio diocesano, occupandomi del settore “cultura”, seguendo le postulazioni per le cause dei santi.
(In pratica, se fossi un sacerdote, sognerei di fare quello che attualmente faccio come laica coniugata. Aehm. Una vocazione sacerdotale molto forte e motivata ‘nsomma…)

In ogni omelia, inserirei un aneddoto ad impatto attorno a cui sviluppare il discorso, perché vedo di solito che funziona. Un fatterello tratto da una agiografia, da un libro di Storia, o anche solo dall’attualità (meglio ancora se buffo e/o comunque capace di catturare l’attenzione), potrebbe essere un buon incipit per ogni mia omelia (che in ogni caso ruoterebbe attorno alle letture del giorno, ci mancherebbe).

Approfitterei delle omelie anche per spiegare il significato di certi momenti liturgici – non per altro, ma perché mi sembra che di liturgia si parli molto poco. E così, un giorno vai a Messa e ti trovi il prete avvolto in una casula rosa che sembra uscita dal guardaroba di Barbie, e nessuno ti spiega il significato di questo gesto, e tu stai lì a pensare “…mbeh?”.
Credo che nel corso dell’anno non mancherebbero le occasioni per un breve excursus sul significato di questo o quel gesto liturgico (lo scambio della pace, la distribuzione dei rami d’ulivo, il segno della croce con l’acqua santa, il suono delle campane…). Potrebbe pure essere interessante, per i fedeli!

A proposito: se non si fosse ancora intuito, seguirei scrupolosamente tutte le tradizioni del tempo che fu, anche quelle che stanno cadendo in disuso. Indossare il rosaceo e il nero sarebbe un must nei momenti opportuni; i miei parrocchiani riscoprirebbero il significato di “rogazioni”. Utilizzerei il benedizionale con frequenza ed abbondanza; riproporrei quelle devozioni tipo la benedizione della gola a San Biagio e la benedizione degli occhi a Santa Lucia.
Le proporrei anche ai bambini del catechismo, che secondo me hanno l’età giusta per entusiasmarsi all’idea di far benedire il barboncino nella festa di Sant’Antonio (previa adeguata preparazione da parte del parroco, perché la devozione non sfoci in folklore).

Proverei a proporre ai miei parrocchiani la celebrazione di una Messa in forma straordinaria, con adeguato battage pubblicitario per incuriosire la massa e con adeguata preparazione di chi si è lasciato incuriosire. Probabilmente darei appuntamento agli interessati una mezz’ora prima della Messa per spiegare, col piglio di Alberto Angela, what’s going on.

Siccome mi piace il famolo strano, proverei a cambiare il consueto orario delle Messe.
In questo senso: non mi capacito ancora della situazione che si verificava nei quartieri del centro storico di Pavia, dove c’era una chiesa praticamente ogni due isolati, e ognuna di quelle chiese diceva Messa alla stessa ora. La Messa vespertina poteva iniziare alle 17:30 piuttosto che alle 18, la Messa dei bambini poteva essere alle 11 piuttosto che alle 10:30… ma più o meno, lì eravamo.
Ma io dico: differenzia un po’ l’offerta…!
Se la situazione me lo permettesse, io, da parroco, proverei ad inserire Messe ad orari decisamente inusuali, tipo alle 16:30 (guarda un po’, io impazzirei di gioia per una Messa alle 16:30).
O alle 21, per chi ahilui lavora e non ha avuto tempo prima.
O alle 14 della domenica, per chi ha fatto le ore piccole il sabato e l’indomani vuol poltrire a letto.
Inoltre, stabilirei una serata settimanale in cui confesso, e mi metterei a disposizione – poniamo – dalle 17:30 alle 21: sono convinta che molti studenti e lavoratori ringrazierebbero. Se poi non viene nessuno, hai avuto l’occasione per leggerti un buon libro.

In confessione, farei il sacerdote e non lo psicoterapeuta. Se mi sentissi chiamato a dare consigli esistenziali, mi procurerei una seria formazione psicologica di base.
Credo che poche esperienze possano essere più irritanti che il ritrovarsi faccia a faccia con un sacerdote il quale, ricevuta la tua confessione, comincia a sparare sentenze senza conoscere te o la tua situazione. Dietro a un “odio mio marito” magari c’è una situazione familiare disastrosa che tu non immagini nemmeno, e che in alcun modo può essere sanata da un “eh ma prova a dire grazie prego e scusa e vedrai che tutto si sistemerà”.
Se mi sentissi chiamato a fornire circostanziati consigli operativi a chi viene a confessarsi (il che può pure essere ‘na cosa utile, eh, chi dice di no?), avrei cura di procurarmi una seria formazione di base, consapevole che l’approccio sbagliato può causare seri danni e che, in quel caso, il peso ricadrebbe sulla mia coscienza.

Cercherei di rendere la mia parrocchia punto di aggregazione per il quartiere, tenendo conto delle esigenze specifiche della zona ma con un punto fermo che cercherei di attuare ad ogni costo, e cioè rendere la mia chiesa anche (o soprattutto?) un piccolo polo culturale.
Allestirei una bibliotechina e un servizio di bookcrossing; organizzerei doposcuola e corsi di [cucina / disegno / vattelapesca] per i bambini dell’oratorio; scriverei libretti di storia locale che metterei in vendita a scopi benefici; per gli adulti, organizzerei conferenze su temi di interesse.
Globalmente, io cercherei di attirare i “non molto praticanti” con una parrocchia-centro-culturale, più che con una parrocchia-parco-divertimenti.
Ma non per altro: è che con l’adolescente che entra in chiesa solo per andare gratis alla cristoteca tunze tunze, non sono perfettamente in grado di poterci combinar qualcosa. Conoscendo i miei limiti e le mie inclinazioni, cercherei anzi tutto di avviare un dialogo con quei “lontani” con cui potrei dare il meglio – cioè quelli che magari entrano in canonica una volta all’anno, ma lo fanno per sentire la conferenza di Storia dell’Arte.
Con quelli, almeno, potrei avere un reale punto di contatto…

Curerei con molta attenzione il foglietto della domenica. Penso che possa essere uno strumento utile, se redatto bene: oltre ai normali avvisi per la settimana, inserirei ogni volta un brano da meditare, scritto da me o ricavato da mie letture.
A proposito: gli avvisi per la settimana entrante li darei all’inizio dell’omelia, non dopo la comunione. Non mi piace quando la mia preghiera viene interrotta ex abrupto dal sacerdote che annuncia l’avvio del corso di ginnastica dolce per il gruppo terza età.

Farei valere il concetto “mio il castello, mie le regole”.
Se ti sposi nella mia parrocchia, non puoi trasformare la Messa nuziale in una festa mondana degna di Trimalcione. Se passi i tuoi pomeriggi nel mio oratorio, non puoi indulgere in discorsi e comportamenti contrarii al decoro e alla carità cristiana.
Eccetera eccetera eccetera.
Mi pare molto semplice.

Con garbo e delicatezza, parlerei apertamente di regole di modestia nel vestire. Ad esempio, appendendo alle porte della chiesa il classico cartellino con le indicazioni del dress code richiesto, e mettendo a disposizione delle fedeli un cestino con foulard da usarsi alla bisogna. (Sì, il continuo acquisto di foulard per sostituire quelli rubati metterebbe in pericolo la tenuta economica della parrocchia, lo so).

Dress code chiesa

Il catechismo avrebbe la priorità assoluta e dovrebbe essere gestito nel modo più professionale possibile, il che vuol dire che la collaborazione della volenterosa sciura Adelina è senz’altro molto gradita, ma non la manderei allo sbaraglio senza essermi prima sincerato sulle sue qualità didattiche (e dottrinali).
Ove possibile, vorrei gestire il catechismo in prima persona; ove non possibile, cercherei di essere comunque molto presente e di avere sempre il polso della situazione.

I corsi di formazione al matrimonio sarebbero in gran parte personalizzati, ovvero: fatto salvo alcuni momenti affidati a specialisti e presentati in contemporanea a tutta la “classe” (es. la canonica lezioncina sui metodi naturali), fisserei incontri privati con ogni coppia di fidanzati, per approntare assieme a loro un percorso ad hoc. Tipicamente, suggerirei la lettura di alcuni testi a partire dai quali avviare una discussione.
Sarebbe un win-win:
– se ci tieni a prepararti adeguatamente al matrimonio, una catechesi su misura è quanto di meglio esista al mondo (lo so, perché ho avuto la fortuna di provarla);
– se per te il corso prematrimoniale è solo un proforma in vista del Big Day con location artistica, quando ti viene chiesto un impegno simile, inorridisci e vai altrove.
Il che per me sarebbe già un grande successo, perché odierei l’idea di dover celebrare matrimoni che, con ogni probabilità, sono già nulli di partenza. Ovverosia sono delle ridicole farse di fronte a Dio, allestite in luogo sacro per il solo gusto di avere un bell’album di nozze.

Indosserei sempre l’abito talare (o quantomeno un clergyman).
Non capisco per quale ragione tanti consacrati amino girare in borghese (capisco che la talare sia oggettivamente scomoda, ma il clergyman?). Se è una scelta deliberata allo scopo di “mimetizzarsi meglio”, mi stona tanto quanto mi stonerebbe scoprire che mio marito ha deciso di non indossare più la fede nuziale, “ma solo per non inibire le ragazze che incontro al bar, amò, ché se scoprono che sono sposato hanno tutt’un altro atteggiamento…”

Presterei particolare attenzione anche ai miei abiti liturgici, selezionando capi di buona fattura e di buon gusto.

Paramenti Pentecoste

Potrei dover ipotecare i miei beni personali pur di indulgere alla shopping-mania nell’e-commerce della Slabbink.

Il clergyman imparerei a stirarmelo, e in generale tenterei di avere la vita il più normale possibile. Perché non siamo più negli anni ’50, e un prete che non è capace di vivere senza l’aiuto di una perpetua è decisamente fuori luogo e fuori tempo massimo. Con tutta l’indulgenza per chi è entrato in seminario tanti anni fa, vedere un giovane consacrato che, oggi, non ha idea di quanto costi un litro di latte, non è capace a stirarsi una camicia, non ha mai sentito parlare di “tariffa bioraria” e non sarebbe in grado di cambiare il filtro a un aspirapolvere… beh
Se certe abilità base finalizzate alla sopravvivenza quotidiana oggigiorno si pretendono (giustamente) da tutti i mariti, non vedo perché non le potrebbero pretendere anche i fedeli da parte del loro “padre” spirituale.

***

‘nsomma, credo che come sacerdote sarei un impiastro e che riuscirei a farmi odiare dal vescovo nell’arco di pochi mesi. Ribadisco la mia convinzione per cui darei il meglio richiuso in un ufficio di curia: come archivista, agiografo o storico della Chiesa, che potrei dare un buon contributo alla causa!
Anzi: a ben vedere, un ancor più efficace contributo alla causa lo do se smetto di fantasticare sul nulla e torno effettivamente sul mio posto di lavoro, a far l’archivista, l’agiografa e la storica della Chiesa.

Ma non prima di aver chiesto: e voi?
Vi siete mai immaginati nei panni di un sacerdote o un frate?
E se sì, che tipo di religioso pensate che potreste essere?

Lifestyle cristiano · Personale

La mia esperienza con eShakti, il sito di moda etica che ti cuce i vestiti proprio come li vuoi tu

eShakti è arrivato in Italia – e se anche voi leggete i blog di modest fashion statunitensi, vi sarete immediatamente rese conto della portata della notizia.
Per chi non conosce eShakti e si chiede cos’abbia di così speciale da essersi addirittura aggiudicato un post a tema, ecco qui una breve presentazione.

Eshakti Home

eShakti è un sito di e-commerce dedicato alla moda femminile, con un vastissimo catalogo di capi d’abbigliamento. Fin qui niente di strano, la cosa interessante viene ora: con un sovrapprezzo di 9 euro, eShakti vi permette di personalizzare interamente il capo che state comprando. Il che vuol dire: voi vi misurate con un metro da sarta e compilate un form con le vostre misure, ed eShakti cuce il vestito esattamente sulle vostre forme.
Ma la meraviglia non finisce qui: inclusa nel sovrapprezzo di cui sopra, vi aggiudicate anche la possibilità di modificare il vestito come volete voi.

Vi piace quel modello, ma, mannaggia, la gonna a metà polpaccio vi sta malissimo? No problem, potete chiedere di avere una gonna al ginocchio.
Avete adocchiato un vestitino delizioso, ma, mannaggia, è senza maniche, e invece voi preferite avere sempre le spalle coperte? No problem, potete far aggiungere le maniche – a sbuffo, svasate, al gomito, come vi pare.

Eshakti Banner

Mi direte: e vabbeh, ma chissà quanto costa un abito sartoriale fatto su misura!
Vi rispondo: ve la cavate con circa 40 euro tutto incluso.

Mi direte: e vabbeh, ma allora ‘sti vestiti saranno cuciti col sangue di poveri bambini del Terzo Mondo sfruttati fino al midollo.
Vi rispondo: li cuciono per voi delle sarte indiane maggiorenni, pagate il 70% in più rispetto ai minimi salariali suggeriti dai sindacati.

Ho deciso di condividere la mia esperienza su eShakti perché, prima di fare il mio ordine, ho cercato recensioni in giro, e non sono riuscita a trovarne da parte di utenti italiani. (Del resto, il sito è sbarcato nel Bel Paese solamente da pochi mesi: prima, operava esclusivamente in USA). Poiché io avevo alcuni dubbi molto specifici relativi alla situazione italiana (tipo: come stiamo messi con le spese doganali?), le recensioni delle blogger statunitensi mi aiutavano solo fino a un certo punto.
Così, ho fatto un ordine un po’ alla cieca, ne sono rimasta soddisfattissima, e ho pensato di scrivere questo post per chiarire i punti che interessavano a me (e, immagino, qualsiasi potenziale acquirente).
Tutto qui. Questo non è un post sponsorizzato, il customer care di eShakti non sa nemmeno che esisto, e non mi ha remunerata in alcun modo per questo post (…ma magari!!).
Questa è la mia esperienza pura e semplice.
Se non siete interessati saltate pure questo post fuori degli schemi, ma tenete conto che questa chicca potrebbe potenzialmente interessare tutti, maschi inclusi, anche perché eShakti offre la possibilità di comprare buoni regalo.
E se siete alla ricerca di un regalo originale per una delle “vostre donne”, io vi dico che, secondo me, un gift coupon da eShakti è qualcosa che si farà ricordare molto a lungo

***

Ricominciamo: eShakti è un sito di e-commerce che permette di personalizzare interamente i propri capi di abbigliamento.
In teoria è  anche possibile acquistare i vestiti così come li si vede sull’e-shop, senza modifiche. Personalmente trovo che la cosa non abbia senso: a ‘sto punto ti compri un vestito in un negozio a caso, e tanti saluti.

Le modifiche che possono essere apportate sono tantissime, ma non illimitate. Ovvero: non vi capiterà mai di personalizzare un vestito secondo il vostro estro personale, per poi scoprire che, mannaggia, quelle maniche a sbuffo che avete fatto aggiungere non c’entrano niente col resto dell’abito. Ogni capo presenta un tot. di possibilità di modifica, pre-selezionate dallo stilista stesso: se decidete che la scollatura non la volete a barchetta ma la preferite a V, state pur certe che il risultato finale sarà gradevole.

E allora, facciamo un esempio molto concreto e vediamo quale vestito ho ordinato io.

Uno dei punti di forza di eShakti è la straordinaria quantità di stoffe diverse, che spesso presentano stampe molto originali.
Attratta per l’appunto dalla stoffa con cui è confezionato, io decido che voglio questo vestito qua:

MiovestitoEshakti

Come ben sa chi mi legge da tempo, i miei personali standard di modestia includono spalle coperte e gonne lunghe fino al ginocchio. Dunque, allungo la gonna di qualche centimetro e ci aggiungo due belle maniche (al gomito, giusto per star sicuri). Già che ci sono, decido anche di cambiare la scollatura e di farla quadrata, tanto per variare un po’.

Eshakti possibilità modifica
Le varie opzioni tra cui potevo scegliere nel personalizzare il mio vestito

Prendo le mie misure e le inserisco nell’apposito form, che peraltro è straordinariamente dettagliato. Il sito richiede informazioni tipo “circonferenza della parte alta del braccio con i bicipiti in tensione” (!): con tutti i dati che devo fornire, mi aspetto un vestito che calzi come un guanto.

Dico subito che lo scoglio contro cui si sono parzialmente scontrate le mie aspettative è la conversione da centimetri a pollici. Il sito vi costringe a fornire le vostre misure in pollici: poco male, potete misurarvi in centimetri e poi usare uno dei tanti convertitori automatici su Internet – sennonché, vi sconsiglio di fare come ho fatto io, che, nel caso di dubbio, ho sempre arrotondato per eccesso.
90 cm. sono 35,43 pollici? Massì dai, facciamo 36, meglio troppo largo che troppo stretto.
Col senno di poi, arrotondare per eccesso potrebbe non essere sempre la strategia migliore. Suggerirei semmai di andare a buon senso: arrotondate per eccesso laddove avete interesse che il vestito cada morbido (es. sulla vita: nessuno vuole un vestito che tira in vita) e arrotondate per difetto dove invece desiderate che aderisca bene (es. sul seno, mi verrebbe da pensare).

Fornite le mie misure e selezionate le modifiche che voglio apportare, veniamo alle dolenti note: il pagamento.
In realtà sono note molto meno dolenti di quanto pensiate!

Intanto, eShakti deve avere una strategia di marketing tipo “prendiamola per la gola offrendo continuamente promozioni”.
A tutti gli utenti che fanno il loro primo ordine, il sito offre un buono sconto di 25 dollari, più un bonus per azzerare le spese di spedizione.
Agli utenti che hanno già acquistato in passato, va meglio ancora: in questo momento, il sito mi offre il 15% di sconto su tutta la collezione, e in più, a seguito del mio primo ordine, ho ricevuto un buono di 30 dollari (!!) da utilizzare sul mio prossimo acquisto.

Indicativamente, con 40 – 45 euro tutto compreso riuscite a portarvi a casa un vestito di fattura sartoriale cucito su misura per voi.

“E ma poi ci sono le spese di dogana”.
E invece no!
O meglio: i prezzi che voi vedete navigando sul sito sono, effettivamente, IVA esclusa. Ma quando mettete un abito nel carrello e dite che volete farvelo spedire in Italia, ecco che il sito aggiorna il prezzo finale facendovi pagare anche l’IVA al 22% necessaria per l’importazione.
Questo vuol dire che il vostro pacco non sarà soggetto ad alcuna spesa extra: posso confermarvi che il mio vestito è stato fermato per controlli sia in uscita dall’India, sia entrando in area Schengen, sia in Italia per attendere la bolla doganale, e io non ho dovuto pagare neanche un centesimo.
Non ci ho creduto fino all’ultimo, ma tant’è.

Comunque: piazzo il mio ordine, pago con carta di credito (è possibile usare anche il circuito PayPal per maggior tranquillità), recito una muta preghiera al santo patrono delle dogane… e aspetto. I tempi di consegna previsti vanno dai 13 ai 19 giorni, il che mi pare equo per un vestito che viene cucito su misura per te dall’altra parte del mondo. Il sito stima una consegna prevista per lunedì 19 giugno, e nel frattempo mi tiene costantemente aggiornata sui progressi della lavorazione.

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Dopo una dozzina di giorni dal mio ordine, ricevo una mail in cui mi si comunica che DHL International ha preso in carico il mio pacco. L’e-mail automatica mette pure le mani avanti dicendo che la policy aziendale di DHL è di anticipare per conto del cliente eventuali spese doganali allo scopo di accelerare il più possibile la consegna (quindi, niente storie e cacciate fuori i dindi quando il corriere vi suona alla porta).
Quando DHL fa trillare il mio campanello (puntualissimo, lunedì 19 giugno come previsto) chiedo subito: “devo pagare qualcosa?”.
No, le spese di importazione sono state interamente assolte da eShakti: lo sottolineo ancora una volta perché era il mio timore principale, ma non un centesimo di più vi verrà chiesto.

E dunque eccomi qui rimasta sola col mio pacco e col mio unico timore residuo: ma non è che sto per prendermi ‘na sola?
Ok ok, Internet è pieno di commenti positivi, ma sai, magari sono sponsorizzati, magari non è tutto vero…

Apro il mio pacco.
Dentro alla scatola di cartone, giace il mio vestito, morbidamente avvolto in un foglio di carta velina.
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S’è fatto un viaggio Nuova Delhi – Torino senza sgualcirsi minimamente: perché non perdesse la forma mentre veniva sballottato da un continente a un altro, le signore di eShakti l’hanno addirittura fissato con delle mollettine trasparenti. Piccoli dettagli che cominciano a tranquillizzarti.

Prendo in mano il mio vestito.

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Qui uno potrebbe anche provare a vendervela bene, dire: eh, la foto fa schifo ma è tutto voluto, è che il post è sull’abito e non sul mio corpo… No: è che c’avevo 37 gradi in camera, stavo crepando dal caldo, la macchina non memorizzava le impostazioni che le davo, a un certo punto mi son depressa, ho preso la foto meno peggio, e ho pensato “mbeh, si arrangino”.

La stoffa è esattamente come da fotografia. 100% poliestere, non il massimo mi direte voi: sì, ma io (costretta a frequenti trasferte di lavoro) ho bisogno di tessuti sintetici che non si stropiccino in valigia. Il catalogo di eShakti offre anche abiti in lino, cotone…
Lo provo: è esattamente come l’ho voluto, con l’unica differenza che, in alcuni punti, calza più largo di quanto mi aspettassi. Qui mi prendo interamente la colpa e sbuffo per la mia decisione di arrotondare sempre eccesso nella conversione da cm a inches: là dove il vestito va grosso, è dove io sono stata di manica larga nelle equivalenze.
Poco male, in ogni caso: questione di millimetri!

La scollatura è alquanto più profonda di quanto immaginassi (rapido appunto mentale: optare sempre per scollature molto contenute), e, nonostante la dicitura “lightweight” nella descrizione della stoffa, l’abito è certamente estivo, ma mica tanto fresco…
(Ma in fin dei conti: in condizioni normali, quale persona sana di mente deciderebbe di indossare un abito in poliestere con maniche lunghe, in una stanza non condizionata, con una temperatura ambiente di 37 gradi?)

Le cuciture sono invisibili e precise, il vestito è interamente foderato, e la fattura ti delizia con quei dettagli sartoriali a cui la fast fashion ci ha disabituati.

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Gonne a prova di effetto Marilyn!

Esempio?
I famosi piccoli pesetti à la Kate Middleton che, messi sull’orlo delle gonne, impediscono loro di sollevarsi al primo colpo di vento.
Oppure: uno strato di stoffa sotto la cerniera, per impedire che i dentini metallici irritino la pelle della schiena.
O ancora: due asole all’altezza delle spalle in cui far passare le spalline del reggiseno, per evitare che, con movimenti improvvisi, la scollatura si sposti lasciando intravvedere la biancheria intima.

È ridicolo definire “di fattura sartoriale” un vestito cucito sulle tue misure e secondo i tuoi desiderata, ma, davvero: non troverei un altro aggettivo per descriverlo.

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I “bra straps” che le blogger americane decantavano così tanto e definivano così utili alla modestia – non capivo onestamente che funzione potessero avere, prima di averli visti in azione.

Sono soddisfatta?
Pienamente: così tanto che ho deciso di scomodarmi per questa recensione.

Acquisterò di nuovo da eShakti?
Dopo aver preso in mano l’abito, mi ero già data la risposta “assolutamente sì”. Diciamo che, avendo in saccoccia un buono sconto da 30 euro, mi sento estremamente tentata dall’acquistare di nuovo entro breve tempo…

Consiglierò eShakti ad altre persone?
Sicuramente sì; in particolare, ve lo consiglio proprio dal cuore
–          se avete una fisicità diversa dalla norma, tipo mia mamma che accumula grasso solo sulla pancia e non su seno e fianchi, sicché è molto difficile trovare nei negozi qualcosa che le calzi a pennello;
–          se globalmente siete una taglia forte… molto forte, di quelle che spesso hanno reali difficoltà a trovare abiti carini a prezzi non esorbitanti;
–          se avete standard di modestia molto rigidi, tipo “maniche fino al gomito e gonne fino al polpaccio”, da cui altre difficoltà concrete nel fare shopping nella grande distribuzione;
–          se ci tenete ad essere perfette per la Grande Occasione, ma non volete spendere un occhio della testa in una boutique;
–          se avete l’uggia di organizzare un matrimonio all’americana con la schiera di damigelle vestite tutte uguali, perché il sito offre una vasta sezione di abiti alla bisogna… e in effetti è perfetto, per avere look uniformi ma non identici.

Soddisfatta?
Assolutamente sì!
E dopo questa, non ditemi che non è possibile seguire determinati standard di modestia “perché nei negozi non si trova niente, e che è, mica posso farmi confezionare i vestiti su misura!”.

Paragoniamo questo servizio a un vestito elegante di un qualsiasi brand di fascia media, e poi vediamo qual è quello col miglior rapporto qualità/prezzo…

Tradizioni e folklore · Vite di Santi e Beati

“Ma quanto durerà ancora questo caldo atroce?”: le previsioni meteo dei Santi

Gente: non so voi, ma io nun je la faccio più. ‘sto caldo ingiusto mi fa crollare la pressione, mi riduce a uno straccio, mi toglie l’appetito (e globalmente la voglia di vivere), mi stronca come non mai.
Dopo aver appurato che le previsioni meteo per il prossimo weekend danno massime attorno ai 38 gradi, mi sono detta: ok, non posso farcela, ho bisogno di un santo a cui votarmi.
E allora ho cercato il santo a cui votarmi, no?
Ci sarà pure un santo patrono contro le ondate di caldo, no?
Abbiamo patroni per i dormiglioni (San Vito), per la gente brutta (San Drogo), per la gente che ha paura dei morsi di vespa (San Friario), abbiamo persino una santa per lenire i fastidi del dopo-sbornia (Santa Bibiana)… ce l’avremo senz’altro, un santo da invocarsi contro le ondate di caldo tropicale, no?
No??
No.

A quanto pare, fino a qualche tempo fa, la gente sopportava abbastanza di buon grado le ondate di caldo anomalo, perché tendenzialmente facevano bene ai raccolti – a patto che piovesse. Abbiamo santi contro la siccità, ma non santi contro il caldo.
E quando abbiamo smesso di dipendere dal caldo per portare a casa uno stipendio, la venerazione popolare si è spostata direttamente verso l’inventore dell’aria condizionata, che Dio lo benedica.

E quindi, tant’è.
Se siete al corrente dell’esistenza di un santo da invocarsi per far scendere le temperature, fate un fischio ché qui incomincio subito una novena. Ma fino a prova contraria, io non ho notizie di santi che portino il fresco in sé e per sé. Ci sono santi che portano il bel tempo, ci sono santi che portano la pioggia, ma santi capaci di abbassare le temperature… no. Mission impossibile pure per le schiere celesti, a quanto pare.

Il massimo aiuto che possiamo sperare di ottenere dal Cielo in questo drammatico frangente, è più che altro sulle linee di “sappi di che morte devi morire”. Ovverosia: se non esistono santi deputati a far scendere le temperature, esistono santi cui la tradizione popolare attribuisce il potere di… fare previsioni meteo ad ampio raggio.
Avete presente il detto “quando vien la Candelora, dall’inverno siamo fora”? Ecco, qualcosa del genere: da tempo, la tradizione popolare ritiene che, dalle condizioni meteo di determinati giorni dell’anno, sia possibile trarre previsioni per il clima dei mesi a venire.

Embeh: in assenza di meglio, vediamo dunque quali sono i santi capaci di dirci qualcosa di più sulle sorti di questa rovente estate.
Meglio che niente, ahò. Alla peggio, mi faccio un biglietto di sola andata per la Groenlandia e tanti saluti.

San Medardo: 8 giugno

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Già noto su questi schermi (e già caro alla qui presente blogger) per il suo singolare ruolo di patrono contro il mal di denti, San Merdardo di Noyon è, di per sé, il protettore contro i temporali. Il “perché” risiede in un passaggio della sua agiografia, laddove il santo vescovo, sorpreso da un violentissimo acquazzone, viene miracolosamente protetto dalla pioggia da un’aquila gigantesca che si libbra in volo sopra di lui, dispiegando le sue ali, e… facendogli da ombrello.
In Piccardia, dove san Medardo gode di particolare venerazione, è diffuso un detto popolare (variamente noto anche in altre zone della Francia), per cui

S’il pleut le jour de Saint Médard,
il pleut quarante jours plus tard

Ovverosia: se piove e fa brutto tempo durante la festa liturgica di San Medardo, certamente farà brutto tempo anche quaranta giorni più tardi (e cioè il 18 luglio).
Non che la promessa di un acquazzone a metà luglio ci sia di grande aiuto nella contingenza, ma di nuovo: sempre meglio che niente.

Ho speranzosamente googlato informazioni meteo su che tempo facesse a Torino l’8 giugno passato. Niente pioggia ahimè, ma minime di 13 e massime di 23 gradi (!!). Non so voi, ma io ci metterei la firma: Medà, ti prego, non deludere le mie preghiere.

Santi Gervasio e Protasio: 19 giugno

Santi_Gervasio_e_Protasio

Questa è facile: la loro festa ricorreva ieri, e, non so da voi, ma ieri, qui a Torino, si è tornati a respirare per la prima volta dopo giorni.
(Oggi si crepa di nuovo).

Le ragioni per cui i due martiri milanesi siano tradizionalmente associati con le previsioni meteo (in Francia e non in Lombardia, perdipiù!) sono avvolte nel mistero.
Fatto sta che i nostri cugini d’Oltralpe sono convintissimi del loro potere: S’il pleut le jour de Saint Médard, il pleut quarante jours plus tard, ma la filastrocca va avanti affermando incontrovertibilmente:

S’il pleut le jour de Saint Gervais et de Saint Protais,
il pleut quarante jours après.

Idem come sopra, insomma.
E come sopra: ieri, a Torino, non ha piovuto, ma io mi aspetto minimo minimo un’ondata di aria fresca fra trentanove giorni.
(Sigh).

I Sette Dormienti d’Efeso: 27 giugno

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Amo la leggenda dei dormienti d’Efeso, i sette amici che tentano di scampare alla persecuzione anticristiana dell’imperatore Decio chiudendosi in una grotta nei pressi del monte Celion. Dopo una notte di paura, uno di loro esce per procurarsi un po’ di cibo, ed ecco la sorpresa: i sette non avevano dormito – come credevano – per una notte sola, ma per più di duecento anni.
Testimonianza della resurrezione dei corpi, i sette dormienti raccontano ai fedeli la loro storia, e poi tornano ad immergersi nel loro sonno senza tempo. Leggenda vuole che siano destinati a dormire fino all’Apocalisse, nell’attesa del mondo che verrà.

Orbene: nella Germania del Sud è viva una tradizione per cui, se nel giorno della festa dei Sette Dormienti, il clima è fresco, altrettanto freschi saranno i due mesi a venire.
Alcune pagine, tipo questa, sostengono che ci sia un fondo di verità dietro a questo proverbio. Statisticamente, se, negli ultimi giorni di giugno, in Germania del Sud il clima è fresco e mite, c’è un 60-70% di probabilità che anche i mesi a venire non siano troppo afosi. Sarà questione di correnti d’aria e di anticicloni, boh: fatto sta che questo antico detto pare prenderci abbastanza.

Per la cronaca, le previsioni meteo per Monaco di Baviera danno un brusco calo di temperature proprio tra il 26 e il 27 giugno.
Voglio crederci.

Santa Godeliève: 6 luglio

Godelieva

Questa è una santa che in genere riscuote un certo successo di pubblico, perché è la patrona delle donne che hanno problemi con le suocere.
Diciamo che meditare la vita di Godeliève riesce sicuramente a mettere in prospettiva le piccole beghe familiari della nuora-media. La santa francese, nata da nobile famiglia attorno all’anno 1000, viene data in sposa a un certo Bertolf di Ghistelles, sempre che di “matrimonio” si possa veramente parlare: Godeliève dice il suo “sì” in uno sposalizio per procura, in cui è la suocera a fare le veci di Bertolf, lontano per una campagna militare. Tornata a casa, la donna rinchiude Godeliève in una cella, e anche quando Bertolf fa il suo ritorno l’ingombrante presenza di mammà causa nel rapporto  tensioni tali che il matrimonio non viene mai consumato. A un certo punto Godeliève scappa di casa; Bertolf la insegue giurando di cambiare; e infatti mostra d’esser cambiato così tanto, che, alla prima occasione utile, la strangola per sposare una che sia più gradita a mammina.
Finalmente morta e liberatasi da ‘sta famiglia di pazzi, Godeliève comincia a prodursi in innumerevoli miracoli, fra cui – a quanto pare – numerosi prodigi di natura meterologica. Far piovere per rinverdire i raccolti, cose così.

La data della morte di Godeliève è sempre stata incerta: inizialmente fissata al 6 luglio, è stata sposata al 30 dello stesso mese nell’ultima revisione del Martirologio. Con buona pace della Congregazione per il Culto Divino, la tradizione popolare rimane ancorata alla festa antica – e così, le condizioni meteorologiche in essere al 6 luglio sono considerate “uno specchio” di quelle dell’estate a venire.

Un’altra tradizione popolare sostiene che la fanciulla single che prega Santa Godeliève alla vigilia della sua festa otterrà in dono il privilegio di conoscere il nome del suo futuro sposo.
Speriamo che non si chiami Bertolf.

San Swithun: 15 luglio

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Vi dico solo che ho scoperto l’esistenza di San Swithun preparando uno dei miei primi esami di Storia della Chiesa, al capitolo “Miracoli punitivi”. È un tosto, l’amico!

Swithun fu vescovo di Winchester fino alla sua morte, avvenuta nell’862. Sentendosi avvicinare la fine, il santo ordinò che il suo corpo fosse inumato nella nuda terra, all’esterno della chiesa, “dove potessero percuoterlo il piede del passante e le gocce di pioggia dal cielo”. Un estremo gesto di umiltà che non fu gradito dal vescovo eletto dopo di lui, il quale – nella pia convinzione di star tributando giusti onori al suo santo predecessore – ordinò che le reliquie fossero traslate all’interno della chiesa e allocate in un adeguato reliquiario, per esporle alla venerazione dei fedeli.
Apriti cielo (è proprio il caso di dirlo).
In segno di protesta verso quest’attenzione non richiesta, Swithun – a dar retta all’agiografia – scatena quaranta giorni di pioggia ininterrotta.
Ma forte, eh!
Grandine, brutto tempo, gelate, venti freddi: non ce n’era per nessuno. Raccolti devastati, lattanti intirizziti, animali senza più cibo… un disastro.

Da lì, la tradizione popolare che lega Swithun alle previsioni meteo. Se, da un lato, il vescovo di Winchester è quello da pregare perché finisca un’ondata di freddo, d’altro canto si ritiene che un calo di temperature il 15 luglio – giorno della traslazione delle sue reliquie – sia da interpretarsi come un sicuro segno di maltempo per i quaranta giorni a venire.

Secondo Wikipedia, c’è pure una base scientifica dietro a questa leggenda:

Verso la metà di luglio la corrente a getto si pone in un corso che rimane, nella maggior parte degli anni, ragionevolmente stabile fino alla fine di agosto. Quando questa corrente si trova a nord delle isole britanniche, l’alta pressione è in grado di penetrarvi, mentre quando si trova a sud o attraverso le isole britanniche, l’aria dell’Artico e il sistema meteorologico atlantico sono predominanti.

Sperem

Frattanto, io credo di far cosa gradita a tutti voi indicando il santo che, a mio giudizio, può essere il più adatto a cui chiedere aiuto in questo momento specifico.
Non so voi ma io sono risoluta a pregare con intensa devozione San Lebuino di Deventer, invocato per dare sollievo alle sofferenze degli agonizzanti: a occhio e croce, direi che più o meno siamo lì.

Cose cristiane · Lifestyle cristiano · Pillole di Storia

Cos’è davvero il “bacio colombino” (e perché Agostino ritiene moralmente lecito baciare in bocca amici, conoscenti e preti)

Da quando il mio blog ha cominciato a occuparsi di castità prematrimoniale, ogni tanto mi capita di ricevere e-mail sul tenore di “vorrei fare col mio ragazzo la cosa X (o XXX). Secondo te, va bene?”-
Ora (siete liberi di non credermi la ma è la sorprendente verità): una delle domande che più frequentemente mi viene posta è: “è davvero così peccaminoso scambiarsi il bacio colombino prima del matrimonio?”.

Ehm…?

La mia prima (e seconda, e terza…) reazione è stata, comprensibilmente, sulle linee di “ma che cavolo sarebbe un bacio colombino??”. Pensavo di essere vittima di un trollaggio di massa, quando ho provato a digitare “bacio colombino” su Google, e mi si è aperto tutto un mondo.
A quanto pare, in un certo linguaggio chiesastico, il “bacio colombino” sarebbe il termine utilizzato per indicare una pratica talmente abominevole da non potersi descrivere più esplicitamente, ovverosia (aehm) il bacio sulle labbra (e/o “alla francese” – con la lingua, per capirci).
E, a quanto pare, esistono alcuni siti (anche di area cattolica, anche scritti da Italiani) in cui la pratica del bacio colombino è fermamente condannata prima del matrimonio. A detta dei webmaster, un gesto così intimo e profondo scatenerebbe inevitabilmente impulsi così forti e insopprimibili che:

a) di lì a cinque minuti ti ritrovi automaticamente a rotolarti nelle lenzuola;
b) se anche riesci ad autocontrollarti, il gesto è comunque così sensuale da doversi evitare punto e basta.

Ora, io trovo anche leggermente imbarazzante essere nella situazione di dover dire a dei liceali se il bacio sulle labbra sia da evitarsi oppure o no. A naso, io direi che se ‘sto benedetto bacio colombino vi causa davvero tutti gli sconquassi di cui sopra, allora, boh, forse ci starei attenta, per una questione più che altro precauzionale. Però a quel punto cercherei anzitutto di fare un lavoro serio su di me e sul mio autocontrollo, perché secondo me l’optimum a cui mirare è raggiungere un grado di purezza di cuore per cui un bacio sulle labbra del proprio fidanzato è una dolce manifestazione d’affetto, e non un costante precipizio verso baratro della lussuria.

Just my two cents, eh.
Ma giustamente, a domanda rispondo.

Ora, accantonata la questione “si fa, non si fa?”, vorrei dedicarmi al vero punto d’interesse della questione, cioè il quesito su cui mi arrovello ormai diversi anni anni: ma che cavolo è il bacio colombino???

Acclarato che con “bacio colombino” intendiamo il bacio sulle labbra, chi diavolo è che si è inventato questo termine, e soprattutto cosa si era fumato prima di farlo?
Vuoi pudicamente alludere al fatto che parliamo di bacio sulle labbra? Parlami di “bacio degli amanti”, “bacio romantico”, “bacio dei volti”; sarei persino disposta a tollerare un “bacio del serpente”, che almeno ha la linguetta lunga. Ma “bacio delle colombe”… boh?

A suo tempo, ho provato a fare qualche ricerca su Google: sono riuscita a risalire indietro fino a manuali di morale sessuale di inizio ‘800, in cui la pratica deplorevole del “columbine kiss” era per l’appunto condannata come foriera di sventure. Prima di quella data, niente (o niente di indicizzato su Google).
E io rimanevo lì ad arrovellarmi: ma ‘sto bacio colombino, chi se lo è inventato e soprattutto perché?
E poi, qualche tempo fa, la Rivelazione.
Nella sala di lettura di un convento, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio numero (4/2014) della Rivista Liturgica, interamente dedicato a Il bacio rituale. Tra culto, cultura e tradizioni.
Immaginate la mia emozione, quando – preso in mano il volumetto per darci un’occhiata curiosa – ho scoperto l’esistenza di un intero capitolo dedicato al bacio colombino nella teologia (principalmente agostiniana)!
E… surpise: è qualcosa di completamente diverso da quanto mi aspettavo.

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Illustrazione di Puuung (se non la conoscete, cercatela sui social: i suoi lavori sono deliziosi!)

Insomma, ripartiamo da capo: cosa diamine è il bacio colombino??
Sorpresona: ne parlava la liturgia di domenica scorsa, laddove San Paolo (in 2 Cor 13, 11-13) esortava i fedeli:

Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.

Le colombe non sono menzionate, ma fidatevi: come vedremo, stiamo parlando della stessa cosa. E il fatto che San Paolo (non esattamente un lassista in fatto di morale sessuale) esortasse i fedeli a scambiarsi il bacio colombino, perdipiù definendolo “santo”, dovrebbe lasciarci intendere che c’è decisamente qualcosa che non torna.

E dunque procediamo con ordine: che è ‘sto bacio santo, che San Paolo esorta a darsi a vicenda?

Orbene: numerose fonti testimoniano come, nelle prime comunità cristiane, fosse prassi comune salutare i correligionari con un bacio sulle labbra. Si trattava di un gesto evidentemente privo di connotazioni erotiche: il bacio era visto come segno di comunione tra tutti i fratelli in Cristo, uniti da un legame così grande e totalizzante da portare a questo estremo gesto di affetto e di uguaglianza. “Uguaglianza”, dico bene: a differenza del bacio sulla fronte, sulle mani, o sui piedi, il bacio sulle labbra pone le due parti in una posizione di assoluta parità. “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, perché tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28).

I primi cristiani erano forse pazzi furiosi, per inventarsi un tale segno di saluto?
No: Erodoto, ad esempio, testimonia che già i Persiani si baciavano sulla bocca con lo scopo di sottolineare suppergiù lo stesso messaggio. E, del resto, esistono ancor oggi numerose culture in cui un bacio sulle labbra è un normale segno di saluto (pensate anche solo alla Russia, per non cercare paragoni più esotici).

Un altro potente significato del bacio sulle labbra nasce in ambito monastico: in questo caso, il bacio è segno di piena accoglienza dell’altro.
Siccome, non so voi, ma io non sarei molto entusiasta all’idea di baciare in bocca un tizio che mi sta antipatico, ecco che l’accogliere il pellegrino con un leggero bacio sulle labbra indica simbolicamente accettarne (con gioia!) la presenza all’interno del proprio convento. (Da sempre, la tradizione monastica insiste affinché il forestiero sia visto come immagine di Cristo che bussa alla nostra porta). La Regula Benedicti, ad esempio, parla esplicitamente del bacio sulle labbra da impartire a chi giunge in monastero (suggerendo al religioso di pregare per qualche istante prima di abbandonarsi a questi convenevoli: “Pacis osculum non prius offeratur nisi oratione praemissa, propter inlusiones diabolicas”).

Bacio della pace
Il momento del “bacio della pace” in una Messa in forma straordinaria

A un certo punto, il bacio tra correligionari assume un valore tale da trasformarsi in gesto liturgico ed essere inserito nelle celebrazioni eucaristiche. Laddove noi ci scambiamo una pudica stretta di mano obbedendo al prete che ci dice “scambiatevi un segno di pace”, i primi cristiani si davano un letterale bacio in bocca: fedeli tra fedeli, clero tra clero (!). Coloro che frequentano la liturgia in forma straordinaria possono ancora godere un’eco di questa antica tradizione nel bizzarro “balletto” che, nelle Messe solenni, i sacerdoti iniziano al momento Pax vobiscum, accennandosi a vicenda un fraterno abbraccio e un bacio sulla guancia (…ché sulla bocca era un po’ troppo equivoco, e a un certo punto i liturgisti hanno avuto il buon senso di correre ai ripari).

Sì, il “bacio della pace” è esistito nella nostra liturgia quantomeno fino alla riforma post-conciliare. E su questo bel gesto si potrebbero scrivere pagine e pagine, sennonché a me adesso interessa tornare al bacio sulla bocca come segno di saluto… anche perché è proprio di quest’ultimo che parla Agostino, coniando il termine di “bacio delle colombe”.

***

Ahò: ‘sta cosa di baciarsi in bocca in segno di uguaglianza e accettazione, se ci pensate, è una roba potente e forte.
Così tanto forte che a me farebbe schifo, ma il messaggio di fondo è decisamente molto potente: io ti bacio sulle labbra, io accetto di avere con te un contatto così profondamente intimo – e lo faccio perché ti amo di caritas cristiana, e perché riconosco in te un mio prezioso fratello in Cristo.

Se lo fai seriamente, e credendo davvero a tutto questo, il “bacio santo” delle prime comunità cristiane è di una potenza dirompente.
Se lo fai solo per convenzione, o trattenendo a malapena il disgusto, o peggio ancora animato da desiderio di lussuria… beh

Agostino ci teneva molto che i suoi fedeli comprendessero il significato profondo del bacio santo. Già nell’omelia 277, tenuta ai neofiti che erano appena stati battezzati, osservava:

quel che esprimono le tue labbra dev’essere nella coscienza; ossia come le tue labbra si accostano alle labbra del tuo fratello, così il tuo cuore non sia lontano dal suo cuore.

Ma il testo in cui il vescovo riflette più lungamente sull’uso del bacio santo è senz’altro l’Omelia 6.

In questo caso, Agostino si sta indaffarando per spiegare ai fedeli come mai lo Spirito Santo venga tradizionalmente rappresentato sottoforma di colomba.
L’addentellato principale è il testo di Rm 8,26:

poiché noi non sappiamo cosa chiedere nella preghiera, né come bisogna chiederlo, lo stesso Spirito intercede per noi con gemiti inesprimibili.

Questa visione dello Spirito, che con “gemiti inesprimibili”, ci viene in aiuto nel momento del bisogno, è oggettivamente molto dolce.
Agostino esorta dunque i fedeli a immaginare lo Spirito come una colomba, che dolcemente geme (cioè tuba) per intercedere in nostro favore. E poiché la colomba notoriamente tuba quando è in amore, ecco allora come l’immagine dello Spirito in veste di colomba innamorata e amante sia particolarmente calzante. In fin dei conti, lo Spirito non è forse l’amore di Dio, che geme d’amore amandoci, e nei nostri cuore infonde un gemito d’amore?
Fuor di metafora: non è forse vero che l’amore che lo Spirito Santo infonde nei nostri cuori ci eleva sempre più dai nostri desideri e bisogni terreni, proiettandoci verso quelli eterni?
E dunque – scrive sant’Agostino –

non è cosa da poco che lo Spirito Santo ci insegni a gemere: è così che ci fa sentire pellegrini quaggiù e ci insegna a sospirare verso la patria; e questo desiderio ci fa gemere. […] Chi sa di essere esule dal Signore (2 Cor 5, 6), e di non possedere ancora quella perpetua beatitudine che ci è stata promessa, ma di possederla solo nella speranza […]: colui che sa tutto questo, geme. E il suo gemito è buono: è lo Spirito che gli ha insegnato a gemere, è dalla colomba che ha imparato a gemere.

Anzi: ci sarebbe da preoccuparsi, se non albergasse nei nostri cuori questo gemito di santa nostalgia:

Chi si trova bene in questo mondo (o piuttosto crede di starvi bene), chi si diletta nei piaceri della carne, nell’abbondanza dei beni temporali e in una felicità illusoria, costui ha la voce del corvo; e il corvo gracchia, non geme.
Chi sono i corvi? Quelli che cercano i propri interessi.
Chi sono le colombe? Quelli che cercano gli interessi di Cristo.

Ed è a questo punto che Agostino introduce il concetto di “bacio della colomba”, cioè il bacio casto e affettuoso che si scambiano i cristiani spinti dall’amore reciproco.

Il rapporto tra i fedeli dev’essere sempre improntato al santo amore di due colombe che si “baciano” tubando. Se manca questo sentimento di affetto puro e di unione, allora il bacio che i cristiani si scambiano per saluto non è più un vero bacio: è una grottesca parodia del bacio. È bugia, è falsità ipocrita, tanto più grave poiché coinvolge un’area e una gestualità così intime.
Non è più il bacio casto e dolce tra due colombe in amore,

Bacio colombino

ma è semmai il morso violento di un corvo, che dilania le carni a cui è riuscito ad avvicinarsi con l’inganno.

Corvo cibo

Esiste anche il bacio dei corvi, ma la loro pace è falsa, mentre quella della colomba è vera.
Non chiunque dice “la pace sia con voi” è da ascoltare come colomba.

Non dimentichiamo che siamo negli anni delle grandi eresie, divisione per eccellenza all’interno della Chiesa – divisione tanto più insidiosa quanto più l’eresia riesce a “mascherarsi bene”, ponendosi come riforma santa e illuminata.

E allora,

Come si distingue il bacio del corvo dal bacio della colomba?
Il corvo, quando bacia dilania. E dove dilania, il bacio non può essere simbolo di vera pace: la vera pace è solo quella che posseggono coloro che non dilaniano la Chiesa.

Inoltre, 

I corvi si pascono di cadaveri, cosa che non fa la colomba: essa vive dei frutti della terra, […] non si nutre uccidendo. Quelli che dilaniano la Chiesa si pascono di morti.

Dio è potente: preghiamo affinché ritornino alla vita quelli che sono divorati da costoro e non se ne rendono conto. Molti se ne rendono conto, perciò tornano alla vita; e ogni giorno abbiamo di che rallegrarci nel nome di Cristo per il loro ritorno.

***

‘nsomma, credo proprio di aver ricostruito l’etimo di questo pericolosissimo “bacio colombino”, che, alla prova dei fatti, non c’entra niente con il bacio sulla bocca (o meglio: è un bacio sulla bocca, ma decisamente privo di ogni connotazione sessuale).
Con ogni probabilità voi non vi siete mai arrovellati sulla questione, né tantomeno sull’etimologia del termine, ma, ripeto: provate a digitare “bacio colombino” in un motore di ricerca, e preparatevi a fare tanto d’occhi per tutto quello che ne verrà fuori.

A conti fatti, e conoscendo ora il significato primigenio di “oscula columbarum” nel testo agostiniano: il bacio colombino è peccaminoso?
Ma proprio per niente: è “santo” per definizione, e, metaforicamente, dovremmo sforzarci di scambiarlo con chicchessia – col fidanzato, con la mamma, col prete, col capufficio, con collega antipaticissimo, con lo sconosciuto che si siede vicino a noi a Messa…

Anzi: se interpellata ancora sulla vexata quaestio “ma il bacio colombino è peccato, fuori dal matrimonio?”, io penso che risponderò: ma certo che no! Anzi, è segno di santità!
A patto che sia un vero bacio colombino… Ché le sozzerie son capaci a farle anche le peggiori bestie.

Cose cristiane · Lifestyle cristiano

Quando il gioco si fa duro: suggerimenti casti, etici e pudici per la cattolica che deve rifarsi il guardaroba estivo

Ciao amici, io sono Lucia (dite tutti in coro: ciaaaao Lucia!, come si fa agli alcolisti anonimi) e sono l’incubo di tutte le commesse dei negozi di abbigliamento.
Fin da quando ne ho memoria, compongo il mio guardaroba con un occhio di riguardo verso il sesto comandamento: ho dei miei personalissimi criteri sul concetto di “pudore cristiano”, e mi ci attengo con lo stesso attaccamento con un cui una patella si accozza allo scoglio.
Come se ciò non bastasse, da qualche tempo m’è pure venuta la malsana fissazione di selezionare i miei abiti in base a criteri etici e di giustizia sociale (id est: voglio smettere di alimentare quel mercato della moda low-cost che, pur di abbassare i prezzi, sfrutta i lavoratori del Terzo Mondo manco fossimo nell’era dello schiavismo 2.0).

Capite bene che donna che si auto-impone questi vincoli stilistici, o sta accampando scuse per diventare una nudista, o è inevitabilmente destinata a soffrire.

Casomai qualcuno fosse nella mia stessa barca, e magari pure a corto d’idee,
casomai qualcuno volesse abbracciare più rigidamente il concetto di “pudore cristiano nel vestire”, ma non sapesse da dove iniziare,
casomai qualcuno fosse intenzionato a finanziare brand che producono abiti in maniera etica, pagando il giusto ai lavoratori,
ecco dunque il mio tradizionale post sul tema “come ha da vestirsi una donna cattolica, d’estate, per rispettare il pudore cristiano senza sembrare una pazza furiosa?”.

Il problema non è da poco.

Se una donna ha deciso, come me, di aderire in maniera rigida ai tradizionali criteri di modestia cristiana, l’estate può essere un periodo difficile. D’inverno, è facile coprirsi in maniera adeguata; ma d’estate, quando le vetrine dei negozi si riempiono di manichini seminudi, può realmente essere difficile trovare qualcosa di adatto.
E, peggio ancora, può realmente esser difficile indossare abiti consoni senza dar troppo nell’occhio – ché essere additati come “la fissata bacchettona che si concia una suora ottantenne” è sgradevole per il singolo e pure dannoso per la causa.
Ebbene: anche quest’anno, a grande richiesta, ecco a voi il tradizionale di suggerimenti dedicati!

Sì vabbeh, ma dopo tutto questo discorso io non ho ancora capito quali sono esattamente questi tuoi fantomatici canoni di modestia cristiana.
In sintesi, io mi vesto tutti i giorni come se stessi per entrare in chiesa. Quindi: spalle coperte; gonne al ginocchio; scollature contenute; niente trasparenze.

E secondo te, una donna che non segue esattamente questi canoni si sta vestendo immodestamente e pecca poiché mette a dura prova la libido maschile?
No, ma sta di fatto che io mi sento a mio agio nell’aderire a queste regole… e quindi, why not?

In questo post non vedo uno straccio di pantalone: sei ideologicamente contraria all’uso di abbigliamento dal taglio maschile?
No, per carità! È che io d’estate soffro moltissimo il caldo, e i pantaloni proprio non li reggo: per me sono off limits da maggio a ottobre.

Ma ti rendi conto dei prezzi dei vestiti che proponi? Ma tu dai per scontato che tutti noi possiamo spendere queste cifre in abitini?!
Come dicevo sopra: da un po’ di tempo ho deciso di acquistare solo abiti che provengono da filiere produttive etiche e solidali, e questo, purtroppo, evidentemente si paga. Personalmente cerco di contenere i costi comprando in saldo o nei grandi outlet online (tipo Privalia o Saldiprivati).
Poi, insomma, i miei sono solo esempi. Senz’altro si possono trovare capi simili e dello stesso stile in qualsiasi catena low-cost.

Vabbeh. Ok. Cominciamo!

Regola numero 1 – Un vestitino semplice, dalla linea basic, non dà mai troppo nell’occhio

Quando mi trovo in un contesto in cui voglio vestirmi modestamente ma senza attirare su di me tutti gli sguardi, stile “ma come si è intabarrata questa povera pazza?”, scelgo la via più facile e opto per vestitini basic, monocolore, dal taglio semplice, senza pretese. Con queste premesse, la manichina che copre le spalle non si nota quasi: è la mia “scelta sicura”, ad esempio, per quando sono al mare in vacanza attorno a Ferragosto, e obiettivamente correrei il rischio di sembrare quella stramba, sfoggiando un abitino elaborato mentre tutte le altre sono in bikini e pareo.
Con cosine semplici e senza pretese, invece, mai capitato di attirare sguardi.
Proprio vero che a volte la semplicità paga!

BasicCasti2017

  1. Abito GiraeRigira (Etsy), € 79,40
  2. Cotton Dress Coline, € 23,50
  3. Abito di cotone Hessnatur, € 24,95
  4. Dress Viscose Coline, € 24,90

Regola numero 2 – È la stagione dei grossi fioroni stampati sui vestiti: (se non temi di sembrare il copridivano di tua nonna), sfruttali a tuo favore!

C’è chi li ama e chi li odia: a me non dispiacciono, quindi hip hip hurrà!
Se una donna che si aggira in una località turistica, in piena estate, avvolta in un mesto abitino nero, corre davvero il rischio di sembrare un’orfanella in lutto, le mega-stampe floreali che vanno tanto di moda quest’estate sono sicuramente un grosso aiuto per non sembrare troppo barbose.
Colorate, ironiche, estive: vi aiuteranno senz’altro a sembrare donne cool all’ultima moda senza per questo costringervi a scoprirvi troppo.
Per la cronaca: la gonna numero 2 io ce l’ho davvero, e la amo.

FioroniCasti

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Gonna a portafoglio “Fiorenza” King Louie, € 79,95
  3. Abito in cotone biologico Hessnatur, € 47,95
  4. Abito “Tropicana” King Louie, € 94,95

Regola numero 3 – Stampe anni ’70: ecco un altro trend che urla “estate” da ogni dove

Avete presente quelle inconfondibili piastrelle anni ’70 con motivi geometrici dai colori accesi, che all’epoca erano un must in tutti i bagni e in tutti i cucinini?
Io non gradisco stoffe con questo tipo di stampe (salvo rare eccezioni), eppure il trend sta innegabilmente diventando di moda.
Se vi piacciono i colori accesi e i contrasti forti, se siete fan del vintage e vi intriga imitare il look delle vostre mamme quando avevano la vostra età: beh, anche questo può essere uno stile che fa per voi.
Vale quanto detto per le stampe floreali: è un trend alla moda, giocoso, giovanile, decisamente inadatto a suscitare commenti tipo “anvedi ‘sta bigotta, sempre vestita da suora…”.

Siamo Noi 2
Io tutta presa dalla mia peroratio sul digiuno mentre il prete mi fissa con il tipico sorriso di condiscendenza riservato ai matti ;-)

(Non a caso, è stato lo stile che ho scelto quando mi han chiamata in televisione a dire cose impopolari tipo “nel Triduo di Pasqua, amo fare un digiuno completo per 48 ore di fila bevendo solo liquidi”).

CastiAnni70

  1. Abito “Maes” King Louie, € 99,95
  2. Abito “Alaina” People Tree, € 99,00
  3. Gonna in cotone bio Hessnatur, € 69,95
  4. Abito in cotone bio Hessnatur, € 199,00
  5. Abito “Emmy” King Louie, € 99,95
  6. Gonna in fantasia vintage GiraeRigira (Etsy), € 50,55

Regola numero 4 – I vestiti coloratissimi e le stampe giocose possono, semmai, farti sembrare “bimba”, ma decisamente non “suora barbosa”.

Piccola curiosità dal backstage della succitata intervista in TV: un altro vestito che avevo preso in considerazione era quello che vedete qui sotto al n. 2,  poi scartato a malincuore (nel senso che la domanda era se comprarlo o no, e con gran dolore non l’ho comprato).

Personalmente, ritengo che le stampe giocose (di animaletti, frutta, oggettini…) siano accettabili solo fino a una certa età, e solo a dosi omeopatiche: il rischio è sembrar vestite come scolarette delle elementari (…che è comunque sempre meglio del sembrar vestite come bigotte tristone in lutto).
Se vi piace lo stile e ve lo potete ancora permettere senza sembrar ridicole, anche questa è una soluzione di sicuro impatto (magari dosata con cautela, come dicevo: gonnellina a stampe e maglietta basica, o viceversa).

ColoratiCasti2017

  1. Abito “Danielle” People Tree, € 99,00
  2. Abito “Riviera” King Louie, € 99,95
  3. Abito Ikat Auteurs du Monde, prezzo non indicato ma attorno ai 60 euro se non ricordo male; gonna cortina ma con un lunghiiissimo orlo che si può facilmente allungare
  4. Abito in maglina Coline, € 39,50
  5. Abito a voile Coline, € 29,90

Regola numero 5 – Nel dubbio, le gonnelline sono sempre la scelta perfetta

…anche perché, a seconda di come le abbini, puoi utilizzarle in mille modi diversi. Una gonna floreale di cotone può essere ok a un matrimonio con un top elegante e le scarpe giuste, ma diventa improvvisamente molto easy se abbinata a una T-shirt di cotone e con un paio di sandaletti bassi. È solo un esempio fra i tanti, perché io trovo che le gonne possano essere reinterpretate davvero in infiniti modi, rendendole un acquisto particolarmente fruttuoso. In stile etnico, in tinta unita, floreali, a disegnini… ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le occasioni. E allora, perché lasciarsele scappare?

GonneCaste2017

  1. Gonna a portafoglio GAP, € 59,95
  2. Gonna damascata Nomads Clothing, € 31,50
  3. Gonna a portafoglio “Havana” King Louie, € 79,95

Note di corredo per i lettori interessati alla moda etica

I capi di cui sopra non sono selezionati a caso, ma provengono da brand che – a vario livello, e con differenti gradi di impegno – si danno daffare per promuovere un concreto cambiamento nel mondo dell’industria tessile, a vantaggio dei lavoratori (e, in molti casi, anche dell’ambiente).

Nello specifico:
GAP è una scelta facile, con i suoi negozi fisici presenti in diverse città italiane. Fonti esterne ed imparziali assicurano che la ditta è una delle più attente nel rispettare i diritti dei lavoratori, se paragonata alle altre multinazionali dell’abbigliamento.
King Louie è un brand olandese deliziosamente retrò che aderisce alla Fair Wear Foundation, collaborando con appaltatori e sub-appaltatori di moralità sicura e comprovata. Se non si fosse capito, è uno dei miei marchi preferiti.
La linea Auteurs du Monde in vendita presso tutte le botteghe Altromercato è “etica” al di là di ogni ragionevole dubbio, inserendosi direttamente nel filo nel commercio equo-solidale certificato.
People Tree (balzato agli onori della cronaca, anni fa, per essersi accaparrato come modella una giovanissima Emma Watson) è un marchio inglese che produce abiti etici (dal punto di vista umano) e sostenibili (dal punto di vista ambientale).
Hessnatur invece viene dalla Germania: il suo focus sono la sostenibilità ambientale e i materiali bio, ma un brand che ha così a cuore l’ambiente tiene in alta considerazione anche i diritti umani dei lavoratori (e ci mancherebbe).
Nomads Clothing arriva dalla ridente Albione e collabora con piccole industrie tessili sparpagliate in remoti villaggi indiani, dove le sarte hanno la possibilità di guadagnare un dignitoso stipendio ma anche di esportare all’estero la loro cultura: i capi sono quasi tutti ad ispirazione etnica.
Coline è un brand francese (con prezzi decisamente abbordabili, una volta tanto!) che ha un vasto assortimento di vestiti un po’ etnici, un po’ gipsy, un po’ in stile Desigual – per tutti i gusti o quasi.
Etsy è sostanzialmente l’e-Bay degli artigiani, con ampia scelta di vestiti (e oggetti) di produzione propria (e/o vintage di qualità). Se volete evitare le spese di dogana, dovrete fare lo slalom tra i venditori statunitensi per trovare i (relativamente pochi) europei, ma è pur sempre un buon modo di incoraggiare la piccolissima imprenditoria: quindi, perché no!

Pillole di Storia

Cinque insospettabili cibi estivi che non esistevano nel Medioevo

Immaginate di avere una macchina del tempo, e di aver organizzato un viaggetto nel Medioevo approfittando di questo ponte. Ed ecco: siete lì, in un paesello medievale, in un caldo week-end estivo, e cominciate a sentire lo stomaco che brontola all’avvicinarsi dell’ora di pranzo. E allora, pigliate ed entrate in una locanda, e ordinate uno di quei piatti estivi freschi e semplici che non possono mancare sulle nostre tavole moderne.
E l’oste medievale vi fissa con sguardo perplesso, grattandosi la crapa con l’aria di chi non ha la più pallida idea di che cosa stiate dicendo.

Parto con un pregiudizio positivo: do per scontato che, in una locanda medievale, nessuno di voi avrebbe l’infelice idea di ordinare cibi che sono stati notoriamente introdotti in Europa solo dopo la scoperta dell’America. No a patate, no a tacchini, no a pomodori, e così via dicendo.
Ma che dire invece di quegli alimenti “insospettabili”, che assolutamente ci aspetteremmo di trovare su una tavola da pranzo medievale… e invece no?

Ecco a voi cinque prelibatezze estive di cui i nostri antenati erano privi – o di cui, peggio ancora, si privavano volontariamente!

***

Le fragole

Fragola

Avete presente quelle belle fragolone succose, rosso acceso, turgide, con la superficie lucida?
Benissimo: nel Medioevo non esistevano.

Per quanto le “fragole” siano senz’altro nominate in diverse ricette dei secoli passati, il frutto dei nostri trisavoli era molto diverso da quello di oggi. Le fragole del passato erano, in effetti, le nostre “fragoline selvatiche”: rispettabilissime delizie boschive, per carità… ma niente a che vedere con i fragoloni che mangiamo oggi in macedonia.
Ecco: quelle fragole lì (le nostre, per capirci) arrivano in Europa all’inizio del XVIII secolo, quando una spia francese chiamata… Frézier (nomen omen! Notate l’assonanza con il francese fraise) viene inviata in missione nell’America Latina, per studiare le strategie difensive delle colonie spagnole in Cile. Lì, lo 007 parigino assapora una specie di fragola a grandi frutti che era fino ad allora sconosciuta ai palati europei. Se ne innamora, stabilisce di portarne a casa i semi, e, una volta tornato in Francia, si adopera per lanciare colture di fragole cilene.

L’impresa non sarà facilissima, a causa delle difficoltà di coltivazione di quello specifico frutto (e infatti, la nostra fragola moderna non è esattamente quella di Frézier, ma un ibrido più resistente nato in anni successivi), ma… tant’è!

Certe belle insalatone estive

Insalata

Lo ammetto: a me non piace l’insalata a base di insalata (cioè, di tutta quella roba verde a foglia larga che mi sembra più adatta alla dieta di una mucca che non alle papille gustative di un essere umano). (Amo invece le insalate di cipolle, di pomodori, e di qualsiasi cosa non sia strettamente insalata).
L’unica cosa che, se proprio devo, riesco a buttar giù, è la cosiddetta “indivia belga”, quella varietà di cicoria dal colore chiaro e dal sapore delicato che dà tanta soddisfazione nelle nostre belle insalatone estive.

Benissimo: in un ipotetico viaggio del tempo, l’insalatona me la sarei giocata: l’indivia belga nasce (intuibilmente in Belgio) nel 1850, per uno di quei tanti colpi di fortuna di cui è piena la Storia. Leggenda narra che un contadino delle parti di Bruxelles avesse dimenticato in cantina alcuni cespi di cicoria. Ebbene: le radici, rimaste abbandonate per mesi nell’ambiente buio ed umido, avevano prodotto germogli allungati con foglie color crema.
Il contadino provò ad assaggiarle, e, con sua sorpresa, scoprì che era “cosa buona e giusta”. Nasceva così l’indivia, che cominciò ad essere coltivata di proposito dal nostro intraprendente contadino, e venne notata, un giorno, su un banco del mercato, da un botanico di nome Brézier. Costui, apportando qualche modifica al prodotto per renderlo più resistente e facilmente coltivabile, cominciò a produrlo in quantità notevoli… e il resto è storia: di lì a poco, l’indivia sarebbe finita sulle tavole di tutti gli Europei!

Certo, gli Europei ante-1850 conoscevano senz’altro infinite varianti di insalata: se non erano schizzinosi come me, qualcosa da mangiare lo trovavano senz’altro.
Però…
E poi, comunque, in fin dei conti che insalata è, senza un qualche bel pomodorone a completare il tutto?

Le susine

Susine

In uno strano unicum di questo mondo globalizzato, pare che solo i Piemontesi (e gli avventori della catena di gelaterie GROM, originaria di Torino) siano soliti gustare nei mesi estivi i deliziosi ramassin della Valle Bronda, un’area boschiva a ovest di Saluzzo. Negli anni vissuti lontano da Torino, non so dire quanto io abbia sentito la mancanza di queste deliziose susine dolcissime e polpose, che invadono le tavole sabaude nei mesi di luglio e agosto.
(Sul serio, gente. Se non conoscete i ramassin, e per caso ne adocchiate qualcuno in vendita al mercato, comprateli a chilate perché sono la frutta più buona del mondo!).

Ebbene: i ramassin nel Medioevo esistevano già (la loro coltura è stata avviata dai monaci benedettini, Dio li benedica), ma in compenso erano sconosciute le susine, che sono forse le loro parenti più strette.

Da non confondersi con le prugne (noi, spesso, utilizziamo i due termini come sinonimi, ma si tratta in realtà di due frutti ben diversi), le susine erano sconosciute ai nostri trisavoli europei per il semplice fatto che crescevano in abbondanza nelle campagne attorno a Shush, città ai confini tra Iran e Iraq. Furono i crociati a portarne in Europa i primi semi, dopo aver assaggiato il frutto nella campagna militare del 1145. Da lì, le susine conobbero particolare fortuna in Francia, per poi diffondersi gradualmente anche negli altri Stati europei.
Quindi… frutto medievale, sì – ma risalente quasi agli ultimi scorci del Medioevo!

Il gelato (o anche solo qualcosa di vagamente simile)

Gelato

Beh: che i popolani del Medioevo non avessero la possibilità di gustare un cono gelato con la facilità con cui lo facciamo noi moderni, si poteva senz’altro immaginare. Ma con altrettanta facilità uno potrebbe supporre: i ricchi, però, un gelato ogni tanto se lo saranno senz’altro fatto preparare! O no?
No.
Proprio no, e per insormontabili ragioni tecniche: nel Medioevo lo zucchero non era utilizzato come dolcificante – e lo zucchero è un ingrediente indispensabile per dare la giusta consistenza al gelato. Il miele non funziona, da questo punto di vista.
Inoltre, nel Medioevo non era noto il processo per cui determinate miscele producono una reazione chimica in grado di abbassare rapidamente la temperatura dei liquidi, permettendo così di lavorare creme di latte freddissime.
Altrimenti, come lo raffreddi, il latte? Ci puoi mettere dentro dei pezzi di ghiaccio, ok, ma che schifezza è un gelato annacquato in acqua fredda?

Per onestà, gli Arabi erano già in grado di abbassare artificialmente la temperatura dei liquidi. Gli Europei, in compenso, fanno propria questa tecnica solo nel XVI secolo – lo stesso periodo in cui comincia a diffondersi (nelle case dei ricchi) la consuetudine di utilizzare lo zucchero come dolcificante. Non è un caso che proprio in quegli anni comincino pian piano ad affacciarsi alla Storia ricette simili a quelle del gelato moderno!

Fino ad allora, l’unica cosa vagamente paragonabile al gelato era il sorbetto di frutta. Grandi quantità di ghiaccio e di neve venivano raccolte in pieno inverno e conservate a lungo in apposite ghiacciaie, protette da foglie e paglia che fungevano da isolante. Da lì, si estraeva al momento del bisogno un po’ di neve fresca, che, mescolata a miele e a frutta tritata, dava origine a una specie di granita ante litteram.

Inutile dire che tali prelibatezze erano esclusivo appannaggio dei ricchi.
Inutile anche dire che, con tutto il rispetto, il gelato vero è un’altra cosa…

L’albicocca

Fruit Nectarine Leaf Fresh Isolated Organic Food

E, per finire, ecco a voi la gustosissima albicocca succosa… che nel Medioevo era perfettamente conosciuta!, sennonché la gente non la mangiava nella convinzione che fosse velenosa (!).
A ben vedere, in questa follia c’è un fondo di verità: è effettivamente velenoso il nocciolo dell’albicocca, che, se ingerito, sprigiona una sostanza sostanzialmente identica al cianuro (!).
Evidentemente bisogna mangiarne un bel po’, di noccioli di albicocca, per morire di avvelenamento da cianuro (e, soprattutto, bisogna essere abbastanza idioti per mettersi a mangiare noccioli di albicocca). Ma tant’è: è questa la ragione per cui i bambini piccoli non dovrebbero essere mai lasciati incustoditi con un’albicocca tra le mani, ed è probabilmente questa la ragione per cui, nel Medioevo, si era diffusa la convinzione che il frutto dal color arancio fosse sostanzialmente portatore di rogne, e dunque da guardare con grandissimo sospetto.

Benefattori dei palati europei? Anche in questo caso, gli Arabi, che di albicocca facevano un consumo intenso e che lentamente contribuirono a riportarla sulle tavole occidentali.
Ci volle del tempo, però. Prima che l’albicocca tornasse alla sua originaria diffusione, eravamo già arrivati al XV secolo: il Medioevo stava quasi per finire…