Cercar moglie, nel Medioevo

Con tutto questo parlar di famiglie, si trascura (ovviamente; perché appunto è un’ovvietà) l’elemento che di più di tutti – più di mille “grazie” “prego” “scusa”, attese pazienti e compagnia cantante – è alla base del successo per una buona famiglia.
Quale? Beh, ma ovvio: crearsi una famiglia con la persona giusta.

Mi par di sentirvi: “e grazie al cavolo”. Non esiste un vademecum del partner perfetto, né tantomeno esiste il vademecum di come andarselo a cercare. Trovare l’anima gemella è una questione di sentimento, di fortuna, un evento raro come il perfetto allinearsi degli astri in cielo, e…
…e, ‘nsomma, nì.

Se non esiste un vademecum per la ricerca del partner perfetto, oggi, per l’uomo del 2000, è senz’altro vero che di vademecum simili ne sono stati scritti millemila nel corso dei secoli – quando cioè la scelta del partner aveva ben poco a che fare col sentimento, ed era dettata perlopiù da lucidi ragionamenti fatti a tavolino. All’epoca sì che ognuno diceva la sua, per esortare il nubendo a far la scelta più saggia!
E per quanto nessuno auspichi, ovviamente, un ritorno ai matrimoni combinati del tempo che fu, possono comunque essere a loro modo utili strumenti di riflessione le raccomandazioni che venivano fatte, un tempo, a coloro che si accingevano a cercar moglie. Ne estrapolo alcune dal bel saggio di Silvana Vecchio, La buona moglie, edito nell’interessantissima Storia delle donne della Laterza.
E ne estrapolo alcune scegliendole non tanto tra le raccomandazioni degli economi attenti a fare un buon affare con le nozze giuste, ma bensì tra le raccomandazioni dei religiosi, attenti già da allora ad orchestrare un  matrimonio… che fosse anche sacramento.

E dunque: cosa suggeriva il prete al giovanotto medievale che stava cercando moglie?

1) Non anteporre la dote a tutto il resto

Non nascondiamoci dietro a un dito: la ricchezza della dote era un requisito fondamentale per la scelta di una buona sposa, ed era anche “giusto” che fosse così, considerato il ruolo che il matrimonio aveva in quel periodo. Però, senza nulla togliere all’importanza del dato economico, i predicatori medievali sottolineavano, concordi, come questo fosse un elemento da posporre ad altri ben più importanti.
Quali?
Beh: lasciando da parte le doti squisitamente religiose, vi erano infinite “virtù laiche” da ricercare in una moglie, prima ancora di guardare al suo conto in banca. Ad esempio un buon carattere, una reputazione immacolata, la quantità delle sue amicizie (indice di una capacità di interessere buoni rapporti col mondo esterno).
Poi, ma solo in subordine, può anche entrare in gioco un discorso di tipo economico.

2) Scegline una alla tua portata

Sai: i soldi (e magari qualche pater familias poco attento ai desideri delle sue figlie) possono fare miracoli. Era cosa relativamente facile che un vecchiaccio storpio e con la gotta prendesse in sposa una ragazzina tra le più piacenti sul mercato.
Sconsigliato, dicono i predicatori: ma non tanto per pietà nei confronti della piacente fanciulla! Si suggerisce, piuttosto, che la moglie sia sostanzialmente pari al marito, sia per età che per aspetto esteriore, proprio a fini buona riuscita del matrimonio.
Secondo Peraldo, domenicano lionese, l’omogeneità della coppia (anche proprio a livello fisico!) è elemento indispensabile per la sua stabilità nel lungo periodo. Jacopo da Varagine gli fa eco suggerendo all’uomo-medio una donna “della porta accanto”, giusta via di mezzo tra una bruttezza eccessiva che ti fa salir la depressione addosso e una bellezza dirompente che genera spesso ansie e gelosie.

3) Ricorda il detto “tale il padre, tale il figlio”

Troppo spesso noi moderni consideriamo il matrimonio solo ed esclusivamente come una cosa alla “due cuori e una capanna” – come se poi, oltre la porta della capanna, non ci ritrovassimo con tutta la famiglia d’origine del nostro ammmore che, giustamente, ci suona al campanello.
Gli antichi tenevano questa circostanza senz’altro in maggiore considerazione: ovvio, in un’epoca in cui il matrimonio non era tanto una scelta d’amore, quantopiù un’alleanza tra due famiglie.

Bene: i predicatori medievali concordano in massa sul detto che “la mela non cade lontano dall’albero”. Prima di scegliere una sposa, dunque, si studi attentamente tutta la sua famiglia: non solo perché, giustamente, è con quella famiglia che ti stai imparentando, ma anche perché… beh: dal comportamento dei genitori, si comprendono tante cose sui figli. Jacopo da Varagine suggerisce di stalkerare a lungo la potenziale suocera per farsi un’idea di quale possa esser stata l’educazione ricevuta dalla figlia. Paolo da Certaldo guarda ancora più lungo, e non disdegna occhiate indagatrici addirittura alle nonne (!) della futura sposa.
La mela non cade lontana dall’albero: e se suoceri di buon carattere possono essere una rassicurante consolazione, suoceri scostanti ed immorali dovrebbero essere un enorme campanello d’allarme – indipendentemente dalla vastità delle terre che portano in feudo.

4) Meglio una vergine alle prime esperienze che una donna consumata

Ma non per una questione puramente sessuale, anzi! Nel Medioevo era frequente che una donna rimanesse vedova dopo qualche anno di matrimonio, infelicissima situazione dalla quale era senz’altro auspicabile che la signora venisse sollevata. Nessuno si sarebbe mai sognato di rifiutarla solo perché la tapina non era più illibata sessualmente, giusto per capirci.
I predicatori, però, suggeriscono di andare sempre molto cauti quando si prende in considerazione l’idea di sposare una vedova. Per una ragione molto semplice: la poveretta porta con sé un bagaglio emotivo che potrebbe essere difficile da gestire. Ella è già stata padrona di casa, ella è già stata moglie ; ella, forse, addirittura è già stata madre (e Dio non voglia che i suoi figlioletti rifiutino di vedere in te il nuovo capofamiglia!). A differenza della vedova, che arriva alle seconde nozze forte di abitudini già consolidate – tutti elementi di potenziale tensione nella quotidianità d’un matrimonio – la ragazza “alla sua prima storia” si getta nelle braccia dello sposo come una tabula rasa, sulla quale sarà più agevole scrivere assieme la propria storia famigliare.

5) Prega, prega, (e non pretendere l’impossibile).

Non è facile creare (e mandare avanti) un buon matrimonio. Anzi è difficile, difficilissimo: anzi, è proprio impossibile, se si pensa di poterlo fare con le sole forze umane!
Proprio per questo, secondo Peraldo, la principale occupazione di colui che sta cercando moglie dovrebbe essere pregare, in maniera non dissimile da chi, in noviziato, cerca di discernere la sua vocazione: pregare, implorare lo Spirito per un’illuminazione, e solo dietro assistenza divina scegliere la propria metà.
Che, si badi bene, non sarà mai perfetta, perché la perfezione non è di questo mondo. Il domenicano inglese Giovanni Bromyard è molto esplicito su questo punto: feconda o sterile, bella o brutta, la moglie è comunque, e inevitabilmente, fonte di problemi, prima o poi. Il partner perfetto non esiste, così come non esiste affatto il Matrimonio Perfetto.
Esiste semmai il Matrimonio Meno Imperfetto Possibile… ed è su quello che tocca lavorare, per farlo funzionare al meglio.

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“A Medieval Couple at their Wedding Feast”, Mary Evans Picture Library

La trasfusione di sangue di Papa Innocenzo VIII

Si ha un bel dire che chi crede alla vita eterna non deve aver paura di affrontare la morte. In linea teorica, tutti d’accordo; quando però ti trovi davanti un medico che ti dà non più di tot. mesi di vita… ehm. Immagino che, in quel frangente, la vita in questa valle di lacrime cominci tutto sommato a non sembrarti poi così male.
Proprio per questo non fatico a comprendere l’umana reazione di Papa Innocenzo VIII di fronte a una prognosi di morte certa: così drammatica nei suoi esiti; così spontanea nella sua semplicità.

ipapierz-innocenty-viiiNato da una illustre famiglia genovese, Gian Battista Cybo sale al soglio pontificio il 29 agosto 1484. I maligni dicono che i cardinali elettori abbiano deciso di puntare su di lui per uscire da una situazione di stallo che stava spaccando in due il conclave, incapace di esprimere una preferenza tra due papabili. E così, come nel proverbio, tra i due litiganti ha goduto il terzo: e cioè, appunto, il nostro amico Gian Battista, selezionato col criterio di mandare al soglio di Pietro un cardinale malconcio, che… togliesse il disturbo quanto prima. Gian Battista Cybo, all’epoca del conclave, era poco più che cinquantenne: non anziano, dunque, ma notoriamente cagionevole (e, oltretutto, debole anche nello spirito. Un suo contemporaneo lo definì un uomo adatto più ad essere consigliato che a comandare).

Sennonché, con buona pace dei cardinali elettori, papa Innocenzo VIII non fu così rapido a morire. Vittima di violentissimi attacchi febbrili, causati forse da una malaria recidivante, il papa genovese fu dato per spacciato già a pochi mesi dalla sua elezione… ma, in realtà, tirò avanti per otto anni, medicalizzato da un vasto stuolo di archiatri pontifici che si alternavano attorno al suo letto. Sorpresa delle sorprese, alcuni di essi non erano nemmeno di religione cattolica: nel disperato tentativo di trovare una cura, Innocenzo VIII “osò” ciò che per altri papi sarebbe stato un tabù, e cioè mettersi nelle mani di medici di religione ebraica. “Egli era convinto”, spiega Bucardo, cronista di curia, “che la grande malvagità degli Ebrei conferisse loro la chiave d’una arcana sapienza che i medici Cristiani non possedevano”.

Sarà un caso? O sarà forse che – come osservarono i contemporanei – solo un medico giudeo avrebbe ardito usare il papa come cavia umana per una terapia sperimentale mai provata fino ad allora?
In ogni caso, un medico giudeo osò. E, di fronte a un improvviso aggravarsi di papa Innocenzo VIII, tentò il tutto e per tutto con un’operazione folle e disperatissima.

Inizia qui una delle pagine più affascinanti per gli appassionati di Storia della Medicina, e, francamente, più disturbanti per il cattolico che si diletta di Storia. Sì: perché nell’aprile 1492 ebbe luogo, nei palazzi pontifici, quella che è forse la prima trasfusione di sangue di cui la Storia abbia una memoria.

“La prima trasfusione di sangue della Storia”, oh wow: c’è di che mandare in solluchero i cultori della scienza medica!
Sennonché, io provo sempre un vago senso di disagio quando penso all’episodio che sto per descrivervi… perché sì, ok, evviva la sperimentazione, ma se le trasfusioni di sangue non erano mai state tentate fino ad allora, una ragione c’era. Erano dannatamente pericolose.   

Tralasciando quel trascurabile dettaglio dei gruppi sanguigni e della non compatibilità tra gruppi diversi (conoscenze, ovviamente, non note a quell’epoca), il vagheggiamento di poter prendere del sangue da corpi giovani e sani e infonderne l’energia vitale in corpi decrepiti prossimi alla morte aveva affascinato generazioni di scienzati. Nel trattato De medicina, il medico romano Celso sosteneva persino di aver visto uomini malati riguadagnare improvvisamente la salute dopo aver bevuto (?!) il sangue di gladiatori uccisi.
Eppure eppure eppure, si trattava d’una cura incredibilmente pericolosa, e dagli esiti drammaticamente incerti. Ben lungi dal potersi affidare a volenterosi donatori di sangue iscritti all’AVIS, gli archiatri pontifici dovettero andarli a cercare tra i più poveri vicoli romani, tre ragazzini che fossero disposti a donare il loro sangue al vicario di Cristo in terra. E neppure una generica promessa di onori e riconoscenza dovette essere sufficiente a convincere quei giovani disperati: il papa dovette promettere loro un ducato a testa (cifra niente affatto trascurabile, per quell’epoca), pur di farli acconsentire.

Con crudo realismo, il Bucardo descrive in questi termini il disperato intervento medico:

Il dottore disse che era pronto a cominciare. Si inginocchiò, e così entrò nella camera da letto del papa; quindi, con mano tremante, salassò il pontefice.
Il primo dei tre giovani fu fatto entrare, e, con diretto trasferimento, il sangue passò da lui al papa.
La stanza puzzava per l’odore del sangue, che colava sulle coperte e giù dallo scendiletto fino sul pavimento. Venne poi chiamato il secondo giovane, e infine il terzo: ben presto, tutti e tre giacevano morti nell’anticamera. Dalle loro mani rattrappite fu ripreso il denaro.

Cosa determinò la morte dei tre sfortunati donatori? Forse un dissanguamento, forse una bolla d’aria introdottasi nelle vene; forse – come non mancarono di suggerire, ovviamente, i contemporanei – un preciso intento omicida del medico ebreo, che infatti fuggì da Roma dopo i suoi tentativi non andati a buon fine. Alcuni storici si spingono addirittura a dare un nome a questo archiatra (sarebbe un certo Abraham Myere de Balmes), altri vanno nella direzione radicalmente opposta ipotizzando che questa intera vicenda sia null’altro che una leggenda nera di matrice antisemita (o antipapista): le cronache di questa emotrasfusione sono sì numerosissime, ma nessuna è di prima mano, scritta cioè da un testimone oculare.

Sarà quel che sarà: in ogni caso, il disperato tentativo non andò a buon fine. Papa Innocenzo VIII cessò di vivere il 25 aprile 1492. Aveva sessant’anni.

InnocenzoVIII Trasfusione di sangue

“E infatti, è roscio”: storia di Giuda e dei suoi capelli rossi

Uno dei pochi passi del Vangelo in cui si parla dell’Iscariota ce lo siamo sentiti leggere stamattina; eppure, non mi risulta nel corso della Passio ci vengano forniti dettagli sull’hairstyle di Giuda al momento del fattaccio. E questo è un dettaglio indubitabilmente curioso, giacché l’intera comunità cristiana sembrerebbe aver trovato consenso unanime su un punto fermo: Giuda Iscariota aveva i capelli rossi.
Sul serio, eh: provate a fare mente locale. Dalle più antiche miniature medievali, su su attraverso i dipinti di Giotto e dei grandi artisti del Rinascimento, fino ad arrivare a opere decisamente moderne, Giuda Iscariota ha quasi sempre i capelli rossi.
E vien da chiedersi, davvero, da dove nasca una credenza così radicata – radicata ma senza radici, se mi permettete il gioco di parole. Non solo i quattro Vangeli canonici non forniscono dettagli sulla capigliatura dell’apostolo traditore, ma neppure andando a spulciare i Vangeli apocrifi riuscireste a trovare un singolo versetto contenente una descrizione fisica dell’Iscariota.
E allora?!

E allora ci viene in aiuto l’eccellente Michel Pastoureau, che alla valenza simbolica del colore rosso nel corso della Storia ha dedicato un intero libro: Rosso. Storia di un colore, edito in Italia da Ponte alle Grazie.
Secondo le indagini di Pastoureau, Giuda comincia a sfoggiare una capigliatura vistosamente fulva attorno alla metà del IX secolo, negli scriptoria monastici della zona renana. Da lì in poi, gradualmente, la moda iconografica si espande: prima nelle miniature, poi nelle altre arti figurative. Entro il XIII secolo, sarà praticamente impossibile trovare una rappresentazione di Giuda in cui l’Iscariota non sfoggi una fantastica capigliatura fulva, spesso accompagnata da barbetta dello stesso colore.

Copia Cenacolo Giacomo Raffaelli
Giacomo Raffaelli, Copia del Cenacolo (Chiesa dei Minoriti, Vienna)

Perché?

Beh: in primo luogo, per una banale esigenza artistica. Fin da quando i pittori hanno cominciato a dipingere scene della Passione, si sono trovati in imbarazzo a dover gestire quel pasticciaccio dell’Ultima Cena: tredici persone sedute allo stesso tavolo, e bisogno assoluto di rendere immediatamente identificabili i due attori principali dell’evento. Nei primi dieci secoli di arte cristiana, i poveri artisti si son dannati cercando di rendere riconoscibile Giuda Iscariota attraverso tutta una serie di tratti distintivi: bassetto, furtivo, peloso, dallo sguardo malevolo, l’apostolo traditore è stato dipinto un po’ in tutte le salse, a seconda dell’estro del singolo pittore.
Avere a disposizione un’iconografia unica e universalmente riconosciuta faceva sicuramente comodo a tutti quanti. E così fu.

Giuda Cappella Scrovegni
Il Giuda della Cappella degli Scrovegni

Però torniamo alla domanda di prima: ok, ma perché proprio i capelli rossi?

Quello dei capelli fulvi è un mistero misterioso, perché tantissime culture tendono ad attribuire significati negativi ai pel-di-carota. Riduttivamente, tanti danno la colpa all’influsso della Chiesa Cristiana: “e te credo che il rosso è visto male: è il colore del diavolo…”.
A parte il fatto che il diavolo, semmai, nasce di colore nero, e diventa rosso solo a posteriori proprio perché il rosso è il colore del Male. Ma a parte questo, i pregiudizi negativi sulla gente dai capelli rossi nascono molto prima del Cristianesimo: nell’Antico Egitto, Set, il dio del Male, era rosso di capelli, così come roscio, per i Greci, era Tifone, nemico giurato di Zeus. Nella Roma imperiale, definire “rufus” un individuo equivaleva a insultarlo, e i capelli rossi sulla maschera degli attori stavano a identificare un personaggio qualificabile come buffone.
Verrebbe da pensare che questo pregiudizio fosse assente almeno nel Nord Europa, laddove la percentuale di rossi tra la popolazione è molto più alta che altrove. E invece no: sono rosse di capelli le divinità più violente ed aggressive, così come è fulvo Loki, il padre di tutti i demoni.

‘nsomma: per ragioni misteriose, i rosci vengono guardati con sospetto più o meno da ogni cultura, e più o meno in ogni periodo storico. Erede delle credenze germaniche e greco-romane, il medioevo cristiano non poteva essere da meno: ed ecco il Traditore per eccellenza beccarsi quell’attributo iconografico che da sempre stava ad indicare la Malvagità Incarnata.

Ultima Cena Carl Bloch
Un rosso Giuda nella moderna “Ultima Cena” di Carlo Bloch

Il roscio Iscariota, peraltro, è in buona compagnia – si fa per dire.
Nell’immaginario medievale, sono rossi di capelli anche Gano, il traditore geloso della Chanson de Roland, e il crudele Mordred, figlio incestuoso di re Artù pronto, per avidità, a tradire suo padre. Per non parlare poi di una vasta serie di individui poco raccomandabili (lenoni, prostitute, usurai, falsari, pirati sacareni, adulteri, menzogneri), che – nei proverbi, nelle opere didattiche, nei romanzi cavallereschi – hanno sempre, e immancabilmente, una capigliatura che farebbe invidia al Malpelo. Per la sensibilità medievale, è così radicata la credenza sulla malvagità degli individui dai capelli rossi che, in quei secoli, circola in Germania una falsa etimologia per cui il soprannome “Iscariota” deriverebbe dal tedesco “er ist gar rot”: “e infatti è rosso”.

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Il Giuda di Joos van Cleve

Ma perché tutto questo sospetto nei confronti degli individui dai capelli rossi? Lo storico fatica a darsi una risposta, tantopiù che la valenza negativa delle capigliature fulve è, come dicevo, presente anche in culture come quella celtica e scandinava (!) in cui i rosci costituiscono una bella fetta della popolazione.

Alcuni antropologi sospettano che, dietro a questo pregiudizio, possa esservi una diffidenza ancestrale verso quella che – con buona pace dei rossi naturali in ascolto – è, effettivamente, una mutazione genetica. La colorazione rossastra dei capelli è data una variante nella regione MC1R nel cromosoma 16: non chiedetemi dettagli perché non sono in grado di fornirne, ma mi sembrerebbe di capire che i rossi siano in realtà dei castani “venuti male”, a causa di un’alterazione genetica senz’altro innocua… ma che potrebbe aver spaventato mica poco i nostri progenitori.
Pensate un po’ alla vostra reazione se, a causa di una mutazione genetica, vi nascesse un figlio coi capelli verdi. Brr!

Secondo altri ricercatori, la generalizzata diffidenza verso i capelli fulvi è dovuta ai singoli individui che per primi sono arrivati in Europa con capigliature di questo tipo. Si ipotizza che i Vichinghi fossero prevalentemente rossi di capelli (e infatti, ancor oggi, la maggior concentrazione di pel-di-carota si ha in territori in cui i norreni si sono insediati: Isole britanniche e penisola scandinava). Non so se avete mai guardato qualche puntata dell’(ottima) serie Vikings, ma se questi barbari invasori dediti alle razzie sono stati il “biglietto da visita” per i capelli rossi in Europa… beh: diciamo che per le popolazioni autoctone potrebbe non esser stato amore a prima vista.

C’è poi un altro possibile fattore: e cioè, che i capelli di colore fulvo vanno quasi sempre di pari passo con una pelle molto chiara, macchiettata di lentiggini.
Ora: io, le lentiggini, le trovo deliziose, ma non dello stesso avviso dovevano essere i miei antenati, per i quali le malattie della pelle erano un problema endemico, diffuso, grave e, per di più, potenzialmente contagioso. Per l’uomo medievale, le macchie sul corpo umano sono per definizione impure e degradanti – se non altro perché la gente, di norma, non ha vistose macchie in faccia, e, di norma, se al mattino ti guardi allo specchio e ti scopri puntinato, minimo minimo ti prendi un colpo pensando a una brutta malattia esantematica.
In un certo senso, un visetto lentigginoso incorniciato dai capelli rossi doveva sembrare, agli occhi dei nostri antenati, la faccia di uno “che è già nato malato”, se capite cosa intendo. Un reietto per natura o qualcosa di molto simile. E a questa dimensione di impurità cagionevole si aggiungeva, per buon conto, anche un’inquietante componente di animalità: i fulvi hanno un pelo che ricorda quello degli animali; per di più, vanno in giro maculati come le belve feroci della savana. Non soltanto falsi e viziosi come la volpe, ma anche feroci e sanguinari come il leopardo!

E insomma: fatte queste premesse, non c’è da stupirsi che il perfido Giuda assuma – simbolicamente – una capigliatura di colore fulvo, nell’iconografia medievale e oltre.
È come se il suo stesso corpo si presentasse al mondo macchiato di quel divino sangue che per sua mano è stato versato. È come se sul suo viso già si riverberassero la fiamme dell’Inferno a cui il Traditore era destinato.

Bacio di Giuda
Il bacio di Giuda in Ary Scheffer

 

Per questo specifico San Valentino, chiedi in regalo una perla

Tra i miei più cari ricordi d’infanzia vi sono i sabato pomeriggio a casa di mia nonna. Si stava molto bene, con lei. Mi raccontava le vite dei santi e le più terrificanti leggende alpine; mi faceva sfogliare vecchie cartoline postali con le principessine di Casa Savoia descrivendomi com’era la vita a quei tempi… e, tra le altre cose, faceva anche questo: mi insegnava a prendermi cura delle perle.
Aveva una collana di perle, mia nonna; amatissimo ricordo di un marito che l’era stato tanto caro, e che il destino le aveva portato via effettivamente un po’ troppo presto.
Ebbene: di questa collana di perle, mia nonna si occupava con religiosa cura. Mi direte probabilmente che era ‘na fissata, e invece no: i suoi accorgimenti per “tenere in vita” il gioiello sono di quelle cose di vita pratica che una volta le ragazze imparavano come nozioni di economia domestica. Erano i tempi in cui si aveva meno, e a tutto si dava più valore; erano i tempi in cui nessuno si sognava di comprare acciaio come fosse argento solo per il gusto di sfoggiare un marchio, e la gente dava il giusto peso e le giuste cure a quanto di prezioso aveva avuto in sorte di possedere.

Ebbene: come mia nonna sarebbe stata tanto lieta di insegnarvi, le perle, come piccole creature viventi e capricciose, hanno una vasta serie di desiderata su come amano essere trattate.
Gradiscono essere indossate spesso, altrimenti immalinconiscono: sembrerebbe una credenza popolare ma non lo è. In effetti, le perle beneficiano del contatto periodico con la pelle umana, venendo “ingrassate” e nutrite dalla naturale “untosità” della nostra pelle. Abbandonate a se stesse in un portagioie, finiscono paradossalmente col rovinarsi prima.
Sono egocentriche e dunque vogliono essere indossate come ultima cosa, a mo’ di ciliegina sulla torta per completare l’outfit. In effetti, troppo alto è il rischio di graffiarle accidentalmente con la zip degli abiti, o di sporcarle con prodotti per il trucco o spruzzate di profumo che potrebbero rovinarle, con la loro acidità.
Sono gioielli con la puzza sotto al naso che non vogliono mescolarsi alla plebaglia di oro e di diamanti. Vanno conservate a parte in un sacchettino morbido, le viziate, per evitare che le gemme squadrate e il duro metallo degli altri gioielli rischi di rigarne la superficie, tutto sommato morbida.

Insomma, avere una perla in casa è una bella gatta da pelare. Non basta scartare il pacchetto a San Valentino e dire “evvai, mi hanno regalato il brillozzo, adesso sto a posto e me lo godo!”. No, col cavolo: il pacchetto regalo del premuroso innamorato è sì una conquista, ma anche un punto di partenza: la perla è un gioiello ad alto mantenimento, e, per conservarla viva come il primo giorno, devi prestarci un sacco di pazienti attenzioni quotidiane.

Forse anche per questo mi pare così efficace quel meraviglioso parallelismo che si legge spesso sui testi medievali, e che vede la perla utilizzata come simbolo di quanto più prezioso possiamo avere e possiamo vantare come nostro ornamento. E cioè, la fede in Gesù nostro Signore.

Woman with a pearl necklace
Fredrik Westin, “Woman with pearl necklace”

Il primo a lanciare questo trend è stato il Fisiologo, un’opera “naturalistica” redatta tra il II e il IV secolo da un anonimo autore, probabilmente ad Alessandria d’Egitto.
Quel “naturalistica” l’ho messo tra virgolette perché ci va già un bel coraggio ad appioppare al Fisiologo questo aggettivo. Al di là della patina da libro di botanica, in realtà, il trattato è, dichiaratamente, un’opera allegorica e moralizzante. Descrivendo in chiave simbolica animali, piante e pietre preziose, il testo vuole trasmette al lettore contenuti morali, catechetici, vagamente gnosticheggianti.

Ebbene, secondo il Fisiologo, la perla si genera all’interno della conchiglia in questo modo: alle prime ore del mattino, l’ostrica emerge dalle acque del mare e con delicatezza schiude le valve della sua conchiglia per nutrirsi della rugiada che scende dal cielo ai primi chiari dell’alba. Questa rugiada, illuminata dai più puri raggi solari, genera all’interno dell’ostrica la perla, che, nutrita dalla luce degli astri, cresce di giorno in giorno, fino a diventare lo splendido prezioso che tutti conosciamo.

Quando i cercatori di perle si imbarcano per la loro pesca, individuano le ostriche utilizzando una tecnica del tutto singolare. Alla lenza di una canna da pesca attaccano non un misero vermone come esca per i pesci, ma bensì una pietra d’agata. L’agata ha – secondo la fantasiosa ricostruzione del Fisiologo  – la proprietà di essere attratta dalle perle quasi fosse il polo di una calamita. Quando sentono la lenza tirare, ecco che i “pescatori di perle” sanno che la loro “preda” è vicina. Spogliati di tutte le loro vesti, si tuffano in mare, e, sfidando i flutti, scendono sempre più in profondità, fino a guadagnarsi il tesoretto che giace tra i fondali.

E a questo punto, il Fisiologo comincia a svelare al lettore la simbologia nascosta entro questo fatto di natura. Il mare è paragonabile alla nostra vita in questo modo. Chi vuole guadagnarsi il “tesoro nascosto” di cui parla il Vangelo deve avere il coraggio di spogliarsi di tutto ciò che è superfluo e di andare sempre più a fondo nella propria vita terrena, fino a raggiungerne l’essenza. L’agata usata dal pescatore, secondo l’allegoria, è paragonabile a Giovan Battista e a tutti coloro i quali, con il loro annuncio, sono capaci di indirizzarci al Cristo, vera “perla spirituale”. Chi saprà seguire e far fruttare queste indicazioni avrà senz’altro la chance di fare suo il tesoro prezioso che tutti bramano. Attraverso il Vecchio e il Nuovo Testamento, che custodiscono la fede cristiana come le valve dell’ostrica una perla, ecco, lì sta, bellissima e raggiante, la nostra Salvezza.

A onor del vero, non è che questa interpretazione di Cristo come vera perla sia stata accettata unanimente, così, a cuor leggero. Il Fisiologo – composto, come vi dicevo, da un autore con tendenze gnostiche – fu a lungo guardato con sospetto, tacciato di potenziale eresia. La sua diffusione, in ogni caso, fu capillare nonostante tutto, e anche la sua fortuna fu destinata a durare nei secoli.

E che vi devo dire?
Gnostica o no, questa interpretazione a me piace veramente un sacco.

Il Signore è vicino, e questo è il momento propizio per cercarlo.
Che ognuno di noi possa oggi iniziare il suo cammino per cercare in profondità quella perla preziosa che è il Regno dei Cieli.
Non sarà facile e dovremo privarci di molte cose per trovarlo… ma alla fine, quando stringeremo quel tesoro nelle nostre mani, non potremo che concordare: ne è davvero valsa la pena.

The sea has its pearls
William Henry Margetson, “The sea hath its pearls”

Ma che fine facevano i neonati abbandonati nella ruota degli esposti?

Uno sente parlare di “ruota degli esposti” e giustamente avverte un brivido freddo lungo la schiena – perché, ok, meglio abbandonare il figlio che farlo uccidere da una mammana, ma poi il retropensiero è sempre quello: “forse forse sarebbe più desiderabile la morte, rispetto all’essere un trovatello nel Medio Evo”.

Ma sarà proprio così?
Cosa succedeva, concretamente, a un bimbo non voluto, dal momento in cui la sua mamma lo abbandonava al suo destino?
Una di quelle domande a cui sembrerebbe difficile dare una risposta… ma invece no. In questo caso, la buona sorte è dalla nostra parte: gli archivi conventuali e ospedalieri sono in grado di fornirci informazioni abbondanti (e sorprendenti!) sul destino di questi poveri trovatelli…

Ruota esposti 2

Facciamo un passo indietro, e cominciamo con una breve lezione di Storia.

La “ruota degli esposti” nasce in Francia sul finire del XII secolo; secondo la tradizione, papa Innocenzo III ne istituisce una nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia, alle porte del Vaticano, poiché turbato da incubi ricorrenti in cui sognava cadaveri di neonati che galleggiavano sul Tevere.

Da lì, la ruota degli esposti si diffonde a macchia d’olio in tutta l’Europa continentale. A partire della metà del ‘400 non esisteva in Italia un singolo ospedale che non destinasse alla gestione dei trovatelli una parte significativa delle sue risorse. Proprio in quel periodo, peraltro (e cioè, tra fine ‘400 e inizio ‘500) la ruota degli esposti vive il suo periodo di massimo splendore, complice anche una crisi economica globale che rendeva particolarmente arduo mantenere famiglie numerose.

Ecco dunque aumentare il numero di trovatelli, ed ecco dunque l’assistenza pubblica organizzarsi per gestire al meglio il problema.
E quanto in un ente pubblico ci si organizza bene, succedono tante belle cose – ad esempio, si producono un sacco di scartoffie, per l’esasperazione dei contemporanei e per il godimento degli archivisti posteri.
Proprio grazie a queste carte possiamo farci un’idea abbastanza precisa di come dovesse svolgersi la vita di un trovatello medievale che veniva abbandonato in una ruota degli esposti verso la fine del Medioevo.

Ruota esposti 3

Il trovatello, innanzi tutto, poteva vivere o morire.
In un’epoca storica in cui il tasso di mortalità era altissimo tra gli infanti, un neonato con poche ore di vita, che alla ruota degli esposti magari ci arrivava già malandato e denutrito, aveva delle buone chance di ammalarsi gravemente.
Ma se riusciva a superare il periodo critico dei primi giorni, ecco che cominciava quello che noi definiremmo “l’iter di adozione”, con il trasferimento del bebè in una struttura appropriata.

A Milano, sotto il coordinamento dell’Ospedale Maggiore, i trovatelli erano “smistati” in due centri specializzati. L’ospedale del Brolo (presso l’attuale chiesa di Santo Stefano) aveva una nursery dedicata ai cosiddetti “figli del latte”, cioè i neonati che erano appena stati recuperati da una ruota degli esposti e attendevano collocazione.
Un poppante – si sa – ha bisogno di bere latte, e nel Medioevo – si sa anche questo – non esisteva il latte artificiale. C’era dunque l’urgentissima necessità di mettere a balia questi bambini presso famiglie in cui la madre fosse disposta a fare da nutrice.

Letta così, sembrerebbe una mission impossible: vi stupirà invece sapere che le famiglie facevano la ressa per poter prendere in custodia un bambino.
In primo luogo, lo Stato stanziava una piccola somma di denaro a titolo di rimborso spese per la balia e per la sua famiglia. Non che ci si arricchisse a crescere i trovatelli… ma calcolando che il latte materno è gratis, e che una donna medievale passava molti anni della sua vita nelle condizioni di poter allattare, accogliere nella propria casa un bambino abbandonato era pur sempre un modo di arrotondare facendo un’opera di bene.

Tra la balia e l’ospedale veniva stipulato un vero e proprio contratto, in cui la famiglia “affidataria” si impegnava a trattare bene il neonato, a crescerlo coscienziosamente, a fare tutto il possibile per conservarne la salute. A partire dal 1477, un regolamento interno dell’Ospedale Maggiore di Milano stabiliva che le balie dovessero necessariamente risiedere entro 12 miglia dalla città, e ciò per permettere frequenti visite di controllo da parte di quelle che oggi definiremmo “assistenti sociali”.
Insomma, una vasta macchina burocratica si metteva in modo per garantire che il bambino fosse cresciuto in un ambiente il più sano possibile. E vi stupirà: parrebbe che, in molti casi, questi neonati dati a balia fossero trattati fin troppo bene – nel senso che, in certi casi, le madri biologiche contattavano la nutrice per seguire la crescita del figlio, o addirittura per consegnargli doni di valore o somme di denaro. Una eventualità chiaramente avversata dall’assistenza pubblica (se sei in grado di mantenere un figlio illegittimo, allora cercagli tu una collocazione consona e non gravare sull’erario)… ma tant’è: e anche questo dettaglio la dice lunga.

In base alla disponibilità della famiglia affidataria, i neonati potevano restare nella casa della nutrice  per un lasso di tempo compreso tra i due e i quattro anni. Alla scadenza del contratto di affido, i bambini ritornavano in una struttura assistenziale – e, per la precisione, nell’Ospedale di S. Celso (presso l’omonima chiesa), dedicato all’accoglienza dei cosiddetti “figli del pane” (e cioè, i bambini ormai grandicelli e già svezzati).

Che succedeva a quel punto?
Beh, l’ospedale cominciava a cercare una famiglia adottiva – e lo faceva con una certa frenesia, anche per “sbarazzarsi” di quello che, tutto sommato, a quel punto era solamente un costo.

I bambini che non riuscivano ad essere collocati venivano ospitati all’interno di una struttura ospedaliera fino al raggiungimento della maggiore età. In teoria, l’ospedale avrebbe dovuto attivarsi per insegnare un mestiere agli orfanelli ricoverati e trovar loro un impiego al momento delle loro dimissioni. All’atto pratico, chi non trovava una famiglia adottiva tendeva ad abbandonare l’ospedale il più tardi possibile e a fare una vita da vagabondo (con un’unica possibilità di salvezza per le ragazze: rubare il cuore a un buon partito, disposto a sposarle anche senza dote).

Per contro, le buone notizie: molti bambini venivano effettivamente adottati!
L’Ospedale Maggiore di Milano conserva ancor oggi un preziosissimo libro delle “Consegne ai Trovatelli”, che tiene traccia di tutti i contratti di affido stipulati con le famiglie adottive a partire dall’anno 1472, e fino all’anno 1531.
I dati non ci permettono di stabilire quale fosse la percentuale di bambini che trovava effettivamente una casa, ma il libro delle Consegne testimonia senz’altro che l’ospedale non se ne stava con le mani in mano: nell’arco di trent’anni, i “servizi sociali” trovano una sistemazione per oltre 800 bambini (con una curiosa prevalenza di femmine su maschi – 489 contro 329).

Qual era la famiglia-adottiva-tipo?
Difficile rispondere a questa domanda, perché i trovatelli potevano essere adottati da gruppi familiari molto diversi.

Un confortante 40% degli orfani veniva adottato dalla nutrice che li aveva presi in custodia, senza nemmeno tornare in ospedale terminato il periodo di baliatico.
Il restante 60% andava incontro alle situazioni più disparate. C’era chi veniva adottato da coppie di sposi che non riuscivano ad avere figli propri, o c’era chi veniva adottato da mariti e mogli che avevano già figli biologici. C’era chi veniva preso in custodia da donne vedove senza figli, e c’era chi addirittura veniva adottato da una donna nubile. C’era chi finiva in nuclei familiari composti da fratello-sorella, padre-figlio, suocera-nuora, e ogni possibile altra combinazione che vi venga in testa. C’era chi aveva la ventura di essere affidato ad un convento, e c’era chi finiva nella casa di un artigiano che probabilmente desiderava, oltre a un figlio da amare, qualcuno a cui trasmettere l’attività commerciale.

In ogni caso, tutte le famiglie adottive si impegnavano per contratto ad “accipere in filium” il trovatello, con la promessa di “, vestire et calzare et instruere ad salutem anime et corporis”. Nel caso delle ragazze, i genitori si impegnavano anche a fornir loro una dote che veniva accuratamente specificata nel contratto, nonché ad attivarsi per trovar loro un buon marito entro il compimento dei 20-22 anni.
Insomma: una volta collocato in una famiglia, il trovatello poteva ragionevolmente sperare di andare incontro a un futuro dignitoso – con un’unica differenza, rispetto ai figli adottivi d’oggi: non necessariamente ereditava i soldi dei genitori. Solo in alcuni dei contratti troviamo clausole (evidentemente, facoltative) in base a cui il trovatello veniva nominato erede legittimo alla pari degli altri figli biologici dei genitori. Nella maggior parte dei casi, questo non succedeva… ma nulla, a parte questo dettaglio, lascia intendere che i figli adottivi vivessero in condizioni di particolare subalternità. In alcun modo erano ridotti a fare gli sguatteri di mammà, giusto per capirci.

Intervenendo al convegno La famiglia e la vita quotidiana in Europa dal ‘400 al ‘600 (Milano, 1-4 dicembre 1983), dai cui atti ho tratto queste statistiche, Giuliana Albini così commentava:

Ambienti sociali diversi, persone con possibilità economiche assai diversificate, aree urbane e suburbane, mondo rurale: tutta la società del tempo pare essere coinvolta, non solo dalla realtà dell’abbandono,

ma anche dalla possibilità (…molto più a portata di mano di quanto non lo sia oggi) di ottenere in adozione un bambino non proprio. Che, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, aveva buone chance di trovare nella famiglia adottiva una vera casa, un sincero affetto, e una concreta speranza di una vita migliore.

E anche queste son di quelle cose che, secondo me, generalmente non ti raccontano, a scuola, alle lezioni di Storia.

Papa Francesco e la Madonna dei mandarini

Al termine di un pomeriggio uggioso in cui cercavo ispirazione per un post che commemorasse l’avvio del mese mariano, è apparsa sulla mia home di Facebook una citazione di papa Francesco. Era tratta dal Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al XXVIII corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, e tenutosi il 17 marzo 2017. Ebbene: ai partecipanti del corso, il papa raccontava:

Sulla Madonna c’è una leggenda, una tradizione che mi hanno raccontato esiste nel Sud d’Italia: la Madonna dei mandarini.  È una terra dove ci sono tanti mandarini, non è vero? E dicono che sia la patrona dei ladri. Dicono che i ladri vanno a pregare là. E la leggenda – così raccontano – è che i ladri che pregano la Madonna dei mandarini, quando muoiono, c’è la fila davanti a Pietro che ha le chiavi, e apre e lascia passare uno, poi apre e lascia passare un altro; e la Madonna, quando vede uno di questi, gli fa segno di nascondersi; e poi, quando sono passati tutti, Pietro chiude e viene la notte e la Madonna dalla finestra lo chiama e lo fa entrare dalla finestra. È un racconto popolare, ma è tanto bello: perdonare con la Mamma accanto; perdonare con la Madre.

Alla citazione che mi è apparsa su Facebook, seguivano decine di commenti sconcertati: ma come gli passa in testa, al Papa, di dire che la Madonna è la patrona dei ladri?! C’erano pure un paio di meridionali indignati, con argomentazioni sulle linee di: ecco, ci mancava solo il Papa a rafforzare l’immagine del Sud Italia tutto mafia e mandolino.

Detrattori di papa Francesco, non lamentatevi ché vi è ancora andata bene: il Santo Padre avrebbe anche potuto raccontare la leggenda della Madonna ignuda, che, per far entrare i criminali in Paradiso, si leva il reggiseno davanti al Padreterno.
E, anche in quel caso, avrebbe avuto piena ragione.

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Ovviamente, capisco le perplessità.
‘sta Madonna dei mandarini che intralcia l’operato di San Pietro e poi fa entrare in Paradiso le peggio schiere di criminali, sta pesantemente antipatica pure a me.
Ciò non toglie che devozioni simili siano realmente esistite e, in una certa misura, esistano tutt’ora, come residuo di una religiosità popolare molto antica.
Che affonda le sue radici nel tardo Medioevo, per la precisione.

***

Noi moderni abbiamo la tendenza a immaginare il Paradiso come una combriccola di amici che vivono in armonia e beatitudine: c’è Dio onnipotente, c’è la Madonna, ci sono i santi, e ognuno vive in lieta concordia con i suoi “vicini di casa”.
Che San Peppino si metta a piantar grane al Padreterno, perché non è d’accordo col Suo operato e vuole assolutamente che Dio si emendi (!), è una visione che non esito a definire aliena dal nostro modo di intendere la Comunione dei Santi.

Che sia aliena a noi è una bella cosa, ma – tenetevi forte – San Peppino che pesta i piedi col Padreterno è stata una delle immagini più care a generazioni di fedeli. I quali non avrebbero minimamente esitato nel confermare: se San Peppino vuole far entrare in Paradiso un ladro suo amico, che San Pietro ha condannato all’Inferno, porca la miseria, Peppino riuscirà a spuntarla!

Non dico che fosse un bene, ma è la realtà dei fatti: quando un uomo medievale si trovava in difficoltà, molto raramente chiedeva aiuto a Dio. Cercava, più concretamente, il proverbiale santo a cui votarsi. Perché, si sa: “i santi ci capiscono meglio”, “sono stati uomini anche loro”, “hanno sofferto come noi”, “e poi quel santo io lo conosco, ho baciato la sua reliquia proprio io personalmente”.
In una certa religiosità popolare, Dio era percepito come un’entità distante, totalmente altra, potenzialmente pure cattiva (è sempre la classica domanda: “se Dio esiste, perché permette il male?”).

Il ragionamento ha pure una sua logica: se Dio ti manda il lutto, la pestilenza, la carestia, l’inondazione, cosa vuoi andare a lamentarti con Dio stesso per criticare le sue decisioni? Acclarato che Dio è sdegnato per i tuoi peccati (sennò non ti faceva morir di peste tutta la famiglia), non converrà forse affidarsi all’aiuto di un qualche intercessore, che magari parte col dente un po’ meno avvelenato?
Chiaro: è un modo molto ingenuo di vivere la fede. Ma ingenua era la vita religiosa del popolino, fino a qualche secolo (o decennio?) fa.

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Orbene: acclarato che Dio può anche essere impietoso (soprattutto quando è preso da santo sdegno per i nostri peccati) sarà bene affidarsi a un intercessore molto potente. I santi patroni sono ok, ma la più potente in assoluto è intuibilmente Maria Vergine, il cui ruolo salvifico era concepito, nel Medioevo, come solo di poco inferiore a quello di Cristo stesso.
E quando  dico “poco”, intendo proprio “poco”. Poco – poco – poco.
Nell’orizzonte mentale dei medievali, era assolutamente plausibile che un individuo, magari condannato all’Inferno da Dio Onnipotente (?), fosse poi salvato in corner per il solo fatto di esser… raccomandato dalla Madonna.

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Pedro Machuca, “Madonna delle Grazie”

Questa visione della Vergine coi superpoteri comincia ad affermarsi nella teologia mariana del XII e XIII secolo; verso la metà del XIV è definitivamente consacrata dallo Speculum humanae salvationis. In questo trattato, che avrà avuto grandissima fortuna, l’infinita misericordia di Maria viene paragonata a un continuo fiotto di latte che sgorga dal suo seno – una immagine che, credeteci o no, ha avuto enorme diffusione nelle arti figurative (!), suppergiù fino all’epoca della Controriforma.

Qui vi propongo uno tra gli esempi meno hard che sono riuscita a trovare, ma è davvero frequente vedere raffigurazioni in cui la Madonna allatta (!) peccatori (!) destinati alla dannazione eterna (!), oppure spruzza schizzi di latte sulle fiamme dell’Inferno per mitigare le sofferenze dei dannati.

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Anonimo, “San Francesco salva le anime dei peccatori”

E al di là dell’imbarazzo che ci prende nel vedere la Madonna in desabillè, uno potrebbe ancor più scandalizzarsi dicendo: wè bella, ma come ti permetti di alleviare le pene dei dannati, quando Dio Onnipotente, che sta sopra di te, ha legiferato che i dannati hanno da soffrire?
Ebbene, questo malcostume di romper le uova nel paniere al Padreterno era molto diffuso nel Paradiso medievale, giacché esistono anche rappresentazioni di altri santi (ad esempio San Francesco, in questo specifico caso) che si permettono di estrarre i dannati dalle fiamme dell’inferno facendo segno di attaccarsi a uno scapolare, un cingolo, un rosario…

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Ancor più frequente (ma non meno irriverente nei confronti dell’Onnipotente) è la rappresentazione della “Madonna del Mantello”. Anche nota come “Madonna della Mercede”, la raffigurazione mostra la Vergine Maria nell’atto di spalancare il suo mantello ed accogliervi, al di sotto, i fedeli inginocchiati. Molto carina e molto dolce l’immagine moderna dell’umanità inginocchiata ai piedi di Maria: ma cosa succedeva veramente al di sopra di quel mantello, quando il topos iconografico ha cominciato a svilupparsi?

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“Madonna della Misericordia” di Bartolomeo Caporali. Si noti Dio nell’atto di scagliare tre frecce sull’umanità, protetta dalle schiere dei Santi e dal manto della Vergine

Sopra al mantello di Maria succedeva la qualunque, e la cosa allarmante è che succedeva per mano di Dio Padre. Sono frequentissime (davvero! Frequentissime!) le raffigurazioni in cui l’Onnipotente sta per lanciare sull’umanità i suoi dardi e la Vergine pone il suo mantello a protezione degli uomini. E infatti, proprio contro quel mantello si infrangono, ad una ad una, tutte le frecce scagliate da un Dio adirato: i devoti di Maria sono così protetti da una vasta serie di catastrofi e di prove fisiche.
Nel celebre affresco della chiesa di San Gimignano, è addirittura il santo patrono (!) ad arrogarsi il diritto di pestare i piedi e dire a Dio: “gnò! Sul mio paese, la pestilenza non ce la mandi!”.

Concordo, è ridicolo, ma ne capisco anche il senso. In un mondo in cui sappiamo tutti che i mali esistono (e che Dio, per i suoi imperscrutabili disegni, ne consente la diffusione), non sarebbe confortante illudersi di avere un protettore extra che riuscirà davvero a garantirci l’incolumità?

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San Sebastiano protegge dalla pestilenza gli abitanti di San Gimignano

Confortante, non c’è dubbio… ma anche un tantinello ereticale, com’è evidente.
Già il messaggio sotteso non è dei più lineari. Ad aggravar le cose, le rappresentazioni grafiche della Madonna come corredentrice diventano anche alquanto imbarazzanti.

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Gesù e la Madonna intercedono a favore dell’umanità, nell’affresco della chiesa di S. Agostino a San Gimignano (dettaglio)

“Ma che mi rappresenta ‘sta Madonna seminuda che mi sventola il seno davanti agli occhi dell’Onnipotente??”, si chiedevano, comprensibilmente, i prelati che non avevano dimestichezza con questa rappresentazione, inorridendo davanti ad affreschi come quello – già citato – che troviamo a San Gimignano.
Vagliela a spiegare, a uno che non è pratico, la metafora della misericordia come un fiotto di latte fresco che esce dal seno della nostra Madre Misericordiosa. Vaglielo a spiegare, che in questo affresco non siamo di fronte a uno spogliarello, ma stiamo guardando Gesù Cristo e la Madonna che (l’uno indicando la ferita sul costato, l’altra scoprendosi il seno con cui ha nutrito l’Altissimo) sfruttano i “meriti” che hanno accumulato davanti a Dio per ottenere da lui una grazia.
Vaglielo a spiegare, di fronte a un dipinto così ambiguo.
E comunque non è detto che la spiegazione soddisfi l’esterrefatto osservatore – perché non è che puoi mettere Gesù e la Madonna proprio allo stesso piano; e non va neanche bene rappresentare Dio come un trio di schizofrenici che litigano tra di loro.

***

Con i dettami della Controriforma, queste visioni scompaiono (quantomeno a livello grafico).
La belligerante Regina dell’Universo con mantello da Superwoman lascia lo spazio a una pia Vergine tutta presa dalle sue attività domestiche di moglie e madre. Anche la raffigurazione dei santi viene tipizzata, mettendo da parte qualsiasi elemento che li possa far apparire “in concorrenza”, o peggio ancora “in lite”, col Padreterno.
Quant a Lui, comincia a mostrarsi un po’ più paterno, un po’ più gentile: un po’ meno giudice inflessibile, e un po’ più babbo affettuoso. Ché evidentemente ce n’era bisogno, se si era arrivati agli eccessi di cui sopra.

Ma Maria Superwoman non è mai scomparsa del tutto. Questa visione popolare della Madonna come corredentrice, che con la sua dolcezza materna può mitigare la rigidità del Padre assicurando la salvezza anche a relitti di galera, sopravvive ancora, di tanto in tanto, nella religiosità e nelle devozioni popolari.

E, a quanto pare, anche nelle piantagioni di mandarini che spadono il loro profumo nei campi assolati del Sud Italia.

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Il manto della Madonna (e il suo dolcissimo sguardo materno) in Bartolomeo Caporali: dettaglio

Le dieci strade per la santità (laicale)

Credo di avere buone ragioni per supporre che – se non altro per statistica – la maggior parte dei miei lettori sia composta da fedeli laici. Spero dunque di far cosa gradita nel fornire a questi miei lettori un utile vademecum circa le modalità più semplici con cui diventare santi, (pur) rimanendo nello stato laicale.

Dico “pur”, perché di nuovo mi affido alla cruda statistica: scorrendo le pagine del Martirologio Romano, potremmo notare che i laici costituiscono meno di un decimo di tutti i santi ricordati nel corso dell’anno liturgico. Peggio ancora va per le laiche di sesso femminile: sono appena la metà dei santi laici dotati di cromosoma Y.
Certo: queste percentuali sembrano destinate a cambiare rapidamente. Il concetto di “santità” ha subito nei secoli variazioni significative, ed è noto a tutti come la santità laicale abbia conosciuto una meravigliosa fioritura, in questi ultimi decenni.
Purtuttavia – dati alla mano – un laico che intenda percorrere la strada verso la santità si trova a camminare lungo un percorso relativamente poco battuto, ancora ricco di incognite. Potrebbe essere utile a tutti quanti, no?, un breve vademecum sui modi più popolari per giungere – da laici – alla gloria degli altari.

Il vademecum arriva a voi grazie a un vecchio numero di Rivista Liturgica (2/2004!) interamente dedicato a Santi e santità nel nuovo «Martyrologium Romanum». In particolar modo, ad ispirarmi è stato a un articolo di Valeria Trapani sulla Analisi delle tipologie emergenti guardando a La santità dei laici nel «Martyrologium Romanum».  L’articolo è serio; io lo rielaboro qui nel mio solito stile demenziale, per proporvi, in ordine decrescente, le tecniche più popolari per raggiungere la santità… laicale!

1. Rinuncia a tutto quanto
Mi rendo conto che è un po’ estremo, ma molti santi paiono aver pensato che, così facendo, “si andava sul sicuro”. Effettivamente – potrà stupire, ma è così – la stragrande maggioranza dei santi laici preseti sul martirologio è composta da coloro che, a vario titolo, noi definiremmo “eremiti”. Sì, insomma: gente che, dopo una vita spesso dissoluta e/o colma di agi e di ricchezze, decide di mollare tutto e di dedicarsi interamente a Dio, spesso chiudendosi in una ricercata solitudine che lo porta a separarsi dai suoi affetti… e, in generale, dal resto del mondo.
Che dite: scelta un po’ troppo hardcore? Beh: se vi sentite chiamati ad una vita più “attiva”, potreste sempre tentare la seconda via…

2. Mettiti in politica
Stupisce, vedere così tanti “politicanti” registrati nel martirologio? Ambeh, solo perché siete malpensanti: in realtà, i politici saliti alla gloria degli altari sono un gruppetto abbastanza consistente!
Evidentemente, bisogna chiarire un concetto: fino a qualche decennio fa, la classe politica era composta perlopiù da nobiluomini. Siccome i nobiluomini hanno un cappellano personale (a differenza del boscaiolo tanto buono e pio, che però muore nell’anonimato) è anche abbastanza comprensibile che il martirologio pulluli di santi che, nella vita, hanno fatto politica attiva. (Da un punto di vista numerico – tra i laici – i politicanti sono secondi solo agli eremiti!).
Eppure, a ben vedere, non è neanche così strano che un nobile, un feudatario, un potente signorotto locale, vengano guardati con particolare attenzione da Santa Madre Chiesa. È ovvio che un sovrano veramente santo cercherà in vario modo di “santificare” anche i suoi sudditi – e anche un politico locale (o un signorotto) potranno fare sapiente esercizio di virtù, utilizzando nel giusto modo il potere che è stato dato loro.

Mettersi in campo e lottare per la res publica e il bene comune non è, sotto sotto, una forma di… evangelizzazione?
A dar retta al martirologio, parrebbe proprio di sì!

3. Aspetta che schiatti la moglie
In maniera non molto confortante per noi signore, il terzo gruppo di santi laici in ordine di numero è composto da uomini sposati che, dopo aver vissuto una vita coniugale abbastanza nella norma, decidono – rimasti vedovi – di consacrare al prossimo quel che resta della loro vita.
E quindi, investono le loro ricchezze in opere di carità, aprono le porte dei loro palazzi ai bisognosi in cerca d’asilo… eccetera eccetera eccetera.

4. …oppure, cercatene una veramente, veramente in gamba
È raro trovare un laico che diventa santo grazie al fatto (e non “nonostante al fatto”) di essersi sposato. Per carità: di coniugi Beltrame-Quattrocchi ce ne sono più di un paio, ma diciamo che questo è un modello di santità laicale che ha cominciato ad essere compreso solo in anni molto recenti.
Nei secoli passati, tutt’al più, poteva capitare che il matrimonio venisse inteso come strada per la santità nella misura in cui tu, pio uomo, sposavi una pia donna che guardacaso era anche una ricca ereditiera. La felice combinazione di piitudine e ricchezza permetteva alla famiglia di compiere grandi opere di carità.

Di casi come questi, ce ne sono stati numerosi; per il resto, era invece abbastanza raro che le radici di una santità laicale venissero ricondotte al matrimonio in quanto tale.
Verebbe da dire che noi sposi del 2000 potremmo prenderci come buon proposito quello di invertire la tendenza…

5. Santifica il tuo lavoro
Che, messo così, sembra un concetto molto “opusdeiano”, ma non è che Escrivà si sia inventato niente di sconvolgentemente nuovo, parlando di lavoro come mezzo di santificazione.
Sul versante lavorativo, vale quanto ho appena scritto per la questione matrimoniale: ci sono sicuramente tanti laici di cui ci viene detto che si sono santificati nonostante le distrazioni provocate loro dal lavoro… ma ci sono anche significative eccezioni che ci dimostrano come (anche in epoche assai remote!) Santa Madre Chiesa potesse dare anche valenze molto positive, alla normale vita professionale di un laico.
I politici di cui si parlava al punto 2 si sono santificati – e questo evidente – nel pieno “esercizio delle loro funzioni”. Ma non sono gli unici ad aver vissuto il lavoro come un mezzo per avvicinarsi a Dio. Ad esempio, a inizio ‘200, il beato Pietro da Campi, che commerciava pettini per telai, era noto per l’onestà con cui gestiva la sua attività, esaminando scrupolosamente tutta la sua merce e gettando via, a costo di ingenti perdite, tutta quella che risultava non perfetta al 100%.
Per dire.
Anche questo è un tipo di santità laicale che comincia ad essere apprezzata (in modo numericamente significativo) solo in anni molto recenti: purtuttavia

6. Diventa sposa di Cristo
Esperite le cinque vie più battute che hanno condotto alla santità il maggior numero di laici maschi, esaminiamo ora i suggerimenti di Santa Madre Chiesa per quelle laiche del gentil sesso che sognano d’esser canonizzate.
Per loro, la strada più popolare è quella che parla di castità: consacra a Cristo tutta la tua vita, e diventa una santa vergine.
Anche senza farsi suora! Quello non è necessario (e comunque ti escluderebbe dal novero di “sante laiche”). No: anche restando per i fatti tuoi, in un normalissimo stato laicale, donati interamente a Cristo, e poi continua a farti la tua vita.

È curioso, perché, come notate, l’aspetto della castità non è mai stato determinante per il raggiungimento della santità, da parte di un laico di sesso maschile. I santi maschi sono casti se entrano in convento (e grazie tante), ma non esiste uno “zoccolo duro” di laici che, senza ragioni apparenti, continuano nella loro vita di sempre, dopo un segreto proposito di castità.
Di laiche donne invece sì: è pieno! E questa differenza così macroscopica è anche piuttosto singolare, se vogliamo.

7) Abbandonati alla sindrome della crocerossina
In realtà, a pensarci bene, non è nemmeno così poi così sorprendente, questa sovrabbondanza di laiche vergini all’interno del martirologio. Guardando alla santità laicale “in gonnella”, si nota che moltissime donne riescono a guadagnarsi un posto in Paradiso diventando… madri del loro prossimo, se mi passare il paragone.
Tutte quelle “operatrici della carità” che, nei secoli passati, e senza mai prendere il velo, si sono dedicate alla cura degli orfani, degli ammalati, dei poveri, degli scolaretti… non si sono forse “fatte madri” del loro prossimo?
In un certo senso, sì: hanno rinunciato all’avere una famiglia propria (e hanno persino rinunciato a una famiglia religiosa), per diventare educatrici e “madri” di tanti bambini che ne avevano bisogno.
Effettivamente, l’equazione è quasi perfetta: se ti trovi con una santa laica che si è distinta per le opere caritative, costei è – quasi sicuramente – vergine.
Se non è vergine, è sposata ma sterile. Donne già un po’ avanti con gli anni, supportate da un marito simpatizzante, che, accantonata ormai la speranza di avere figli propri, decidono di “adottare” come figli coloro che più ne hanno bisogno.
E del resto, ha pure senso: non ti lanci in certe imprese (e soprattutto non ti ci lanciavi nei secoli passati), se sei una madre di famiglia con figli tuoi a cui pensare.

8) Ammalati orrendamente
Fortunatamente per le aspiranti sante d’oggi, questo tipo di santità laicale al femminile sembra essere in rapido declino. Purtuttavia, per quanto riguarda le sante di epoche passate, il martirologio è pieno di poveracce disgraziate che salivano alla gloria degli altari grazie a un quadro clinico che sembra uscito da una puntata del dottor House. Piaghe sanguinolente, malattie paralizzanti, corpi squassati dal dolore e intere decadi trascorse a letto fornivano alle pie donne l’occasione giusta per santificarsi attraverso una serena accettazione della sofferenza.
Indubbiamente una lezione preziosa… però, facciamo le corna!

9) Sposa uno psicopatico
Aehm: onestamente, è non poco inquietante la quantità di buzzurri psicotici violenti e abusatori che incontriamo scorrendo le pagine del Martirologio. Pare che le sante laiche, oltre ad essere vittime della sindrome della crocerossina, abbiano questa inquietante tendenza a sposare il bad guy di turno (chissà se anche loro si illudono dicendo “ma io lo cambierò!”).
Per quanto capiti, in singoli casi isolati, che la vicinanza con una moglie santa porti alla conversione anche il peccatore più incallito, il Martirologio sembra suggerire invece che, nella maggior parte dei casi, non succede niente del genere. Ovverosia, il marito cattivo continua a picchiare sua moglie, abusare di lei fisicamente e psicologicamente, ostacolare la sua pratica cristiana, complicare la vita a lei… e pure ai figli.
Eppure, le sante laiche continuano eroicamente a salvaguardare il vincolo matrimoniale, restando fedeli al proprio marito nonostante tutte le sue intemperanze. Il messaggio non è – evidentemente – “prendi le botte e taci”; purtuttavia, la Chiesa considera ammirabile la perseveranza con cui, persino nelle situazioni più avverse, la moglie resta fedele (…talora a distanza di sicurezza…) all’uomo che, comunque, ha sposato per l’eternità.

(La cosa positiva è che, in ogni caso, questi buzzurri abusatori tendono a morire precocemente, lasciando alla santa laica alcuni anni di felice vedovanza durante i quali dedicarsi alla preghiera o alle opere di carità).

10) Prepara per la Chiesa i santi di domani
Last but not least (proprio nel senso che questa è una categoria abbastanza corposa!) ci sono le sante… madri di famiglia.
Spesso sono sante che hanno generato altri santi, e in quel caso vien da domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina – se, cioè, Santa Monica sia salita alla gloria degli altari perché Sant’Agostino l’ha “pubblicizzata”, o se sia semmai Agostino a rilucere di luce riflessa, nel senso che non sarebbe diventato santo se non per Santa Monica.
In ogni caso: che siano o meno madri di santi canonizzati, le sante che accomuniamo sotto l’appellativo di “mogli e madri” sono forse l’emblema più significativo di tutta la santità laicale. Donne impegnate in maniera totalizzante da compiti apparentemente molto umili… perché passare il Fissan sul sederino di tuo figlio non ha esattamente lo stesso appeal del farsi uccidere in odium fidei: fin qui siamo d’accordo?
Eppure, le sante madri riescono, in qualche modo, a conciliare le esigenze pressanti e “umili” della quotidiana vita domestica con le opere di evangelizzazione, di apostolato e di misericordia. Una parola qui, una catechesi là, una vita globalmente vissuta come esempio… e capita talvolta che raggiungano la gloria degli altari anche donne che, apparentemente, “non hanno fatto un bel niente”.
E invece, Dio solo sa quanto hanno fanno realmente!

Per concludere citando paro paro le parole dell’articolo che mi ha ispirato questo post,

è possibile […] risalire a un’idea globale di santità del fedele laico, che sembra fondarsi sulla capacità del santo di sfruttare a gloria di Dio proprio quegli elementi che sono costitutivi dell’identità laicale. […] È come se il Martirologio presentasse la santità laicale come una tipologia specifica, e cioè non come una derivazione e propagazione dai modelli della santità della vita religiosa o della ministerialità ordinata. […] È possibile definire i tratti distintivo della santità laicale secondo il Martyrologium come un evento che si nutre dei valori tipicamente laicali, quali la vita all’interno della famiglia e i talenti che questa esperienza lascia emergere. […] Sembra dunque che la chiave interpretativa dei numerosi casi di esperienza della santità laicale venga riposta nell’idea della famiglia come Chiesa domestica: da cui è originata la vita biologica […] per essere posta a servizio di Dio; in cui si fa esercizio delle virtù cristiane; e dalla quale, infine, ci si può allontanare, per riproporre una tale esperienza di Dio a tutti i fratelli.