Pillole di Storia

Ma che fine facevano i neonati abbandonati nella ruota degli esposti?

Uno sente parlare di “ruota degli esposti” e giustamente avverte un brivido freddo lungo la schiena – perché, ok, meglio abbandonare il figlio che farlo uccidere da una mammana, ma poi il retropensiero è sempre quello: “forse forse sarebbe più desiderabile la morte, rispetto all’essere un trovatello nel Medio Evo”.

Ma sarà proprio così?
Cosa succedeva, concretamente, a un bimbo non voluto, dal momento in cui la sua mamma lo abbandonava al suo destino?
Una di quelle domande a cui sembrerebbe difficile dare una risposta… ma invece no. In questo caso, la buona sorte è dalla nostra parte: gli archivi conventuali e ospedalieri sono in grado di fornirci informazioni abbondanti (e sorprendenti!) sul destino di questi poveri trovatelli…

Ruota esposti 2

Facciamo un passo indietro, e cominciamo con una breve lezione di Storia.

La “ruota degli esposti” nasce in Francia sul finire del XII secolo; secondo la tradizione, papa Innocenzo III ne istituisce una nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia, alle porte del Vaticano, poiché turbato da incubi ricorrenti in cui sognava cadaveri di neonati che galleggiavano sul Tevere.

Da lì, la ruota degli esposti si diffonde a macchia d’olio in tutta l’Europa continentale. A partire della metà del ‘400 non esisteva in Italia un singolo ospedale che non destinasse alla gestione dei trovatelli una parte significativa delle sue risorse. Proprio in quel periodo, peraltro (e cioè, tra fine ‘400 e inizio ‘500) la ruota degli esposti vive il suo periodo di massimo splendore, complice anche una crisi economica globale che rendeva particolarmente arduo mantenere famiglie numerose.

Ecco dunque aumentare il numero di trovatelli, ed ecco dunque l’assistenza pubblica organizzarsi per gestire al meglio il problema.
E quanto in un ente pubblico ci si organizza bene, succedono tante belle cose – ad esempio, si producono un sacco di scartoffie, per l’esasperazione dei contemporanei e per il godimento degli archivisti posteri.
Proprio grazie a queste carte possiamo farci un’idea abbastanza precisa di come dovesse svolgersi la vita di un trovatello medievale che veniva abbandonato in una ruota degli esposti verso la fine del Medioevo.

Ruota esposti 3

Il trovatello, innanzi tutto, poteva vivere o morire.
In un’epoca storica in cui il tasso di mortalità era altissimo tra gli infanti, un neonato con poche ore di vita, che alla ruota degli esposti magari ci arrivava già malandato e denutrito, aveva delle buone chance di ammalarsi gravemente.
Ma se riusciva a superare il periodo critico dei primi giorni, ecco che cominciava quello che noi definiremmo “l’iter di adozione”, con il trasferimento del bebè in una struttura appropriata.

A Milano, sotto il coordinamento dell’Ospedale Maggiore, i trovatelli erano “smistati” in due centri specializzati. L’ospedale del Brolo (presso l’attuale chiesa di Santo Stefano) aveva una nursery dedicata ai cosiddetti “figli del latte”, cioè i neonati che erano appena stati recuperati da una ruota degli esposti e attendevano collocazione.
Un poppante – si sa – ha bisogno di bere latte, e nel Medioevo – si sa anche questo – non esisteva il latte artificiale. C’era dunque l’urgentissima necessità di mettere a balia questi bambini presso famiglie in cui la madre fosse disposta a fare da nutrice.

Letta così, sembrerebbe una mission impossible: vi stupirà invece sapere che le famiglie facevano la ressa per poter prendere in custodia un bambino.
In primo luogo, lo Stato stanziava una piccola somma di denaro a titolo di rimborso spese per la balia e per la sua famiglia. Non che ci si arricchisse a crescere i trovatelli… ma calcolando che il latte materno è gratis, e che una donna medievale passava molti anni della sua vita nelle condizioni di poter allattare, accogliere nella propria casa un bambino abbandonato era pur sempre un modo di arrotondare facendo un’opera di bene.

Tra la balia e l’ospedale veniva stipulato un vero e proprio contratto, in cui la famiglia “affidataria” si impegnava a trattare bene il neonato, a crescerlo coscienziosamente, a fare tutto il possibile per conservarne la salute. A partire dal 1477, un regolamento interno dell’Ospedale Maggiore di Milano stabiliva che le balie dovessero necessariamente risiedere entro 12 miglia dalla città, e ciò per permettere frequenti visite di controllo da parte di quelle che oggi definiremmo “assistenti sociali”.
Insomma, una vasta macchina burocratica si metteva in modo per garantire che il bambino fosse cresciuto in un ambiente il più sano possibile. E vi stupirà: parrebbe che, in molti casi, questi neonati dati a balia fossero trattati fin troppo bene – nel senso che, in certi casi, le madri biologiche contattavano la nutrice per seguire la crescita del figlio, o addirittura per consegnargli doni di valore o somme di denaro. Una eventualità chiaramente avversata dall’assistenza pubblica (se sei in grado di mantenere un figlio illegittimo, allora cercagli tu una collocazione consona e non gravare sull’erario)… ma tant’è: e anche questo dettaglio la dice lunga.

In base alla disponibilità della famiglia affidataria, i neonati potevano restare nella casa della nutrice  per un lasso di tempo compreso tra i due e i quattro anni. Alla scadenza del contratto di affido, i bambini ritornavano in una struttura assistenziale – e, per la precisione, nell’Ospedale di S. Celso (presso l’omonima chiesa), dedicato all’accoglienza dei cosiddetti “figli del pane” (e cioè, i bambini ormai grandicelli e già svezzati).

Che succedeva a quel punto?
Beh, l’ospedale cominciava a cercare una famiglia adottiva – e lo faceva con una certa frenesia, anche per “sbarazzarsi” di quello che, tutto sommato, a quel punto era solamente un costo.

I bambini che non riuscivano ad essere collocati venivano ospitati all’interno di una struttura ospedaliera fino al raggiungimento della maggiore età. In teoria, l’ospedale avrebbe dovuto attivarsi per insegnare un mestiere agli orfanelli ricoverati e trovar loro un impiego al momento delle loro dimissioni. All’atto pratico, chi non trovava una famiglia adottiva tendeva ad abbandonare l’ospedale il più tardi possibile e a fare una vita da vagabondo (con un’unica possibilità di salvezza per le ragazze: rubare il cuore a un buon partito, disposto a sposarle anche senza dote).

Per contro, le buone notizie: molti bambini venivano effettivamente adottati!
L’Ospedale Maggiore di Milano conserva ancor oggi un preziosissimo libro delle “Consegne ai Trovatelli”, che tiene traccia di tutti i contratti di affido stipulati con le famiglie adottive a partire dall’anno 1472, e fino all’anno 1531.
I dati non ci permettono di stabilire quale fosse la percentuale di bambini che trovava effettivamente una casa, ma il libro delle Consegne testimonia senz’altro che l’ospedale non se ne stava con le mani in mano: nell’arco di trent’anni, i “servizi sociali” trovano una sistemazione per oltre 800 bambini (con una curiosa prevalenza di femmine su maschi – 489 contro 329).

Qual era la famiglia-adottiva-tipo?
Difficile rispondere a questa domanda, perché i trovatelli potevano essere adottati da gruppi familiari molto diversi.

Un confortante 40% degli orfani veniva adottato dalla nutrice che li aveva presi in custodia, senza nemmeno tornare in ospedale terminato il periodo di baliatico.
Il restante 60% andava incontro alle situazioni più disparate. C’era chi veniva adottato da coppie di sposi che non riuscivano ad avere figli propri, o c’era chi veniva adottato da mariti e mogli che avevano già figli biologici. C’era chi veniva preso in custodia da donne vedove senza figli, e c’era chi addirittura veniva adottato da una donna nubile. C’era chi finiva in nuclei familiari composti da fratello-sorella, padre-figlio, suocera-nuora, e ogni possibile altra combinazione che vi venga in testa. C’era chi aveva la ventura di essere affidato ad un convento, e c’era chi finiva nella casa di un artigiano che probabilmente desiderava, oltre a un figlio da amare, qualcuno a cui trasmettere l’attività commerciale.

In ogni caso, tutte le famiglie adottive si impegnavano per contratto ad “accipere in filium” il trovatello, con la promessa di “, vestire et calzare et instruere ad salutem anime et corporis”. Nel caso delle ragazze, i genitori si impegnavano anche a fornir loro una dote che veniva accuratamente specificata nel contratto, nonché ad attivarsi per trovar loro un buon marito entro il compimento dei 20-22 anni.
Insomma: una volta collocato in una famiglia, il trovatello poteva ragionevolmente sperare di andare incontro a un futuro dignitoso – con un’unica differenza, rispetto ai figli adottivi d’oggi: non necessariamente ereditava i soldi dei genitori. Solo in alcuni dei contratti troviamo clausole (evidentemente, facoltative) in base a cui il trovatello veniva nominato erede legittimo alla pari degli altri figli biologici dei genitori. Nella maggior parte dei casi, questo non succedeva… ma nulla, a parte questo dettaglio, lascia intendere che i figli adottivi vivessero in condizioni di particolare subalternità. In alcun modo erano ridotti a fare gli sguatteri di mammà, giusto per capirci.

Intervenendo al convegno La famiglia e la vita quotidiana in Europa dal ‘400 al ‘600 (Milano, 1-4 dicembre 1983), dai cui atti ho tratto queste statistiche, Giuliana Albini così commentava:

Ambienti sociali diversi, persone con possibilità economiche assai diversificate, aree urbane e suburbane, mondo rurale: tutta la società del tempo pare essere coinvolta, non solo dalla realtà dell’abbandono,

ma anche dalla possibilità (…molto più a portata di mano di quanto non lo sia oggi) di ottenere in adozione un bambino non proprio. Che, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, aveva buone chance di trovare nella famiglia adottiva una vera casa, un sincero affetto, e una concreta speranza di una vita migliore.

E anche queste son di quelle cose che, secondo me, generalmente non ti raccontano, a scuola, alle lezioni di Storia.

Pillole di Storia · Vite di Santi e Beati

Papa Francesco e la Madonna dei mandarini

Al termine di un pomeriggio uggioso in cui cercavo ispirazione per un post che commemorasse l’avvio del mese mariano, è apparsa sulla mia home di Facebook una citazione di papa Francesco. Era tratta dal Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al XXVIII corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, e tenutosi il 17 marzo 2017. Ebbene: ai partecipanti del corso, il papa raccontava:

Sulla Madonna c’è una leggenda, una tradizione che mi hanno raccontato esiste nel Sud d’Italia: la Madonna dei mandarini.  È una terra dove ci sono tanti mandarini, non è vero? E dicono che sia la patrona dei ladri. Dicono che i ladri vanno a pregare là. E la leggenda – così raccontano – è che i ladri che pregano la Madonna dei mandarini, quando muoiono, c’è la fila davanti a Pietro che ha le chiavi, e apre e lascia passare uno, poi apre e lascia passare un altro; e la Madonna, quando vede uno di questi, gli fa segno di nascondersi; e poi, quando sono passati tutti, Pietro chiude e viene la notte e la Madonna dalla finestra lo chiama e lo fa entrare dalla finestra. È un racconto popolare, ma è tanto bello: perdonare con la Mamma accanto; perdonare con la Madre.

Alla citazione che mi è apparsa su Facebook, seguivano decine di commenti sconcertati: ma come gli passa in testa, al Papa, di dire che la Madonna è la patrona dei ladri?! C’erano pure un paio di meridionali indignati, con argomentazioni sulle linee di: ecco, ci mancava solo il Papa a rafforzare l’immagine del Sud Italia tutto mafia e mandolino.

Detrattori di papa Francesco, non lamentatevi ché vi è ancora andata bene: il Santo Padre avrebbe anche potuto raccontare la leggenda della Madonna ignuda, che, per far entrare i criminali in Paradiso, si leva il reggiseno davanti al Padreterno.
E, anche in quel caso, avrebbe avuto piena ragione.

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Ovviamente, capisco le perplessità.
‘sta Madonna dei mandarini che intralcia l’operato di San Pietro e poi fa entrare in Paradiso le peggio schiere di criminali, sta pesantemente antipatica pure a me.
Ciò non toglie che devozioni simili siano realmente esistite e, in una certa misura, esistano tutt’ora, come residuo di una religiosità popolare molto antica.
Che affonda le sue radici nel tardo Medioevo, per la precisione.

***

Noi moderni abbiamo la tendenza a immaginare il Paradiso come una combriccola di amici che vivono in armonia e beatitudine: c’è Dio onnipotente, c’è la Madonna, ci sono i santi, e ognuno vive in lieta concordia con i suoi “vicini di casa”.
Che San Peppino si metta a piantar grane al Padreterno, perché non è d’accordo col Suo operato e vuole assolutamente che Dio si emendi (!), è una visione che non esito a definire aliena dal nostro modo di intendere la Comunione dei Santi.

Che sia aliena a noi è una bella cosa, ma – tenetevi forte – San Peppino che pesta i piedi col Padreterno è stata una delle immagini più care a generazioni di fedeli. I quali non avrebbero minimamente esitato nel confermare: se San Peppino vuole far entrare in Paradiso un ladro suo amico, che San Pietro ha condannato all’Inferno, porca la miseria, Peppino riuscirà a spuntarla!

Non dico che fosse un bene, ma è la realtà dei fatti: quando un uomo medievale si trovava in difficoltà, molto raramente chiedeva aiuto a Dio. Cercava, più concretamente, il proverbiale santo a cui votarsi. Perché, si sa: “i santi ci capiscono meglio”, “sono stati uomini anche loro”, “hanno sofferto come noi”, “e poi quel santo io lo conosco, ho baciato la sua reliquia proprio io personalmente”.
In una certa religiosità popolare, Dio era percepito come un’entità distante, totalmente altra, potenzialmente pure cattiva (è sempre la classica domanda: “se Dio esiste, perché permette il male?”).

Il ragionamento ha pure una sua logica: se Dio ti manda il lutto, la pestilenza, la carestia, l’inondazione, cosa vuoi andare a lamentarti con Dio stesso per criticare le sue decisioni? Acclarato che Dio è sdegnato per i tuoi peccati (sennò non ti faceva morir di peste tutta la famiglia), non converrà forse affidarsi all’aiuto di un qualche intercessore, che magari parte col dente un po’ meno avvelenato?
Chiaro: è un modo molto ingenuo di vivere la fede. Ma ingenua era la vita religiosa del popolino, fino a qualche secolo (o decennio?) fa.

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Orbene: acclarato che Dio può anche essere impietoso (soprattutto quando è preso da santo sdegno per i nostri peccati) sarà bene affidarsi a un intercessore molto potente. I santi patroni sono ok, ma la più potente in assoluto è intuibilmente Maria Vergine, il cui ruolo salvifico era concepito, nel Medioevo, come solo di poco inferiore a quello di Cristo stesso.
E quando  dico “poco”, intendo proprio “poco”. Poco – poco – poco.
Nell’orizzonte mentale dei medievali, era assolutamente plausibile che un individuo, magari condannato all’Inferno da Dio Onnipotente (?), fosse poi salvato in corner per il solo fatto di esser… raccomandato dalla Madonna.

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Pedro Machuca, “Madonna delle Grazie”

Questa visione della Vergine coi superpoteri comincia ad affermarsi nella teologia mariana del XII e XIII secolo; verso la metà del XIV è definitivamente consacrata dallo Speculum humanae salvationis. In questo trattato, che avrà avuto grandissima fortuna, l’infinita misericordia di Maria viene paragonata a un continuo fiotto di latte che sgorga dal suo seno – una immagine che, credeteci o no, ha avuto enorme diffusione nelle arti figurative (!), suppergiù fino all’epoca della Controriforma.

Qui vi propongo uno tra gli esempi meno hard che sono riuscita a trovare, ma è davvero frequente vedere raffigurazioni in cui la Madonna allatta (!) peccatori (!) destinati alla dannazione eterna (!), oppure spruzza schizzi di latte sulle fiamme dell’Inferno per mitigare le sofferenze dei dannati.

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Anonimo, “San Francesco salva le anime dei peccatori”

E al di là dell’imbarazzo che ci prende nel vedere la Madonna in desabillè, uno potrebbe ancor più scandalizzarsi dicendo: wè bella, ma come ti permetti di alleviare le pene dei dannati, quando Dio Onnipotente, che sta sopra di te, ha legiferato che i dannati hanno da soffrire?
Ebbene, questo malcostume di romper le uova nel paniere al Padreterno era molto diffuso nel Paradiso medievale, giacché esistono anche rappresentazioni di altri santi (ad esempio San Francesco, in questo specifico caso) che si permettono di estrarre i dannati dalle fiamme dell’inferno facendo segno di attaccarsi a uno scapolare, un cingolo, un rosario…

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Ancor più frequente (ma non meno irriverente nei confronti dell’Onnipotente) è la rappresentazione della “Madonna del Mantello”. Anche nota come “Madonna della Mercede”, la raffigurazione mostra la Vergine Maria nell’atto di spalancare il suo mantello ed accogliervi, al di sotto, i fedeli inginocchiati. Molto carina e molto dolce l’immagine moderna dell’umanità inginocchiata ai piedi di Maria: ma cosa succedeva veramente al di sopra di quel mantello, quando il topos iconografico ha cominciato a svilupparsi?

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“Madonna della Misericordia” di Bartolomeo Caporali. Si noti Dio nell’atto di scagliare tre frecce sull’umanità, protetta dalle schiere dei Santi e dal manto della Vergine

Sopra al mantello di Maria succedeva la qualunque, e la cosa allarmante è che succedeva per mano di Dio Padre. Sono frequentissime (davvero! Frequentissime!) le raffigurazioni in cui l’Onnipotente sta per lanciare sull’umanità i suoi dardi e la Vergine pone il suo mantello a protezione degli uomini. E infatti, proprio contro quel mantello si infrangono, ad una ad una, tutte le frecce scagliate da un Dio adirato: i devoti di Maria sono così protetti da una vasta serie di catastrofi e di prove fisiche.
Nel celebre affresco della chiesa di San Gimignano, è addirittura il santo patrono (!) ad arrogarsi il diritto di pestare i piedi e dire a Dio: “gnò! Sul mio paese, la pestilenza non ce la mandi!”.

Concordo, è ridicolo, ma ne capisco anche il senso. In un mondo in cui sappiamo tutti che i mali esistono (e che Dio, per i suoi imperscrutabili disegni, ne consente la diffusione), non sarebbe confortante illudersi di avere un protettore extra che riuscirà davvero a garantirci l’incolumità?

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San Sebastiano protegge dalla pestilenza gli abitanti di San Gimignano

Confortante, non c’è dubbio… ma anche un tantinello ereticale, com’è evidente.
Già il messaggio sotteso non è dei più lineari. Ad aggravar le cose, le rappresentazioni grafiche della Madonna come corredentrice diventano anche alquanto imbarazzanti.

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Gesù e la Madonna intercedono a favore dell’umanità, nell’affresco della chiesa di S. Agostino a San Gimignano (dettaglio)

“Ma che mi rappresenta ‘sta Madonna seminuda che mi sventola il seno davanti agli occhi dell’Onnipotente??”, si chiedevano, comprensibilmente, i prelati che non avevano dimestichezza con questa rappresentazione, inorridendo davanti ad affreschi come quello – già citato – che troviamo a San Gimignano.
Vagliela a spiegare, a uno che non è pratico, la metafora della misericordia come un fiotto di latte fresco che esce dal seno della nostra Madre Misericordiosa. Vaglielo a spiegare, che in questo affresco non siamo di fronte a uno spogliarello, ma stiamo guardando Gesù Cristo e la Madonna che (l’uno indicando la ferita sul costato, l’altra scoprendosi il seno con cui ha nutrito l’Altissimo) sfruttano i “meriti” che hanno accumulato davanti a Dio per ottenere da lui una grazia.
Vaglielo a spiegare, di fronte a un dipinto così ambiguo.
E comunque non è detto che la spiegazione soddisfi l’esterrefatto osservatore – perché non è che puoi mettere Gesù e la Madonna proprio allo stesso piano; e non va neanche bene rappresentare Dio come un trio di schizofrenici che litigano tra di loro.

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Con i dettami della Controriforma, queste visioni scompaiono (quantomeno a livello grafico).
La belligerante Regina dell’Universo con mantello da Superwoman lascia lo spazio a una pia Vergine tutta presa dalle sue attività domestiche di moglie e madre. Anche la raffigurazione dei santi viene tipizzata, mettendo da parte qualsiasi elemento che li possa far apparire “in concorrenza”, o peggio ancora “in lite”, col Padreterno.
Quant a Lui, comincia a mostrarsi un po’ più paterno, un po’ più gentile: un po’ meno giudice inflessibile, e un po’ più babbo affettuoso. Ché evidentemente ce n’era bisogno, se si era arrivati agli eccessi di cui sopra.

Ma Maria Superwoman non è mai scomparsa del tutto. Questa visione popolare della Madonna come corredentrice, che con la sua dolcezza materna può mitigare la rigidità del Padre assicurando la salvezza anche a relitti di galera, sopravvive ancora, di tanto in tanto, nella religiosità e nelle devozioni popolari.

E, a quanto pare, anche nelle piantagioni di mandarini che spadono il loro profumo nei campi assolati del Sud Italia.

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Il manto della Madonna (e il suo dolcissimo sguardo materno) in Bartolomeo Caporali: dettaglio
Cose cristiane · Vite di Santi e Beati

Le dieci strade per la santità (laicale)

Credo di avere buone ragioni per supporre che – se non altro per statistica – la maggior parte dei miei lettori sia composta da fedeli laici. Spero dunque di far cosa gradita nel fornire a questi miei lettori un utile vademecum circa le modalità più semplici con cui diventare santi, (pur) rimanendo nello stato laicale.

Dico “pur”, perché di nuovo mi affido alla cruda statistica: scorrendo le pagine del Martirologio Romano, potremmo notare che i laici costituiscono meno di un decimo di tutti i santi ricordati nel corso dell’anno liturgico. Peggio ancora va per le laiche di sesso femminile: sono appena la metà dei santi laici dotati di cromosoma Y.
Certo: queste percentuali sembrano destinate a cambiare rapidamente. Il concetto di “santità” ha subito nei secoli variazioni significative, ed è noto a tutti come la santità laicale abbia conosciuto una meravigliosa fioritura, in questi ultimi decenni.
Purtuttavia – dati alla mano – un laico che intenda percorrere la strada verso la santità si trova a camminare lungo un percorso relativamente poco battuto, ancora ricco di incognite. Potrebbe essere utile a tutti quanti, no?, un breve vademecum sui modi più popolari per giungere – da laici – alla gloria degli altari.

Il vademecum arriva a voi grazie a un vecchio numero di Rivista Liturgica (2/2004!) interamente dedicato a Santi e santità nel nuovo «Martyrologium Romanum». In particolar modo, ad ispirarmi è stato a un articolo di Valeria Trapani sulla Analisi delle tipologie emergenti guardando a La santità dei laici nel «Martyrologium Romanum».  L’articolo è serio; io lo rielaboro qui nel mio solito stile demenziale, per proporvi, in ordine decrescente, le tecniche più popolari per raggiungere la santità… laicale!

1. Rinuncia a tutto quanto
Mi rendo conto che è un po’ estremo, ma molti santi paiono aver pensato che, così facendo, “si andava sul sicuro”. Effettivamente – potrà stupire, ma è così – la stragrande maggioranza dei santi laici preseti sul martirologio è composta da coloro che, a vario titolo, noi definiremmo “eremiti”. Sì, insomma: gente che, dopo una vita spesso dissoluta e/o colma di agi e di ricchezze, decide di mollare tutto e di dedicarsi interamente a Dio, spesso chiudendosi in una ricercata solitudine che lo porta a separarsi dai suoi affetti… e, in generale, dal resto del mondo.
Che dite: scelta un po’ troppo hardcore? Beh: se vi sentite chiamati ad una vita più “attiva”, potreste sempre tentare la seconda via…

2. Mettiti in politica
Stupisce, vedere così tanti “politicanti” registrati nel martirologio? Ambeh, solo perché siete malpensanti: in realtà, i politici saliti alla gloria degli altari sono un gruppetto abbastanza consistente!
Evidentemente, bisogna chiarire un concetto: fino a qualche decennio fa, la classe politica era composta perlopiù da nobiluomini. Siccome i nobiluomini hanno un cappellano personale (a differenza del boscaiolo tanto buono e pio, che però muore nell’anonimato) è anche abbastanza comprensibile che il martirologio pulluli di santi che, nella vita, hanno fatto politica attiva. (Da un punto di vista numerico – tra i laici – i politicanti sono secondi solo agli eremiti!).
Eppure, a ben vedere, non è neanche così strano che un nobile, un feudatario, un potente signorotto locale, vengano guardati con particolare attenzione da Santa Madre Chiesa. È ovvio che un sovrano veramente santo cercherà in vario modo di “santificare” anche i suoi sudditi – e anche un politico locale (o un signorotto) potranno fare sapiente esercizio di virtù, utilizzando nel giusto modo il potere che è stato dato loro.

Mettersi in campo e lottare per la res publica e il bene comune non è, sotto sotto, una forma di… evangelizzazione?
A dar retta al martirologio, parrebbe proprio di sì!

3. Aspetta che schiatti la moglie
In maniera non molto confortante per noi signore, il terzo gruppo di santi laici in ordine di numero è composto da uomini sposati che, dopo aver vissuto una vita coniugale abbastanza nella norma, decidono – rimasti vedovi – di consacrare al prossimo quel che resta della loro vita.
E quindi, investono le loro ricchezze in opere di carità, aprono le porte dei loro palazzi ai bisognosi in cerca d’asilo… eccetera eccetera eccetera.

4. …oppure, cercatene una veramente, veramente in gamba
È raro trovare un laico che diventa santo grazie al fatto (e non “nonostante al fatto”) di essersi sposato. Per carità: di coniugi Beltrame-Quattrocchi ce ne sono più di un paio, ma diciamo che questo è un modello di santità laicale che ha cominciato ad essere compreso solo in anni molto recenti.
Nei secoli passati, tutt’al più, poteva capitare che il matrimonio venisse inteso come strada per la santità nella misura in cui tu, pio uomo, sposavi una pia donna che guardacaso era anche una ricca ereditiera. La felice combinazione di piitudine e ricchezza permetteva alla famiglia di compiere grandi opere di carità.

Di casi come questi, ce ne sono stati numerosi; per il resto, era invece abbastanza raro che le radici di una santità laicale venissero ricondotte al matrimonio in quanto tale.
Verebbe da dire che noi sposi del 2000 potremmo prenderci come buon proposito quello di invertire la tendenza…

5. Santifica il tuo lavoro
Che, messo così, sembra un concetto molto “opusdeiano”, ma non è che Escrivà si sia inventato niente di sconvolgentemente nuovo, parlando di lavoro come mezzo di santificazione.
Sul versante lavorativo, vale quanto ho appena scritto per la questione matrimoniale: ci sono sicuramente tanti laici di cui ci viene detto che si sono santificati nonostante le distrazioni provocate loro dal lavoro… ma ci sono anche significative eccezioni che ci dimostrano come (anche in epoche assai remote!) Santa Madre Chiesa potesse dare anche valenze molto positive, alla normale vita professionale di un laico.
I politici di cui si parlava al punto 2 si sono santificati – e questo evidente – nel pieno “esercizio delle loro funzioni”. Ma non sono gli unici ad aver vissuto il lavoro come un mezzo per avvicinarsi a Dio. Ad esempio, a inizio ‘200, il beato Pietro da Campi, che commerciava pettini per telai, era noto per l’onestà con cui gestiva la sua attività, esaminando scrupolosamente tutta la sua merce e gettando via, a costo di ingenti perdite, tutta quella che risultava non perfetta al 100%.
Per dire.
Anche questo è un tipo di santità laicale che comincia ad essere apprezzata (in modo numericamente significativo) solo in anni molto recenti: purtuttavia

6. Diventa sposa di Cristo
Esperite le cinque vie più battute che hanno condotto alla santità il maggior numero di laici maschi, esaminiamo ora i suggerimenti di Santa Madre Chiesa per quelle laiche del gentil sesso che sognano d’esser canonizzate.
Per loro, la strada più popolare è quella che parla di castità: consacra a Cristo tutta la tua vita, e diventa una santa vergine.
Anche senza farsi suora! Quello non è necessario (e comunque ti escluderebbe dal novero di “sante laiche”). No: anche restando per i fatti tuoi, in un normalissimo stato laicale, donati interamente a Cristo, e poi continua a farti la tua vita.

È curioso, perché, come notate, l’aspetto della castità non è mai stato determinante per il raggiungimento della santità, da parte di un laico di sesso maschile. I santi maschi sono casti se entrano in convento (e grazie tante), ma non esiste uno “zoccolo duro” di laici che, senza ragioni apparenti, continuano nella loro vita di sempre, dopo un segreto proposito di castità.
Di laiche donne invece sì: è pieno! E questa differenza così macroscopica è anche piuttosto singolare, se vogliamo.

7) Abbandonati alla sindrome della crocerossina
In realtà, a pensarci bene, non è nemmeno così poi così sorprendente, questa sovrabbondanza di laiche vergini all’interno del martirologio. Guardando alla santità laicale “in gonnella”, si nota che moltissime donne riescono a guadagnarsi un posto in Paradiso diventando… madri del loro prossimo, se mi passare il paragone.
Tutte quelle “operatrici della carità” che, nei secoli passati, e senza mai prendere il velo, si sono dedicate alla cura degli orfani, degli ammalati, dei poveri, degli scolaretti… non si sono forse “fatte madri” del loro prossimo?
In un certo senso, sì: hanno rinunciato all’avere una famiglia propria (e hanno persino rinunciato a una famiglia religiosa), per diventare educatrici e “madri” di tanti bambini che ne avevano bisogno.
Effettivamente, l’equazione è quasi perfetta: se ti trovi con una santa laica che si è distinta per le opere caritative, costei è – quasi sicuramente – vergine.
Se non è vergine, è sposata ma sterile. Donne già un po’ avanti con gli anni, supportate da un marito simpatizzante, che, accantonata ormai la speranza di avere figli propri, decidono di “adottare” come figli coloro che più ne hanno bisogno.
E del resto, ha pure senso: non ti lanci in certe imprese (e soprattutto non ti ci lanciavi nei secoli passati), se sei una madre di famiglia con figli tuoi a cui pensare.

8) Ammalati orrendamente
Fortunatamente per le aspiranti sante d’oggi, questo tipo di santità laicale al femminile sembra essere in rapido declino. Purtuttavia, per quanto riguarda le sante di epoche passate, il martirologio è pieno di poveracce disgraziate che salivano alla gloria degli altari grazie a un quadro clinico che sembra uscito da una puntata del dottor House. Piaghe sanguinolente, malattie paralizzanti, corpi squassati dal dolore e intere decadi trascorse a letto fornivano alle pie donne l’occasione giusta per santificarsi attraverso una serena accettazione della sofferenza.
Indubbiamente una lezione preziosa… però, facciamo le corna!

9) Sposa uno psicopatico
Aehm: onestamente, è non poco inquietante la quantità di buzzurri psicotici violenti e abusatori che incontriamo scorrendo le pagine del Martirologio. Pare che le sante laiche, oltre ad essere vittime della sindrome della crocerossina, abbiano questa inquietante tendenza a sposare il bad guy di turno (chissà se anche loro si illudono dicendo “ma io lo cambierò!”).
Per quanto capiti, in singoli casi isolati, che la vicinanza con una moglie santa porti alla conversione anche il peccatore più incallito, il Martirologio sembra suggerire invece che, nella maggior parte dei casi, non succede niente del genere. Ovverosia, il marito cattivo continua a picchiare sua moglie, abusare di lei fisicamente e psicologicamente, ostacolare la sua pratica cristiana, complicare la vita a lei… e pure ai figli.
Eppure, le sante laiche continuano eroicamente a salvaguardare il vincolo matrimoniale, restando fedeli al proprio marito nonostante tutte le sue intemperanze. Il messaggio non è – evidentemente – “prendi le botte e taci”; purtuttavia, la Chiesa considera ammirabile la perseveranza con cui, persino nelle situazioni più avverse, la moglie resta fedele (…talora a distanza di sicurezza…) all’uomo che, comunque, ha sposato per l’eternità.

(La cosa positiva è che, in ogni caso, questi buzzurri abusatori tendono a morire precocemente, lasciando alla santa laica alcuni anni di felice vedovanza durante i quali dedicarsi alla preghiera o alle opere di carità).

10) Prepara per la Chiesa i santi di domani
Last but not least (proprio nel senso che questa è una categoria abbastanza corposa!) ci sono le sante… madri di famiglia.
Spesso sono sante che hanno generato altri santi, e in quel caso vien da domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina – se, cioè, Santa Monica sia salita alla gloria degli altari perché Sant’Agostino l’ha “pubblicizzata”, o se sia semmai Agostino a rilucere di luce riflessa, nel senso che non sarebbe diventato santo se non per Santa Monica.
In ogni caso: che siano o meno madri di santi canonizzati, le sante che accomuniamo sotto l’appellativo di “mogli e madri” sono forse l’emblema più significativo di tutta la santità laicale. Donne impegnate in maniera totalizzante da compiti apparentemente molto umili… perché passare il Fissan sul sederino di tuo figlio non ha esattamente lo stesso appeal del farsi uccidere in odium fidei: fin qui siamo d’accordo?
Eppure, le sante madri riescono, in qualche modo, a conciliare le esigenze pressanti e “umili” della quotidiana vita domestica con le opere di evangelizzazione, di apostolato e di misericordia. Una parola qui, una catechesi là, una vita globalmente vissuta come esempio… e capita talvolta che raggiungano la gloria degli altari anche donne che, apparentemente, “non hanno fatto un bel niente”.
E invece, Dio solo sa quanto hanno fanno realmente!

Per concludere citando paro paro le parole dell’articolo che mi ha ispirato questo post,

è possibile […] risalire a un’idea globale di santità del fedele laico, che sembra fondarsi sulla capacità del santo di sfruttare a gloria di Dio proprio quegli elementi che sono costitutivi dell’identità laicale. […] È come se il Martirologio presentasse la santità laicale come una tipologia specifica, e cioè non come una derivazione e propagazione dai modelli della santità della vita religiosa o della ministerialità ordinata. […] È possibile definire i tratti distintivo della santità laicale secondo il Martyrologium come un evento che si nutre dei valori tipicamente laicali, quali la vita all’interno della famiglia e i talenti che questa esperienza lascia emergere. […] Sembra dunque che la chiave interpretativa dei numerosi casi di esperienza della santità laicale venga riposta nell’idea della famiglia come Chiesa domestica: da cui è originata la vita biologica […] per essere posta a servizio di Dio; in cui si fa esercizio delle virtù cristiane; e dalla quale, infine, ci si può allontanare, per riproporre una tale esperienza di Dio a tutti i fratelli.

Pillole di Storia

La Riforma Protestante e il “little black dress”

Coco Chanel Tubino neroDire che, se tutte noi abbiamo un little black dress in guardaroba, è per colpa di Martin Lutero, è certamente un po’ esagerato. Per dire: Coco Chanel ha un ruolo un po’ più importante nella vicenda.
Eppure si potrebbe dire che un qualche legame c’è per davvero, tra la moda del sempiterno “tubino nero” e l’impronta moralizzatrice della “rivoluzione” protestante. Difficile credere che una riforma religiosa di mezzo millennio fa possa realmente influenzare la moda dei nostri giorni… eppure, volendo metterla così, e sotto certi punti di vista…

In realtà, i primordi della moda del little black dress potrebbero essere rintracciati in un modo di pensare che data addirittura a mille (!) anni fa, prima ancora che la Chiesa venisse scossa dalla riforma gregoriana. Già all’epoca, alcuni moralisti (ovviamente cattolici) si scagliavano contro l’abitudine di indossare abiti variopinti, riservando critiche cariche di livore soprattutto verso quei consacrati che si vestivano con tutti i colori dell’arcobaleno.
Un buon cristiano – dicevano i moralisti del secolo XI – dovrebbe avere un abbigliamento sobrio e castigato, non andare un giro conciato come un catarifrangente. Gli abiti dovrebbero avere colori spenti, semplici, tali da non indurre a una ricerca vanagloriosa dell’eleganza; non è un bene che un cristiano investa troppi soldi ed energie alla ricerca di un abito fatto così e cosà. Infilati addosso il primo vestito che trovi, possibilmente semplice e comprato a poco prezzo, e poi comincia a pensare alle cose più importanti!

A queste tendenze moralizzatrici si unisce, verso la metà del secolo XIV, un’evoluzione tecnica mica da poco: i tintori capiscono finalmente come produrre stoffe scure, colorate di un nero “pieno” e corposo. Fino a quell’epoca, tutte le stoffe color carbone venivano fuori con un nero sbiadito che, obiettivamente, era bruttarello forte. A partire da metà Trecento, i tintori scoprono una nuova tecnica per fissare il nero con più efficacia – e questo determina un grandioso boom dei… little black dress, nel popolino e tra i potenti.
Pare che la moda di vestirsi in nero nasca in Italia poco dopo la grande epidemia di Peste Nera, per poi espandersi veloce in tutto l’Occidente. Nel corso del Quattrocento, il nero fa capolino anche nelle grandi corte dell’aristocrazia europea, con la stessa accezione che gli diamo oggi: un colore elegante, senza tempo, di una raffinatezza semplice e sottile.

È questo il sostrato in cui affonda le sue radici la grande “riforma della moda” di stampo protestante…
…eh sì: perché – potrebbe sembrarvi strano, ma è la realtà – le Chiese riformate hanno sempre fatto molta attenzione, a regolamentare il modo di vestirsi.

...anche perché, sennò, chi glielo farebbe fare, alle donne amish, di andare in giro vestite così ancor oggi, nel 2016?
…anche perché, sennò, chi glielo farebbe fare, alle donne amish, di andare in giro vestite così ancor oggi, nel 2016?

Alla base questo atteggiamento, c’è una questione teologica: per i protestanti, l’abito è sempre (stato) considerato un segno di vergogna, perché ricorda dolorosamente la nostra condizione di uomini corrotti dal peccato originale. Adamo ed Eva non indossavano vestiti, prima di inguaiarsi con quella storia della mela.
Dunque, se Dio ha voluto che l’uomo sentisse il bisogno di coprirsi, affinché i suoi abiti gli ricordassero ogni giorno, visivamente, il suo stato di peccato, è bene che i vestiti diventino di per se stessi segni di penitenza e di umiltà: e dunque siano sobri, semplici, senza orpelli, senza colori.

Un gruppo di quaccheri alquanto... monoctomatici
Un gruppo di quaccheri alquanto… monoctomatici

Anche alcuni moralisti cattolici erano giunti, nei secoli precedenti, alle stesse conclusioni: è verissimo; l’ho scritto sopra. Però, i teologi delle Chiese riformate portano questa tesi alle estreme conseguenze, bandendo innanzi tutto non solamente gli abiti troppo ricercati (per carità!), ma persino quelli di colori troppo accesi. Assolutamente banditi dai guardaroba i vestiti di colore rosso, giallo, verde ed arancione. Fra i colori chiari, sono ammessi solo il bianco e l’azzurro chiaro, a simboleggiare un desiderio di purezza; per il resto, è tutto un fiorire di colori scuri: grigio, blu, marrone… e ovviamente, nero. I grandi riformatori danno l’esempio, facendosi ritrarre in abiti scuri, semplicissimi, austeri, quasi “tristi”; i fedeli li imitano, volenti o nolenti… anche perché, in molte città di area protestante, erano state emanate delle vere e proprie leggi che regolamentavano il modo di vestirsi, facendo l’occhiolino a questi precetti religiosi.

Filippo il Buono nel suo abito nero di ordinanza
Filippo il Buono nel suo abito nero di ordinanza

Per ragioni completamente diverse, anche in area cattolica il little black dress non se la passava male. La Chiesa Cattolica suggeriva certo un abbigliamento modesto e sobrio, ma (eccezion fatta per le posizioni di qualche isolato solone) non si era mai scagliata ufficialmente contro i colori di per sé. Eppure, nei Paesi a tradizione cattolica, l’abbigliamento di colore scuro stava vivendo un enorme successo alle corti dei principi e del re. Da quando Filippo il Buono aveva deciso di passare tutta la sua vita vestendo il lutto per la morte di suo padre, assassinato nel 1419 (come a dire suoi nemici politici: “guardate che io non dimentico”) il colore nero era diventato un vero e proprio must alla corte di Borgogna. Da lì, la consuetudine si era trasmessa alla corte di Spagna: e siccome la corte di Spagna è stata quella che, almeno fino al ‘600, ha dettato regole in tutta Europa in materia di etichetta e di costumi, si può ben dire che tutta la nobiltà europea della prima età moderna sia stata influenzata, a vario titolo, da questo gusto estetico per l’abito di colore scuro.

(Ma se dicessi che a me i vestiti delle donne amish piacciono tantissimo?)
(Ma se dicessi che a me i vestiti delle donne amish piacciono tantissimo?)

E quindi: da un lato, in area protestante, avevamo (anzi: abbiamo ancor oggi, nel caso di certe Chiese particolarmente conservatrici!) la consuetudine popolare di vestirsi di nero, a sottolineare lo stile sobrio e modesto che ben sì confà a un buon cristiano.
Per contro, in area cattolico, il nero era percepito come un colore sobrio e modesto… ma anche di gran classe, che ben si addice all’eleganza richiesta ai più potenti.

Solo negli ultimissimi secoli dell’età moderna l’aristocrazia (sia cattolica che protestante) comincia a schifare il colore nero perché lo associa strettamente all’abbigliamento di chi è in lutto stretto Ma anche in quel caso: non  è che le signore di buona famiglia di metà ‘800 abbiano improvvisamente cominciato a indossare abiti di un rosso acceso o di un giallo color del sole: si orientavano sempre su nuances abbastanza scure, accompagnate tutt’al più da delicate tonalità pastello.

Come osserva Michel Pastoureau, esperto studioso di Storia del colore,

lo storico, in effetti, è legittimato ad interrogarsi sulle conseguenze a lungo termine del rigetto dei colori.

E quando lui parla di “lungo termine”, intende proprio “lungo termine”, ovverosia

a partire dalla seconda metà del XIX secolo, quando le industrie occidentali iniziano a produrre su grandissima scala i beni di consumo di massa. Non occorre condividere tutte le tesi weberiane per ammettere gli stretti legami che uniscono allora il grande capitalismo industriale e l’ambiente protestante. […] Mi chiedo dunque se non sia a quest’etica che si deve la tavolozza molto poco colorata delle prime produzioni di massa.

E su questo punto, lo storico fa osservazioni affascinanti:

quando, già da un certo tempo, la chimica industriale dei coloranti permetteva di fabbricare oggetti di diverse colorazioni, colpisce vedere, come tra il 1860 e il 1914, i primi elettrodomestici, i primi strumenti meccanici per comunicare, i primi telefoni, i primi apparecchi fotografici, le prime automobili, ecc. (per non parlare delle stoffe e degli abiti), prodotti in quantità industriale, si iscrivano tutti nella gamma nero-bruno-grigio-bianco. Come se l’orgia di colori vivaci resa possibile dalla chimica dei coloranti venisse rigettata dalla morale sociale (cosa che avverrà con il cinema a colori qualche decennio dopo).
L’esempio più celebre di simile comportamento protestante e cromofobo è quello del grande Henry Ford (1863-1947), fondatore della omonima casa automobilistica e puritano con preoccupazioni etiche in ogni ambito dell’esistenza: malgrado i desideri del pubblico, malgrado le vetture bicrome o tricrome proposte dalla concorrenza, rifiutò fin quasi alla fine della sua vita, per ragioni morali, di vendere vetture che non fossero nere.

Che dite: c’entrerà davvero qualcosa, questa pluri-secolare predilezione protestante (…e anche cattolica, per certi versi) per i vestitini neri, semplici, lineari e senza fronzoli, con la nostra moda attuale del tubino à la Coco Chanel?
Evidentemente Coco Chanel non stava pensando alla teologia di Zwingli e di Calvino quando ha disegnato il bozzetto per il suo famoso little black dress… però, Zwingli e Calvino probabilmente approverebbero, vedendo tante signorine alla moda indossare quello che, tutto sommato, è un vestito lineare, scuro, semplicissimo, accollato e senza fronzoli… proprio come quello di cui loro predicavano l’efficacia!

Non è che sia andata a cercarmeli col lanternino: i ritratti femminili ad opera dei pittori fiamminghi ci restituiscono una certa... ehm... fissità, nel modo di abbigliarsi
Non è che sia andata a cercarmeli col lanternino: i ritratti femminili ad opera dei pittori fiamminghi ci restituiscono una certa… ehm… fissità, nel modo di abbigliarsi

Pura coincidenza? Corsi e ricorsi della Storia?
Secondo me, la Storia è molto più ricorsiva di quanto normalmente si tenda a pensare… quindi mi schiero dalla parte di Pastoureau: secondo me, sotto sotto, un qualche legame c’è!

Pillole di Storia

Il silenzio delle Tenebre

Pochi giorni dopo il matrimonio, mio marito ha portato a casa un grazioso orologio a cucù.
Mi ha stupita: non ricordavo di avergli mai parlato della mia passione per i cucù, e di come, da tempo, desiderassi comprarne uno (ma, fra una cosa e l’altra, non ero mai passata “all’azione”).
Eppure, tant’è. Oggi, il cucù troneggia sulla libreria del nostro salotto, e il suo leggiadro cuculìo (?) ci tiene compagnia a ogni battito d’ora. Col tempo, è diventato un suono familiare e rassicurante: quando le lancette dell’orologio si avvicinano al cinquantanovesimo minuto, noi aguzziamo l’orecchio e ci mettiamo in ascolto, e sorridiamo nel sentire il cucù del nostro cucù.

Ve lo racconto, non perché debba interessarvi la nostra routine familiare, ma perché, forse, l’esempio del cucù di casa potrebbe essere utile a spiegare il legame di affetto che si creava, un tempo, tra gli abitanti di un paesello e le campane del loro campanile.

Noi, oggigiorno, manco ci facciamo più caso, alle campane del nostro (?) campanile.
Tutt’al più c’è qualcuno che denuncia il parroco per disturbo della quiete pubblica; ma, per il resto, chi è che è ancora in grado di capire il linguaggio delle campane? Chi è che sa distinguere una campana che suona a lutto da una campana che suona per annunciare che tra un quarto d’ora inizia Messa?
Pochi; pochissimi, direi.
Ancor meno, quelli che organizzano le loro giornate basandosi sul battito delle campane sul campanile (?!).
Diciamocelo pure: se improvvisamente tutte le campane delle nostre chiese sparissero improvvisamente, come per magia, la nostra vita non subirebbe chissà quale sconquasso emotivo.
Detto molto onestamente, con ogni probabilità manco ci accorgeremmo della differenza.

E invece, una volta, era tutt’altra Storia.
In un mondo in cui solo i fortunatissimi potevano vantare un orologio privato (e dunque, il suono delle campane aveva anche una rilevanza pratica), e in un mondo in cui non esistevano ancora radio, tv, smartphone e clacson a sommergerci in un caos di continui stimoli sonori, il rintocco delle campane era qualcosa che – davvero – non passava inosservato.
Tra il popolo e il campanile si instaurava un vero e proprio dialogo quotidiano, fatto di sonate per battere il corso del tempo… ma fatto anche di veri e propri messaggi in codice, che noi non saremmo più in grado di interpretare, ma che una volta erano chiari anche ai bambini.
A seconda del modo in cui suonava la campana (o addirittura, a seconda di quale campana veniva azionata dal campanaro) il suono squillante, diffondendosi su tutto il paese, poteva lanciare messaggi ben diversi. Le campane potevano suonare a festa o a morto (indicando, nel caso, se il defunto fosse uomo o donna, giovane o vecchio). Una singola campana poteva esser fatta suonare a distesa, per segnalare la presenza dell’esattore delle tasse venuto a riscuotere le gabelle o di un altro funzionario pubblico nell’esercizio delle sue funzioni. Le campane potevano suonare per segnalare un temporale, che il campanaro, dall’alto della torre, vedeva avvicinarsi all’orizzonte; potevano suonare, in uno stormo pressante di rintocchi, per segnalare qualche emergenza in paese: un edificio in fiamme, un esercito in arrivo.

Davvero le campane dialogavano con i fedeli, e non è una figura retorica utilizzare questo vocabolo.
E davvero le campane erano “quotidianità” e “casa”. In quante pagine di romanzi abbiamo visto il protagonista sorridere dopo un lungo viaggio (magari, anche tormentato e avventuroso) nell’avvicinarsi al suo paesello natìo, e nel distinguere di lontano il rintocco familiare del suo campanile?

Immaginate ora che le vostre amate campane smettano improvvisamente di suonare, lasciando precipitare il paese nel silenzio e nell’incertezza (che ora è? Farà bel tempo? È tutto a posto? L’anziana signora che abita dall’altra parte del paese e che è molto malata, sarà ancora viva?).
Immaginate che le vostre campane smettano improvvisamente di suonare – o che, se preferite, si guasti di punto in bianco il vostro adorato orologio a cucù che batte il corso delle ore nella quiete del salotto, e che è ormai diventato una piccola parte dolce e irrinunciabile della vostra routine di ogni giorno.
Immaginate che tutti i suoni che vi erano più familiari scompaiano all’improvviso, lasciandovi in un freddo, tetro silenzio innaturale e carico d’angoscia.

Noi moderni non ce ne accorgiamo più, perché abbiamo troppe distrazioni; ma per i nostri progenitori, era davvero un brivido lungo la schiena trascorrere ore ed ore immersi nel silenzio più completo, mentre le campane tacevano il Venerdì e il Sabato Santo, in attesa della Resurrezione.
Era un dialogo continuo, rassicurante e familiare, che veniva improvvisamente interrotto. Le campane tacevano – e tacciono tutt’ora – dalla Messa in coena Domini fino al Gloria della veglia pasquale. E mentre Gesù era condotto al patibolo, agonizzava, moriva in croce e giaceva nel sepolcro, tutto il paese, tutto il quartiere, sprofondava in un silenzio luttuoso, interrotto solamente da alcuni lugubri colpi di legno secco.

"La bussata del troccolante" - link sull'immagine per visualizzare la fonte
“La bussata del troccolante” – click sull’immagine per visualizzare la fonte

In qualche museo etnografico le trovate sicuramente in mostra. Se siete fortunati (e/o provenite da una famiglia sufficientemente stanziale) potreste trovarne qualcuna anche nella soffitta di casa vostra: mio padre conserva ancora, con gelosia, quella che lui usava da bambino.
Sto parlando di quelli che, in dialetto piemontese, si chiamano “tenebre” (prendendo il nome dall’Ufficio delle Tenebre che, prima della grande riforma liturgica, caratterizzava i giorni del Triduo). So per certo che, con nomi diversi, le “tenebre” erano usate un po’ dappertutto, e anzi sono ancora adesso in voga in certe Passioni del Meridione.

Raganella (o, in dialetto piemontese, "cantarana") - click sull'immagine per visualizzare la fonte
Raganella (o, in dialetto piemontese, “cantarana”) – click sull’immagine per visualizzare la fonte

Si tratta, per capirci, di quegli strumenti in legno che “sostituivano” il suono delle campane il Venerdì e il Sabato Santo, per annunciare una funzione liturgica imminente o per segnare il corso delle ore.
In genere erano appannaggio dei chierichetti, che, in barba al clima penitenziale, si divertivano pure un sacco a percorrere le vie del paese armati delle loro raganelle rumorose, per annunciare, con crepitio di legni grattati, che era l’ora dell’Angelus; era l’ora dell’Ave Maria; mancava mezz’ora alla funzione; erano le tre del pomeriggio.

"Tabella della Settimana Santa" (così si chiama in dialetto piemontese), usata per il battere il corso delle ore. Click sull'immagine per accere alla fonte
“Tabella della Settimana Santa” (così si chiama in dialetto piemontese), usata per il battere il corso delle ore. Click sull’immagine per visualizzare la fonte

Altri strumenti più massicci, formati da un’asse di legno su cui cozzavano alcuni anelli di metallo, erano stretto appannaggio del campanaro. Lui, ogni ora, percorreva le vie del paese per annunciare che erano trascorsi altri sessanta minuti.
Dei toc tetri e cupi provenivano anche da quelle che, in Piemonte, si chiamavano assicelle, ed erano degli aggeggi a percussione da suonare come nacchere, o da far rintoccare come se fossero delle campanelle… in legno. Venivano battute, con un ritmo lento e regolare, durante le processioni del Venerdì Santo, annunciando mestamente fra le vie del paese il passaggio imminente di Cristo e della sua croce santa.

Assicelle della Settimana Santa (in dialetto piemontese) - click sull'immagine per visualizzare la fonte
Assicelle della Settimana Santa (in dialetto piemontese) – click sull’immagine per visualizzare la fonte

Come faceva notare un antropologo sul catalogo di una mostra dedicata a questi strani oggetti, e tenutasi a Parigi nella Pasqua 1980 (e citata qui)

era forte il contrasto tra il suono squillante e nobile dalle campane e il suono dimesso e vile del legno. Gli spiriti demoniaci non erano più respinti dal suono delle campane, o dal tintinnìo delle campanelle d’altare; dunque, gli inferi erano sulla terra – e, assieme a loro, anche il suono roco e crudele delle raganelle e dei battagli. Questi strumenti di legno, per alcune ore, diventavano come delle “contro campane”; l’esatto opposto delle campanelle armoniose.

Rincarava la dose, “qualche” secolo prima, il vescovo Guglielmo Durante, nel suo Rationale divinorum officiorum (ca. 1280):

[Venerdì e Sanato Santo] tacciono le campane, per significare che, nel tempo della Passione, tacquero gli apostoli.
Si danno però dei segnali con percosse di tavola per significare l’umiltà di Cristo; secondariamente, si percuote la tavola perché con tal suono si eccita nel popolo il timore.
Terzo, si percuote il legno con il martello, per significare Cristo sospeso alla croce.
Quarto, si percuote il legno per richiamare il legno causa della caduta di Adamo.
Quinto, tacciono le campane ma non i legni, per simboleggiare, nelle campane, il silenzio degli apostoli, e negli altri istrumenti di suono minore il pianto delle donne, le quali, nel tempo della Passione, non si nascosero come gli apostoli, ma seguirono Gesù fin sotto alla sua croce.

Solo comprendendo l’importanza che avevano le campane nella vita quotidiana delle piccole comunità di un tempo, si può comprendere lo shock emotivo che doveva comportare lo svegliarsi la mattina, l’andare a lavorare nei campi, il tornare a casa la sera, l’entrare in chiesa per la funzione, nel più totale silenzio di tomba, spezzato solo di tanto in tanto da cupi battiti di metallo sul legno.  Ed è un vero peccato – io credo – che molti di noi, oggigiorno, abbiano perso la capacità di sentire l’horror vacui di fronte a un campanile che, improvvisamente, smette di rintoccare, per gridare al mondo che Gesù Cristo è morto.

Ma mancano ormai poche ore alla mezzanotte; e anche i nostri progenitori, nei secoli passati, sapevano che il silenzio non sarebbe durato per sempre.
Al momento del Gloria nella Messa di questa sera, il sacerdote avrebbe colpito con il palmo della mano il suo breviario. E questo sarebbe stato il segnale per i chierichetti, che avrebbero cominciato a far suonare le loro raganelle. E poi, nello strepito prodotto dal legno (e dalle mani dei fedeli, che battevano sui banchi della chiesa…) sarebbe stato il turno delle campanelle d’altare. E poi, dopo le campanelle d’altare, avrebbero rintoccato forti e solenni le campane del campanile. E da un campanile all’altro tutte le campane avrebbero finalmente ricominciato a suonare, a festa, per annunciare al mondo la risurrezione di Cristo Signore.

E allora sì che i fedeli, guardandosi negli occhi, avrebbero potuto – raggianti – augurarsi “buona Pasqua”.

Pillole di Storia

[Pillole di Storia] Ma precisamente, in che anno siamo?

“Siamo nel 2016, brutta idiota”, commenterete inarcando le sopracciglia.
“Siamo nel 2016, brutta idiota infedele”, potrebbe commentare qualcuno accalorandosi: “mai sentito parlare di Anno Domini? Di era cristiana? Oggi è il primo giorno del duemilasedicesimo anno dalla nascita di Gesù Cristo, secondo la ricostruzione fatta anni fa da Dionigi il Piccolo”.

Sì sì, per carità.
Indubbio. Siamo nel 2016. Siamo nell’anno 2016 a nativitate Domini.
Tutto vero, per carità. E chi vuole negarlo?

Eppure, questo Capodanno mi offre l’occasione per sfatare un “mito” molto diffuso: e cioè, che i Cristiani abbiano sempre avuto l’abitudine di contare gli anni a partire dalla nascita di Cristo.

C’è, in giro, questa convinzione: no?
La cristianità ha operato una forte scelta di rottura modificando drasticamente il calendario precedentemente in uso: ha fatto sì che il tempo si azzerasse col primo vagito di Gesù Bambino, fissando proprio in quel momento uno spartiacque ideale tra il “prima” e il “dopo”: no?
In fin dei conti, nessun cristiano potrebbe immaginare di adottare un computo del tempo che non sia l’Anno Domini: no?
Non esistono, per i cristiani, “prima” o “dopo” più potenti di questo: no?

Aehm: no.

No, nel senso che, in realtà, l’abitudine di far coincidere l’anno 1 della nostra era con l’anno 1 dopo la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, si è imposta molto tardi, tra le comunità cristiane.
E quando dico “molto tardi”, intendo proprio “MOLTO tardi”.
Prima che si cominciasse a calcolare il tempo a partire dalla nascita di Gesù a Betlemme, la cristianità ha adottato tutta una vasta gamma di tecniche di computo del tempo.

Curiosi di scoprire quali?

***

ANNO DEL CONSOLATO

Beh, niente di strano: era quella in uso all’epoca in cui si sviluppavano le prime comunità cristiane.
Come lascia intuire il nome stesso, il tempo veniva calcolato usando come parametro il nome dei consoli in carica, a Roma, al 1° gennaio di ogni anno. La datazione, insomma, era una roba tipo: “nelle kalende del mese di maggio del primo anno di consolato di Ciripicchio”.

Qualcuno potrebbe anche stupirsi, pensando a comunità cristiane che usano lo stesso sistema di computo del tempo dell’Impero (pagano) (e persecutore) in declino. Eppure, a pensarci bene, non c’è proprio niente di strano: questo stile di datazione veniva usato in tutti i documenti ufficiali emanati dall’Impero, e… beh: i cristiani ci vivevano, nell’Impero.
Se il resto del mondo che ti circonda calcola il tempo in una determinata maniera, tu ti adegui, no? Mi pare ovvio.

Sembra proprio che alle prime comunità cristiane non sia mai passato per l’anticamera del cervello, di sostituire il tradizionale sistema di datazione romano con uno che usasse come riferimento la venuta di Gesù Cristo.
Anzi: ci risulta che la cancelleria pontificia abbia continuato a usare la tradizionale datazione romana fino ad almeno tutta la prima metà del VI secolo. Dopo quella data, l’abitudine di calcolare la data in base all’anno del consolato declina gradualmente, ma ancora nel 904 papa Sergio III data una sua lettera usando questa tecnica.
(Sì, 904, non sgranate gli occhi: all’epoca, la dignità consolare era una delle tante cariche che assumeva su di sé l’Imperatore).

***

ERA DEI MARTIRI

Il 29 agosto dell’anno 284, a essere proprio sinceri, non succede nulla di rilevante: moderni studi storici ci inducono a pensare che le vicende prese in esame abbiano avuto luogo qualche tempo più tardi, attorno al mese di novembre.
Tuttavia, la storiografia di un tempo riteneva che fosse stato proprio il 29 agosto 284 il drammatico giorno in cui l’imperatore Numeriano veniva (orribilmente) ucciso da suo suocero, che nutriva ragionevoli speranze di succedergli sul trono.

Un po’ di giustizia divina esiste, a questo mondo: il suocero assassino fu condotto a giudizio, ritenuto colpevole, e ucciso seduta stante da un giudice sdegnato.
Il problema è che quel giudice sdegnato aveva nome Diocleziano: e, dopo aver vendicato con così tanta furia l’assassino dell’imperatore… fu acclamato imperatore a sua volta, a furor di popolo.

Non serve essere grandi esperti di Storia della Chiesa per ricordare che l’impero di Diocleziano fu uno dei periodi più drammatici e cupi di cui il martirologio conservi la memoria. In un periodo in cui sembrava quasi che si fosse giunti a una pacifica convivenza, sulle comunità cristiane si abbatté una persecuzione violentissima, capillare, cattiva, senza quartiere. Il sangue dei martiri scorre a fiumi, e la cristianità assiste attonita a una strage che – davvero – non trovava pari in nessuna delle persecuzioni subite fino a quel momento: al confronto con quella di Diocleziano, tutte le altre erano acqua fresca.

Così grande è lo shock per la tragedia avvenuta, che, agli occhi delle prime comunità cristiane, il tempo si azzera proprio in quel momento: i Cristiani cominciano a calcolare il tempo… non a partire dalla nascita di Gesù, ma a partire da quel fatale 29 agosto 284.
Questa tecnica di computo del tempo, adottata per la prima volta nelle comunità cristiane dell’Egitto, si diffonde capillarmente in quasi tutta la Cristianità. Ad esempio, sappiamo che era in voga a Milano all’epoca di Sant’Ambrogio (e, per la cronaca, è adottata ancor oggi dalla Chiesa Copta).

In che anno saremmo oggi, se adottassimo questo stile?
Beh, basta fare 2016 meno 284: siamo nei primi mesi del 1732 (e abbiamo festeggiato Capodanno verso la fine dell’estate).

***

ERA DI SPAGNA

Questa ha una Storia meno appassionante, però è pur sempre esistita: a partire dal V secolo (dopo Cristo), si impone, in Spagna, l’abitudine di utilizzare come spartiacque tra il “prima” e il “dopo”… non la nascita di Gesù Cristo, non l’inizio della grande persecuzione, ma bensì l’anno in cui la Spagna, ormai assoggettata a Roma, adotta il calendario giuliano.
Poco appassionante, ma tant’è: correva l’anno 38 (avanti Cristo).

La cosa interessante è che l’era di Spagna (che si basa su un D-Day tutto sommato irrilevante) continua ad essere utilizzata per tuuutto il Medio Evo. Cioè: se voi, nel Medio Evo, foste andati in Spagna, non vi sareste trovati davanti a persone che calcolavano il tempo a partire dall’anno della nascita di Gesù. E d’accordo che, nel Medio Evo, la Spagna era musulmana; verissimo, ma a un certo punto è cominciata la Reconquista. E anche nelle aree tornate sotto il dominio cristiano, la gente continuava allegramente a ignorare la tecnica dell’Anno Domini, preferendo datare il tempo a partire dal 1° gennaio 38 a.C.

Siete liberi di non crederci ma è la pura verità: l’era di Spagna cade in disuso solo durante la seconda metà del ‘300, e solo allora viene sostituita con l’era cristiana (quella dell’Anno Domini, ‘nsomma). Il Portogallo è ancora più conservatore, e comincia a calcolare gli anni a nativitate Domini solo nel 1422.

Se siete curiosi di sapere in che anno siamo secondo questo metodo di calcolo: beh, molto facile, basta fare 2016 più 38. Abbiamo appena festeggiato il Capodanno 2054.

***

ERA CRISTIANA

È quella che usiamo oggi, ‘nsomma: quella che fa partire il computo del tempo dal presunto anno della nascita di Gesù.
Dico “presunto”, perché, in realtà, è quasi certamente sbagliato il calcolo operato da Dionigi il Piccolo, abate romano della fine del V secolo. In base ad una scrupolosa analisi dei dati contenuti nei Vangeli e nei testi storici pagani, il buon Dionigi riteneva di poter affermare con certezza che Gesù era nato il 25 dicembre dell’anno 753 ab Urbe condita.
In realtà ha certamente sbagliato qualcosa, non fosse altro che per il fatto che, in quella data, re Erode era già morto: ad ogni modo, Dionigi il Piccolo diffonde questo suo calcolo… e la cosa colpisce l’immaginario collettivo.
Pian piano, i cristiani prendono l’abitudine di “azzerare” il tempo proprio in quella data, e di far cominciare il computo degli anni proprio a partire dalla nascita (o dal concepimento) di Nostro Signore.

Ma quando dico che l’abitudine si consolida “pian piano”, intendo proprio “MOLTO piano”: questo metodo di calcolo comincia ad essere utilizzato in Italia nel VI secolo, in Inghilterra e Spagna a inizio VII secolo… ma solo in maniera estremamente sporadica, e solo in testi storici scritti dagli storici.
Nell’uso quotidiano, sono gli Inglesi i primi ad adottare lo stile dell’Anno Domini (siamo all’inizio dell’VIII secolo); in Francia lo stile si impone verso la fine dello stesso secolo; in Germania, comincia a essere usato all’inizio del secolo IX; Spagna e Portogallo, come abbiamo visto sopra, sono le più riluttanti a piegarsi a questa novità, seguite solo dalla Grecia.
A logica, si potrebbe immaginare che almeno la Santa Sede accogliesse con notevole entusiasmo la pratica di calcolare l’inizio del tempo a partire dalla natività di Cristo. E invece no: solo nel X secolo i Papi cominciano a datare i loro scritti usando la tecnica dell’Anno Domini!

Insomma: all’epoca del temuto “mille e non più mille”… una fetta della cristianità non lo sapeva nemmeno, di essere nell’anno 1000!

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ERA BIZANTINA

Last but non least, è stata largamente utilizzata, nel corso del Medioevo, anche la cosiddetta “era bizantina” o “costantinopolitana”, diffusa in maniera pervasiva nell’Impero bizantino, tra i greci, e, più in generale, in tutto l’Oriente ortodosso.
Sorto, non si sa bene come e perché, verso la metà dell’VII secolo, questo stile di computo del tempo usa come parametro di riferimento niente popò di meno che la creazione dell’universo mondo, che ebbe luogo – a detta dei bizantini – il 1° settembre del 5508 a.C.
“Sapevatelo”, come si suol dire.

Questo computo del tempo era utilizzato anche al Sud Italia: un’area che, del resto, aveva forti rapporti commerciali con l’Oriente. Alla caduta di Costantinopoli, nell’anno 1453 (d.C.), la maggior parte delle aree che componevano l’ex-Impero si piega, a malincuore, al computo del tempo “occidentale” che si basa sull’Anno Domini. Eppure, l’era bizantina continua a esistere in altre zone: in Russia, ad esempio, cade in disuso solo il 1° gennaio 1700, nell’ambito del programma di occidentalizzazione avviato dallo zar Pietro il Grande.

Curiosi di sapere in che anno siamo secondo l’era bizantina?
Anche in questo caso è molto facile: basta fare 2016 più 5509, tenendo conto che Capodanno non è oggi ma è stato qualche mese fa: a settembre.

Insomma: attualmente siamo nell’anno 7525. Signori e signore: il futuro è qui!

Pillole di Storia

La Madonna? Profuma di cannella

Non ricordo, di preciso, quale libro stessi leggendo quando ho fatto la scoperta: la Vergine Maria profuma di cannella.
Ricordo benissimo, però, la reazione che ho avuto alla notizia: un sorriso da parte a parte, di quelli che nascono dal cuore. La cannella è, da sempre, uno dei miei profumi preferiti; mi basta sentirne un aroma lontano, che nella mia mente si formano immediatamente immagini di salotti tiepidi illuminati a festa nel freddo inverno; torte di mele che lievitano in forno; biscottini di Natale pronti per essere offerti ai parenti che vengono a far visita. Il “mio” profumo invernale per eccellenza sa di cannella e di un sacco di altre cose buone… e ricordo di aver sorriso come una cretina, al pensiero di Maria che, prima di uscir di casa, prende in mano la boccetta dorata e si spruzza lo stesso profumo.

Ebbene sì.
Non so cosa possano testimoniare, sull’argomento, le veggenti che hanno avuto il dono di vivere un’apparizione mariana… ma posso sicuramente dire che gli uomini del Medioevo manifestavano un consenso unanime: la Madonna emana il profumo della cannella.
E con lei, anche tutti i santi del Paradiso, sol per quello.

Non si sa di preciso come sia nata quest’associazione – che, peraltro, è anche molto curiosa, visto che, nel Medioevo, la cannella era ritenuta un potentissimo afrodisiaco: quasi una spezia che porta alla lussuria.
Uno sarebbe portato ad aspettarsi un’associazione diversa: chessò, un dignitoso profumo di fiori; un più ieratico aroma di incenso. Ma invece no: gli uomini del Medioevo erano concordi – la Madonna, il Paradiso, e tutti coloro che vi abitano, profumano del profumo delizioso della cannella.

Chissà perché proprio la cannella, poi, fra tutte le spezie che esistono nel vasto mondo.
D’accordo, è citata in alcuni passi della Bibbia: nell’Ecclesiaste si dice che la Sapienza sparge tutt’intorno il suo profumo, così come fanno la cannella e la resina degli alberi; nel Cantico dei Cantici, il vento sparge profumo di cannella e di spezie nel giardino della sposa, mentre lei, impaziente, attende il suo amato.
Aggiungiamoci pure che la cannella ha un profumo molto caratteristico, difficilmente confondibile con quello di altre spezie, e non trascuriamo l’ovvia considerazione che, nel Medioevo, le spezie erano preziose e ricercate non banali ingredienti da cucina che le nonne versano nell’impasto per insaporire la torta alle mele.
Ma forse, la popolarità della cannella quale “spezia del Paradiso” deriva dalla figura mitologica dell’araba fenice: ebbene sì. La leggenda dell’uccello che rinasce dalle proprie ceneri cominciò molto precocemente ad essere letta, in ambito cristiano, come una metafora della resurrezione di Cristo. E caso vuole che, secondo il mito, la fenice muoia abbandonandosi alle fiamme, in un nido fatto di mirra… e di rametti di cannella.

Sarà per questo, sarà per gli strani scherzi della Storia, ma la convinzione nasce, si radica nell’immaginario collettivo, e sopravvive, tenace, per diversi secoli. Il proverbiale odore di santità che accompagna la Vergine Maria è unanimemente identificato come aroma di cannella; ha lo stesso profumo anche il sangue di Gesù Cristo, spesso paragonato al vino speziato che il padrone di casa versa generosamente nelle coppe dei suoi ospiti, senza chiedere nulla in cambio.
Il profumo di cannella diventa un topos di numerosissime agiografie: i santi martiri bruciati sul rogo non emanano cattivo odore, ma anzi profumo di spezie e di incenso; i macilenti santi bassomedievali, costretti a letto da una malattia o immobilizzati in una cella sporca per la loro scelta eremitica, non sanno di “corpo malato” – profumano anzi di cannella.
E profuma di spezie anche il Paradiso stesso: lo dice esplicitamente l’apocalisse apocrifa di Pietro; il popolarissimo Libro di Enoch rincara la dose, precisando che, in Paradiso, si sparge un delizioso profumo di spezie tutte le volte che gli angeli sbattono le ali.

L’immagine, indubbiamente suggestiva, fa presa nell’immaginario medievale: si fa strada l’idea che, giunti in Paradiso, i beati saranno ricompensati per la loro buona condotta con un eterno banchetto celeste al cospetto dell’Onnipotente.
Piatto forte? Cibo prelibato di ogni genere, aromatizzato con cannella e spezie: ingredienti, questi, amatissimi dal gusto medievale.

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È solo una piccola curiosità pour parler, che lascia il tempo che trova. Ma a me ha scaldato il cuore fin dalla prima volta che l’ho letta, e continua a far sorridere come una cretina tutte le volte che ci penso – soprattutto di questi tempi, nei giorni di Natale.
Perché mi piace così tanto immaginare il Paradiso come una grande casa piena di luce decorata per le feste, con una grande famiglia felice e in armonia in cui tutti quanti i figli, finalmente, si radunano attorno alla loro Mamma… e, per festeggiare, preparano assieme a lei i biscottini alla cannella riservati alle grandi occasioni.