La trasfusione di sangue di Papa Innocenzo VIII

Si ha un bel dire che chi crede alla vita eterna non deve aver paura di affrontare la morte. In linea teorica, tutti d’accordo; quando però ti trovi davanti un medico che ti dà non più di tot. mesi di vita… ehm. Immagino che, in quel frangente, la vita in questa valle di lacrime cominci tutto sommato a non sembrarti poi così male.
Proprio per questo non fatico a comprendere l’umana reazione di Papa Innocenzo VIII di fronte a una prognosi di morte certa: così drammatica nei suoi esiti; così spontanea nella sua semplicità.

ipapierz-innocenty-viiiNato da una illustre famiglia genovese, Gian Battista Cybo sale al soglio pontificio il 29 agosto 1484. I maligni dicono che i cardinali elettori abbiano deciso di puntare su di lui per uscire da una situazione di stallo che stava spaccando in due il conclave, incapace di esprimere una preferenza tra due papabili. E così, come nel proverbio, tra i due litiganti ha goduto il terzo: e cioè, appunto, il nostro amico Gian Battista, selezionato col criterio di mandare al soglio di Pietro un cardinale malconcio, che… togliesse il disturbo quanto prima. Gian Battista Cybo, all’epoca del conclave, era poco più che cinquantenne: non anziano, dunque, ma notoriamente cagionevole (e, oltretutto, debole anche nello spirito. Un suo contemporaneo lo definì un uomo adatto più ad essere consigliato che a comandare).

Sennonché, con buona pace dei cardinali elettori, papa Innocenzo VIII non fu così rapido a morire. Vittima di violentissimi attacchi febbrili, causati forse da una malaria recidivante, il papa genovese fu dato per spacciato già a pochi mesi dalla sua elezione… ma, in realtà, tirò avanti per otto anni, medicalizzato da un vasto stuolo di archiatri pontifici che si alternavano attorno al suo letto. Sorpresa delle sorprese, alcuni di essi non erano nemmeno di religione cattolica: nel disperato tentativo di trovare una cura, Innocenzo VIII “osò” ciò che per altri papi sarebbe stato un tabù, e cioè mettersi nelle mani di medici di religione ebraica. “Egli era convinto”, spiega Bucardo, cronista di curia, “che la grande malvagità degli Ebrei conferisse loro la chiave d’una arcana sapienza che i medici Cristiani non possedevano”.

Sarà un caso? O sarà forse che – come osservarono i contemporanei – solo un medico giudeo avrebbe ardito usare il papa come cavia umana per una terapia sperimentale mai provata fino ad allora?
In ogni caso, un medico giudeo osò. E, di fronte a un improvviso aggravarsi di papa Innocenzo VIII, tentò il tutto e per tutto con un’operazione folle e disperatissima.

Inizia qui una delle pagine più affascinanti per gli appassionati di Storia della Medicina, e, francamente, più disturbanti per il cattolico che si diletta di Storia. Sì: perché nell’aprile 1492 ebbe luogo, nei palazzi pontifici, quella che è forse la prima trasfusione di sangue di cui la Storia abbia una memoria.

“La prima trasfusione di sangue della Storia”, oh wow: c’è di che mandare in solluchero i cultori della scienza medica!
Sennonché, io provo sempre un vago senso di disagio quando penso all’episodio che sto per descrivervi… perché sì, ok, evviva la sperimentazione, ma se le trasfusioni di sangue non erano mai state tentate fino ad allora, una ragione c’era. Erano dannatamente pericolose.   

Tralasciando quel trascurabile dettaglio dei gruppi sanguigni e della non compatibilità tra gruppi diversi (conoscenze, ovviamente, non note a quell’epoca), il vagheggiamento di poter prendere del sangue da corpi giovani e sani e infonderne l’energia vitale in corpi decrepiti prossimi alla morte aveva affascinato generazioni di scienzati. Nel trattato De medicina, il medico romano Celso sosteneva persino di aver visto uomini malati riguadagnare improvvisamente la salute dopo aver bevuto (?!) il sangue di gladiatori uccisi.
Eppure eppure eppure, si trattava d’una cura incredibilmente pericolosa, e dagli esiti drammaticamente incerti. Ben lungi dal potersi affidare a volenterosi donatori di sangue iscritti all’AVIS, gli archiatri pontifici dovettero andarli a cercare tra i più poveri vicoli romani, tre ragazzini che fossero disposti a donare il loro sangue al vicario di Cristo in terra. E neppure una generica promessa di onori e riconoscenza dovette essere sufficiente a convincere quei giovani disperati: il papa dovette promettere loro un ducato a testa (cifra niente affatto trascurabile, per quell’epoca), pur di farli acconsentire.

Con crudo realismo, il Bucardo descrive in questi termini il disperato intervento medico:

Il dottore disse che era pronto a cominciare. Si inginocchiò, e così entrò nella camera da letto del papa; quindi, con mano tremante, salassò il pontefice.
Il primo dei tre giovani fu fatto entrare, e, con diretto trasferimento, il sangue passò da lui al papa.
La stanza puzzava per l’odore del sangue, che colava sulle coperte e giù dallo scendiletto fino sul pavimento. Venne poi chiamato il secondo giovane, e infine il terzo: ben presto, tutti e tre giacevano morti nell’anticamera. Dalle loro mani rattrappite fu ripreso il denaro.

Cosa determinò la morte dei tre sfortunati donatori? Forse un dissanguamento, forse una bolla d’aria introdottasi nelle vene; forse – come non mancarono di suggerire, ovviamente, i contemporanei – un preciso intento omicida del medico ebreo, che infatti fuggì da Roma dopo i suoi tentativi non andati a buon fine. Alcuni storici si spingono addirittura a dare un nome a questo archiatra (sarebbe un certo Abraham Myere de Balmes), altri vanno nella direzione radicalmente opposta ipotizzando che questa intera vicenda sia null’altro che una leggenda nera di matrice antisemita (o antipapista): le cronache di questa emotrasfusione sono sì numerosissime, ma nessuna è di prima mano, scritta cioè da un testimone oculare.

Sarà quel che sarà: in ogni caso, il disperato tentativo non andò a buon fine. Papa Innocenzo VIII cessò di vivere il 25 aprile 1492. Aveva sessant’anni.

InnocenzoVIII Trasfusione di sangue

Cerimoniale vaticano for dummies (AKA: perché Melania Trump ha incontrato il Papa vestita come una beghina in lutto?)

Confesso che la cosa mi ha presa di sprovvista. Non mi aspettavo che l’outfit di Melania Trump per la sua visita in Vaticano destasse nel web così tanta curiosità – se non altro, perché, di VIP, il Papa ne riceve spesso, e non è mica la prima volta che vediamo foto di un’udienza privata.
Eppure, la First Lady è pur sempre la First Lady, e la visita di Melania a Papa Francesco ha evidentemente destato molta curiosità.

Velo Melania Trump
Il velo muliebre di Melania in visita a Papa Francesco

A vantaggio di chi non ha la più pallida idea di come funzioni il cerimoniale vaticano (…e, auspicabilmente, anche a vantaggio di chi un’idea ce l’ha, ma è curioso di approfondire la storia del perché e del percome), ecco dunque un piccolo vademecum di vaticanerie for dummies (AKA: perché Melania s’è conciata come per un funerale di inizio secolo?).

Appunto! Perché??

Ma pora stella: il suo look ha stupito molti, ma lei si è limitata a seguire il cerimoniale diplomatico. Copiando testualmente dagli Appunti per un approccio sistematico al Cerimoniale Vaticano curati da Giuseppe Damiano Iannizzotto dell’Associazione Nazionale Cerimonialisti Enti Pubblici,

in occasione di Visite di Stato al Sommo Pontefice, per gli uomini è prescritto il frac con gilet nero e decorazioni (quelle pontificie precedono le nazionali) mentre alle donne si richiede abito lungo nero, velo e guanti pure neri; sono ammesse le decorazioni ma nessun gioiello, salvo le perle.
In occasione di Visite ufficiali gli uomini indossano un abito scuro con decorazioni e le donne un abito corto nero con decorazioni ma senza gioielli salvo le perle.

Hillary Clinton velo Papa Wojtyla
Anche Hillary, accompagnando suo marito a una visita ufficiale in Vaticano, ha indossato un velo nero da protocollo. Correva l’anno 1994…

Prendo atto. Però non ha senso! Che è ‘sta fissa del nero? Perché costringere le donne a vestirsi praticamente a lutto?

Mah. Io direi: per la stessa ragione per cui le signore invitate a un matrimonio sono “costrette” a evitare abiti lunghi di colore bianco.

Sulle origini della consuetudine per cui le donne devono vestire in nero quando incontrano il Papa, in questi ultimi giorni ho letto la qualunque. Online si dice che la richiesta viene fatta affinché le donne vestano da penitenti, o perché la Chiesa impone abiti dimessi alla donna tentatrice. Ho letto addirittura che il nero è una ‘punizione’ per la colpa di Eva e di tutte le sue figlie (???)… ma, no, non è vero niente di questo.

La spiegazione è molto più pragmatica: avete presente gli abiti lussuosi di Kate Middleton quando partecipa a una festa in pompa magna? Ecco: calcolate che la sua eleganza è solo l’eco lontana degli sfarzi con cui le regine (e le dame in generale) si agghindavano per partecipare a eventi ufficiali, fino a qualche decennio fa.

Ora: il Papa, poveraccio, è in una situazione singolarissima. Ogni re che si rispetti ha una regina consorte, bellissima e affascinate nei suoi diademi splendenti per le serate di grande gala. Ha vestiti di lusso, ha una delegazione diplomatica di cortigiani pluridecorati, ha ricchezze di ogni tipo, e non ha remore a mostrarle.
Il Papa, povero cristiano, ha e ha sempre avuto ben poca mercanzia. Non ha una “papessa consorte”, i suoi cortigiani sono attempati ometti in abito talare… immaginatevi la Principessa Sissi col suo abito più sontuoso che viene a fare visita a ‘sta combriccola di vecchietti.

Una delle regole base della diplomazia è sempre stata: nel caso di visite ufficiali, il “padrone di casa” deve sempre avere il posto di rilievo (e ci mancherebbe!).
Se il tuo capo di Stato è un tizio che non ha mogli, non ha figlie, non ha gioielli al di fuori di quelli per uso liturgico, e non può nemmeno fare uno sfoggio di ricchezze fine a se stesso… allora, forse forse, la scelta più agevole per i diplomatici è imporre a tutti gli ospiti un dress code di colore scuro.
Così almeno il Papa risalta, perché è l’unico col vestito chiaro.
Per dire.
Sempre meglio di niente.

Nobel svezia
La famiglia reale di Svezia, in gran spolvero per la consegna dei premi nobel nel 2016. Capite bene che signore agghindate così finirebbero inevitabilmente per far passare in secondo piano qualunque prete…

Molto prosaicamente, la vera motivazione dietro al little black dress imposto d’ufficio sembra essere proprio questa. Una antica norma vecchia di secoli, che poi è diventata standard ed è stata portata avanti per tradizione. Ma non c’era nessun sottotesto particolarmente misogino, dietro.

Come no! E il velo? A ‘sto punto infiliamo le donne dentro ad un burqa e facciamo prima!

Aehm: io ho un cassetto pieno di veli, e “misogino” è l’ultimo aggettivo con cui li definirei.

Amal Vaticano
Per il suo incontro con papa Francesco nel maggio 2016, Amal Clooney ha optato per un (appropriato) cappello nero, che evidentemente preferiva al velo tradizionale. Look impeccabile anche così!

Che le donne si presentino sempre a capo coperto quando si trovano in un contesto “sacro”, è una norma antichissima, per i Cattolici. Chiedete a una qualsiasi delle vostre nonne: anche lei vi confermerà che, fino al Concilio Vaticano II, le donne dovevano indossare un cappello (o un velo, o un foulard) anche solo per entrare in chiesa.
È una tradizione antica, che deriverebbe addirittura dai tempi di san Lino, eletto papa dopo la morte di san Pietro. Il generale cambiamento di costumi, e le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II, hanno senz’altro reso meno popolare questa consuetudine (che in compenso resta viva – e anzi sta avendo un grosso revival negli ultimi anni – in tante aree del mondo, come ad esempio gli USA).

Anche lì: è tradizione.
E non è manco una tradizione brutta o svilente per l’ospite femminile, secondo me (sarà che io sono una fan dei veli… ma avete idea di quanto possa essere bello, un bel velo da Messa?!)

Fatto sta che tutti questi vincoli la Santa Sede li impone solo alle donne. I maschi possono vestirsi normale.

Più che altro, è la moda maschile che non concede particolari guizzi di fantasia quando si tratta di mettersi in tiro per un’occasione di gala. Giacca e cravatta, quello è. Il cerimoniale vaticano impone anche agli uomini il colore nero in tinta unita… ma – ovviamente – un completo nero, su un uomo, dà meno nell’occhio.

…c’è anche un’altra cosa, però, da considerare. All’epoca in cui nasce il cerimoniale diplomatico, tutti i capi di Stato (cioè, tutti i personaggi che potevano ragionevolmente ambire a un’udienza privata col Santo Padre) avevano alle loro spalle una carriera militare. Tutti: re, principi, politici – chiunque aveva prestato servizio nell’esercito, almeno per un po’.
Ed era consuetudine che, in caso di eventi ufficiali, l’uomo si vestisse in alta uniforme sfoggiando con orgoglio onorificenze e gradi raggiunti.

La divisa militare, quella è: non è che puoi cambiarla.
Ecco dunque la necessità di regolamentare soprattutto l’abbigliamento femminile: perché le dame sono (anzi: erano) le uniche a non essere legate al rigore di un’uniforme.

Giovanni Paolo I Famiglia Lussemburgo
Il Granduca e la Granduchessa del Lussemburgo, due dei pochi ospiti che Papa Giovanni Paolo I ebbe il tempo di accogliere durante il suo breve pontificato. Il Granduca, come da tradizione, sfoggia orgogliosamente la sua uniforme.

E perché alcune donne si presentano al Papa vestite di bianco?

È il cosiddetto “privilegio del bianco”, una intrigante deroga alla normativa che vuole le signore vestite di nero per non “oscurare” il Papa con la loro eleganza.
Ebbene: le regine delle grandi monarchie cattoliche (quindi, Spagna, Belgio e Lussemburgo), le principesse di Casa Savoia e l’attuale principessa consorte del Principato di Monaco hanno il permesso di indossare abito e velo bianco, quando si trovano al cospetto al Papa.

È una possibilità che viene loro concessa negli anni della Controriforma, per premiare quelle case regnanti che erano rimaste fedeli al Papato.
E, per quanto la materia sia evidentemente futile, credetemi: non è cosa da poco.

Che un capo di Stato accetti di far entrare in casa sua, in visita ufficiale, una tizia che sta sostanzialmente indossando un vestito da sposa, non è poco affatto. Vuol dire mettersi implicitamente in secondo piano, consentendo che tutti gli occhi siano puntati sulla bellissima dama che, inevitabilmente, ti ruberà la scena.

La materia è futile, ma il gesto è significativo!

Privilegio del Bianco Savoia
La regina Elena e la principessa Maria Josè di Savoia si avvalgono del privilegio del bianco, durante una visita ufficiale a Pio XII. E poi non ditemi che i loro abiti non davano nell’occhio…

Che schifo, però, la foto di sopra, con la principessa costretta a baciare la mano del Papa! E che è?

Mette Maritte
Mette Maritte, moglie dell’erede al trono di Norvegia, si inchina davanti alla regina Elisabetta, nel corso di una visita ufficiale

Sembrerà una questione di lana caprina, ma tecnicamente non si bacia la mano del Papa; si bacia l’anello del pescatore che il Papa porta al dito. Allo stesso modo, nell’incontrare un vescovo, si bacia il suo anello vescovile, e non la mano in sé.
È un modo simbolico per onorare il ruolo del personaggio, più che la sua persona (in maniera non dissimile dal modo in cui altri cerimoniali esteri prevedono che ci si inchini di fronte a un monarca).

Sembrerà una questione di lana caprina, dicevo, ma a ben vedere non lo è: la liturgia cattolica (e non il cerimoniale diplomatico di Città del Vaticano) prevede, effettivamente, delle circostanze in cui il fedele bacia le mani del sacerdote in quanto tale (ad esempio, dopo la prima Messa di un novello sacerdote, a sottolineare che quelle due mani adesso hanno il “potere” di “portare” Cristo in terra al momento della consacrazione eucaristica).

Se il cerimoniale vaticano volesse costringere a onorare il Papa come leader religioso, avrebbe relativamente aggio al richiedere il bacio della mano in sé e per sé. Che si chieda invece all’ospite di baciare l’anello del pescatore, cioè il simbolo del potere, ha tutt’altra valenza.

Mh. E a parte l’anello del pescatore, il Papa ce l’ha, un dress code per le visite ufficiali?

In teoria, il cerimoniale prevede che il Santo Padre riceva gli ospiti indossando l’abito corale (cioè: veste bianca, sopravveste di pizzo, mantellina rossa, stola, scarpe rosse, zucchetto bianco e croce pontificale). Papa Francesco, non amante di questi orpelli, finora ha sempre preferito indossare la normale veste talare che è diventata un po’ la sua “divisa” per tutte le azioni non liturgiche.

Charlene Papa Ratzinger
La principessa Charlene di Monaco sfrutta il privilegio del bianco (e indossa un velo che mi pare proprio identico a uno che io, N.d.R.) nel corso di una visita ufficiale a Papa Ratzinger. Benedetto XVI, dal canto suo, si attiene scrupolosamente al cerimoniale vaticano per quanto riguarda la scelta del suo abbigliamento.

Per pura curiosità: l’abito corale come quello che vedete sopra addosso a Papa Ratzinger si impone come “abito pubblico” solo a partire dal ‘400. Fino ad allora, in tutte le occasioni solenni, il Papa indossava un delizioso completino rispolverato da Sorrentino per la serie The Young Pope. Nella celebre scena in cui Papa Lenny riceve in udienza il Primo Ministro, lo vediamo indossare l’antico “manto papale” – lunghissimo, con strascico, e riccamente decorato.
L’ultimo papa ad utilizzarlo fu Paolo VI… e (curiosità!) non è mai stato formalmente abolito. In teoria, un Papa potrebbe ancor oggi decidere di conciarsi così per ricevere in udienza un suo ospite!

Young Pope
Niente di meglio di un buon manto papale per intimorire un ospite sgradito (scena da “The Young Pope”)

Ma Papa Francesco non ha cambiato il cerimoniale?

No. Che io sappia, formalmente non ha cambiato niente, nel senso che rimangono in vigore tutte le regole di cui sopra: signore in nero e a capo coperto, Papa con abito corale, privilegio del bianco per poche signore al mondo, e così via dicendo.

Se il protocollo rimane quello di sempre, personalmente ritengo che la Segreteria di Stato comunichi ai vari ospiti che Papa Francesco non ha particolarmente a cuore il rispetto rigido di queste regole. In caso contrario, non mi spiego vistosi “scivoloni” diplomatici da parte di personaggi che, in udienza ufficiale, infrangono apertamente il protocollo, pur essendo stati ligi alle regole in tutte le visite ufficiali effettuate ai tempi di Ratzinger e Wojtyla.

Carlo Camilla Papa Collage
La Duchessa di Cornovaglia, in abito nero con velo nero durante una visita ufficiale a Papa Benedetto XVI, e a capo scoperto in un abito praticamente bianco durante una visita ufficiale a Papa Francesco: in assenza di un ok da parte del Vaticano, sarebbe una mancanza di rispetto talmente grave che non riesco neanche a immaginare uno scenario in cui la famiglia reale inglese avrebbe potuto concepirla!

L’unica vera modifica al cerimoniale vaticano, voluta e apportata da Papa Francesco, riguarda il trattamento da riservare a tutti quegli ospiti che si presentano in visita ufficiali accompagnati da un partner a cui sono legati da un’unione irregolare (per i canoni della Chiesa Cattolica).
Fino a pochi anni fa, chi – professando fede cattolica – richiedeva un’udienza privata, e in questa udienza si faceva accompagnare dalla [convivente / moglie di secondo letto / partner omosessuale] poteva senz’altro presentare la sua dolce metà al Santo Padre… ma nulla più. Il partner “irregolare” non poteva apparire nelle foto ufficiali, e non assisteva nemmeno all’udienza privata (veniva fatto accomodare in un’altra stanza, e solo successivamente, a margine, incontrava il Papa).

Come spiega questo articolo,

si trattava – è bene chiarire – di un protocollo valevole solo per i capi di Stato che si professavano cattolici. […] La ragione profonda per cui un Capo di Stato cattolico non poteva essere accompagnato dal coniuge se in situazione canonicamente irregolare risiede nel fatto che il Papa […] non poteva approvare surrettiziamente una situazione matrimoniale irregolare riconoscendola, seppur in maniera indiretta, durante una visita ufficiale.

Era insomma una sorta di catechesi indiretta che passava attraverso simboli e gesti, e che papa Francesco ha reputato troppo tranchant e troppo poco misercordiosa. In questo caso – e solo in questo – papa Francesco ha effettivamente ordinato che il cerimoniale fosse cambiato. E così, pochi mesi fa, Papa Francesco ha accolto per la prima volta il presidente argentino Mauricio Macrì assieme alla sua terza moglie.

Papa Macri terza moglie
Il presidente Macrì incontra Papa Francesco in compagnia della sua terza moglie (febbraio 2016)

…che peraltro indossava un bellissimo velo nero e un abitino comme il fault.
Proprio come da protocollo!

Di come Sua Santità Pio XII finì a pubblicizzare cappellini per signora

Quando il pubblicitario italoamericano Guido Orlando firmò un contratto con l’Istituto di Modisteria d’America, si trovò a dover gestire un bel grattacapo.
Correva l’anno 1958, e le mode stavano inesorabilmente cambiando. Le signore e le signorine che, fino a pochi anni prima, non si sarebbero mai sognate di uscir di casa senza indossare un bel cappello, adesso cominciavano a preferire altri tipi di acconciature.
Erano gli anni del foulard à la Audrey Hepburn; di lì a poco sarebbero diventati famosi i pixie cut, che con i cappellini anni ’40 hanno ben poco a che spartire… insomma: nel settore della modisteria c’era grossa crisi, e i negozi di cappelli stavano chiudendo l’uno dopo l’altro.

L’Istituto di Modisteria d’America, agendo nell’interesse di tutti gli associati, aveva deciso di ingaggiare un pubblicitario di tutto rispetto per tentare di rilanciare negli U.S.A. la moda dei cappelli…
…però, oh: manco un pubblicitario di tutto rispetto può fare miracoli.
Se i gusti cambiano, le mode si evolvono, e le consumatrici non ne vogliono di più sapere di quello specifico prodotto lì (oltretutto, perché le passerelle propongono loro soluzioni più pratiche, più economiche, più modaiole e più attraenti)… ahò: anche il migliore dei pubblicitari, che ci può fare?
A Guido Orlando serviva letteralmente un miracolo; eppure, il buon uomo aveva la ragionevolezza di ammettere che un letterale miracolo era un po’ al di fuori della sua portata…

…però magari era alla portata di qualcun altro!
Tipo, di uno per il quale è attualmente in corso un processo di canonizzazione…

***

Negli ultimi anni della sua vita, il nostro ebbe l’umiltà di descriversi come “il secondo più grande pubblicitario della storia (dopo Goebbels al servizio di Adolph Hitler)”.
Già solo questa frase dovrebbe farvi capire molte cose su Guido Orlando, che era un tipetto niente male… con un coraggio e una faccia di bronzo davvero fuori dal comune. Nessun altro a parte lui, io credo, avrebbe avuto la faccia tosta di architettare questo diabolico piano criminale, ai “danni” di Sua Santità Pio XII (nientemeno!).

Ordunque, facciamo un passo indietro: correva l’anno 1958.
Mancava ancora un po’ di tempo all’indizione del Concilio Vaticano II, che avrebbe abolito l’obbligo (e quindi, fatto cadere in disuso il costume) per cui le donne cattoliche dovevano entrare in chiesa solo e rigorosamente a capo coperto.
Lo specifico, perché oggigiorno tanti potrebbero anche non fare più il collegamento, e invece era proprio così: fino a prima del Concilio Vaticano II, era fatto obbligo a tutte le donne di coprirsi il capo, quando entravano in una chiesa cattolica. Adesso, la scelta di farlo è volontaria e personale, ma fino agli anni ’50 era proprio fatto divieto esplicito di entrare in chiesa a capo scoperto.

Embeh: quel genio del male che aveva nome Guido Orlando, pensò bene di andare in tipografia e farsi stampare un plico di carta da lettere intestata a un fantomatico “Religious Institute of Research”, che avrebbe dovuto essere un centro studi sulla pratica religiosa in Nord America.
Parlando a nome dell’inesistente direttore dell’Istituto inesistente, Guido Orlando indirizzò a papa Pio XII una bella letterina in cui il Santo Padre veniva messo a parte di una ricerca recentemente condotta negli States. I risultati dello studio (che naturalmente, non era mai esistito) erano quantomeno allarmanti: da un recente sondaggio, risultava che più di 20 milioni di donne cattoliche statunitensi andassero abitualmente a Messa, ogni settimana, a capo scoperto.
A nome del presidente dell’Istituto di Ricerca, Orlando informava il papa degli sconcertanti risultati, senza nascondere – sotto il velo di un’algida comunicazione accademica – una punta di sincera preoccupazione. Milioni di donne cattoliche in America infrangono quotidianamente una prescrizione di Santa Romana chiesa, e forse senza neppure sapere di star sbagliando…
Oh, se solo il Santo Padre volesse far sentire la sua voce in proposito, richiamando al dovere le sue dilette figlie in Cristo…

Il Santo Padre, ça va sans dire, ha problemi ben più grossi dei capelli delle signore, quindi il Religious Institute of Research si permetteva di facilitargli la vita suggerendo qualche frase-tipo che Pio XII avrebbe dovuto semplicemente pronunciare, nei tempi e nei modi che avrebbe considerato più opportuni.

Ecco, qualche frase-tipo suppergiù su queste linee:

Dei vari accessori indossati dalle donne oggigiorno, i cappelli contribuiscono significativamente a esaltare la dignità e il decoro della femminilità. È tradizione che le donne portino il cappello in chiesa, come in numerose altre occasioni religiose, e io considero i cappelli una parte propria e fondamentale dell’abbigliamento femminile.

Pio XII soppesò la frase e giudicò che, tutto sommato, era nelle sue corde. In quattro e quattr’otto (un po’ per togliersi il pensiero, un po’ per far fronte alla situazione oggettivamente allarmante che gli era prospettata) diede ordine di incorporare proprio queste precise identiche parole in una raccomandazione che venne pubblicata, con grande risalto, sulle pagine de L’Osservatore Romano.  Il monito papale fu ripreso in numerosi interventi radiofonici e televisivi, in Italia e all’estero, con l’ordine di garantirne una capillare diffusione proprio nelle diocesi statunitensi, che del resto erano quelle che “creavano il problema”.

Mentre tutti i giornali, e le riviste femminili, e le trasmissioni radiofoniche, eccetera eccetera eccetera, tappezzavano da Nord a Sud gli Stati Uniti d’America con lo scoop “PIO XII DICHIARA: IL CAPPELLO È PARTE FONDAMENTALE DELL’ABBIGLIAMENTO FEMMINILE”, Giuseppe Orlando sogghignava sfregandosi le mani.
Nel giro di meno d’un mese, si registrò in tutti gli States un clamoroso boom nelle vendite di cappelli da donna.

La porta della misericordia

Correva la voce, tra il popolino.
Lo si diceva piano piano, lo si sussurrava di bocca in bocca, con quello stupore attonito di chi contempla le meraviglie del creatore onnipotente, e con quella sana invidia di chi darebbe tutto per essere, a sua volta, oggetto di tale grazia. Si mormorava che in Roma, nella basilica di San Pietro, si celasse, gelosamente nascosta chissà dove, una minuscola porticina d’oro – bassa bassa, stretta stretta.
Il potere di questa porta era enorme e spaventoso: chiunque l’avesse attraversata sarebbe stato immediatamente mondato da tutti i suoi peccati, foss’anche stato il peggiore tra i criminali. Proprio per questa ragione, i Papi avevano deciso di murare questo varco e di avvolgere la sua ubicazione sotto un velo di mistero: troppo grande, il potere di questa porticina miracolosa; troppo drammatici gli abusi che avrebbero potuto conseguirne, se la cristianità avesse dovuto scoprire di avere tra le mani uno strumento di salvezza così infallibile e potente.

O, almeno, così diceva il popolino… ma non si dice anche che, in tutte le leggende, c’è sempre un fondo di verità?
Nell’imminenza del giubileo del 1500, papa Alessandro VI decise che nessuno è mai finito all’Inferno per aver peccato di troppa fiducia; indi, partendo dall’assunto che “non si può mai sapere”, sguinzagliò in giro per la basilica di San Pietro una banda di cercatori di piccole porticine magiche.
E se il popolino avesse avuto ragione? E se questa porta prodigiosa fosse stata realmente lì, nascosta da qualche parte nella basilica, murata da un predecessore per ragioni di ordine pubblico?

Prevedibilmente, la porticina non si trovò.
Purtuttavia, Alessandro VI (che di difetti ne aveva tanti, ma non si può dire che fosse scemo) intuì che una roba di questo tipo – uno strumento di tale potenza – sarebbe indubbiamente stato un qualcosa di grande impatto emotivo (…e di grande richiamo…) per tutta la cristianità.
E quindi… se la “vera” porta magica era inesistente o irreperibile, perché non crearne una… ex novo?

Mentre ormai era già partito il conto alla rovescia per l’inaugurazione dell’Anno Santo, papa Alessandro individuò, sulla facciata della basilica, una porta relativamente piccola e poco usata. In meno di una settimana (!), la porta fu ampliata ed abbellita con ricchi decori… e poi, murata.
Era, a tutti gli effetti, la nascita della Porta Santa – cioè di quella porta unica e speciale che sarebbe stata aperta solennemente all’inizio di ogni anno giubilare, per poi essere richiusa (e nuovamente murata, fino a nuovo ordine) nell’ultimo giorno dell’anno santo. Sarebbe stato il papa in persona ad abbattere, a colpi di martello, il muro che celava la Porta Santa alla vista dei fedeli – e dopo questo gesto simbolico, i fedeli avrebbero attraversato proprio quella porta lì, per entrare nella basilica e lucrare la loro indulgenza.
La Porta Santa era, insomma, una specie di “via maestra” per il Paradiso: punto di contatto tra il cielo e la terra, prometteva misericordia e perdono a tutti gli uomini di buona volontà.

Apertura della Porta Santa nell'anno giubilare 1725
Apertura della Porta Santa nell’anno giubilare 1725

La prima apertura della Porta Santa, nella notte di Natale del 1499, fu seguita con un sussulto di sorpresa da tutta la cristianità, che attendeva l’ora X davanti alla basilica. “Aperite mihi portas iustitiae”, recitò il papa a voce ferma secondo il cerimoniale; e poi, con un comune martello da falegname, prese a picconare il muro che nascondeva la Porta Santa (…e che, per la verità, era già stato mezzo demolito prima della cerimonia: non è il papa abbia dovuto sudarsi troppo questo momento).
Il muro crollò e la porta si aprì: il papa si fece largo attraverso i calcinacci, entrando in ginocchio nella basilica di San Pietro.
Lo seguivano cardinali, prelati, e poi comuni fedeli – quest’ultimi, intenti ad accaparrarsi mattoni e schegge di calcestruzzo di questo nuovo, miracoloso simbolo che si affacciava per la prima volta nella Storia della Cattolicità.

Era il giubileo del 1500, e la Porta Santa – segno di perdono, carità e misericordia – si spalancava per la prima volta, nella basilica di San Pietro.

Una mamma offre alla sua famiglia un assaggio "di Paradiso", di fronte alla Porta Santa che sta per essere aperta, nell'anno giubilare 1850
Una mamma offre alla sua famiglia un assaggio “di Paradiso”, di fronte alla Porta Santa che sta per essere aperta, nell’anno giubilare 1850

[Pillole di Storia] Asino d’un Papa!

Mi sento anche abbastanza idiota a dover iniziare con questo disclaimer, ma tant’è. Quello che state per leggere, signori, è un post che parla di Storia.
Non è un’allegoria. Non è una sottile allusione. Non è una frecciatina nascosta. È una “Pillola di Storia”, che peraltro staziona fra le “bozze” da tempo immemorabile. Ogni tanto mi chiedo se sia il caso di pubblicarlo e sistematicamente mi rispondo di no, perché “sia mai, di questi tempi chissà cosa penserà la gente, aspettiamo almeno che le teste calde la piantino di prendere a insulti il Papa a mezzo web”.
Realizzato che, probabilmente, tale circostanza non si verificherà mai, ho deciso di sfidare la sorte e di pubblicare il post in ogni caso. Al primo che pensa di poterci leggere qualche sottinteso antipapista, mi metto a urlare, giuro. Mi metto a urlare.

Detto ciò, viva il Papa! e buona lettura.

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I disastri metereologici, purtroppo o per fortuna, non sono prerogativa solo di questo secolo. Accadde così che, nell’anno del Signore 1495, l’Urbe finisse sott’acqua a causa di una piena del Tevere particolarmente disastrosa, che ebbe luogo addì 4 dicembre.
(Wikipedia contribuisce a questo post informando tutti gli interessati che, a quanto pare, sulla chiesa romana di Sant’Eustachio esiste ancor oggi una lapide commemorativa che tiene traccia del livello raggiunto dal Tevere durante la piena di cui sopra. Casomai voleste passare di lì per farvi un’idea).

Il popolino uscì di testa, come capitava spesso, all’epoca, di fronte a certi “segni” (e come, del resto, talvolta capita ancor oggi): certi eventi naturali fanno particolarmente colpo, quando si scatenano sulla Città Santa, sulla Sede di Pietro – su quella città che, in teoria, Dio Onnipotente dovrebbe avere più cara di ogni altra. Menagrami con manie apocalittiche cominciarono a percorrere l’Urbe predicando come questa alluvione fosse in realtà una punizione divina, e pronosticando nuove, imminenti sciagure per i peccatori.
Sciagure che in effetti ebbero anche luogo, a dirla tutta: la situazione igienica disastrosa creatasi a seguito dell’alluvione, prevedibilmente, fu terreno fertile per malattie epidemiche.
Come se non bastasse, al ritiro della piena, alcuni Romani si imbatterono in una macabra scoperta, percorrendo il greto del Tevere. Nel tratto compreso tra Tor di Nona e Castel Sant’Angelo, alcuni cittadini orripilati scoprirono il cadavere di… ehm… un coso che

havea la testa d’asino e ‘l corpo di femina, culla mammilla e ’l pede destro di femina, e ’l sinistro d’aquila, el brazzo destro de femina e ’l sinistro de urso, […] dereto una testa d’huomo vecchio, et alle natiche nude essia un capo di serpente.

Un mostruoserrimo scherzo della natura, in pratica!
Vai a capire cosa fosse davvero il creaturo che i Romani sostenevano di aver rinvenuto; fatto sta che il ritrovamento fece (comprensibilmente) scalpore, e per un bel po’ di settimane fu il principale argomento di conversazione in città.
Del resto, una roba del genere non capita mica senza ragione: evidentemente doveva trattarsi di un qualche segno da interpretare; forse, era un monito inviato da Dio Onnipotente a mo’ di avvertimento per questa città corrotta.

E fin lì, questo bizzarro episodio avrebbe facilmente potuto esser catalogato sotto il titolo di “fenomeno di suggestione popolare”, per poi sparire nel dimenticatoio.
E invece succede una cosa buffa, che potete verificare voi stessi se provare a navigare su Google con la chiave di ricerca “Papa asino”. I risultati web sono articoli di giornali che parlano di Ratzinger, noto per aver rivoluzionato i contenuti della fede cristiana quando ha scritto, nel suo libro su Gesù di Nazareth, che i Vangeli non menzionano la presenza del bue e dell’asino nel presepio (oh my God!!!).
Se andate su Google Immagini, però, vi troverete di fronte a risultati inaspettati – ovverosia, asini vestiti da Papa.

Tipo questo, per capirci. Asino Papa

La mirabile scoperta può comprensibilmente suscitare un filino di stupore, spingendo l’internauta a domandarsi “e dove diamine esce, ‘sta rappresentazione??”.
Evidentemente si tratta di stampe di matrice protestante, in cui l’aspetto di satira antipapista è decisamente palese. Ma di nuovo: da dove nasce, ‘sta rappresentazione? Perché, proprio l’asino Papa? Nel senso: fra tutte le bestie del creato, perché proprio l’asino?

Per noi moderni, l’asino è simbolo di ignoranza, quindi potremmo immaginare un’associazione asino-Papa diffamatoria in quel senso lì.
In realtà, la storia è molto più banale.
L’immagine dell’asino-Papa (che oggigiorno potrebbe anche non dirci un granché… ma che era diffusissima in tutta Europa, all’epoca di Lutero!) origina proprio dalla piena del Tevere del dicembre 1495. E, soprattutto, dal terribile cadavere di mostro rinvenuto sul greto del fiume al ritirarsi delle acque.

La notizia di questo disgustoso ibrido rinvenuto a Roma, come vi dicevo, aveva rapidamente fatto il giro della città, del Lazio, e poi di tutta la penisola. Il popolino atterriva, se ne parlava nelle osterie: la notizia passava di bocca in bocca, e i viaggiatori, turbati, la portavano nelle loro terre. In assenza di una community virtuale pronta a retwittare a tutto spiano l’immagine del mostro, alcune stamperie avevano cominciato a far circolare litografie del misterioso ibrido, aumentando ancor di più l’interesse popolare verso l’argomento.

In un primo momento, il ritrovamento sconvolgente fu appunto inteso come un generico monito dell’Onnipotente a una Roma ormai straziata da tanti mali e tanti peccati. Tutto cambiò, però, nei primi mesi del 1498, quando alcuni Fratelli Boemi, di passaggio a Roma, si imbatterono in una delle stampe dedicate al misterioso ibrido.
Forse senza conoscere la storia di questo mostro tiberino, o forse infischiandosi allegramente di diffondere notizie false, gli eretici tedeschi decisero che quel disgustoso essere a forma d’asino era, senza alcun dubbio, una rappresentazione allegorica del Papa corrotto.
E, convinti della cosa, portarono questa stampa con sé una volta tornati loro paese.
Lì, l’immagine del mostruoso ibrido romano fu copiata dall’incisore Werner von Olmutz e poi data alle stampe in altissima tiratura, sotto il titolo eloquente di Papst-Esel, “Papa asino”.

La storia di questo asino-Papa cominciò a circolare nei gruppi ereticali delle Alpi boeme, a mo’ di barzelletta satirica su questo sommo pontefice che in realtà è un mostro, un asino: insomma, uno scherzo della natura.
I tempi erano fertili per una critica all’autorità papale – e infatti, non molto tempo dopo questi eventi, Martin Lutero prese posizione contro la Chiesa romana. Evidentemente, l’immagine di un Papa-mostro che governa la Chiesa con feroce bestialità dovette sembrare a Lutero un ottimo strumento di propaganda – e infatti, nel 1523, radunati a sé lo scrittore Phillip Melanchthon e l’incisore Lucas Cranach, il riformatore protestante fece stampare un opuscolo… in cui, sostanzialmente, si dava all’esegesi di questo sinistro figuro che infestava le vie di Roma.

 Papa Asino Cranach

Il mostro diventava così un segno divino con cui l’Onnipotente voleva gridare al mondo la sua avversione per colui che sedeva sul soglio di Pietro.
L’immagine dell’ibrido romano – leggermente modificata alla bisogna, rispetto alla descrizione iniziale datane dai primi cronisti – veniva ormai letta in questo modo: la grottesta creatura aveva la testa di un asino, a sottolineare la completa idiozia della curia romana; inoltre, aveva il ventre pieno e rigonfio, simbolo dell’ingordigia del Papa. La zampa destra del mostro – diventata qui una zampa d’elefante – era simbolo della Chiesa che schiacciava i deboli; il braccio destro, di forma umana, serviva solo alle apparenze, in modo tale che la Chiesa riuscisse sempre a mascherare i suoi misfatti come gesti di carità. Uno dei piedi del mostro, nella sua rilettura luterana, ricordava la zampa di un bue, a sottolineare la forza e solidità con cui la curia romana – supportata dai potenti – continuava inamovibile il suo lavoro; l’altra zampa – un artiglio di rapace – rappresentava appunto la rapace ingordigia della Chiesa, soprattutto nel suo esercizio del potere temporale.

E la rappresentazione del Papa-asino, in questa nuova accezione, ebbe un successo dirompente: nelle pubblicazioni di matrice protestante dell’età della Riforma è un personaggio ricorrente, assurto quasi al rango di figura mitologica, per così dire.
Un po’ alla pari del lupo mannaro, del vampiro succhiasangue, dell’uomo delle nevi… eccetera eccetera.

Papa asino combo

Come dite?
Vivevate bene anche senza saperlo?
Beh, indubbiamente sì… ma non ditemi che anche questa, nel suo piccolo, non è una curiosa “pillola di Storia”!

[Pillole di Storia] Un Papa da rotocalco

Confesso: non ho resistito.
Costretta a letto, ancora convalescente (ma in via di guarigione: grazie a tutti!), ho atteso con ansia la domanda di rito: “esco, e passo dall’edicola. Vuoi qualcosa di leggero da leggere?”.
Ed è stato a quel punto che ho pronunciato le ferali parole: “sì, voglio il giornalino sul Papa”.
(…e, a onor del vero, devo anche ammettere che mi aspettavo molto peggio. Ovviamente, i contenuti sono quelli che sono e non c’è da aspettarsi un capolavoro, ma penso che questa rivista potrebbe essere la gioia di tutte quelle vecchiette che leggono TV Sorrisi e Canzoni per passare il tempo, e che non si sentirebbero a loro agio con letture cattoliche più ‘impegnative’ tipo Famiglia Cristiana o il Messaggero di Sant’Antonio. Non l’avrei mai detto, ma… in tutta onestà, ‘sto settimanale non mi è parso così malaccio).

Ad ogni modo, eccoci qui: siamo i cattolici del 2014, che, per tenersi occupati con letture leggere nei pomeriggi uggiosi, possono disporre di un intero rotocalco dedicato solo ed esclusivamente al Papa.
Degenerazioni della “francescomania”?
O tempora, o mores?
Beh… non necessariamente.
Qualcosa di molto simile, in realtà, era già successo alcuni decenni fa, coinvolgendo un Papa che molti di noi, probabilmente, riterrebbero “insospettabile”.
Ve lo immaginereste facilmente, voi, un rotocalco dedicato al gossip pontificale, con il titolo sfolgorante di Il mio Papa Pio XII?
A onor del vero, non si era arrivati fino a quel punto… ma ci si era andati molto, molto vicini…

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Tutto nasce in quel periodo che gli esperti definiscono “la terza fase” del pontificato di Papa Pacelli – quella in cui, dopo gli orrori della guerra e dopo l’inizio della guerra fredda, Pio XII può finalmente dedicarsi con un po’ più di calma a vicende meno “politiche” e più squisitamente “papali”.
È uno strano periodo, quello in cui Pio XII si trova ad operare. L’Italia si rialza, cresce il benessere economico, i fidanzatini convolano a nozze, il boom demografico produce una moltitudine di nuove famiglie. Cambia anche lo stile di vita: la radio è una presenza stabile nelle case di tutti gli Italiani, la televisione comincia a far timidamente capolino; e quanto ai mass media d’antan, anche loro si danno da fare per presentarsi sotto una nuova luce.
Beh, sì: perché in fin dei conti, se il portafoglio lo permette, è naturale concedersi qualche sfizio in più. Tipo un rotocalco settimanale, per dirne una – robe tipo Oggi, Famiglia Cristiana, La Domenica del Corriere, per capirci. Sì, insomma: quei settimanali leggerini, per famiglie o per signore, che fanno gossip, più che informazione… ma che, pian piano, si diffondono a macchia d’olio. D’altro canto costano poco, le signore si divertono, gli spiccioli per comprarli, grazie a Dio, non mancano… e dunque, “perché no?”.

Pio XII, che stupido non è, si rende immediatamente conto delle straordinarie potenzialità di questi mezzi. E non solo se ne rende conto, ma decide anche di sfruttarli a suo vantaggio: acconsente alla creazione di un docu-film sulla sua vita, trasmette messaggi in diretta grazie alla radio e alla tivvù… e, per quanto ci riguarda, si presta benevolmente a farsi dipingere come una star “da prima pagina”, anche a costo di finire sulle copertine dei giornaletti da signora.
In un vecchio numero (5/2008) della rivista Sanctorum, curata dall’Associazione Italiana per lo Studio della Santità, dei Culti e dell’Agiografia, Tommaso Caliò fa luce su questo aspetto attraverso un articolo titolato «Il miracolo in rotocalco». Il sensazionalismo agiografico nei settimanali illustrati del secondo dopoguerra.

Ebbene sì. Agli occhi di noi, uomini del 2000, l’idea di una agiografia sbattuta in prima pagina su Chi potrebbe anche sembrare vagamente surreale. Ma la società degli anni ’50 era molto diversa da quella di oggigiorno: l’acquirente-tipo di un rotocalco settimanale era la famigliola piccolo-borghese, quasi certamente cattolica (come la maggior parte degli Italiani, all’epoca) e senz’altro alla ricerca di qualche scoop sensazionale. Che lo scoop riguardasse la Dama Bianca di Fausto Coppi o la Madonnina di Siracusa che piange lacrime di disperazione, non faceva grande differenza agli occhi della casalinga-media: sia in un caso che nell’altro, sarebbe stata una notiziona di grande interesse di cui discuter con le amiche.

epperò, in un modo o nell’altro, la casalinga-media l’aveva saputo, della Madonna di Siracusa. Certo, l’aveva saputo attraverso un articoletto gossipparo; certo, non aveva letto commenti di vaticanisti e grandi esperti… però, meglio di niente. In un modo o nell’altro, la casalinga l’aveva saputo. E magari questa piccola notizia, buttata lì sulla prima pagina di un giornaletto gossipparo, era riuscita a farla riflettere, o ad accrescere la sua devozione. Meglio che niente.
Certo, certo: Oggi non è l’Osservatore Romano e non è neanche Famiglia Cristiana… ma è anche vero che non tutti i cattolici leggono abitualmente l’Osservatore Romano o Famiglia Cristiana.
E insomma: al Vaticano sembrava proprio che questi rotocalchi femminili, così interessati alle “cose di Chiesa”, fossero una risorsa niente male, per avvicinarsi alle proverbiali “casalinghe di Voghera”.
E Pio XII, che stupido non è, decide di non farsi scappare quell’occasione.

Per dare il via a questo esperimento, la Santa Sede decide di proporre un’allettante esclusiva al settimanale Epoca (ignorando, in maniera significativa, la rivista Famiglia Cristiana: il pubblico di Epoca, del resto, era più eterogeneo, non necessariamente composto nella sua interezza da cattolici praticanti – dunque, era un pubblico che andava raggiunto con più urgenza). Grazie alla mediazione del gesuita Rotondi, che in quegli anni godeva di particolare popolarità sia all’interno della Santa Sede sia nel mondo dei mass media, il rotocalco si accaparrava felicemente l’esclusiva di alcune fotografie di papa Pio XII. Appositamente scattate per l’occasione, le immagini ritraevano il pontefice negli aspetti più “normali” della sua vita quotidiana: furono pubblicate con grande rilievo sul numero 47 di Epoca (settembre 1951), accompagnate da un articoletto che descriveva in toni enfatici la quotidianità di papa Pacelli. Nasceva in questo modo un filone ‘giornalistico’ che, negli anni successivi, avrebbe goduto di straordinario successo: la vita quotidiana del Papa.

Da Oggi a Famiglia Cristiana, da Epoca alla Domenica del Corriere, tutti si affannano, di settimana in settimana, a proporre un nuovo scatto, un nuovo articolo, un nuovo scoop o una nuova immagine relativa alla vita di Papa Pacelli – un Papa che, è bene ricordarlo, godeva di una grandissima popolarità, all’epoca; un po’ come il nostro Francesco.

Luglio 1943: la "teatrale" preghiera di Papa Pio XII nel quartiere di San Lorenzo, distrutto da un bombardamento.
Luglio 1943: la “teatrale” preghiera di Papa Pio XII nel quartiere di San Lorenzo, distrutto da un bombardamento.

Pio XII è consapevole di questa “papa-mania”, e lascia fare, convinto di poter sfruttare la situazione a suo vantaggio – e così, sui rotocalchi italiani, si moltiplicano a dismisura le notizie sulla sua persona. I giornaletti dell’epoca ci restituiscono l’immagine di un Papa mite, sportivo, amante della natura e degli animali, che periodicamente si trova circondato di fringuelli festosi e coniglietti paffuti, tipo Biancaneve nel film della Disney. Viene esaltata la figura questo Papa moderno (che usa il telefono!!) (e si rade col rasoio elettrico!!) (e parla in diretta alla TV statunitense!!), ma che al tempo stesso è “altro da noi”: mistico, ascetico, quasi incorporeo – riprendendo in tal modo il topos che era aveva già fatto colpo sui lettori durante gli anni della guerra, in particolar modo dopo la preghiera di Pio XII nei quartieri di Roma appena distrutti da un bombardamento.

E il “pubblico” apprezza: vanno a ruba, quei giornali che promettono un nuovo scoop sulla vita del pontefice; e, quanto al pontefice, il popolino ha l’impressione di conoscerlo sempre meglio; lo considera quasi “un membro della famiglia”.
Vicario di Cristo. Santo in terra. Eppure, uomo come tutti noi – “guarda, mamma, c’è il Papa in accappatoio che si fa la barba prima di andare in ufficio! Proprio come papà!”.

"Tutte le mattine, quando Pio XII si fa la barba col rasoio elettricl, un uccellino ammaestrato lasciato libero nelle stanze si posa sulla sua mano sinistra e gorgheggia lietamente accompagnando il lieve ronzio dell'apparecchio. Appena terminata la rapida "toilette" del Santo Padre, il cardellino se ne vola via soddisfatto. Illustrazione di Walter Molino per la "Domenica del Corriere" (n. 18/1952); fare click per visualizzare un'immagine più grande.
“Tutte le mattine, quando Pio XII si fa la barba col rasoio elettrico, un uccellino ammaestrato lasciato libero nelle stanze si posa sulla sua mano sinistra e gorgheggia lietamente accompagnando il lieve ronzio dell’apparecchio. Appena terminata la rapida “toilette” del Santo Padre, il cardellino se ne vola via soddisfatto” – Illustrazione di Walter Molino per la “Domenica del Corriere” (n. 18/1952); fare click per visualizzare un’immagine più grande.

… e poi, capita, talvolta, che i rotocalchi facciano riescano a strappare un grande scoop per davvero. Se ve lo dico non ci crederete, ma è l’incredibile verità: avete presente la cristofania di Papa Pacelli? L’episodio in cui il Papa, in fin di vita, è stato beneficiato di un’apparizione di Cristo?
Episodio realmente accaduto e confermato dal Vaticano; quindi, possiamo essere piuttosto tranquilli sulla veridicità di questa informazione. Tuttavia, è oggettivamente un po’ surreale venire a sapere che questa notizia bomba è stata divulgata al mondo… attraverso le pagine di Oggi.
Giuro!
Il 24 novembre 1955, il bel faccione di Pio XII campeggia sulla copertina di Oggi accompagnato dall’eloquente titolo: Durante la malattia, il Papa vide Gesù al capezzale.
Ci si riferiva a una malattia che, circa un anno prima, l’aveva portato quasi in fin di vita: mentre Pacelli era costretto a letto, aveva beneficiato – a detta di Oggi – di un’apparizione di Gesù Cristo, che lo aveva miracolosamente guarito.
Lo scoop – effettivamente non da poco – fa il giro del mondo nell’arco di poche ore; si scatena il dibattito, molti sono scettici, e l’Osservatore Romano è costretto a pubblicare un articolo in cui, a malincuore, conferma la veridicità dei fatti (!!).

Come aveva fatto Oggi a impossessarsi di un simile scoop, passato inosservato persino all’organo di stampa del Vaticano? Si era trattato certamente di una notizia che era filtrata (volutamente? Accidentalmente?) al di fuori del Palazzo Apostolico – probabilmente per bocca di suor Pascalina Lehnert, che doveva aver scambiato qualche parola di troppo con un individuo che riteneva degno di fiducia… e che invece non lo era.

Ancora una volta sulla copertina della "Domenica del Corriere", Pio XII è stupito dal miracolo del sole mentre passeggia nei giardini del Vaticano.
Ancora una volta sulla copertina della “Domenica del Corriere”, Pio XII è stupito dal miracolo del sole mentre passeggia nei giardini del Vaticano.

Forse è proprio in questo momento che il Vaticano comincia a rendersi conto che questo andare a braccetto con le riviste popolari può rivelarsi un’arma a doppio taglio.
Da un canto, abbiamo i rotocalchi settimanali che raccontano “cose di Chiesa” anche a chi, diversamente, non s’interesserebbe mai di questi fatti. D’altro canto, abbiamo le riviste di gossip che, in fin dei conti, fanno giustamente il loro lavoro, andando alla ricerca dello scoop: ma è giusto ed è sano, che vengano buttati in pasto ai paparazzi il Santo Padre, la Madonna, Nostro Signore, e le verità di fede?
La cristofania di Pio XII, sbattuta sulla prima pagina dei giornali come se si trattasse dello scatto rubato della starlette di turno, non era nemmeno un triste caso isolato. Alla ricerca di notizie sempre più spettacolari, i rotocalchi attingevano a piene mani a tutto ciò che poteva esserci, di spettacolare, nella vita di fede. Prodigi di Santi, apparizioni mariane vere o presunte, sedicenti miracolati, devozioni non ancora approvate dalla Chiesa, agiografie scritte da chissà chi e sfruttando chissà quale tipo di fonti: tutto quanto “faceva buon brodo”, contendendosi la prima pagina con notizie totalmente profane tipo gli ultimi scandali di Casa Savoia, i successi delle star di Hollywood, le liason delle soubrette e i nuovi trattamenti di bellezza.
Era ormai chiaro a tutti che i rotocalchi settimanali avevano trovato, nel “sensazionalismo religioso”, la loro gallina delle uova d’oro, e che la situazione stava decisamente sfuggendo dalle mani della Santa Sede. Questa insolita alleanza avrebbe potuto funzionare fintantoché i giornaletti femminili fossero stati in grado di darsi un limite, cosa che evidentemente non eran più capaci di fare – c’è bisogno di ricordare in questa sede le vicende grottesche relative alla morte del povero Pio XII?

Gli “scatti rubati” di Pacelli agonizzante, prontamente ripubblicati dalle riviste di mezzo mondo, sono il segno che la misura è decisamente colma. “Basta così”, si decide in Vaticano: appoggiarsi alla stampa popolare porta sicuramente molti benefici… ma anche un’infinità di rischi.
Per concludere con le parole di Caliò, autore dell’articolo da cui è tratto questo post, lo scandalo del medico corrotto che vende ai giornali le fotografie del Papa morente

era anche la triste conclusione di un’illusione e la constatazione di un fallimento: a partire dal 1959, una volta terminati i fragori del conclave, nei settimanali familiari si registra una drastica inflessione del prodigioso cristiano e più in generale di temi religiosi, segno di un mutamento dei gusti del pubblico, ma anche di una presa di distanza da parte delle gerarchie ecclesiastiche da un medium di cui avevano sperimentato ambiguità e slealtà.

Ancora sulla copertina della "Domenica del Corriere", anche da morto.
Ancora sulla copertina della “Domenica del Corriere”, anche da morto.

Insomma: la Chiesa aveva tentato questa inedita alleanza, consapevole dei rischi ma anche dei benefici (che comunque c’erano: è un dato di fatto). Non era stata probabilmente la migliore idea che si fosse mai avuta Oltretevere… ma era stato un tentativo, comunque. Con un pizzico di responsabilità in più da parte dei direttori di giornaletti, avrebbe potuto essere un’accoppiata in grado di portare buoni frutti.

Ovviamente il giornaletto del 2014 è una cosa completamente diversa, e immagino, nella mia ignoranza, che il Vaticano non abbia avuto il minimo ruolo in questa storia… però, il Papa “corteggiato” dai mass media popolari non è senz’altro una novità dei nostri giorni.
Vero che sono buffi, certi corsi e ricorsi della Storia?

[Pillole di Storia] Il colore del vestito del prete

Maschietti in linea, grandi notizie: OGGI SI PARLA DI MODA CRISTIANA!!
No, non fate quella faccia, scherzavo: stavolta si parla di moda cristiana per preti, cioè di paramenti e di colori liturgici nel corso della Storia.
Eddai, questo è un post molto allineato alla mia “linea editoriale”, su!

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Dunque. C’è questo storico, che più che un uomo è un mito, che si chiama Michel Pastoureau. Oltre ad aver scritto un saggio sulla simbologia dell’orso – da animale totemico delle tribù barbariche, giù giù fino a trasformarsi in orsacchiotto di peluche – questo mito d’uomo ha scritto una serie di libri uno più affascinante dell’altro, dedicandosi a un campo di studi che potremmo definire… storia della simbologia? Storia dei colori? Storia della simbologia dei colori nel Medio Evo?
Boh, vedete voi. Fatto sta che io non potrò lasciare questa terra finché non avrò letto l’opera omnia di Pastoureau.

Fra le tante cose che hanno incuriosito Pastoureau, vi è anche l’uso dei colori durante le liturgie della Chiesa Cattolica.
Ché i colori liturgici sono un aspetto piuttosto importante delle celebrazioni di Santa Madre Chiesa: ma da dove sbucano, e che ci azzeccano? Cosa c’entra il verde con il tempo ordinario, e perché il prete si veste di rosso durante le feste di certi Santi, ma di altri no? E soprattutto: quand’è nato questo codice di colori, e chi diamine se l’è inventato?

Iniziamo dalle basi: iniziamo dal “quando”.
La nascita dei colori liturgici è, ovviamente, molto più tarda rispetto alla nascita della liturgia: i primi cristiani, porelli, vivevano infognati nelle catacombe e la loro preoccupazione primaria, riguardo alla Messa domenicale, era “chissà se vivo abbastanza per andarci anche questa settimana”… diciamo che non s’erano proprio posti il problema di come far vestire il prete.
Nei primi secoli, l’officiante diceva Messa nei suoi vestiti “da tutti i giorni”, cercando tutt’al più di mettersi addosso, per l’occasione, i suoi abiti più discreti. Generalmente si evitavano i vestiti colorati e si dava la precedenza a stoffe grezze, “al naturale”, non tinte.
Se proprio eri un prete ricco e potevi permetterti questo lusso, ti mettevi una tunichetta tinta di bianco, ché il bianco è sempre tanto ieratico.
Ma, nei primi secoli del Cristianesimo, non esisteva una regola precisa circa i colori dei paramenti durante la liturgia – né, tantomeno, esisteva un “codice” condiviso in tutta la Cristianità. La scelta di come vestirsi era lasciata ai preti, che tutt’al più potevano ricevere qualche vaga indicazione da parte del vescovo locale. In alcuni casi, concilii provinciali avevano scoraggiato l’utilizzo di vesti con colori troppo vistosi; in altri casi, singoli vescovi avevano suggerito ai loro preti di indossare sempre abiti bianchi.
D’altro canto, “pezzi da novanta” come San Gerolamo e San Gregorio di Tours sostenevano che il bianco fosse in assoluto il colore più adatto, per un prete, perché, a loro dire, era il colore che più di tutti esprimeva dignità. E in effetti, pian pianino, il bianco comincia ad affermarsi come “colore liturgico per eccellenza”, soprattutto nelle feste più importanti.

Ci si trascina così fino a circa il IX secolo, quando il fedele medievale scopre una cosa straordinaria: l’uomo è un essere fatto di sensi… e stimolare i sensi nella maniera giusta, può esser una cosa molto furba. Una chiesa splendente e tappezzata d’oro ti aiuta a capire fin dal primo istante che quella è davvero la casa di Dio, hai appena messo piede in un posto sul serio straordinario; un affresco stupendo lì sulla parete può farti venir le farfalle nello stomaco, mentre guardi negli occhi Maria Vergine.
E una liturgia piena di segni può aiutarti a capire meglio quello che sta succedendo là sull’altare.

Abiti, stoffe e colori indossati dal celebrante cominciano ad avere una precisa simbologia. La pratica di associare il tal colore alla tal festa liturgica comincia a farsi abitudinaria, e vengono anche composte decine di trattati sul significato simbolico dei vari colori all’interno della Messa.
Problema?
Il problema è che questi significati simbolici variavano da zona a zona: magari, a casa tua il prete si vestiva di rosso per la festa X, e invece quando andavi in vacanza al mare te lo trovavi vestito di rosso per celebrare tutt’altro evento. Inoltre, i colori usati durante le celebrazioni erano piuttosto diversi da quelli che noi saremmo portati a immaginare: tenendo conto delle differenze che c’erano da zona a zona, possiamo dire che il prete-medio aveva un guardaroba composto da sette set diversi di paramenti: bianco, rosso, verde, nero, marrone scuro, giallo e porpora.
E a parte il fatto che dev’essere successo qualcosa a questo set di colori, visto che io, donna del 2000, di casule marroncine non credo di averne viste mai… resta sempre il problema di fondo: esisteva sì una simbologia legata al colore dei paramenti, ma questa simbologia variava da zona a zona.

E poi, un bel giorno, il signor Lotario di Segni sbadigliò con aria annoiata e si disse “mh, quest’oggi non so proprio che fare. Proviamo a buttar giù due righe sulla liturgia, e vediamo cosa ne esce fuori?”.
Ne uscì il trattato De sacrosancto altaris mysterium, che secondo gli esperti non è ‘sto gran capolavoro: rispetto ad altre opere mature dello stesso autore, è un trattatello molto grezzo e molto compilativo, peraltro limitato alla descrizione della liturgia così come si svolgeva nella diocesi di Roma.
Non un capolavoro destinato a stravolgere la Storia, di per sé.
Sennonché, qualche anno dopo aver composto il suo trattatello, il signor Lotario di Segni fu eletto papa con il nome di Innocenzo III. E – allo stesso modo in cui nessuno si filava La bottega dell’orefice prima che Wojtyla diventasse papa, e adesso tutti i cattolici ce l’hanno devotamente nella libreria – anche il trattato di Innocenzo III comincia a circolare.
, qui c’è un trattato sulla liturgia scritto dal Papa: vuoi forse non mettere in opera quello che il Papa ha scritto nel suo libro? Ché poi viene a sapere che tu dici Messa in un altro modo, e si incavola di brutto?”.

E così, per questo strano scherzetto della Storia, il tutto-sommato-non-eccelso De sacrosancto altaris mysterium comincia a circolare in tutta la Cristianità e viene interpretato dai vari vescovi come se si trattasse di una specie di diktat. Innocenzo III, poveretto, aveva solamente scritto un modesto trattatello sulle abitudini liturgiche della diocesi di Roma, ma niente da fare: i vescovi di tutta Europa si allineano prudentemente a quel mirabolante testo in materia liturgica composto niente popò di meno che dal potente Papa… ed è in questo modo che la liturgia di Roma comincia pian piano a imporsi anche in diocesi molto lontane dall’Urbe.

Soprattutto, comincia ad imporsi quel “codice” di colori liturgici così com’era proposto nel trattatello. E, nello specifico, Innocenzo III parlava di…

Bianco. Simbolo di purezza, va utilizzato in occasione di Natale, Epifania, Pasqua, Giovedì Santo, Ascensione ed Ognissanti. Inoltre, va usato anche durante le feste degli angeli, dei santi confessori e delle sante vergini.
Rosso. È il colore del sangue: si usa per tutte le feste legate alla morte di Cristo, e tutte le volte che si festeggiano dei santi martiri. Inoltre, va anche usato per la Pentecoste e in occasione delle feste degli apostoli.
Nero. È il colore del lutto: si usa durante i funerali e nel giorno in cui si commemora la strage degli Innocenti. Siccome è un colore deprimente e penitenziale, va bene anche in tempo di Quaresima e di Avvento.
Verde. A detta di Innocenzo III è un colore intermedio fra il bianco, il nero e il rosso (?), e quindi va usato per tutte quelle occasioni in cui non va bene nessuno degli altri colori.

Novità importanti introdotte da Innocenzo III? Il verde del tempo ordinario, ed anche l’intuizione circa la necessità di stabilire una scala di priorità. Nel caso delle feste dei santi, il martirio prevale sulla purezza: quindi, nel caso di una vergine morta ammazzata, il prete si veste comunque di rosso. E l’anno liturgico prevale su qualsiasi santo: quindi, se la festa del santo cade in Quaresima o in Avvento, il prete si veste comunque di nero.
Col Concilio Lateranense, le involontarie “prescrizioni” di Innocenzo III vengono di fatto confermate, con la sola aggiunta di due colori extra: il viola, sostanzialmente assimilabile al nero in occasione di Avvento e Quaresima, e l’oro più splendente, sostanzialmente assimilabile al bianco in occasione delle feste maggiori.

Storia finita?
Beh, non proprio. Con l’insediamento del papato ad Avignone, regredisce anche quel movimento che, nei secoli precedenti, aveva tentato di dare la massima uniformità possibile alle varie chiese locali. “Se il Papa è andato a vivere ad Avignone”, si devono essere chiesti in tanti, “chi me lo fa fare di dir Messa vestito di verde come prescritto dagli usi romani, ché a me il verde non piace proprio? Manco sta più a Roma, il Papa!”.
Insomma: dal punto di vista dell’unità liturgica, la Chiesa cattolica “perde terreno”: per certi versi, si torna a quella situazione un po’ confusionaria in cui ogni diocesi dice Messa secondo un rito tutto suo e utilizzando codici tutti i suoi. A dirla tutta, ci vorrà il Concilio di Trento a imporre davvero, una volta per tutte, quell’unità liturgica tanto sospirata, “esportando” in tutta l’orbe la Messa Tridentina con il suo corollario di colori, simbologie e codici.

Che però nascono proprio così: grazie all’involontario apporto di un inconsapevole, e ancor giovane, Innocenzo III!