Di quando i papi donavano il loro corpo alla scienza per sottoporsi ad autopsia
O tempora, o mores: in questo senso, noi uomini del 2000 siamo molto meno aperti delle gerarchie vaticane della prima età moderna.
Read More…Storia e Folklore
O tempora, o mores: in questo senso, noi uomini del 2000 siamo molto meno aperti delle gerarchie vaticane della prima età moderna.
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Salme che venivano prese d’assalto dai fedeli che volevano strappare i vestiti di dosso al morto; papi in agonia che si trovavano coi ladri in casa “perché tanto questo sta morendo: prendiamoci un ricordino!”; rasoi e tovaglioli usati come desideratissime reliquie del defunto. Alla scoperta del folle e selvaggio mondo delle morti dei papi nel Medioevo
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«È stata soprattutto mia nonna, la mamma di mio papà, che ha segnato il mio cammino di fede», dichiarava papa Francesco nel 2013, a poche settimane dalla sua elezione al soglio di Pietro. «È bellissimo, questo! Il primo annuncio in casa, con la famiglia!». «È stata nonna Rosa a insegnarmi a pregare».
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No, non è stata l’industria dolciaria a inventare la moda di regalarsi uova a Pasqua: basti pensare che la prima attestazione nota di un uovo di Pasqua regalato da un re ai suoi più stretti collaboratori risale alla corte inglese del 1290.
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Lo ha dichiarato oggi Sergio Alfieri del Policlinico Gemelli in un’intervista al “Corriere della Sera” a conclusione della degenza di papa Francesco: ma a quale pubblicazione si riferiva, il medico?
Ovviamente non ne ho idea, ma qui vi parlo delle tre che conosco io.
O così, almeno, vuole la tradizione popolare, che nel corso dei secoli ha sviluppato cospicua devozione attorno a un bastone nodoso arrivato a Napoli nel 1713, assieme ai cimeli di viaggio d’un famoso cantante di ritorno in patria dopo un tour europeo.
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E talvolta, per questa colpa, ci lasciavano le penne: come accadde a due sacerdoti romani nel 1630.
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…ma a quanto pare non ci riuscì neanche troppo bene, visto che ‘sto noce continua a rispuntare magicamente tutte le volte che serve per ospitare un sabba.
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Avrebbe dovuto arrivare a Roma accolto con onori di un Re Magio in gloria; all’atto pratico, quando sbarcò in Lazio era più morto che vivo, provato da un viaggio diplomatico che aveva assunto i contorni di un’odissea (o di un incubo). E ciò non di meno (o forse proprio per questo), il primo ambasciatore africano presso la Santa Sede seppe guadagnarsi un posto nella Storia. E nel cuore dei Romani – e anche dei nostri, lo scommetto.
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Perché quello di Santo Stefano, a quanto pare, è il giorno propizio per sottoporre a salasso i propri animali. Sapevatelo.
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