Lifestyle cristiano

Le dieci ragioni, non strettamente liturgiche, per cui mi piace la Messa in latino

701b66fb67ae1ab2c24127c78f34e6d5C’è voluto un trasferimento a Roma, perché io diventassi una estimatrice della “Messa in Latino”. Ciò che prima era sempre stato un vago punto nella mia wish list, a Roma è improvvisamente diventato una possibilità concreta: praticamente a due passi da casa, avevo una chiesa che officiava in forma straordinaria.

E fu così che, un bel dì, ascoltai la mia prima “Messa in Latino”. E poi la seconda, la terza, la quarta.
Dopo quasi due anni da quella ‘prima volta’, penso di potermi definire a buon diritto una habitué. Una habitué, peraltro, non esclusiva: se ho occasione di frequentare la Messa in Latino, ne sono felice; se non ho occasione, mi sta benissimo la Messa “normale”.

Curiosi di sapere come mai la forma straordinaria mi piace così tanto?
Per (almeno) dieci valide ragioni.

1) Trovi addirittura preti cattolici, a officiarla!

I die-hard della Messa in Latino staranno ridacchiando – “eh già: per trovare un prete cattolico che fornisca insegnamenti ortodossi, oggigiorno l’unico modo è frequentare le comunità tradizionaliste!”.
No, col cavolo, io sto dicendo un’altra cosa. Sto dicendo che puoi trovare preti cattolici addirittura a una Messa in Latino; ovverosia: la Messa in Latino non è appannaggio di gruppi scismatici, più o meno ereticali. Se pensate che siano i lefebvriani gli unici a officiare in forma straordinaria, fortunatamente vi sbagliate di grosso: più o meno in ogni diocesi, esistono bravissimi preti diocesani che offrono questo servizio in accordo col loro vescovo. Gruppi come l’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote o la Fraternità Sacerdotale San Pietro sono, a loro volta, in piena comunione con Roma.

Per frequentare la Messa in Latino, non c’è bisogno di mescolarsi con scismatici, eretici, o svirgolati. Certo, ci sono anche quelli – ma basta scegliere con criterio la chiesa in cui andare, e dovreste essere in una botte di ferro.

2) Se non stai super-attento a quello che succede sull’altare, va a finire che non ci capisci niente

Per molti, questo è un difetto: “buuuhh, è noto a tutti che nelle Messe in Latino i fedeli perdono il filo!”.
No: con un buon messalino, sei perfettamente in grado di seguire.
Indubbiamente, se hai la (s)ventura di perdere il filo, può effettivamente volerci un po’ a recuperarlo.

E questo dettaglio secondo me è meraviglioso: perché, sapete cosa? Io a Messa mi distraggo. Non dico che passo la Messa a farmi i fatti miei, ma faccio il mea culpa: talvolta mi capita, di distrarmi. E visto che, tutto sommato, quando mi distraggo non succede niente, continuo a distrarmi qua e là a cuor leggero.

Cosa succede se, invece, mi distraggo a una Messa in Latino? Con i lunghi silenzi di cui è pervasa, rischio seriamente di passare dieci minuti a fissare perplessa il prete, nel disperato tentativo di capire a quale punto si sia arrivati. Mi è già successo; non è stato bello.

Per la precisione: mi è già successo, una volta sola… perché dalla seconda volta in poi mi sono auto-imposta la massima attenzione, proprio evitare inconvenienti di questo tipo. Durante la Messa in Latino, la mia attenzione è al massimo per tutta la durata della celebrazione, proprio perché “so” che non posso permettermi di farla calare.

Il risultato è che, durante la Messa in Latino, io personalmente mi concentro più a lungo e meglio.

3) Eppure, è facile da seguire

C’è un po’ questo mito da sfatare: se vai alla Messa in Latino, il prete parla da solo dandoti la schiena e tu non ci capisci niente.
Beh, pianino a dare giudizi affrettati. Se ti compri un buon sussidio che ti aiuti a seguire la Messa; se lo leggi con attenzione; se rimani concentrata per tutta la cerimonia… in realtà, segui eccome. E segui bene, senza problemi.

Forse è vero che ai tempi dei nostri nonni non erano così diffusi messalini ben fatti, e il popolino, abbandonato a se stesso, non ci capiva un cavolo di niente. Oggidì, esistono millemila sussidi per chi ne ha bisogno: se si vuole seguire, si segue benone eccome.
Non c’è nemmeno bisogno di padroneggiare il Latino alla perfezione (i messalini hanno sempre una agevole traduzione a fronte).

4) Alle donne viene dato un ruolo tutto speciale

È noto che, durante le Messe in Latino, le donne sono invitate a coprirsi il capo.
Almeno ai miei lettori di vecchia data, è noto anche che, a causa di romanzesche vicende che non starò qui a dettagliare, io e il mio fidanzato siamo stati costretti ad anticipare di molto la data del matrimonio, organizzando la cerimonia suppergiù in due settimane.
All’altare ci siamo andati con gli stessi vestiti che qualche giorno prima avevamo usato per andare in ufficio; l’unico elemento che gridava “SPOSA!” nel raggio di dieci chilometri era il bellissimo velo di pizzo che io portavo in testa.

Ricordo che il mio parroco, finita la cerimonia, mi ha sussurrato “chi è che ti ha fatto questo bel velo in così poco tempo?” (evidentemente pensando di doversi complimentare con una qualche mamma).
E ricordo anche che, colta alla sprovvista, io l’ho preso per scemo. “Eh?? No… è il solito velo da Messa che metto sempre alla Messa in forma straordinaria”.

Il velo muliebre è qualcosa che va capito; e in tempi di femminismo post-sessantottino e di veli islamici imposti con la forza, è ovvio che non è così facile capirlo.
Ma un segno che ha il potere di conferire a tutte le donne la radiosa dignitosità di una sposa che va all’altare, non è proprio possibile definirlo “maschilista” e “patriarcale”.
Anzi.

5) È come partecipare a una rievocazione storica – con la differenza che è tutto vero!

Ammetto che per me – appassionata di Storia – è piuttosto emozionante pensare che la celebrazione a cui sto assistendo si ripete sempre uguale da diverse centinaia d’anni; che gli stessi canti, le stesse preghiere che scivolano fuori dalle mie labbra sono stati intonati e recitate da generazioni prima di me.
È un po’ come essere in una rievocazione storica di real history, solo che qui il “real” è reale per davvero.
Una motivazione senz’altro futile per frequentare la Messa in Latino – però, ammetto che è stata la ragione principale che mi ha spinto ad andarci la prima volta.

6) Se conosci un po’ di Storia, è bellissimo vederla all’opera

Ad esempio: vi è mai capitato di sentir parlare del “bacio della pace” (nei libri di Storia, su questo blog…)?
Non vi è mai venuta la curiosità di vedere come concretamente si attuasse nella liturgia questa bizzarra pratica, con preti che si baciano tra di loro nel bel mezzo della Messa?
Ecco: andare a una Messa in Latino vi permette di vedere in azione tutte quelle curiosità liturgiche che avreste detto relegate alle pagine di un manuale di Storia della Chiesa.
Anche quella è un’esperienza da non perdere!

7) Se non conosci affatto la Storia della Chiesa, potrebbe venirti voglia di approfondire

Non vi è mai capitato di sentir parlare del “bacio della pace”, quindi non vi capacitate di cosa caspita sia quello strano balletto che i preti mettono in atto a un certo punto della Messa, facendo mosse senza senso con l’atteggiamento più ieratico di questo mondo?
Delle due, l’una: o li prendete per scemi, oppure andate a prendervi un libro in grado di spiegarvi cosa caspita stava succedendo.
E anche questa è cultura!

8) È arricchente, riscoprire certe vecchie tradizioni

Indubbiamente è cultura anche il riscoprire certe tradizioni, tanto care ai nostri nonni quanto ignote ai nostri figli.
Baciare le mani di un sacerdote il giorno della sua prima Messa; pregare per i raccolti con le rogazioni; recitare la preghiera a San Michele Arcangelo con la stessa disinvoltura con cui si snocciola sovrappensiero un’Ave Maria…
Non è che io vada alla Messa in forma straordinaria per fare un corso accelerato di Storia del Cattolicesimo in real time. Però capita, ed anche quello è un arricchimento in più. Sarebbe un’esperienza da fare, di tanto in tanto, anche solo per sapere da dove veniamo.

9) Sono le riunioni di cattolici con l’età media più bassa in assoluto

Sei un giovane cattolico e fatichi a trovare coetanei che la pensino come te – o, peggio ancora, coetanei con cui avviare un serio progetto di vita? Lascia perdere i gruppi estivi e le riunioni parrocchiali del movimento ggiovani: io non ho mai visto così tanti cattolici under-35 come alle Messe in Latino che ho frequentato!
Seria, eh. Potrei citare una comunità in cui l’età media dei frequentatori, a occhio e croce, si aggira attorno ai 12 anni (includendo in ciò: amorose coppie sulla quarantina, con figlioletti che seguono devotamente Messa a mani giunte).

Non sto suggerendo di usare la Messa in Latino come un sito per incontri (ci mancherebbe altro), ma vedere tutti questi giovani, così motivati, macinarsi magari mezz’ore di automobile con figli piccoli pur di arrivare immancabili a quell’appuntamento domenicale, e proprio a quello… beh: scalda davvero il cuore, e fa pensare che non tutto è perduto.
Una terapia anti-depressiva che non tutte le comunità sono in grado di offrire.

10) Se guardi i sacerdoti, pensi che, dopo tutto, la Chiesa sta in una botte di ferro.

I preti che officiano in forma straordinaria, te li immagineresti come dei nostalgici ottuagenari attaccati al ricordo del tempo che fu.
Niente di più lontano dal vero, almeno per quanto riguarda la mia esperienza: ovunque io sia andata, ho sempre trovato, oltre la balaustra, sacerdoti giovanissimi, ferventi, palesemente motivati, capaci di controbilanciare la ieraticità della liturgia con omelie ‘all’acqua di rose’ perfette  for dummies; pronti nell’aiutare i nuovi arrivati bisognosi di chiarimenti; dolci e caritatevolmente fermi nelle confessioni.
Grazie a Dio è pieno di preti che rispondono all’identikit anche nelle chiese “normali” chiese (e ci mancherebbe altro!), ma la concentrazione di giovani vocazioni in queste fraternità sacerdotali è tale e tanta da strapparti davvero un sorriso. Se persino in questi tempi di magra c’è un tripudio di bravi, giovani, volenterosi sacerdoti, persino per certi cammini di fede old-style… allora, possiamo davvero sentirci in una botte di ferro. Ci sarà pure crisi, e tanta, ma la situazione non è disperata.

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Cos’è davvero il “bacio colombino” (e perché Agostino ritiene moralmente lecito baciare in bocca amici, conoscenti e preti)

Da quando il mio blog ha cominciato a occuparsi di castità prematrimoniale, ogni tanto mi capita di ricevere e-mail sul tenore di “vorrei fare col mio ragazzo la cosa X (o XXX). Secondo te, va bene?”-
Ora (siete liberi di non credermi la ma è la sorprendente verità): una delle domande che più frequentemente mi viene posta è: “è davvero così peccaminoso scambiarsi il bacio colombino prima del matrimonio?”.

Ehm…?

La mia prima (e seconda, e terza…) reazione è stata, comprensibilmente, sulle linee di “ma che cavolo sarebbe un bacio colombino??”. Pensavo di essere vittima di un trollaggio di massa, quando ho provato a digitare “bacio colombino” su Google, e mi si è aperto tutto un mondo.
A quanto pare, in un certo linguaggio chiesastico, il “bacio colombino” sarebbe il termine utilizzato per indicare una pratica talmente abominevole da non potersi descrivere più esplicitamente, ovverosia (aehm) il bacio sulle labbra (e/o “alla francese” – con la lingua, per capirci).
E, a quanto pare, esistono alcuni siti (anche di area cattolica, anche scritti da Italiani) in cui la pratica del bacio colombino è fermamente condannata prima del matrimonio. A detta dei webmaster, un gesto così intimo e profondo scatenerebbe inevitabilmente impulsi così forti e insopprimibili che:

a) di lì a cinque minuti ti ritrovi automaticamente a rotolarti nelle lenzuola;
b) se anche riesci ad autocontrollarti, il gesto è comunque così sensuale da doversi evitare punto e basta.

Ora, io trovo anche leggermente imbarazzante essere nella situazione di dover dire a dei liceali se il bacio sulle labbra sia da evitarsi oppure o no. A naso, io direi che se ‘sto benedetto bacio colombino vi causa davvero tutti gli sconquassi di cui sopra, allora, boh, forse ci starei attenta, per una questione più che altro precauzionale. Però a quel punto cercherei anzitutto di fare un lavoro serio su di me e sul mio autocontrollo, perché secondo me l’optimum a cui mirare è raggiungere un grado di purezza di cuore per cui un bacio sulle labbra del proprio fidanzato è una dolce manifestazione d’affetto, e non un costante precipizio verso baratro della lussuria.

Just my two cents, eh.
Ma giustamente, a domanda rispondo.

Ora, accantonata la questione “si fa, non si fa?”, vorrei dedicarmi al vero punto d’interesse della questione, cioè il quesito su cui mi arrovello ormai diversi anni anni: ma che cavolo è il bacio colombino???

Acclarato che con “bacio colombino” intendiamo il bacio sulle labbra, chi diavolo è che si è inventato questo termine, e soprattutto cosa si era fumato prima di farlo?
Vuoi pudicamente alludere al fatto che parliamo di bacio sulle labbra? Parlami di “bacio degli amanti”, “bacio romantico”, “bacio dei volti”; sarei persino disposta a tollerare un “bacio del serpente”, che almeno ha la linguetta lunga. Ma “bacio delle colombe”… boh?

A suo tempo, ho provato a fare qualche ricerca su Google: sono riuscita a risalire indietro fino a manuali di morale sessuale di inizio ‘800, in cui la pratica deplorevole del “columbine kiss” era per l’appunto condannata come foriera di sventure. Prima di quella data, niente (o niente di indicizzato su Google).
E io rimanevo lì ad arrovellarmi: ma ‘sto bacio colombino, chi se lo è inventato e soprattutto perché?
E poi, qualche tempo fa, la Rivelazione.
Nella sala di lettura di un convento, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio numero (4/2014) della Rivista Liturgica, interamente dedicato a Il bacio rituale. Tra culto, cultura e tradizioni.
Immaginate la mia emozione, quando – preso in mano il volumetto per darci un’occhiata curiosa – ho scoperto l’esistenza di un intero capitolo dedicato al bacio colombino nella teologia (principalmente agostiniana)!
E… surpise: è qualcosa di completamente diverso da quanto mi aspettavo.

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Illustrazione di Puuung (se non la conoscete, cercatela sui social: i suoi lavori sono deliziosi!)

Insomma, ripartiamo da capo: cosa diamine è il bacio colombino??
Sorpresona: ne parlava la liturgia di domenica scorsa, laddove San Paolo (in 2 Cor 13, 11-13) esortava i fedeli:

Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.

Le colombe non sono menzionate, ma fidatevi: come vedremo, stiamo parlando della stessa cosa. E il fatto che San Paolo (non esattamente un lassista in fatto di morale sessuale) esortasse i fedeli a scambiarsi il bacio colombino, perdipiù definendolo “santo”, dovrebbe lasciarci intendere che c’è decisamente qualcosa che non torna.

E dunque procediamo con ordine: che è ‘sto bacio santo, che San Paolo esorta a darsi a vicenda?

Orbene: numerose fonti testimoniano come, nelle prime comunità cristiane, fosse prassi comune salutare i correligionari con un bacio sulle labbra. Si trattava di un gesto evidentemente privo di connotazioni erotiche: il bacio era visto come segno di comunione tra tutti i fratelli in Cristo, uniti da un legame così grande e totalizzante da portare a questo estremo gesto di affetto e di uguaglianza. “Uguaglianza”, dico bene: a differenza del bacio sulla fronte, sulle mani, o sui piedi, il bacio sulle labbra pone le due parti in una posizione di assoluta parità. “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, perché tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28).

I primi cristiani erano forse pazzi furiosi, per inventarsi un tale segno di saluto?
No: Erodoto, ad esempio, testimonia che già i Persiani si baciavano sulla bocca con lo scopo di sottolineare suppergiù lo stesso messaggio. E, del resto, esistono ancor oggi numerose culture in cui un bacio sulle labbra è un normale segno di saluto (pensate anche solo alla Russia, per non cercare paragoni più esotici).

Un altro potente significato del bacio sulle labbra nasce in ambito monastico: in questo caso, il bacio è segno di piena accoglienza dell’altro.
Siccome, non so voi, ma io non sarei molto entusiasta all’idea di baciare in bocca un tizio che mi sta antipatico, ecco che l’accogliere il pellegrino con un leggero bacio sulle labbra indica simbolicamente accettarne (con gioia!) la presenza all’interno del proprio convento. (Da sempre, la tradizione monastica insiste affinché il forestiero sia visto come immagine di Cristo che bussa alla nostra porta). La Regula Benedicti, ad esempio, parla esplicitamente del bacio sulle labbra da impartire a chi giunge in monastero (suggerendo al religioso di pregare per qualche istante prima di abbandonarsi a questi convenevoli: “Pacis osculum non prius offeratur nisi oratione praemissa, propter inlusiones diabolicas”).

Bacio della pace
Il momento del “bacio della pace” in una Messa in forma straordinaria

A un certo punto, il bacio tra correligionari assume un valore tale da trasformarsi in gesto liturgico ed essere inserito nelle celebrazioni eucaristiche. Laddove noi ci scambiamo una pudica stretta di mano obbedendo al prete che ci dice “scambiatevi un segno di pace”, i primi cristiani si davano un letterale bacio in bocca: fedeli tra fedeli, clero tra clero (!). Coloro che frequentano la liturgia in forma straordinaria possono ancora godere un’eco di questa antica tradizione nel bizzarro “balletto” che, nelle Messe solenni, i sacerdoti iniziano al momento Pax vobiscum, accennandosi a vicenda un fraterno abbraccio e un bacio sulla guancia (…ché sulla bocca era un po’ troppo equivoco, e a un certo punto i liturgisti hanno avuto il buon senso di correre ai ripari).

Sì, il “bacio della pace” è esistito nella nostra liturgia quantomeno fino alla riforma post-conciliare. E su questo bel gesto si potrebbero scrivere pagine e pagine, sennonché a me adesso interessa tornare al bacio sulla bocca come segno di saluto… anche perché è proprio di quest’ultimo che parla Agostino, coniando il termine di “bacio delle colombe”.

***

Ahò: ‘sta cosa di baciarsi in bocca in segno di uguaglianza e accettazione, se ci pensate, è una roba potente e forte.
Così tanto forte che a me farebbe schifo, ma il messaggio di fondo è decisamente molto potente: io ti bacio sulle labbra, io accetto di avere con te un contatto così profondamente intimo – e lo faccio perché ti amo di caritas cristiana, e perché riconosco in te un mio prezioso fratello in Cristo.

Se lo fai seriamente, e credendo davvero a tutto questo, il “bacio santo” delle prime comunità cristiane è di una potenza dirompente.
Se lo fai solo per convenzione, o trattenendo a malapena il disgusto, o peggio ancora animato da desiderio di lussuria… beh

Agostino ci teneva molto che i suoi fedeli comprendessero il significato profondo del bacio santo. Già nell’omelia 277, tenuta ai neofiti che erano appena stati battezzati, osservava:

quel che esprimono le tue labbra dev’essere nella coscienza; ossia come le tue labbra si accostano alle labbra del tuo fratello, così il tuo cuore non sia lontano dal suo cuore.

Ma il testo in cui il vescovo riflette più lungamente sull’uso del bacio santo è senz’altro l’Omelia 6.

In questo caso, Agostino si sta indaffarando per spiegare ai fedeli come mai lo Spirito Santo venga tradizionalmente rappresentato sottoforma di colomba.
L’addentellato principale è il testo di Rm 8,26:

poiché noi non sappiamo cosa chiedere nella preghiera, né come bisogna chiederlo, lo stesso Spirito intercede per noi con gemiti inesprimibili.

Questa visione dello Spirito, che con “gemiti inesprimibili”, ci viene in aiuto nel momento del bisogno, è oggettivamente molto dolce.
Agostino esorta dunque i fedeli a immaginare lo Spirito come una colomba, che dolcemente geme (cioè tuba) per intercedere in nostro favore. E poiché la colomba notoriamente tuba quando è in amore, ecco allora come l’immagine dello Spirito in veste di colomba innamorata e amante sia particolarmente calzante. In fin dei conti, lo Spirito non è forse l’amore di Dio, che geme d’amore amandoci, e nei nostri cuore infonde un gemito d’amore?
Fuor di metafora: non è forse vero che l’amore che lo Spirito Santo infonde nei nostri cuori ci eleva sempre più dai nostri desideri e bisogni terreni, proiettandoci verso quelli eterni?
E dunque – scrive sant’Agostino –

non è cosa da poco che lo Spirito Santo ci insegni a gemere: è così che ci fa sentire pellegrini quaggiù e ci insegna a sospirare verso la patria; e questo desiderio ci fa gemere. […] Chi sa di essere esule dal Signore (2 Cor 5, 6), e di non possedere ancora quella perpetua beatitudine che ci è stata promessa, ma di possederla solo nella speranza […]: colui che sa tutto questo, geme. E il suo gemito è buono: è lo Spirito che gli ha insegnato a gemere, è dalla colomba che ha imparato a gemere.

Anzi: ci sarebbe da preoccuparsi, se non albergasse nei nostri cuori questo gemito di santa nostalgia:

Chi si trova bene in questo mondo (o piuttosto crede di starvi bene), chi si diletta nei piaceri della carne, nell’abbondanza dei beni temporali e in una felicità illusoria, costui ha la voce del corvo; e il corvo gracchia, non geme.
Chi sono i corvi? Quelli che cercano i propri interessi.
Chi sono le colombe? Quelli che cercano gli interessi di Cristo.

Ed è a questo punto che Agostino introduce il concetto di “bacio della colomba”, cioè il bacio casto e affettuoso che si scambiano i cristiani spinti dall’amore reciproco.

Il rapporto tra i fedeli dev’essere sempre improntato al santo amore di due colombe che si “baciano” tubando. Se manca questo sentimento di affetto puro e di unione, allora il bacio che i cristiani si scambiano per saluto non è più un vero bacio: è una grottesca parodia del bacio. È bugia, è falsità ipocrita, tanto più grave poiché coinvolge un’area e una gestualità così intime.
Non è più il bacio casto e dolce tra due colombe in amore,

Bacio colombino

ma è semmai il morso violento di un corvo, che dilania le carni a cui è riuscito ad avvicinarsi con l’inganno.

Corvo cibo

Esiste anche il bacio dei corvi, ma la loro pace è falsa, mentre quella della colomba è vera.
Non chiunque dice “la pace sia con voi” è da ascoltare come colomba.

Non dimentichiamo che siamo negli anni delle grandi eresie, divisione per eccellenza all’interno della Chiesa – divisione tanto più insidiosa quanto più l’eresia riesce a “mascherarsi bene”, ponendosi come riforma santa e illuminata.

E allora,

Come si distingue il bacio del corvo dal bacio della colomba?
Il corvo, quando bacia dilania. E dove dilania, il bacio non può essere simbolo di vera pace: la vera pace è solo quella che posseggono coloro che non dilaniano la Chiesa.

Inoltre, 

I corvi si pascono di cadaveri, cosa che non fa la colomba: essa vive dei frutti della terra, […] non si nutre uccidendo. Quelli che dilaniano la Chiesa si pascono di morti.

Dio è potente: preghiamo affinché ritornino alla vita quelli che sono divorati da costoro e non se ne rendono conto. Molti se ne rendono conto, perciò tornano alla vita; e ogni giorno abbiamo di che rallegrarci nel nome di Cristo per il loro ritorno.

***

‘nsomma, credo proprio di aver ricostruito l’etimo di questo pericolosissimo “bacio colombino”, che, alla prova dei fatti, non c’entra niente con il bacio sulla bocca (o meglio: è un bacio sulla bocca, ma decisamente privo di ogni connotazione sessuale).
Con ogni probabilità voi non vi siete mai arrovellati sulla questione, né tantomeno sull’etimologia del termine, ma, ripeto: provate a digitare “bacio colombino” in un motore di ricerca, e preparatevi a fare tanto d’occhi per tutto quello che ne verrà fuori.

A conti fatti, e conoscendo ora il significato primigenio di “oscula columbarum” nel testo agostiniano: il bacio colombino è peccaminoso?
Ma proprio per niente: è “santo” per definizione, e, metaforicamente, dovremmo sforzarci di scambiarlo con chicchessia – col fidanzato, con la mamma, col prete, col capufficio, con collega antipaticissimo, con lo sconosciuto che si siede vicino a noi a Messa…

Anzi: se interpellata ancora sulla vexata quaestio “ma il bacio colombino è peccato, fuori dal matrimonio?”, io penso che risponderò: ma certo che no! Anzi, è segno di santità!
A patto che sia un vero bacio colombino… Ché le sozzerie son capaci a farle anche le peggiori bestie.

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Quando sei malato e ti dicono “pregherò per te”… clinicamente, questa preghiera serve a qualcosa?

Pregare Esperienza UmanaSe lo doveste trovare in libreria, non lasciatevi scappare il bel saggio Pregare, un’esperienza umana, a cura di Franco La Cecla e Lucetta Scaraffia (Edizioni Vita e Pensiero, 2015). Di per sé nasce come catalogo di una omonima mostra tenutasi nel 2015 alla Reggia di Venaria, in concomitanza con l’Ostensione della Sindone. All’atto pratico, il libro non è affatto un catalogo di mostra (!), ma è una vera e propria raccolta di saggi, uno più interessante dell’altro, che analizzano il significato, il ruolo e le modalità della preghiera nelle varie religioni del mondo, spaziando dal rosario cattolico ai mantra tibetani. Davvero bellissimo, curioso e interessante.

Tra i tanti capitoli di questa bella miscellanea, uno balza all’occhio catturando immediatamente l’attenzione. È un contributo di Gianni Jòraku Gebbia intitolato La menta che prega. Studi scientifici sulla preghiera – e capite bene che una indagine scientifica sul potere della preghiera è una roba che definire “intrigante” è riduttivo.

Prima di andare avanti con questo post, debbo fare due premesse: io, ovviamente, non sono una scienziata, e ben mi guardo dal cominciare a scrivere su argomenti che non conosco. Non prendete questo pezzo come un endorsement personale sui contenuti delle ricerche che citerò (perché ovviamente non ho nessuno strumento per farne una valutazione), ma come una semplice panoramica “da profana” su studi recenti, interessantissimi… e forse poco conosciuti.

Seconda premessa: vi prego niente polemiche.
È ovvio che, per noi credenti, una preghiera porta sempre frutto. È ovvio che se una amica con una brutta malattia ci chiede preghiere, noi sappiamo che la nostra preghiera non sarà inutile.
Però gli scienziati giustamente non lo sanno, o quantomeno non lo sanno da un punto di vista strettamente scientifico, e da un po’ di tempo si sono dilettati a domandarsi: è tecnicamente possibile misurare gli eventuali effetti clinici di una preghiera a favore di un malato?

Anche solo la domanda sarebbe bastata per stupirmi (nel senso: mi è sembrato piacevolmente sorprendente che alcuni scienziati si siano posti seriamente questo interrogativo).
Ma vi darò qualche anticipazione sul finale: anche la risposta è piacevolmente sorprendente…

***

Chiariamo subito una cosa: non stiamo parlando di effetti positivi della preghiera come forma di auto-sostegno nel caso di disagi mentali.
Senza voler fare psicologia da quattro soldi, credo che sia abbastanza normale immaginare che un individuo con una profonda fede in Dio, con l’incontrovertibile certezza che c’è qualcosa oltre la morte, capace di abbandonarsi totalmente alla Provvidenza, possa reagire  – poniamo – a un lutto utilizzando strumenti diversi rispetto a quelli che sono a disposizione di un nichilista ateo.

E non stiamo nemmeno parlando dei benefici che si possono riscontrare in un malato il quale ha di per se stesso un’intensa vita di preghiera.
Ormai sappiamo bene che il nostro benessere psicologico influisce in molteplici modi su benessere del corpo. E quindi, non mi stupirebbe più tanto venire a sapere che un individuo che affronta la malattia fisica con particolare serenità, e consapevole del fatto che tutto andrà come deve andare, possa in qualche modo avere dentro di sé una forza misteriosa che “gli dà la carica”… e magari finisce pure con l’agevolare la guarigione.

Ecco, no: non stiamo parlando di questo.
Ci stiamo proprio ponendo la domanda: “ma quando Tizio si ammala, e il suo amico Caio gli promette ‘pregherò per te’, le preghiere di Caio hanno effettivamente effetti clinici dimostrabili?”.

Nei primi anni ’80, si è posto la domanda un certo Randolph C. Byrd, medico cardiologo in servizio presso il San Francisco General Hospital. Tra l’agosto 1982 e il  maggio 1983, lo scienziato ha sottoposto a un singolare esperimento tutti i pazienti ammessi presso l’unità coronarica dell’ospedale (fra tutti i degenti ricoverati in quel lasso di tempo, 57 scelsero di non partecipare e 393 diedero il loro consenso e furono effettivamente sottoposti alla ricerca).
Facendo uso di modalità computerizzate totalmente random, i degenti venivano assegnati a due gruppi distinti. Un gruppo raccoglieva tutti i pazienti che sarebbero stati oggetto di una intensa attività di preghiera; l’altro gruppo raccoglieva tutti gli “sfortunati” che… invece no.  Ovviamente, né l’equipe medica né tantomeno i diretti interessati avevano idea di quale fosse il gruppo di appartenenza del singolo: ovverosia, se qualcuno stesse pregando o no per il poverello, non lo sapeva nessuno.

Ma dietro le quinte, succedevano un bel po’ di cose.
Prima di avviare l’esperimento, Byrd aveva messo su un team di preghiera composto da svariati cristiani di diverse denominazioni, e dalle più svariate storie personali. Unica cosa che accomunava questi intercessori: una vita di fede significativa, che si esplicasse attraverso preghiere quotidiane e un buon grado di coinvolgimento nella propria comunità cristiana di appartenenza. Ogni intercessore riceveva in busta chiusa alcune informazioni di base sul paziente che gli veniva “assegnato” (tipo: nome, patologia, gravità della situazione) ed eventuali aggiornamenti clinici pertinenti (tipo: “ehi! Si è aggravato! Diamoci dentro con le preghiere!”).
Dopodiché, il pregatore era per l’appunto invitato a pregare, nei modi e nei tempi che avrebbe giudicato più opportuni, per chiedere una rapida e completa guarigione del sofferente che gli era stato “assegnato”.

Ogni malato aveva dalla sua più di un “intercessore”, sicché per ogni singolo paziente pregavano gruppi di almeno tre, e di massimo sette persone.
Questo calcolo, ovviamente, esclude eventuali preghiere recitate da parenti, amici e conoscenti diretti del malato. Ovviamente, gli scienziati erano pure consapevoli del fatto che anche gli sfortunelli, cioè quelli assegnati al gruppo per cui non pregava nessuno, avrebbero potuto avere parenti e amici che pregavano per i fatti loro.

Intercessory PrayerBeh… alla fine dell’esperimento, i risultati sono stati sorprendenti. Ripeto: non sono capace di giudicare la scientificità dell’esperimento (su cui molti studiosi esprimono gravi riserve – e del resto non potrebbe essere diversamente, credo, se parliamo di argomenti così tanto aleatori…).
Eppure, fa indubbiamente sorridere vedere i risultati e appurare che, in effetti, i pazienti assegnati al “Gruppo Intercessione” sembravano passarsela decisamente meglio. Rimanevano in unità coronarica meno a lungo degli altri: morivano di meno, avevano meno complicazioni, assumevano farmaci in quantità minori; nessuno di loro ha avuto bisogno di essere intubato.

I curiosi possono scaricare l’intero articolo scientifico (in formato PDF) cliccando su questo collegamento; e per quanto le critiche a questa ricerca siano state moltissime, lo ripeto… è sicuramente suggestivo leggere questi dati. O no?

Un altro studio molto interessante è stato quello condotto nel 2003 da Carl Thoresen della Stanford University, e intitolato Religion e Spirituality – Linkages to Physical Health.

In questo esperimento, un team di studiosi si è posto nove domande preliminari, che val pena di elencare ad una ad una perché sono tutte molto interessanti:

La frequentazione delle chiese e dei rituali religiosi protegge dalla morte?
La preghiera protegge dai danni cardiovascolari?
La preghiera protegge dalla mortalità a causa del cancro?
Le persone profondamente religiose sono protette dal rischio di morte prematura?
Le persone profondamente religiose sono protette dal rischio di disabilità?
La preghiera rallenta lo sviluppo di una malattia cancerosa?
Le persone che si rivolgono alla preghiera per affrontare le proprie difficoltà, vivono più a lungo?
La preghiera aumenta il tasso di guarigione dalle malattie acute?
La preghiera intercessoria da parte di un gruppo esterno aiuta nella guarigione?

Come vedete sono domande anche molto diverse tra di loro, così come sono variegate le conclusioni dello studio, di cui potete leggere un abstract (e purtroppo solo quello) cliccando su questo link.

Dalle conclusioni finali, emerge che, in effetti,

la preghiera e la religione in generale potrebbero aver un impatto sulla salute fisica come risorse protettive che prevengono lo sviluppo di una malattia nelle persone sane e/o come risorsa che smorza l’impatto della malattia nei malati. […] L’ipotesi è che la preghiera i riti provvedano un maggiore senso di autostima e un più significativo ruolo sociale realizzato attraverso l’atto dell’aiutare.

Il dato più impressionante è quello per cui i credenti sono in effetti mediamente molto più sani rispetto ai loro corrispettivi non praticanti:

Sette studi indipendenti basati su campioni molto larghi di popolazione hanno notato che individui sani con l’abitudine di frequentare i riti religiosi e la preghiera hanno approssimativamente una riduzione del 30% del rischio.

Una riduzione del 30% del rischio di malattia o di morte prematura è tantissimo, porca la miseria!!, le parrocchie dovrebbero diffondere questi dati per rilanciarsi sul mercato come centri benessere all’avanguardia!
(No, vi prego, non fatelo. Scherzavo).

Anche se, in effetti, questa riduzione del rischio di morte e di malattia non è che ti piova così dal cielo per grazia divina. Senza peccare di eccessivo ottimismo, io, ad oggi, ad esempio, credo di avere una riduzione del rischio tendente al 100% per quanto riguarda la possibilità di contrarre malattie a trasmissione sessuale, o di andare incontro ai devastanti effetti psicofisici di una interruzione volontaria di gravidanza, o ai talvolta non meno devastati effetti collaterali dovuti a un uso prolungato di pillola anticoncezionale o altri contraccettivi a base ormonale.
Ma se la statistica suggerisce che io corro meno rischi in questo campo, ciò non implica che io sono la prediletta del Signore miracolosamente preservata da ogni male terreno. Banalmente, i credenti hanno (o almeno tentano di avere) uno stile di vita che – per certi versi e in certi ambiti specifici – è più salutare rispetto a quello di un “uomo comune”.

Se il rispetto scrupoloso del sesto comandamento ti preserva da tante brutte cose ancor meglio che un preservativo, è pur vero che anche gli ideali cristiani di “sobrietà” e “temperanza” aiutano il fedele a condurre uno stile di vita sano. Già da tempo fioriscono gli studi che cercano di spiegare come mai i preti, i frati, le suore (ma anche i monaci buddhisti, per dirne una…) vivano mediamente più a lungo rispetto ai laici e/o con un minor tasso di malattia fisica. E per quanto un frate mio amico scherzi spesso dicendo che il suo elisir di lunga vita è non aver mai avuto donne tra i piedi, è indubbio che i consacrati traggano grande beneficio fisico da uno stile di vita all’insegna della temperanza.
Difficile che un frate si scoli in due giorni una bottiglia di grappa (se non altro, perché rischia di beccarsi una ramanzina dai superiori). E, più in generale, tutti quei vizietti che noi laici talvolta ci concediamo (il cibo spazzatura, le sigarette, il bicchierino in più al party del sabato sera, la notte in bianco passata a fare la maratona di Game of Thrones) oltrepassano le porte di un chiostro con molta più difficoltà.
E diciamo pure che, anche tra le mura di una casa cattolica… quantomeno non dovrebbero trovare abitazione permanente, come dire.

***

‘nsomma: forse forse, è proprio vero che la preghiera (e, più genericamente, una intensa vita di fede) hanno anche, come effetto collaterale, quello di allontanare la malattia.
Per un verso o per l’altro, sembreremmo essere di fronte a un dato di fatto: che dipenda dalla preghiera in sé o, più genericamente, dallo stile di vita che ci viene proposto come ideale, statisticamente i credenti godono maggiormente di buona salute.

Che è pur sempre una scoperta mica poco galvanizzante!

Pillole di Storia

[Pillole di Storia] “Per la nostra Regina”

 Per la nostra Regina copertina

“Immagina che sia l’Angelo Custode a offrirti questo foglietto, preparato dalla Madonna SS.” (niente meno!).
Iniziava proprio così la presentazione dell’opuscoletto Per la nostra Regina, uno di quei sussidi di preghiera che, nel primo dopoguerra, venivano distribuiti con grande magnanimità agli studenti di scuole cattoliche, ai ragazzi di oratorio, ai bambini del catechismo…

Vi ricordate? Ne avevo già pubblicati alcuni.

Nel lontano giugno 2013, aveva creato un certo entusiasmo un opuscoletto di Direttive per le vacanze, distribuito a tutti i ragazzini che, abbandonato per le vacanze estive il loro collegio religioso, tornavano a casa a godersi il meritato riposo. Ma ricevevano dai loro maestri alcune raccomandazioni di natura spirituale: preghiera quotidiana, confessione settimanale, devozione del primo venerdì del mese… il tutto, da appuntare in uno schemino creato ad hoc!

Dopo lo schemino per le vacanze estive, era stata la volta dell’opuscoletto sul Maggio santificato grazie a una corona di fior(ett)i che le educande degli anni ’50 erano invitate a offrire a Maria Santissima.

E oggi, faccio il tris proponendo un opuscoletto suppergiù dello stesso tenore: siamo in Lombardia; siamo anche in questo caso nel primo dopoguerra; siamo alla vigilia del mese di maggio, periodo “mariano” per eccellenza.
Come assicurarsi di onorare degnamente “la nostra Regina”, così come titolava l’opuscoletto in questione?
Beh… con una serie di piccoli fioretti quotidiani, da appuntare scrupolosamente su un apposito specchietto:

Trascorri questo mese in suo onore

recitava l’opuscoletto dedicato a Maria,

e sii generoso nel preparare ricchi manipoli di Tesori Spirituali. Accetta l’invito e affida allo specchietto interno le tue vittorie. Il primo tuo fioretto sia la fedeltà nel segnare quotidianamente e sinceramente.

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A metà tra il gioco e la devozione, questo opuscoletto proponeva ai bambini una sfida ben precisa: “scalare la montagna” con le loro buone azioni, fino ad arrivare alla vetta.
E la montagna si poteva scalare – per l’appunto – solo con buone azioni e sacrifici: si “saliva” di un quadretto ogni volta che si faceva la Comunione, ogni volta si recitava una decina del Rosario, ogni volta che ci si mortificava con un fioretto…

In particolar modo, l’opuscoletto proponeva ai bimbi una vasta gamma di fioretti da cui trarre ispirazione, per la loro mortificazione quotidiana. Ad esempio:

Farò bene la genuflessione entrando in chiesa, dicendo la giaculatoria: Gesù, vi adoro presente nel SS. Sacramento.

Farò bene il segno di croce, entrando e uscendo di chiesa.

Passando vicino a una chiesa, saluterò Gesù.

In onore della Madonna, farò l’elemosina a un povero.

In onore della Madonna, mi priverò di una parte di frutta.

Sarò ubbidiente in casa e a scuola.

Procurerò di essere veritiero anche durante il gioco.

Reciterò il S. Rosario per i miei morti.

Reciterò il S. Rosario per i miei cari.

Via tutto ciò che può offendere la purezza!

Mi sforzerò di stare ben composto in classe e in chiesa.

Metterò particolare impegno nello studio e nell’esecuzione dei compiti.

Oggi mi sforzerò di dare il buon esempi in tutto.

Visita a Gesù Sacramentato, pregando per la conversione di un peccatore.

Oggi offirò a Maria SS. qualche mortificazione di gola, per il trionfo della Chiesa e del suo Capo, il Papa.

Incontrando un sacerdote, un religioso o una suora, oggi lo saluterò così: sia lodato Gesù Cristo!

Altri tempi, certamente; ai nostri giorni, molti di noi troverebbero persino eccessivo un giochetto del genere; forse, non avrebbero piacere di proporlo ai loro figli. Eppure, io trovo così irresistibilmente dolce l’immagine di un bimbetto in calzettini e calzoncini corti che, la sera, prima di andare a dormire, appunta sul foglietto i suoi successi, esultando, perché di giorno in giorno si vede sempre più vicino alla vetta!

Destinazione finale di questi foglietti? L’ultimo giorno del mese, andavano bruciati, o nel caminetto di casa propria o – per i più fortunati – in un braciere acceso in apposita cerimonia nel cortile dell’oratorio.
Bruciando, il foglietto avrebbe portato con sé il segreto dei successi e degli insuccessi del bambino… e il fumo della carta che bruciava, raggiungendo il cielo, avrebbe strappato un sorriso a Maria Santissima, commossa e intenerita dai dolci sacrifici dei suoi figli.

Pillole di Storia

Il silenzio delle Tenebre

Pochi giorni dopo il matrimonio, mio marito ha portato a casa un grazioso orologio a cucù.
Mi ha stupita: non ricordavo di avergli mai parlato della mia passione per i cucù, e di come, da tempo, desiderassi comprarne uno (ma, fra una cosa e l’altra, non ero mai passata “all’azione”).
Eppure, tant’è. Oggi, il cucù troneggia sulla libreria del nostro salotto, e il suo leggiadro cuculìo (?) ci tiene compagnia a ogni battito d’ora. Col tempo, è diventato un suono familiare e rassicurante: quando le lancette dell’orologio si avvicinano al cinquantanovesimo minuto, noi aguzziamo l’orecchio e ci mettiamo in ascolto, e sorridiamo nel sentire il cucù del nostro cucù.

Ve lo racconto, non perché debba interessarvi la nostra routine familiare, ma perché, forse, l’esempio del cucù di casa potrebbe essere utile a spiegare il legame di affetto che si creava, un tempo, tra gli abitanti di un paesello e le campane del loro campanile.

Noi, oggigiorno, manco ci facciamo più caso, alle campane del nostro (?) campanile.
Tutt’al più c’è qualcuno che denuncia il parroco per disturbo della quiete pubblica; ma, per il resto, chi è che è ancora in grado di capire il linguaggio delle campane? Chi è che sa distinguere una campana che suona a lutto da una campana che suona per annunciare che tra un quarto d’ora inizia Messa?
Pochi; pochissimi, direi.
Ancor meno, quelli che organizzano le loro giornate basandosi sul battito delle campane sul campanile (?!).
Diciamocelo pure: se improvvisamente tutte le campane delle nostre chiese sparissero improvvisamente, come per magia, la nostra vita non subirebbe chissà quale sconquasso emotivo.
Detto molto onestamente, con ogni probabilità manco ci accorgeremmo della differenza.

E invece, una volta, era tutt’altra Storia.
In un mondo in cui solo i fortunatissimi potevano vantare un orologio privato (e dunque, il suono delle campane aveva anche una rilevanza pratica), e in un mondo in cui non esistevano ancora radio, tv, smartphone e clacson a sommergerci in un caos di continui stimoli sonori, il rintocco delle campane era qualcosa che – davvero – non passava inosservato.
Tra il popolo e il campanile si instaurava un vero e proprio dialogo quotidiano, fatto di sonate per battere il corso del tempo… ma fatto anche di veri e propri messaggi in codice, che noi non saremmo più in grado di interpretare, ma che una volta erano chiari anche ai bambini.
A seconda del modo in cui suonava la campana (o addirittura, a seconda di quale campana veniva azionata dal campanaro) il suono squillante, diffondendosi su tutto il paese, poteva lanciare messaggi ben diversi. Le campane potevano suonare a festa o a morto (indicando, nel caso, se il defunto fosse uomo o donna, giovane o vecchio). Una singola campana poteva esser fatta suonare a distesa, per segnalare la presenza dell’esattore delle tasse venuto a riscuotere le gabelle o di un altro funzionario pubblico nell’esercizio delle sue funzioni. Le campane potevano suonare per segnalare un temporale, che il campanaro, dall’alto della torre, vedeva avvicinarsi all’orizzonte; potevano suonare, in uno stormo pressante di rintocchi, per segnalare qualche emergenza in paese: un edificio in fiamme, un esercito in arrivo.

Davvero le campane dialogavano con i fedeli, e non è una figura retorica utilizzare questo vocabolo.
E davvero le campane erano “quotidianità” e “casa”. In quante pagine di romanzi abbiamo visto il protagonista sorridere dopo un lungo viaggio (magari, anche tormentato e avventuroso) nell’avvicinarsi al suo paesello natìo, e nel distinguere di lontano il rintocco familiare del suo campanile?

Immaginate ora che le vostre amate campane smettano improvvisamente di suonare, lasciando precipitare il paese nel silenzio e nell’incertezza (che ora è? Farà bel tempo? È tutto a posto? L’anziana signora che abita dall’altra parte del paese e che è molto malata, sarà ancora viva?).
Immaginate che le vostre campane smettano improvvisamente di suonare – o che, se preferite, si guasti di punto in bianco il vostro adorato orologio a cucù che batte il corso delle ore nella quiete del salotto, e che è ormai diventato una piccola parte dolce e irrinunciabile della vostra routine di ogni giorno.
Immaginate che tutti i suoni che vi erano più familiari scompaiano all’improvviso, lasciandovi in un freddo, tetro silenzio innaturale e carico d’angoscia.

Noi moderni non ce ne accorgiamo più, perché abbiamo troppe distrazioni; ma per i nostri progenitori, era davvero un brivido lungo la schiena trascorrere ore ed ore immersi nel silenzio più completo, mentre le campane tacevano il Venerdì e il Sabato Santo, in attesa della Resurrezione.
Era un dialogo continuo, rassicurante e familiare, che veniva improvvisamente interrotto. Le campane tacevano – e tacciono tutt’ora – dalla Messa in coena Domini fino al Gloria della veglia pasquale. E mentre Gesù era condotto al patibolo, agonizzava, moriva in croce e giaceva nel sepolcro, tutto il paese, tutto il quartiere, sprofondava in un silenzio luttuoso, interrotto solamente da alcuni lugubri colpi di legno secco.

"La bussata del troccolante" - link sull'immagine per visualizzare la fonte
“La bussata del troccolante” – click sull’immagine per visualizzare la fonte

In qualche museo etnografico le trovate sicuramente in mostra. Se siete fortunati (e/o provenite da una famiglia sufficientemente stanziale) potreste trovarne qualcuna anche nella soffitta di casa vostra: mio padre conserva ancora, con gelosia, quella che lui usava da bambino.
Sto parlando di quelli che, in dialetto piemontese, si chiamano “tenebre” (prendendo il nome dall’Ufficio delle Tenebre che, prima della grande riforma liturgica, caratterizzava i giorni del Triduo). So per certo che, con nomi diversi, le “tenebre” erano usate un po’ dappertutto, e anzi sono ancora adesso in voga in certe Passioni del Meridione.

Raganella (o, in dialetto piemontese, "cantarana") - click sull'immagine per visualizzare la fonte
Raganella (o, in dialetto piemontese, “cantarana”) – click sull’immagine per visualizzare la fonte

Si tratta, per capirci, di quegli strumenti in legno che “sostituivano” il suono delle campane il Venerdì e il Sabato Santo, per annunciare una funzione liturgica imminente o per segnare il corso delle ore.
In genere erano appannaggio dei chierichetti, che, in barba al clima penitenziale, si divertivano pure un sacco a percorrere le vie del paese armati delle loro raganelle rumorose, per annunciare, con crepitio di legni grattati, che era l’ora dell’Angelus; era l’ora dell’Ave Maria; mancava mezz’ora alla funzione; erano le tre del pomeriggio.

"Tabella della Settimana Santa" (così si chiama in dialetto piemontese), usata per il battere il corso delle ore. Click sull'immagine per accere alla fonte
“Tabella della Settimana Santa” (così si chiama in dialetto piemontese), usata per il battere il corso delle ore. Click sull’immagine per visualizzare la fonte

Altri strumenti più massicci, formati da un’asse di legno su cui cozzavano alcuni anelli di metallo, erano stretto appannaggio del campanaro. Lui, ogni ora, percorreva le vie del paese per annunciare che erano trascorsi altri sessanta minuti.
Dei toc tetri e cupi provenivano anche da quelle che, in Piemonte, si chiamavano assicelle, ed erano degli aggeggi a percussione da suonare come nacchere, o da far rintoccare come se fossero delle campanelle… in legno. Venivano battute, con un ritmo lento e regolare, durante le processioni del Venerdì Santo, annunciando mestamente fra le vie del paese il passaggio imminente di Cristo e della sua croce santa.

Assicelle della Settimana Santa (in dialetto piemontese) - click sull'immagine per visualizzare la fonte
Assicelle della Settimana Santa (in dialetto piemontese) – click sull’immagine per visualizzare la fonte

Come faceva notare un antropologo sul catalogo di una mostra dedicata a questi strani oggetti, e tenutasi a Parigi nella Pasqua 1980 (e citata qui)

era forte il contrasto tra il suono squillante e nobile dalle campane e il suono dimesso e vile del legno. Gli spiriti demoniaci non erano più respinti dal suono delle campane, o dal tintinnìo delle campanelle d’altare; dunque, gli inferi erano sulla terra – e, assieme a loro, anche il suono roco e crudele delle raganelle e dei battagli. Questi strumenti di legno, per alcune ore, diventavano come delle “contro campane”; l’esatto opposto delle campanelle armoniose.

Rincarava la dose, “qualche” secolo prima, il vescovo Guglielmo Durante, nel suo Rationale divinorum officiorum (ca. 1280):

[Venerdì e Sanato Santo] tacciono le campane, per significare che, nel tempo della Passione, tacquero gli apostoli.
Si danno però dei segnali con percosse di tavola per significare l’umiltà di Cristo; secondariamente, si percuote la tavola perché con tal suono si eccita nel popolo il timore.
Terzo, si percuote il legno con il martello, per significare Cristo sospeso alla croce.
Quarto, si percuote il legno per richiamare il legno causa della caduta di Adamo.
Quinto, tacciono le campane ma non i legni, per simboleggiare, nelle campane, il silenzio degli apostoli, e negli altri istrumenti di suono minore il pianto delle donne, le quali, nel tempo della Passione, non si nascosero come gli apostoli, ma seguirono Gesù fin sotto alla sua croce.

Solo comprendendo l’importanza che avevano le campane nella vita quotidiana delle piccole comunità di un tempo, si può comprendere lo shock emotivo che doveva comportare lo svegliarsi la mattina, l’andare a lavorare nei campi, il tornare a casa la sera, l’entrare in chiesa per la funzione, nel più totale silenzio di tomba, spezzato solo di tanto in tanto da cupi battiti di metallo sul legno.  Ed è un vero peccato – io credo – che molti di noi, oggigiorno, abbiano perso la capacità di sentire l’horror vacui di fronte a un campanile che, improvvisamente, smette di rintoccare, per gridare al mondo che Gesù Cristo è morto.

Ma mancano ormai poche ore alla mezzanotte; e anche i nostri progenitori, nei secoli passati, sapevano che il silenzio non sarebbe durato per sempre.
Al momento del Gloria nella Messa di questa sera, il sacerdote avrebbe colpito con il palmo della mano il suo breviario. E questo sarebbe stato il segnale per i chierichetti, che avrebbero cominciato a far suonare le loro raganelle. E poi, nello strepito prodotto dal legno (e dalle mani dei fedeli, che battevano sui banchi della chiesa…) sarebbe stato il turno delle campanelle d’altare. E poi, dopo le campanelle d’altare, avrebbero rintoccato forti e solenni le campane del campanile. E da un campanile all’altro tutte le campane avrebbero finalmente ricominciato a suonare, a festa, per annunciare al mondo la risurrezione di Cristo Signore.

E allora sì che i fedeli, guardandosi negli occhi, avrebbero potuto – raggianti – augurarsi “buona Pasqua”.

Pillole di Storia

[Pillole di Storia] Risus paschalis. Proposta pratica per una Veglia di Pasqua dal sapore pre-conciliare

Un tempo il risus paschalis, il riso pasquale, era parte integrante della liturgia barocca. L’omelia pasquale doveva contenere una storia che suscitava il riso, di modo che la Chiesa riecheggiasse di risate. Questa può essere una forma un po’ superficiale ed esteriore di gioia cristiana. Ma non è in realtà qualcosa di molto bello e giusto il fatto che il riso era diventato un simbolo liturgico?

Joseph Ratzinger, Guardare al Crocifisso, Jaca Book, Milano 1992, p. 106

Tesò.
Io lo so che lo sai.
So anche che, quando sei il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, devi mantenere una certa linea di condotta: certe cose le puoi scrivere giusto solo se sei una blogger rincitrullita che pubblica “Pillole di Storia” demenziali. Fortunatamente la sottoscritta risponde appieno a questo profilo, e quindi, aehm, quest’oggi apporrò alcune piccole note a margine alle pregevoli parole del nostro amato Papa Emerito.

Il fatto gli è, signori e signore, che il tradizionalismo liturgico “tira un sacco”, di questi tempi.
Intendiamoci: pure a me piacciono tantissimo le tradizioni (eh beh…), e faccio carte false pur di poter assistere a belle liturgiche che davvero sottolineano la sacralità di ciò che sta accadendo.
Però, ultimamente va di moda il tradizionalismo in stile “tutto ciò che viene dopo il Vaticano II è il Male Incarnato; tutto ciò che precede tale infausto evento stillava gocce di santità”.
Ecco: sono addivenuta alla conclusione che voglio cavalcare l’onda, e dunque oggi intendo avanzare una proposta pratica di facile attuazione, per una Veglia di Pasqua dal sapore decisamente preconciliare.
La mia proposta liturgica è tratta dal pregevole volume Due in una carne, che ha come sottotitolo Chiesa e sessualità nella Storia. E se avete come la vaga impressione che questa premessa non preluda a niente di buono… beh: siete drammaticamente nel giusto.

Copio testualmente da pagina 89 e seguenti:

È stato documentato […] fin dal Medioevo l’uso di festeggiare la Pasqua con una predica scherzosa densa di significati erotici

giuro

uso che risulta poi ampiamente diffuso per tutta Europa in età moderna.

No, sul serio.

Questa usanza è stata ricostruita a partire da una lettera che Wolfgang Capito, un sacerdote di Basilea, scrive a un altro sacerdote – che parteciperà pochi anni dopo alla Riforma – Giovanni Ecolampadio, criticandolo perché si rifiutava di farcire di aneddoti comico-erotici la predica di Pasqua.

Mi state seguendo? Wolfgang Capito criticava Ecolampadio perché Ecolampadio era contrario alla porno-Messa nel giorno di Pasqua (come ad esempio potete legger qui).
Capito lo criticava dicendo che non andava bene essere contrari alle barzelette sporche declamate dall’ambone!

Capito non parla solo di barzellette o scherzi ma addirittura dell’uso di spingere gli ascoltatori a “ridere sguaiatamente” scherzando “con parole oscene” o “imitando uno che si masturbi”.

No, sul serio!

Molte sono le fonti che – a partire dal concilio di Reims dell’852 per arrivare a un articolo giornalistico pubblicato a Francoforte nel 1911 – attestano questa usanza, raccontando di sacerdoti che imitano versi di animali, fingono di partorire un vitello o, come minimo, suscitano l’ilarità dei fedeli con storielle sconce.

…!

Dopo il secolo XVI i racconti tendono a sostituirsi completamente alla pantomima del sacerdote, tanto che nel 1698 il prete bavarese Andrea Strobl stampa un manuale per predicatori, fornito di regolare imprimatur, in cui i sermoni sono arricchiti da storielle comiche e che conobbe un gran successo. L’autore stesso spiega che questo “è uno dei migliori mezzi per rendere attento l’uditorio”.

(effettivamente non lo metto in dubbio, amico…)

Anche se in questo caso si tratta di storielle abbondantemente censurate, non mancano i doppi sensi a sfondo sessuale.[…]
Erasmo da Rotterdam, mentre condanna questa usanza, ne fornisce al contempo la chiave interpretativa: “È la cosa più vergognosa che ci sia, che nelle feste di Pasqua alcuni provochino al riso la gente, secondo il desiderio del popolo, con racconti palesemente inventati e il più delle volte osceni, tali che neppure in un convivio un uomo onesto potrebbe ripeterli senza vergognarsi. In nessun modo è il salmo pasquale a invitare a questo genere di allegria, quando dice Hic est dies quem fecit Dominus, exultemus et laetemur in eo”.
Sarebbe proprio la letizia pasquale, dunque, a richiedere scoppi di risate, e quindi a giustificare il ricorso a questo repertorio osceno.

Aehm. È molto difficile dare una spiegazione a questo delirio, ma, mettendomi nel panni di un uomo dell’epoca, io ci provo lo stesso: calcolate che, una volta, la Quaresima era davvero dura. Non si mangiava carne per tutta la durata dei quaranta giorni, non si facevano pasti completi per tutta la durata dei quaranta giorni; non si mangiavano nemmeno uova e latticini, riducendosi in sostanza a minestroni e croste di pane a mattina pomeriggio e cena, per quaranta, lunghi, giorni.
Non si ballava per quaranta giorni, non si cantava per quaranta giorni; i coniugi non potevano nemmeno avere rapporti sessuali, per tutta la durata della Quaresima (e prendevano il divieto sorprendentemente sul serio, come mi diverto sempre a verificare io tutte le volte che mi capita sottomano un vecchio registro di Battesimi).
Una Quaresima vissuta così non era ‘na roba all’acqua di rose, e io posso perfettamente capire che, nel momento in cui veniva intonato l’Exultet, le folle dei fedeli… esultassero per davvero. Doveva essere, la loro, un’esultanza strana, probabilmente incomprensibile per molti di noi moderni: la gioia per la resurrezione di Cristo si univa alla gioia per per la fine della Quaresima, e riecheggiava in un corpo messo a dura prova dalla lunghissima astinenza e dal digiuno integrale del Venerdì e del Sabato Santo.
Si provava una gioia che era sì di natura spirituale, ma, al tempo stesso, era anche molto carnale (non necessariamente in senso sessuale, ma nel senso che si sentiva fin nelle viscere e in ogni fibra della carne).
E fin qui, io ci sono. Lo capisco bene. “Ci sta”.

Il modo in cui si sia passati da questa esultanza “carnale” al prete che finge di masturbarsi per suscitare il riso dei fedeli… ehm…
Diciamola con le parole dell’allora cardinal Ratzinger: era una forma “un po’ superficiale” di gioia di cristiana. Aehm.

***

Comunque: siete liberi di non crederci, ma la tradizione nasce nel Medio Evo, si sviluppa in quei secoli a cavallo tra tardo Medio Evo ed età moderna, ed inizia gradualmente a perdere diffusione (o comunque a mutare forma) solo nel periodo che segue la Riforma Protestante… principalmente per il fatto che i riformatori (chiamali scemi…) ne avevan detto di tutti i colori, circa questa bizzarra pratica.
In realtà – come evidenziano Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia, autrici del libro che citavo prima – la pratica comincia a cadere nel dimenticatoio (o, comunque, ad essere modificata in chiave meno oscena) solo nelle zone in cui la presenza protestante era molto forte. In quelle aree della cattolicità che erano state appena sfiorate dalla critica protestante, l’usanza ha continuato a sopravvivere molto a lungo.
“Molto a lungo” vuol dire che ancora papa Lambertini, a metà ‘700 (!), doveva scomodarsi per inviare un’esortazione apostolica ai suoi vescovi, affinché facessero cessare una volta per tutte questa barbara usanza, nelle chiese a loro affidate.

Comunque, ehm. Io, il mio lavoro da storica l’ho fatto. La tradizione, l’ho riportata. L’usanza, l’ho commentata. La lettura storico-teologica, ve l’ho proposta. Adesso non mi resta che lanciare la palla ai gentili sacerdoti che sono in linea, chissà mai volessero sorprendere i loro fedeli con questa peculiare liturgica dal sapore pre-conciliare.
Chessò: un maxischermo in cui proiettare le scene hot di Cinquanta sfumature di grigio; qualche estratto da un libro porno per suscitare il riso (?) dei parrocchiani…

No, eh?
Mph.
Tutti modernisti, qui dentro.
Vabbeh, io ci ho provato.

E comunque, e soprattutto, buon inizio di Settimana Santa a tutti!

***

A margine: come sapete, io in genere non fornisco mai bibliografia a piè di pagina, ma in questo caso forse è meglio, per evitar di esser presa per pazza. Ecco due titoli recenti dedicati al tema (che però io non ho ancora letto) per chi, a questo punto, si fosse fatto venire la voglia di approfondire l’argomento:
Maria Caterina Jacobelli, Il Risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale, ed. Queriniana, Brescia 20044
Claudio Bernardi, Risus paschalis. Riti e tradizioni della gioia pasquale, in: Il corpo glorioso. Il riscatto dell’uomo nelle teologie e nelle rappresentazioni della resurrezione, Giardini Editori, Pisa 2006
Pillole di Storia

[Pillole di Storia] Fame di ostie

Articolo pubblicato originariamente su La Croce, dettaglio che giustifica in parte lo straordinario “tempismo” con cui ne parlo nel blog. Quando l’articolo era in edicola, la vicenda era un po’ più attuale!

Dall'account Instagram di @jerardeusebio | Passing Jesus on, one hand at a time. This is the scene during communion at the Pope's Sunday Mass, Quirino Grandstand, January 18, 2015. #PopeFrancisinthePhilippines #PopeTYSM #Philippines #PopeFrancis #QuirinoGrandstand
Dall’account Instagram di @jerardeusebio | Passing Jesus on, one hand at a time. This is the scene during communion at the Pope’s Sunday Mass, Quirino Grandstand, January 18, 2015. #PopeFrancisinthePhilippines #PopeTYSM #Philippines #PopeFrancis #QuirinoGrandstand

Quel famoso video diventato virale nei giorni scorsi – che mostrava alcuni fedeli passarsi di mano in mano l’ostia consacrata per farla arrivare anche a chi era rimasto indietro, bloccato dalla ressa, nella Messa pontificia tenutasi a Manila – ha quantomeno avuto un merito: spronarci a riflettere sul modo con cui ci accostiamo al corpo di Cristo.
Al netto delle polemiche levatesi contro il Papa (che dubito abbia mai incoraggiato un simile approccio con l’Eucarestia), molto più interessanti sono state le osservazioni di alcuni opinionisti cattolici, che – soprattutto negli USA – osservavano: beh, ma non è che uno sia costretto a fare la comunione tutte le domeniche. Sottintendendo chiaramente: “in una situazione così caotica, in cui i fedeli non riescono a disporsi in fila indiana per accostarsi ordinatamente alla comunione, io me ne sarei rimasto al mio posto”.
Come a dire: mica c’è scritto che ogni fedele debba obbligatoriamente comunicarsi ogni singola volta che va a Messa. E, del resto, esiste pure la comunione spirituale.

“Andare a Messa, e poi non fare la comunione? Anche se mi sono confessato da poco, e non c’è nulla che mi impedisca di accostarmi all’Eucarestia? Ohibò!”.
Oggigiorno, molti di noi inorridirebbero alla sola idea – ma, in realtà, una simile linea di pensiero è andata per la maggiore per buona parte della Storia. E non bisogna nemmeno risalire troppo indietro nel tempo, per rendersene conto: probabilmente, uno qualsiasi dei nostri nonni ci confermerebbe che, in passato, accostarsi alla comunione era un evento molto più raro di quanto non accada oggi.

Sia chiaro: l’Eucarestia è cibo per l’anima, e potersi accostare con regolare frequenza al corpo di Cristo è uno straordinario dono che ci viene dato – roba che, a pensarci seriamente, dovremmo sentirci torcere le budella per la commozione. Lungi da me voler disincentivare dalla santa pratica della comunione frequente.
Al contrario, credo che, proprio per riflettere su quest’incredibile grazia di cui siamo oggetto, possa essere di qualche utilità un breve excursus storico, dedicato a quel periodo in cui la comunione frequente non solo non era praticata, ma anzi era spesso sconsigliata.
Stiamo parlando del Medio Evo.

Il Medio Evo – almeno convenzionalmente – “inizia” in un periodo storico in cui le masse, certamente, erano già state evangelizzate… ma quanto a catechesi, zoppicavano ancora un po’. I grandi pensatori cristiani avevano indubbiamente molto chiaro il concetto di “Eucarestia” e di “presenza reale”; il popolino, in compenso, sembrava avere in testa poche idee, e ben confuse.
Scorrendo le cronache del tempo, lo storico può trovare traccia di abusi eucaristici che lasciano sgomenti. Passi, portarsi a casa l’ostia consacrata e poi seppellirla nel campo concimato per garantirsi un buon raccolto (“evvabbeh”, dice il medievista inorridendo: “era ignorante superstizione”). Ma leggere di fedeli che, prima di partire per un viaggio, mettevano in valigia un po’ di ostie consacrate perché “metti mai che strada facendo io non riesca a trovare una chiesa”, oppure ancora se ne tenevano in casa uno stock, casomai qualche parente cadesse in agonia e chiedesse il viatico con estrema urgenza… beh: questo ci lascia intendere come, all’epoca, il popolino non avesse molto chiaro il riguardo che si deve portare verso il corpo di Cristo.

Di fronte a simili abusi, la risposta della Chiesa medievale è pragmatica: col tempo, con calma, catechizzeremo le masse; per intanto, cominciamo immediatamente a ridurre le occasioni di peccato.
Si stabilisce che, di regola, i fedeli possano accostarsi all’Eucarestia solo in poche occasioni all’anno. Queste occasioni potevano variare da luogo a luogo, ma generalmente coincidevano con le feste liturgiche più importanti: Natale, Pasqua, Pentecoste…
Ogni contatto con il corpo di Cristo, ça va sans dire, doveva essere preceduto da un’adeguata preparazione: penitenza, preghiere e digiuni, che aiutavano il fedele ad avere ben chiara la straordinarietà e la gravità dell’atto che stava per compiere.
Che la vita spirituale dei fedeli potesse essere danneggiata dall’impossibilità ad accostarsi all’Eucarestia con maggior frequenza, era un pensiero che sembra non aver neanche sfiorato i teologi medievali. Il sacerdote – si diceva – riceve quotidianamente il corpo di Cristo, non solo per se stesso, ma anche per tutta la comunità dei suoi fedeli. Quanto al popolino che assisteva alla Messa, era costantemente incoraggiato dai teologi a contemplare di lontano l’ostia consacrata traendone un nutrimento interiore: un suggerimento che, nei secoli, sarebbe stato destinato a svilupparsi, dando adito al concetto di “comunione spirituale”.

Contrariamente a quanto potremmo forse immaginare, questa scarsa familiarità con l’Eucarestia non comprometteva minimamente il fervore religioso nei confronti del corpo di Cristo. Anzi: paradossalmente, quasi lo aumentava, contribuendo a sottolineare la straordinarietà di ciò che accadeva ogni giorno sull’altare, per mano del sacerdote.
Inoltre, va anche detto che parlare di “scarsa familiarità con l’Eucarestia” da parte dell’uomo medievale, è quantomeno un azzardo: nonostante l’aura di maestà che circondava il corpo di Cristo, i fedeli cominciavano a percepirlo sempre più come una presenza molto concreta nelle loro chiese. Gesù fattosi pane si annunciava con il suono delle campane al momento della consacrazione, splendeva di luce dentro la sua “dimora” nel tabernacolo; talvolta, manifestava la sua presenza in maniera esplicita e incontrovertibile, con uno dei tanti miracoli eucaristici di cui narravano le cronache.

Entro la fine del secolo XIII, con l’istituzione della festa del Corpus Domini e con la formulazione (quasi) definitiva del dogma della Transustanziazione (su cui tornerà poi a soffermarsi il Concilio di Trento), il culto eucaristico poteva dirsi pienamente consolidato.
Talmente grande è il desiderio di trovarsi a tu per tu col corpo di Cristo, che, nel corso del ‘300, i sacerdoti decidono di venire incontro alle richieste dei fedeli inventando un nuovo oggetto liturgico fino ad allora sconosciuto: l’ostensorio. Progettato in un primo momento su modello dei reliquiarii, e poi strutturato sottoforma di piccolo tabernacolo di vetro trasparente sostenuto da un calice in cui si conservava il vino consacrato (l’ostensorio a forma di sole raggiante è invenzione recente: risale all’epoca della Controriforma), questo strumento portava con sé un’innovazione non da poco. L’ostia consacrata poteva essere portata in processione “scoperta”, cioè in maniera visibile a tutti; inoltre, dopo la funzione, poteva restare esposta sull’altare per l’adorazione personale dei fedeli.
L’uomo medievale ha una disperata “fame di ostia”, come scrivono talvolta gli storici che si occupano di questo tema, e la Chiesa risponde concedendo ai fedeli questa nuova modalità di sfamarsi del corpo di Cristo. Anche perché l’altra modalità – quella di ricevere fisicamente sulla lingua l’ostia consacrata – continuava ad apparire a molti un evento così straordinario da far tremare le vene e i polsi.

L’Eucarestia era sognata, agognata, desiderata talvolta con un bisogno quasi fisico, e numerosi fedeli cominciavano a domandare consiglio alla loro guida spirituale per sapere se fosse conveniente, per loro, accostarsi al corpo di Cristo con maggior frequenza. Ma se il sacerdote rispondeva “sì”, valutando che non sussistesse per il suo figlio spirituale il rischio di “assuefarsi” a questo surplus di grazia,  non era infrequente che il fedele stesso rinunciasse al privilegio che si era faticosamente visto accordare. Fa sorridere (ma fa anche riflettere…) la storia di santa Margherita da Cortona, che prima insiste fino allo sfinimento col suo direttore spirituale per ottenere il permesso di fare la comunione quotidiana, e poi, ottenuto finalmente il beneplacito, fa marcia indietro sentendo di non essere degna di tale grazia.

Insomma: nel tardo Medio Evo si assiste ad una grande ambivalenza circa l’atteggiamento del fedele nei confronti dell’Eucarestia: la si adora e la si brama, ma la si riverisce anche con timore. Quelle parole che noi, spesse volte, pronunciamo quasi distrattamente durante la Messa – “Signore, non son degno di accostarmi alla tua mensa” – rappresentavano invece, per i nostri antenati, uno straziante cruccio e una costante lotta interiore.
Del resto, se pensiamo seriamente a quello che stiamo per fare mentre ci accostiamo alla comunione, anche noi moderni siamo come presi da una vertigine di emozione…

C’è un certo tipo di misticismo tardo-medievale che per noi è difficile da capire, pieno com’è di deliqui di fronte al Tabernacolo e sommovimenti delle viscere. Letti con la mentalità di noi moderni, certi resoconti possono quantomeno far inarcare le sopracciglia; ma, se contestualizzate nel clima di grande tensione emotiva verso il corpo di Cristo di cui s’è detto, anche queste esperienze hanno ancora molto di cui raccontarci. E così, la religiosità popolare del Tardo Medio Evo ci consegna pagine scritte da mistiche (non solamente suore, ma anche beghine e donne sposate) che, nel descrivere il loro amore per l’Eucarestia, hanno addirittura l’ardire di attingere al vocabolario della poesia d’amore.
Perché, in fin dei conti, cos’è la comunione, se non il momento in cui le nostre labbra si posano sul corpo di Cristo fattosi pane? E quindi: cos’è l’Eucarestia, se non il momento in cui noi possiamo “dare un bacio” a Dio in persona, testimoniando così il nostro amore verso di Lui?

Pare che nel Medio Evo ci fossero mistiche che scoppiavano in un pianto di commozione, tutte le volte che facevano la comunione. Alcune agiografie – forse calcando un po’ la mano, ma sicuramente facendo leva su un sentimento diffuso – riportano di sante che stramazzavano a terra prive di sensi in balia di un deliquio estatico, non appena l’ostia consacrata si posava sulla loro lingua.

Altri tempi, altre sensibilità.
Ma forse varrebbe la pena di ricordarsi di questa Storia, la prossima volta che, a Messa, ci alzeremo dal nostro banco e ci metteremo in fila per fare la comunione. Anche solo per non correre mai il rischio di sottovalutare il dono strabiliante che ci è stato fatto, e il gesto incredibile che stiamo per compiere…