Di come il rosso divenne un colore politico

Se qualcuno avesse bisogno una volta di più di avere la conferma sul fatto che la ggggente è scema, suggerisco di farsi un giro sui social network usando come chiave di ricerca “maglietta rossa” (quella che siamo invitati in questi giorni a indossare in segno di appoggio ai migranti). Anche solo consultando la mia personale timeline di Facebook, potrei additarvi senza fatica quella che usa la stessa maglietta rossa da una settimana, lavandola la sera quando torna dal lavoro e rimettendosela addosso la mattina, e quella che – rea di aver indossato un toppino rosso che si accompagnava bene alle sue scarpe nuove – è stata esortata da sua madre a cambiarsi d’abito, perché la signora non vuole in casa “i pietisti delle magliette rosse”.

Certo che il rosso è un colore jellato, mi dicevano stamane tenendo in mano una blusa color vinaccia e soppesando pensierosamente la valenza socio-politica di quella specifica sfumatura. Non s’è mai visto nel corso dei secoli un colore che si porta appresso simbologie così tanto politicamente marcate: dal berretto frigio dei rivoluzionari alla bandiera rossa che trionferà, passando attraverso le giubbe delle armate garibaldine.

Rosso Pastoureu

E allora mi sono chiesta: ma perché proprio il rosso?
Ok, nel caso dei rifugiati lo sappiamo bene: le madri vestono di rosso i loro bimbi prima di farli salire a bordo, per renderli più riconoscibili in caso di naufragio. E ok: ma i sanculotti? I comunisti? I garibaldini? Come mai proprio e sempre questo colore, tra tutti quelli che esistono al mondo?

Per fortuna che c’è Michel Pastoureau, storico francese che s’è fatto un nome in questo campo di ricerca. Il suo (consigliatissimo) Rosso: Storia di un colore è stato perfetto per aiutarmi a togliermi questa curiosità.

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È solo dalla fine del secolo XVIII che il rosso assume (e prepotentemente) un significato politico che lèvate. Fino ad allora, gli stendardi rossi non veicolavano alcun messaggio particolare, anzi erano dei semplici segnali di ordine pubblico: per avvisare il popolo di una minaccia, si faceva sventolare un vessillo dal rosso acceso. Era un segno di allarme, un “fossi in te, io me ne andrei da qui e pure in fretta”.
Nel corso del Settecento, le autorità francesi cominciano ad approfittare di questa simbologia non tanto per annunciare al popolo un pericolo effettivo, quantopiù per disperdere le folle che si radunavano in piazza. Nello specifico, nell’ottobre 1789, in Francia, l’Assemblea Costituente decreta che, in caso di tumulti (già in corso, o anche solo presagiti), le forze dell’ordine “portino in tutte le vie e in tutti gli incroci una bandiera rossa”, dopodiché “tutti gli assembramenti verranno considerati criminosi e dovranno essere dispersi”.
Insomma: una bandiera rossa dal significato piuttosto oscurantista e liberticida, verrebbe da dire – altro che simbolo del sol dell’avvenir!

Sventolava una bandiera rossa anche nella famosa giornata rivoluzionaria del 17 luglio 1791. Luigi XVI, dopo aver tentato di fuggire all’estero, viene bloccato a Varennes e riportato in patria. La folla si raduna sul Champ-de-Mars, è in subbuglio, il raduno spontaneo pare mutarsi in rivolta. Il sindaco di Parigi ordina di esporre le famose bandiere rosse per dare alla folla l’ordine di disperdersi, ma prima ancora che i parigini abbiano il tempo di allontanarsi le guardie nazionali aprono il fuoco, senza preavviso.
Le vittime – una cinquantina – vengono immediatamente proclamate “martiri della Rivoluzione”, e la bandiera rossa (naturalmente, ormai “tinta del loro sangue”) diventa provocatoriamente negli ambienti rivoluzionati il simbolo del popolo in rivolta, pronto a levarsi contro la tirannia.

Da quel momento in poi, scrive Pastoureau,

il rosso avrà questa funzione in ogni sommossa e insurrezione popolare. Viene risfoderato ogni volta che il popolo scende in strada o vengono minacciate le conquiste sociali ottenute grazie alla Rivoluzione. E’ un segno di riconoscimento la cui forza simbolica andrà crescendo per tutto il XIX secolo.

Prudentemente chiusa nei cassetti durante l’esperienza napoleonica, la bandiera rossa ricomincia a sventolare dalle brarricate man mano che si avvicina la metà dell’Ottocento. Nelle giornate rivoluzionarie dell’estate 1830, nelle insurrezioni repubblicane del ’34, nella primavera del popolo del ’48: in tutte quelle occasioni, la bandiera rossa è lì, forte della sua straordinaria potenza simbolica ormai acquisita.
Ma non solo: man mano che i moti del ’48 si allargano a macchia d’olio in tutta Europa, ecco, anche in quel caso la bandiera rossa è lì. Di Stato in Stato, “dal Mazzanarre al Reno”, il rosso è ormai diventato il colore dei poveri, degli oppressi, di chi lotta per un futuro migliore.
E – ça va sans dire – anche di chi politicamente sostiene la loro causa.
Attorno alla metà dell’Ottocento, cominciano a nascere nei vari Stati d’Europa i primi partiti operai. Non c’è manco bisogno di dirlo: ognuno di loro sceglie di adottare il rosso come proprio vessillo. E, a quel punto, gli esiti sono prevedibili: la bandiera rossa che inneggia a Lenin, il libretto rosso di Mao Tse-Tung, le Brigate Rosse di triste memoria, il rosso di piazza Tienanmen…

Il legame tra il rosso e i partiti o i gruppi politici di sinistra e di estrema sinistra ha dominato la storia di questo colore per un secolo e mezzo, relegando in secondi piano tutti gli altri suoi campi simbolici: l’infanzia, l’amore, la passione, la bellezza, il piacere, l’erotismo, il potere, e persino la giustizia.

Pastoreau, per la cronaca, se ne rammarica:

Una corrente di pensiero lo ha confiscato a proprio uso esclusivo come simbolo o emblema, facendone, più che un colore, un’ideologia. Tanto che, ancora qualche anno fa, non era possibile confessare di preferire il rosso a tutti gli altri colori senza passare per un comunista convinto.

Certo: il caso specifico delle magliette rosse a sostegno dei migranti ha origini ben diverse e molto molto circostanziate. Rosse – come sanno anche i muri – sono le magliette con cui vestono i migranti nella speranza di essere più visibili in caso di naufragio: se vogliamo trovare una origine per l’hashtag del momento, dobbiamo ricercarla non certo nel berretto frigio di qualche dipinto ottocentesco ma nel vestitino del piccolo Aylan e dei suoi sfortunati compagni.

Se Aylan – poniamo – avesse avuto un vestito giallo, di giallo, oggi, il web si vestirebbe.

Ma la storia dei colori, e delle simbologie ad essi collegati, è così: straordinariamente appassionante, e ricca di colpi di scena. A me piace così tanto esplorare le infinite vie per cui, nel corso dei secoli, proprio un colore (quello lì: non gli altri) assume (spesso per caso) un significato forte e pregnante (che, spesso, si imprime nella nostra mente… e, da lì, è ben duro a morire).

La gonna preferita dalle suffragette

Niente panico, lettori maschi: non ho intenzione di trasformare questo blog in una specie di saggio a puntate di Storia della Moda. Eppure, l’argomento è interessante, di per sé: a suo modo, la scelta degli abiti da indossare la dice lunga su una persona, su un contesto storico, su una intera civiltà…
Per cui, spero mi consentirete ancora questo articolo a tema, per “onorare” a mio modo la giornata della donna parlando e sparlando di… la gonna più amata dalle suffragette.

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Come dite? Le sufragette c’avevano di meglio da pensare, che non alle gonne?
Beh, ‘nsomma, mica vero. La scelta di un abito da indossare o di un certo trend da lanciare nel mercato della moda non è mai casuale e priva di significato. Quella frase proverbiale ma ormai priva di senso – “chi è che porta i pantaloni in questa casa?!”, – all’epoca delle suffragette aveva un significato vero, così come poteva assumere una valenza politico-ideologica anche solo la scelta dell’abito da infilarsi quella mattina.

Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molte donne ritengono che l’ammontare dei loro diritti civili sia inversamente proporzionale alla quantità di pelle scoperta, le suffragette ritennero loro dovere primario abbandonare le vaporose crinoline per sfoggiare abiti che permettessero loro di apparire più liberamente “donne”.
Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molti uomini ritengono che l’onorevolezza di una donna sia direttamente proporzionale alla sciatteria con cui la signora si veste, la società perse pure tempo a star dietro ai guizzi estetici delle femministe, trasformando una normale moda passeggera in una specie di affar di Stato.

Avete mai sentito parlare, signori, della “hobble skirt”?

Hobble Skirt 1

La hobble skirt è ‘sta roba qua, ed è indubbiamente una delle invenzioni più orride e importabili nel campo della moda recente.
Non è chiaro chi sia stato il genio del male a inventare questo bizzarro arnese, ma lo stilista parigino Paul Poiret ebbe il coraggio di accollarsene la paternità (…anche se, probabilmente, l’idea iniziale non fu realmente sua). Una diceria, probabilmente non del tutto priva di attendibilità, attribuiva addirittura la nascita della “hobble skirt” a uno dei primi voli aerei dei fratelli Wright, e in particolar modo a un volo del settembre 1908 che vide per la prima volta una passeggera di sesso femminile ospite di un aeroplano. Alla signorina Edith Berg – prima donna in assoluto a sfidare la forza di gravità – era stato chiesto, in via precauzionale, di stringere con un elastico, poco al di sotto delle ginocchia, la sua ampia gonna inizio ‘900 tutta stoffa e crinoline, per evitare possibili incidenti in cui il tessuto, mosso dal vento, si impigliava per disgrazia in qualche ingranaggio del motore.

Volo Edith Berg Hobble Skirt
Edith Berg e Wilbur Wright nel primo volo aereo con le quote rosa della Storia.

La fotografia della signorina Berg pronta per il volo ebbe ampia diffusione, e forse non è un caso che, da lì a pochi mesi, abbia cominciato a impazzare sulle passerelle un originalissimo modello di gonna che, abbandonati gli spessori delle crinoline ottocentesche, scendeva morbido sui fianchi… per poi stringersi ai polpacci.

Lo stile poteva piacere o non piacere; certi modelli sono anche carini, a guardarli astrattamente. Di sicuro, piacque moltissimo alle suffragette e alle femministe in generale, che, probabilmente, vedevano in quell’estroso capo di abbigliamento un rivoluzionario riappropriarsi delle forme femminili. Abbasso le sottogonne e gli scomodi corsetti; viva le gonne che, enfatizzando i fianchi e stringendosi alle caviglie, esaltano le naturali curve del corpo femminile.

The Woman's Magazine Febbraio 1914
Febbraio 1914: tre modelli di “hobble skirt” dalla pubblicazione per signore “The Woman’s Magazine”

Ovviamente non è che tutte le femministe di inizio secolo andassero in giro conciate così (ci mancherebbe altro); però, questa tipologia di gonna ebbe dirompente diffusione proprio perché chi sceglieva di indossarlo lo faceva come in una tacita ribellione al mondo maschilista e patriarcale. E che questa moda fosse strettissimamente legata al movimento di rivendicazione dei diritti femminili lo confermano non solo alcune vignette satiriche che associano esplicitamente questa mise alle campagne delle suffraggette:

LadyButchers

ma anche il livore a tratti velenoso con cui il resto del mondo accolse questa estrosa bizzarria muliebre.

Chi si sente sola adesso

Il fatto è che ‘ste gonne, obiettivamente, erano ridicole per davvero: non tanto per l’estetica in sé, ma per l’assurda scomodità di doversele portare appresso. Adatte, tutt’al più, a una damina da salotto che riceve le sue amiche per un tè e non si schioda dal sofà per tutto il pomeriggio, queste gonne erano drammaticamente poco consone allo stile di vita di una giovane laboriosa e in movimento, e che per di più faceva di questo attivismo la sua ragion d’essere. L’esistenza delle hobble skirts l’ho scoperta leggendo il libro Fashion Victims di cui vi dicevo la volta scorsa, perché ‘ste gonne, oltretutto, erano dannatamente pericolose, porca la miseria. Limitando per ovvie ragioni la capacità di movimento, rendevano le donne vittime di continui incidenti, più o meno gravi. Se già non è bello slogarti una caviglia perché ti sei inciampata a causa della gonna troppo stretta, ancor meno bello è cadere accidentalmente in acqua e affogare perché non sei in grado di muovere le gambe (morì così, a New York, nel 1911, la povera Ida Goyette, di soli diciotto anni). Iddio non volesse, poi, che una dama così agghindata dovesse mai fuggire a gambe levate da un qualsivoglia tipo di pericolo: quella povera gentildonna che, nel settembre 1910, morì travolta da un cavallo scosso all’ippodromo di Chantilly, molto probabilmente avrebbe fatto in tempo a scansarsi, se non fosse stato per quella gonna così maledettamente stretta. Per non parlare poi di come questo stile limitasse seriamente le donne nella loro vita di ogni giorno: avete presente i nostri tram raso terra, che accostano direttamente a filo del marciapiede per azzerare le barriere architettoniche? Ecco, benissimo: la città di New York li inventò nel 1910 proprio per… agevolare la viabilità urbana delle tante donne all’ultimo grido, che, pur di mostrarsi indipendenti e arrivate, si imbaccucavano in stilosissimi “abiti denuncia” che rendevano complicato anche solo salire su un tram.

Hobble Skirt Car

Era ovviamente una situazione paradossale, che costringeva le femministe a esporre il fianco a critiche talvolta impietose ma globalmente vere, come nel caso di una vignetta satirica che, con delizioso umorismo tranchant, ironizza sui “grandi passi” compiuti dalla donna verso la sua emancipazione.

GrandiPassiAvanti Hobble Skirt

Il 12 giugno 1910, un editorialista del New York Times osservava (e mica a torto!) che “se una donna ambisce a correre per la carica di governatore, dovrebbe quantomeno essere in grado di correre anche dietro al tram”, e domandava provocatoriamente: queste donne che lottano con tanto entusiasmo per essere legalmente libere, come possono poi accettare di essere incatenate sartorialmente?

HobbleSkirtPostcard

L’epilogo di questa moda assurda? Dovuto non tanto a un acuirsi del buon senso, quanto più causata dagli stravolgimenti bellici. Con il 1914, le hobble skirts spariscono improvvisamente con la stessa rapidità con cui sono venute. Troppo dolorosi e troppo ravvicinati i lutti, per far venire voglia di sfoggiare vestiti così seducentemente estrosi; troppo dura e piena di impegni la vita quotidiana delle donne sole con i loro capofamiglia al fronte, per lasciare spazio a questi strani grilli per la testa.

Eppure, se non fosse stato per questo evento oggettivamente dirompente e imprevedibile, chissà per quanto ancora questa moda avrebbe imperversato!

Quel mortale tutù sessista

Fashion Victims Copertina LibroUn libro favoloso, unico nel suo genere, gustosissimo, pieno di immagini, che vi consiglio spassionatamente per voi e soprattutto per un regalo originale a terzi, è quel gioiellino di Fashion Victims pubblicato dall’editrice Bloomsbury.

Le Victims del caso non sono le spendaccione che, a fine mese, si trovano con l’armadio inutilmente pieno e il conto in banca desolatamente vuoto. No, no: sono letterali vittime della moda – ovverosia individui che, nel corso dei secoli, sono andati incontro a malattie e incidenti, più o meno mortali, a causa della bizzarria di questo o quel diktat stilistico.

Per intenderci: avete presente i famosi corsetti delle donne vittoriane, così stretti da poter causare, effettivamente, problemi al torace? Ecco: nel corso dei secoli, la moda ha riservato questi ed altri scherzetti ai malcapitati che hanno avuto la sfortuna di diventare suoi schiavi.

Una delle storie raccontate da Fashion Victims, però, non me la immaginavo proprio. Ed è una storia da raccontare!, anche solo per consolarci un po’ pensando che “ogni tempo è paese”. La prossima volta che in televisione sentiremo di quella starlet oggetto di velate molestie, di quella top-model ridotta a corpo sessualizzato senz’anima… beh, consoliamoci (?): queste carinerie non sono esclusiva dei nostri tempi.

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Anno del Signore 1661: a Parigi, il Re Sole fonda l’Académie royale de danse. Potremmo dire che quello è l’atto di nascita della danza classica: il balletto come lo conosciamo oggi nasce tra le aule dell’Académie e pian piano comincia a codificarsi, trovando poi il suo periodo di massimo splendore sotto l’influenza del Romanticismo. Intorno agli anni ’30 dell’Ottocento, la ballerina di danza classica assume l’aspetto con cui tutti noi ancor oggi la immaginiamo: scarpette a punta, chignon raccolto, tutù bianco e vaporoso a sottolineare la sua leggerezza quasi antimaterica.

Adesso, lasciamo perdere per amor di discussione le scarpe a punta delle ballerine (che comunque sì, fanno un male boia borca la miseria) e focalizziamoci sul vero dramma delle danzatrici ottocentesche: il tutù.
Tanto bellino e tanto romantico e poetico finché volete… ma gli scandali che hanno dato vita al #MeToo sono niente, al confronto!

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Maria Taglioni in “La Sylphide” (1832)

La prima ballerina ad esibirsi in un tutù è, nel 1832, l’italiana Maria Taglioni. Il suo abito di scena, così diverso dai canoni dell’epoca, fece scalpore – e non a torto, direi. A parte il fatto che quella vaporosa gonna in tulle, lasciando scoperte le caviglie e i polpacci, appariva agli occhi degli spettatori come qualcosa di incredibilmente audace, è ovvio che se il tuo stile di ballo è composto al 70% da saltelli e mosse dei piedi, è pure ragionevole che i tuoi costumi di scena ti aiutino a enfatizzare questi tuoi sforzi atletici.

…sì sì per carità.
Nessuno lo nega, per l’amor del cielo.
Il fatto è che, a quanto pare, il tutù guadagnò una così immediata popolarità non perché permetteva agli spettatori di ammirare meglio i virtuosismi della ballerina, ma perché permetteva agli spettatori maschi di sbavare, impuniti, su due gran bei pezzi di gambe nude.  

Sembra una cosa da niente, o tutt’al più da “eh, così va il mondo”… ma invece no.
Perché quando il tutù cominciò a imporsi come abito da scena per eccellenza nei camerini delle ballerine di tutto il mondo, ecco che cominciò, più o meno in contemporanea, uno stillicidio di morti sul lavoro, a catena.
Come scrive l’autore di Fashion Victims,

quando l’imperativo di una messa in scena accattivante cominciò a pesare più delle necessità pratiche del lavoro, questo fece sì che le gambe delle ballerine venissero improvvisamente esposte non solo agli occhi degli spettatori, ma anche a quelle che autori dell’epoca definivano le “leccate” delle lampade a gas,

rigorosamente disposte sul pavimento del palcoscenico, in maniera tale da illuminare la scena dal basso verso l’alto.

Nei teatri, infatti, le luci di scena erano disposte in maniera da illuminare in particolar modo le gambe delle ballerine. La consapevolezza di come le danzatrici fossero oggetto degli sguardi maschili spinse i produttori teatrali e i costumisti ad abbigliare le ballerine con abiti pericolosi per la loro sicurezza, pur di attirare in platea galantuomini facoltosi il cui mecenatismo costituiva un’importante fonte di reddito per le compagnie di danza.

Peccato che, per un pugno di soldi, si siano vendute non solo la dignità personale delle ballerine (improvvisamente ridotte a oggetto di sollazzo per le fantasie altrui), ma anche la loro incolumità e la loro vita. A leggere le statistiche e le storie riportate dal libro, vien da mettersi le mani nei capelli: bastava un saltello un po’ troppo vicino alle luci di scena, un moto d’aria non previsto e magari causato dal movimento stesso della ballerina; bastava una fiammella che si alzava di qualche centimetro di troppo, ed ecco l’infiammabilissimo tutù prendere fuoco in un battibaleno, trasformando la ballerina in una (spaventosa) pira vivente (in diretta).

Sorelle Gale Incendio
1861: al teatro dell’opera di Philadelfia muoiono incenerite sei ballerine in un colpo (!), a causa di un disastroso effetto domino ingeneratosi durante i tentativi di alcune danzatrici di soccorrere le loro colleghe

Che le autorità non siano intervenute immediatamente e con forza di fronte alle cronache da film horror di ballerine che muoiono bruciate sul palcoscenico di un teatro  nel bel mezzo di una soirée (!!!)è, in tutta franchezza, già abbastanza sconvolgente.

Ancor più sconvolgente, è venire a sapere che, quando finalmente le autorità decisero di prendere provvedimenti per mettere fine a quell’inferno di tulle e trine infuocate, le ballerine (e i relativi manager) fecero spallucce, rifiutandosi di ottemperare alle richieste del legislatore. Nel 1859 (meglio tardi che mai…) un decreto imperiale della Francia di Napoleone III bandiva da tutti i teatri dell’opera i tutù “vecchio stampo”, ingiungendo che i costumi di scena fossero cuciti con una sorta di tulle ignifugo sviluppato da Jean-Adolphe Carteron.

Sembrerebbe ‘na bella cosa, no?
E invece no: perché il procedimento sviluppato da Carteron, pur essendo indubbiamente valido ai fini della salvaguardia delle vite umana, presentava un imperdonabile difetto per lo star-system: rendeva il tutte un po’ meno vaporoso e un po’ meno etereo. ‘nsomma, lo appiattiva e gli dava pure delle sfumature giallognole, tipo quei vestiti da sposa lasciati troppo a lungo nell’armadio e ormai ingrigiti dal tempo.

Con l’ironia tragica che di tanto in tanto la Storia ci riserva, l’archivio dell’Opéra di Parigi conserva ancor oggi una sorta di liberatoria con cui la ballerina di punta del corpo di ballo dichiarava, nel 1860, di essere pienamente consapevole dei rischi derivanti dal continuare a danzare con un normale tutù di tulle non trattato, e sottolineava di essere ciò nonostante intenzionata a portare avanti le sue performance con gli abiti di scena che aveva sempre usato.

Emma Livry – così si chiamava la ballerina – non era una étoile a caso, ma bensì la danzatrice più apprezzata di tutto il mondo, a quell’epoca (il che voleva dire tanta roba, a quell’epoca). Forse solo per questo la sua morte ebbe un’eco diversa rispetto a quella di tante sue sfortunate colleghe. Nel novembre 1862, ad una delle ultime prove del balletto che stava per mettere in scena, Emma fece accidentalmente passare il suo tutù sopra la fiamma di una delle lampade a gas che illuminavano il palco. Il risultato lo vedete qui sotto in una eloquente ricostruzione mandata in stampa, l’indomani, da Le Monde… ma, tragicamente, potete anche immaginarlo da voi.

Livry Morte

Il tulle sottilissimo e impalpabile prese fuoco e si incenerì nell’arco di pochi secondi. La povera Emma, realizzando di essere rimasta pressoché nuda nel bel mezzo di un teatro, tentò istintivamente di coprire le proprie grazie con uno dei pochi brandelli di stoffa (infuocata) che non si erano ancora distrutti del tutto, ottenendo, ovviamente, come unico risultato quello di peggiorare la sua situazione e di ustionarsi anche le braccia. Un macchinista tentò di soffocare le fiamme col suo corpo, ma la povera ragazza in preda al panico si ritrasse terrorizzata da quell’abbraccio (per pudore, assicurarono i testimoni: pur di non trovarsi mezza svestita tra le braccia di uno sconosciuto, la poveretta preferì attendere con vittoriano aplomb che qualche anima pia reperisse un secchio d’acqua e glielo tirasse addosso).

Il che avvenne, ma avvenne troppo tardi. Quando finalmente le fiamme furono spente, la povera Emma presentava ustioni su oltre il 40% del corpo: uno stato clinico che sarebbe allarmante anche ai giorni nostri, figuriamoci nella Francia del 1861. Mentre veniva trasportata d’urgenza in ospedale, la povera ragazza recitava quelle che probabilmente immaginava essere le sue ultime preghiere. E invece no: non ebbe nemmeno la “soddisfazione” di una morte rapida e indolore, e dovette affrontare altri otto mesi di atroce, dolorosissima agonia ingravescente, prima di morire – finalmente – il 26 luglio 1863.

Immaginate che oggi una tragedia di tali proporzioni colpisca una delle più grandi star di Hollywood (poi, fate le corna).
Direste che almeno la poveretta non sarebbe morta invano: no?
Che la sua agonia avrebbe almeno smosso gli animi della gente inducendo a imporre con rinnovato vigore le norme di sicurezza che già esistevano: no?

Ecco, appunto: no. L’unico significativo passo avanti in termini di sicurezza sul lavoro consisté nell’abitudine di tenere sempre un po’ di acqua di scorta subito dietro le quinte, casomai altre ballerine avessero dovuto trasformarsi di punto in bianco in pire umane. Ma nulla più. All’indomani della tragedia, mentre la povera Emma si contorceva in una atroce e lenta agonia, la sua manager, intervistata circa l’opportunità di passare finalmente ai tutù ignifughi, dichiarava alla stampa: “sì, sono meno pericolosi, come giustamente sottolineate, ma se calcassi ancora le scene come ballerina io non penserei neanche lontanamente di indossarli: sono così brutti”.

E poi ci lamentiamo di come vengono trattate oggi le star del mondo dello spettacolo…

Cinque insospettabili cibi estivi che non esistevano nel Medioevo

Immaginate di avere una macchina del tempo, e di aver organizzato un viaggetto nel Medioevo approfittando di questo ponte. Ed ecco: siete lì, in un paesello medievale, in un caldo week-end estivo, e cominciate a sentire lo stomaco che brontola all’avvicinarsi dell’ora di pranzo. E allora, pigliate ed entrate in una locanda, e ordinate uno di quei piatti estivi freschi e semplici che non possono mancare sulle nostre tavole moderne.
E l’oste medievale vi fissa con sguardo perplesso, grattandosi la crapa con l’aria di chi non ha la più pallida idea di che cosa stiate dicendo.

Parto con un pregiudizio positivo: do per scontato che, in una locanda medievale, nessuno di voi avrebbe l’infelice idea di ordinare cibi che sono stati notoriamente introdotti in Europa solo dopo la scoperta dell’America. No a patate, no a tacchini, no a pomodori, e così via dicendo.
Ma che dire invece di quegli alimenti “insospettabili”, che assolutamente ci aspetteremmo di trovare su una tavola da pranzo medievale… e invece no?

Ecco a voi cinque prelibatezze estive di cui i nostri antenati erano privi – o di cui, peggio ancora, si privavano volontariamente!

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Le fragole

Fragola

Avete presente quelle belle fragolone succose, rosso acceso, turgide, con la superficie lucida?
Benissimo: nel Medioevo non esistevano.

Per quanto le “fragole” siano senz’altro nominate in diverse ricette dei secoli passati, il frutto dei nostri trisavoli era molto diverso da quello di oggi. Le fragole del passato erano, in effetti, le nostre “fragoline selvatiche”: rispettabilissime delizie boschive, per carità… ma niente a che vedere con i fragoloni che mangiamo oggi in macedonia.
Ecco: quelle fragole lì (le nostre, per capirci) arrivano in Europa all’inizio del XVIII secolo, quando una spia francese chiamata… Frézier (nomen omen! Notate l’assonanza con il francese fraise) viene inviata in missione nell’America Latina, per studiare le strategie difensive delle colonie spagnole in Cile. Lì, lo 007 parigino assapora una specie di fragola a grandi frutti che era fino ad allora sconosciuta ai palati europei. Se ne innamora, stabilisce di portarne a casa i semi, e, una volta tornato in Francia, si adopera per lanciare colture di fragole cilene.

L’impresa non sarà facilissima, a causa delle difficoltà di coltivazione di quello specifico frutto (e infatti, la nostra fragola moderna non è esattamente quella di Frézier, ma un ibrido più resistente nato in anni successivi), ma… tant’è!

Certe belle insalatone estive

Insalata

Lo ammetto: a me non piace l’insalata a base di insalata (cioè, di tutta quella roba verde a foglia larga che mi sembra più adatta alla dieta di una mucca che non alle papille gustative di un essere umano). (Amo invece le insalate di cipolle, di pomodori, e di qualsiasi cosa non sia strettamente insalata).
L’unica cosa che, se proprio devo, riesco a buttar giù, è la cosiddetta “indivia belga”, quella varietà di cicoria dal colore chiaro e dal sapore delicato che dà tanta soddisfazione nelle nostre belle insalatone estive.

Benissimo: in un ipotetico viaggio del tempo, l’insalatona me la sarei giocata: l’indivia belga nasce (intuibilmente in Belgio) nel 1850, per uno di quei tanti colpi di fortuna di cui è piena la Storia. Leggenda narra che un contadino delle parti di Bruxelles avesse dimenticato in cantina alcuni cespi di cicoria. Ebbene: le radici, rimaste abbandonate per mesi nell’ambiente buio ed umido, avevano prodotto germogli allungati con foglie color crema.
Il contadino provò ad assaggiarle, e, con sua sorpresa, scoprì che era “cosa buona e giusta”. Nasceva così l’indivia, che cominciò ad essere coltivata di proposito dal nostro intraprendente contadino, e venne notata, un giorno, su un banco del mercato, da un botanico di nome Brézier. Costui, apportando qualche modifica al prodotto per renderlo più resistente e facilmente coltivabile, cominciò a produrlo in quantità notevoli… e il resto è storia: di lì a poco, l’indivia sarebbe finita sulle tavole di tutti gli Europei!

Certo, gli Europei ante-1850 conoscevano senz’altro infinite varianti di insalata: se non erano schizzinosi come me, qualcosa da mangiare lo trovavano senz’altro.
Però…
E poi, comunque, in fin dei conti che insalata è, senza un qualche bel pomodorone a completare il tutto?

Le susine

Susine

In uno strano unicum di questo mondo globalizzato, pare che solo i Piemontesi (e gli avventori della catena di gelaterie GROM, originaria di Torino) siano soliti gustare nei mesi estivi i deliziosi ramassin della Valle Bronda, un’area boschiva a ovest di Saluzzo. Negli anni vissuti lontano da Torino, non so dire quanto io abbia sentito la mancanza di queste deliziose susine dolcissime e polpose, che invadono le tavole sabaude nei mesi di luglio e agosto.
(Sul serio, gente. Se non conoscete i ramassin, e per caso ne adocchiate qualcuno in vendita al mercato, comprateli a chilate perché sono la frutta più buona del mondo!).

Ebbene: i ramassin nel Medioevo esistevano già (la loro coltura è stata avviata dai monaci benedettini, Dio li benedica), ma in compenso erano sconosciute le susine, che sono forse le loro parenti più strette.

Da non confondersi con le prugne (noi, spesso, utilizziamo i due termini come sinonimi, ma si tratta in realtà di due frutti ben diversi), le susine erano sconosciute ai nostri trisavoli europei per il semplice fatto che crescevano in abbondanza nelle campagne attorno a Shush, città ai confini tra Iran e Iraq. Furono i crociati a portarne in Europa i primi semi, dopo aver assaggiato il frutto nella campagna militare del 1145. Da lì, le susine conobbero particolare fortuna in Francia, per poi diffondersi gradualmente anche negli altri Stati europei.
Quindi… frutto medievale, sì – ma risalente quasi agli ultimi scorci del Medioevo!

Il gelato (o anche solo qualcosa di vagamente simile)

Gelato

Beh: che i popolani del Medioevo non avessero la possibilità di gustare un cono gelato con la facilità con cui lo facciamo noi moderni, si poteva senz’altro immaginare. Ma con altrettanta facilità uno potrebbe supporre: i ricchi, però, un gelato ogni tanto se lo saranno senz’altro fatto preparare! O no?
No.
Proprio no, e per insormontabili ragioni tecniche: nel Medioevo lo zucchero non era utilizzato come dolcificante – e lo zucchero è un ingrediente indispensabile per dare la giusta consistenza al gelato. Il miele non funziona, da questo punto di vista.
Inoltre, nel Medioevo non era noto il processo per cui determinate miscele producono una reazione chimica in grado di abbassare rapidamente la temperatura dei liquidi, permettendo così di lavorare creme di latte freddissime.
Altrimenti, come lo raffreddi, il latte? Ci puoi mettere dentro dei pezzi di ghiaccio, ok, ma che schifezza è un gelato annacquato in acqua fredda?

Per onestà, gli Arabi erano già in grado di abbassare artificialmente la temperatura dei liquidi. Gli Europei, in compenso, fanno propria questa tecnica solo nel XVI secolo – lo stesso periodo in cui comincia a diffondersi (nelle case dei ricchi) la consuetudine di utilizzare lo zucchero come dolcificante. Non è un caso che proprio in quegli anni comincino pian piano ad affacciarsi alla Storia ricette simili a quelle del gelato moderno!

Fino ad allora, l’unica cosa vagamente paragonabile al gelato era il sorbetto di frutta. Grandi quantità di ghiaccio e di neve venivano raccolte in pieno inverno e conservate a lungo in apposite ghiacciaie, protette da foglie e paglia che fungevano da isolante. Da lì, si estraeva al momento del bisogno un po’ di neve fresca, che, mescolata a miele e a frutta tritata, dava origine a una specie di granita ante litteram.

Inutile dire che tali prelibatezze erano esclusivo appannaggio dei ricchi.
Inutile anche dire che, con tutto il rispetto, il gelato vero è un’altra cosa…

L’albicocca

Fruit Nectarine Leaf Fresh Isolated Organic Food

E, per finire, ecco a voi la gustosissima albicocca succosa… che nel Medioevo era perfettamente conosciuta!, sennonché la gente non la mangiava nella convinzione che fosse velenosa (!).
A ben vedere, in questa follia c’è un fondo di verità: è effettivamente velenoso il nocciolo dell’albicocca, che, se ingerito, sprigiona una sostanza sostanzialmente identica al cianuro (!).
Evidentemente bisogna mangiarne un bel po’, di noccioli di albicocca, per morire di avvelenamento da cianuro (e, soprattutto, bisogna essere abbastanza idioti per mettersi a mangiare noccioli di albicocca). Ma tant’è: è questa la ragione per cui i bambini piccoli non dovrebbero essere mai lasciati incustoditi con un’albicocca tra le mani, ed è probabilmente questa la ragione per cui, nel Medioevo, si era diffusa la convinzione che il frutto dal color arancio fosse sostanzialmente portatore di rogne, e dunque da guardare con grandissimo sospetto.

Benefattori dei palati europei? Anche in questo caso, gli Arabi, che di albicocca facevano un consumo intenso e che lentamente contribuirono a riportarla sulle tavole occidentali.
Ci volle del tempo, però. Prima che l’albicocca tornasse alla sua originaria diffusione, eravamo già arrivati al XV secolo: il Medioevo stava quasi per finire…

Ma che fine facevano i neonati abbandonati nella ruota degli esposti?

Uno sente parlare di “ruota degli esposti” e giustamente avverte un brivido freddo lungo la schiena – perché, ok, meglio abbandonare il figlio che farlo uccidere da una mammana, ma poi il retropensiero è sempre quello: “forse forse sarebbe più desiderabile la morte, rispetto all’essere un trovatello nel Medio Evo”.

Ma sarà proprio così?
Cosa succedeva, concretamente, a un bimbo non voluto, dal momento in cui la sua mamma lo abbandonava al suo destino?
Una di quelle domande a cui sembrerebbe difficile dare una risposta… ma invece no. In questo caso, la buona sorte è dalla nostra parte: gli archivi conventuali e ospedalieri sono in grado di fornirci informazioni abbondanti (e sorprendenti!) sul destino di questi poveri trovatelli…

Ruota esposti 2

Facciamo un passo indietro, e cominciamo con una breve lezione di Storia.

La “ruota degli esposti” nasce in Francia sul finire del XII secolo; secondo la tradizione, papa Innocenzo III ne istituisce una nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia, alle porte del Vaticano, poiché turbato da incubi ricorrenti in cui sognava cadaveri di neonati che galleggiavano sul Tevere.

Da lì, la ruota degli esposti si diffonde a macchia d’olio in tutta l’Europa continentale. A partire della metà del ‘400 non esisteva in Italia un singolo ospedale che non destinasse alla gestione dei trovatelli una parte significativa delle sue risorse. Proprio in quel periodo, peraltro (e cioè, tra fine ‘400 e inizio ‘500) la ruota degli esposti vive il suo periodo di massimo splendore, complice anche una crisi economica globale che rendeva particolarmente arduo mantenere famiglie numerose.

Ecco dunque aumentare il numero di trovatelli, ed ecco dunque l’assistenza pubblica organizzarsi per gestire al meglio il problema.
E quanto in un ente pubblico ci si organizza bene, succedono tante belle cose – ad esempio, si producono un sacco di scartoffie, per l’esasperazione dei contemporanei e per il godimento degli archivisti posteri.
Proprio grazie a queste carte possiamo farci un’idea abbastanza precisa di come dovesse svolgersi la vita di un trovatello medievale che veniva abbandonato in una ruota degli esposti verso la fine del Medioevo.

Ruota esposti 3

Il trovatello, innanzi tutto, poteva vivere o morire.
In un’epoca storica in cui il tasso di mortalità era altissimo tra gli infanti, un neonato con poche ore di vita, che alla ruota degli esposti magari ci arrivava già malandato e denutrito, aveva delle buone chance di ammalarsi gravemente.
Ma se riusciva a superare il periodo critico dei primi giorni, ecco che cominciava quello che noi definiremmo “l’iter di adozione”, con il trasferimento del bebè in una struttura appropriata.

A Milano, sotto il coordinamento dell’Ospedale Maggiore, i trovatelli erano “smistati” in due centri specializzati. L’ospedale del Brolo (presso l’attuale chiesa di Santo Stefano) aveva una nursery dedicata ai cosiddetti “figli del latte”, cioè i neonati che erano appena stati recuperati da una ruota degli esposti e attendevano collocazione.
Un poppante – si sa – ha bisogno di bere latte, e nel Medioevo – si sa anche questo – non esisteva il latte artificiale. C’era dunque l’urgentissima necessità di mettere a balia questi bambini presso famiglie in cui la madre fosse disposta a fare da nutrice.

Letta così, sembrerebbe una mission impossible: vi stupirà invece sapere che le famiglie facevano la ressa per poter prendere in custodia un bambino.
In primo luogo, lo Stato stanziava una piccola somma di denaro a titolo di rimborso spese per la balia e per la sua famiglia. Non che ci si arricchisse a crescere i trovatelli… ma calcolando che il latte materno è gratis, e che una donna medievale passava molti anni della sua vita nelle condizioni di poter allattare, accogliere nella propria casa un bambino abbandonato era pur sempre un modo di arrotondare facendo un’opera di bene.

Tra la balia e l’ospedale veniva stipulato un vero e proprio contratto, in cui la famiglia “affidataria” si impegnava a trattare bene il neonato, a crescerlo coscienziosamente, a fare tutto il possibile per conservarne la salute. A partire dal 1477, un regolamento interno dell’Ospedale Maggiore di Milano stabiliva che le balie dovessero necessariamente risiedere entro 12 miglia dalla città, e ciò per permettere frequenti visite di controllo da parte di quelle che oggi definiremmo “assistenti sociali”.
Insomma, una vasta macchina burocratica si metteva in modo per garantire che il bambino fosse cresciuto in un ambiente il più sano possibile. E vi stupirà: parrebbe che, in molti casi, questi neonati dati a balia fossero trattati fin troppo bene – nel senso che, in certi casi, le madri biologiche contattavano la nutrice per seguire la crescita del figlio, o addirittura per consegnargli doni di valore o somme di denaro. Una eventualità chiaramente avversata dall’assistenza pubblica (se sei in grado di mantenere un figlio illegittimo, allora cercagli tu una collocazione consona e non gravare sull’erario)… ma tant’è: e anche questo dettaglio la dice lunga.

In base alla disponibilità della famiglia affidataria, i neonati potevano restare nella casa della nutrice  per un lasso di tempo compreso tra i due e i quattro anni. Alla scadenza del contratto di affido, i bambini ritornavano in una struttura assistenziale – e, per la precisione, nell’Ospedale di S. Celso (presso l’omonima chiesa), dedicato all’accoglienza dei cosiddetti “figli del pane” (e cioè, i bambini ormai grandicelli e già svezzati).

Che succedeva a quel punto?
Beh, l’ospedale cominciava a cercare una famiglia adottiva – e lo faceva con una certa frenesia, anche per “sbarazzarsi” di quello che, tutto sommato, a quel punto era solamente un costo.

I bambini che non riuscivano ad essere collocati venivano ospitati all’interno di una struttura ospedaliera fino al raggiungimento della maggiore età. In teoria, l’ospedale avrebbe dovuto attivarsi per insegnare un mestiere agli orfanelli ricoverati e trovar loro un impiego al momento delle loro dimissioni. All’atto pratico, chi non trovava una famiglia adottiva tendeva ad abbandonare l’ospedale il più tardi possibile e a fare una vita da vagabondo (con un’unica possibilità di salvezza per le ragazze: rubare il cuore a un buon partito, disposto a sposarle anche senza dote).

Per contro, le buone notizie: molti bambini venivano effettivamente adottati!
L’Ospedale Maggiore di Milano conserva ancor oggi un preziosissimo libro delle “Consegne ai Trovatelli”, che tiene traccia di tutti i contratti di affido stipulati con le famiglie adottive a partire dall’anno 1472, e fino all’anno 1531.
I dati non ci permettono di stabilire quale fosse la percentuale di bambini che trovava effettivamente una casa, ma il libro delle Consegne testimonia senz’altro che l’ospedale non se ne stava con le mani in mano: nell’arco di trent’anni, i “servizi sociali” trovano una sistemazione per oltre 800 bambini (con una curiosa prevalenza di femmine su maschi – 489 contro 329).

Qual era la famiglia-adottiva-tipo?
Difficile rispondere a questa domanda, perché i trovatelli potevano essere adottati da gruppi familiari molto diversi.

Un confortante 40% degli orfani veniva adottato dalla nutrice che li aveva presi in custodia, senza nemmeno tornare in ospedale terminato il periodo di baliatico.
Il restante 60% andava incontro alle situazioni più disparate. C’era chi veniva adottato da coppie di sposi che non riuscivano ad avere figli propri, o c’era chi veniva adottato da mariti e mogli che avevano già figli biologici. C’era chi veniva preso in custodia da donne vedove senza figli, e c’era chi addirittura veniva adottato da una donna nubile. C’era chi finiva in nuclei familiari composti da fratello-sorella, padre-figlio, suocera-nuora, e ogni possibile altra combinazione che vi venga in testa. C’era chi aveva la ventura di essere affidato ad un convento, e c’era chi finiva nella casa di un artigiano che probabilmente desiderava, oltre a un figlio da amare, qualcuno a cui trasmettere l’attività commerciale.

In ogni caso, tutte le famiglie adottive si impegnavano per contratto ad “accipere in filium” il trovatello, con la promessa di “, vestire et calzare et instruere ad salutem anime et corporis”. Nel caso delle ragazze, i genitori si impegnavano anche a fornir loro una dote che veniva accuratamente specificata nel contratto, nonché ad attivarsi per trovar loro un buon marito entro il compimento dei 20-22 anni.
Insomma: una volta collocato in una famiglia, il trovatello poteva ragionevolmente sperare di andare incontro a un futuro dignitoso – con un’unica differenza, rispetto ai figli adottivi d’oggi: non necessariamente ereditava i soldi dei genitori. Solo in alcuni dei contratti troviamo clausole (evidentemente, facoltative) in base a cui il trovatello veniva nominato erede legittimo alla pari degli altri figli biologici dei genitori. Nella maggior parte dei casi, questo non succedeva… ma nulla, a parte questo dettaglio, lascia intendere che i figli adottivi vivessero in condizioni di particolare subalternità. In alcun modo erano ridotti a fare gli sguatteri di mammà, giusto per capirci.

Intervenendo al convegno La famiglia e la vita quotidiana in Europa dal ‘400 al ‘600 (Milano, 1-4 dicembre 1983), dai cui atti ho tratto queste statistiche, Giuliana Albini così commentava:

Ambienti sociali diversi, persone con possibilità economiche assai diversificate, aree urbane e suburbane, mondo rurale: tutta la società del tempo pare essere coinvolta, non solo dalla realtà dell’abbandono,

ma anche dalla possibilità (…molto più a portata di mano di quanto non lo sia oggi) di ottenere in adozione un bambino non proprio. Che, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, aveva buone chance di trovare nella famiglia adottiva una vera casa, un sincero affetto, e una concreta speranza di una vita migliore.

E anche queste son di quelle cose che, secondo me, generalmente non ti raccontano, a scuola, alle lezioni di Storia.

“I cosacchi abbevereranno i cavalli nelle fontane di S. Pietro”

L’immagine dei cosacchi che abbeverano i cavalli nelle fontane di San Pietro è stata una dei punti forti della propaganda anticomunista del primo dopoguerra. Variamente identificate, a seconda dell’uditorio, come fontane di San Pietro o, più laicamente, generiche fontane di Roma, le polle d’acqua della Città Eterna sembravano in costante pericolo di esser profanate da orde di barbarici invasori, che avrebbero portato in Italia dittatura, miseria, morte e distruzione.
L’immagine dei cavalli comunisti che pascolano a San Pietro è indubbiamente di alto impatto emotivo: ma precisamente da dove arriva? Come è nato il mito dei cosacchi in Vaticano?

Favole e politica PivatoNe ricostruisce la storia Stevano Pivato nel gustossissimo libro Favole e Politica. Pinocchio, Cappuccetto rosso e la guerra fredda, recentemente edito da Il Mulino. Peraltro, un libro davvero godibilissimo che consiglio a tutti.
Secondo l’autore, il mito si cristallizza nell’immaginario collettivo grazie al clima di terrore della Guerra Fredda (e questo è indubbio) – ma, in realtà, ha origini ottocentesche.

Ad andare indietro nel tempo alla ricerca di una profezia su orde cosacche che profanano chiese, in effetti qualcosa troviamo. Siamo in Liguria nella prima metà dell’800 e ci imbattiamo nelle profezie di tal Suor Rosa Colomba Asdente dei conti di Luceramo.

L’autore del saggio la nomina en passant; io, nel leggere il suo nome, ho fatto un salto sulla sedia, perché suor Rosa Colomba la conosco piuttosto bene: ho avuto la ventura di archiviare le carte provenienti da un convento ligure, in cui questa mistica aveva molti fan.
Cercherò di essere il più possibile rispettosa di suor Rosa Colomba: sciropparmi tutte le sue profezie non è stato così spiacevole, perché l’ho trovata una lettura, aehm, esilarante.
Molto rispettosamente mi limiterò a rilevare che, allo stato attuale, suor Rosa Colomba non ne ha imbroccata una.

Comunque, il punto forte delle sue profezie è che, a un certo punto, scoppierà una terribile guerra tra Russi e Prussiani, che rapidamente degenererà in un conflitto su larga scala nel corso del quale anche l’Italia sarà coinvolta. I perfidi Russi condurranno allo sfacelo l’Occidente tutto, sembreranno lì lì per annientare Santa Romana Chiesa, e, come gesto estremo di profanazione di tutto ciò che è sacro, manderanno i cosacchi ad abbeverare i loro cavalli nel luogo che è il Simbolo per eccellenza della Cattolicità.

No, che avete capito? Non sto parlando di San Pietro.
Sto parlando di un posto dalla valenza simbolica ancor più alta, e cioè il monastero domenicano di Arma di Taggia, ameno borgo ligure a pochi chilometri da Imperia, nonché luogo di residenza della monachella visionaria. (Aehm).
Vi conforterà sapere che dopo l’Estrema Onta dei cavalli abbeverati nel monastero di Arma di Taggia, la cattolicità – seppur provata dal grave sfregio – troverà le forze di rialzarsi e vincere.

Ora: suor Rosa Colomba Asdente diffondeva profezie… come dire? ecco: di questo tenore. Però, incredibilmente, aveva un certo successo di pubblico. Alcuni dei suoi scritti raggiunsero anche don Bosco, il quale, pur senza dare particolare endorsement a queste visioni, le menzionò ad alcuni confratelli, contribuendo senz’altro a un’ulteriore diffusione.

Del resto, lo stesso don Bosco ci era andato giù pesante, con profezie apocalittiche sul futuro di Roma. Nel 1870, il sacerdote torinese volle condividere con Pio IX una inquietante visione avuta circa il futuro della Città Eterna, che descrisse in questi termini:

Roma! Io verrò a te quattro volte. Nella prima percuoterò le tue terre e i suoi abitanti. Nella seconda porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura. Non apri ancora l’occhio? Verrò la terza volta, abbatterò le difese e i difensori, ed al comando del Santo Padre subentrerà il regno del terrore, dello spavento, della desolazione. Ma i miei savi fuggono. La mia legge è tuttora calpestata. Perciò farò la quarta visita. Guai a te se la mia legge sarà ancora un nome vano per te. Succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti. Il tuo sangue ed il sangue dei tuoi figli laveranno le macchie che tu fai alla legge di Dio.

Non vengono nominati né cosacchi né fontane, ma diciamo che l’Urbe non se la passava tanto bene. Così come non se la passava per niente bene in una visione avuta nel 1872 da suor Imelda, che la sogna “distrutta e coperta di macerie”. E già nel 1846 la Madonna di La Salette annunciava ai pastorelli che

Roma sparirà e i fuoco cadrà dal cielo; […] tutto si crederà perduto e non si vedranno che omicidi; non si sentirà che rumore d’armi e di bestemmie. I giusti soffriranno molto. […] Roma perderà la fede e diventerà il seggio dell’Anticristo.

Si potrebbe andare avanti per pagine e pagine, perché – tra metà Ottocento e inizio Novecento – spuntano come funghi profezie e visioni che pronosticano o pronosticherebbero una caduta di Roma.

Gli uffici preposti all’interno della Santa Sede sapranno dirci, a tempo debito, se queste rivelazioni siano da considerare autentiche. A noi storici, per fortuna, spetta un compito meno arduo, e cioè inquadrare questi fenomeni nel contesto socio-culturale di loro appartenenza. E da questo punto di vista, posso dire che le profezie ottocentesche si inseriscono in un contesto in cui molti cattolici vivevano un forte disagio di fronte a una Chiesa che percepivano sempre più tiepida e lontana dalla Tradizione. Le vicende risorgimentali e la graduale laicizzazione del sistema scolastico, con conseguente estromissione della Chiesa dall’educazione dei più piccoli, contribuivano inoltre ad alimentare quel clima da apocalisse imminente.

I cosacchi russi?
Per il momento, erano il minore dei problemi, anche se – come abbiamo visto nelle profezie di suor Rosa Colomba – un certo timore nei loro confronti, da parte cattolica, esisteva già. Evidentemente la mistica imperiese non aveva paura dei comunisti, ma temeva la politica di espansionismo panslavista che, in quegli anni, faceva tanta gola agli zar.
Zar che peraltro non erano di religione cattolica: quindi, non ci deve stupire più di tanto vedere europei dell’800 terrorizzati dal cosacco anti-cattolico. Non è che stessero presagendo la Guerra Fredda: è che l’invasore russo faceva una certa paura già allora, per ragioni politiche completamente differenti.

***

Naturalmente, gli anni passano, le cose cambiano, gli zar di Russia vengono assassinati, e gli occidentali che avevano temuto l’anticattolicesimo della famiglia Romanov si rendono conto di esser caduti dalla padella nella brace. L’aperto ateismo di Lenin e dei suoi successori fanno improvvisamente acquistare concretezza a tutte quelle profezie che, nei decenni passati, avevano vagamente pronosticato una profanazione di Roma.
Se, fino ad allora, molti cattolici avevano faticato nell’inquadrare con precisione da dove arrivasse il pericolo (da Satana? Da un Papa inetto? Dai peccati della Chiesa? Dall’Apocalisse imminente?), adesso il Nemico della Cristianità aveva improvvisamente un nome e un cognome: era il dittatore comunista che marciava deciso verso l’Occidente.

È in questo contesto culturale che le antiche profezie ottocentesche sulla distruzione di Roma vengono rilette in chiave anti-leninista, con l’improvvisa menzione delle orde cosacche in marcia verso l’Italia, a mo’ di avanguardia dell’Armata Rossa.
L’immagine evocativa dei cavalli fatti abbeverare nelle acquasantiere e nelle fontane delle chiese (…ancorché non delle chiese di Arma di Taggia) sarà stata presa dalla profezia di suor Rosa Colomba?
Possibile.
Chissà.
Fatto sta che il mito si cristallizza nell’immaginario collettivo proprio in questa forma, godendo di un inevitabile revival nell’Italia del primo dopoguerra, alla vigilia delle elezioni del 1948. Il messaggio era chiaro: pensate bene a chi dare il vostro voto, o cittadini italiani – la scelta sbagliata finirà col portare anche in Italia la dittatura e l’ateismo di Stato!

***

E per chiudere, volete saperne una?
Il mito dei cosacchi che usano San Pietro come abbeveratoio ha un breve, singolare revival anche in epoca ancor più recente. Tipo: nel 1963.

In Italia, il ’63 è un anno critico, sia sul versante comunista che sul versante cattolico. Se, oltre le mura vaticane, è in pieno svolgimento il Concilio Vaticano II, la cui riforma entusiasma alcuni ed atterrisce molti altri, dall’altro lato del Tevere il partito socialista acquista un crescente consenso di pubblico (e infatti, alla fine di quell’anno, riuscirà ad entrare nel governo).

Ed è proprio in questo contesto che alcuni critici riesumano la vecchia profezia dei cosacchi sanpietrini, arrivando addirittura a scrivere (per la penna di Lucio Mastronardi)

Fratelli: il capo dei cosacchi ha mandato a Pietro sua figlia e suo genero per testare l’acqua. I cosacchi sono pronti. I cosacchi scalpitano. Fratelli, fermiamo i cavalli dei cosacchi!

La figlia del capo cosacco?
In effetti ci era andata per davvero, a San Pietro, ancorché non ci risulta si sia abbeverata ai fontanini. Il riferimento è alla visita a Roma che Rada Krusciov, figlia di Nikita, aveva fatto nel marzo 1963 in compagnia di suo marito Alexei. Giovanni XXIII aveva accettato di ricevere in Vaticano i due emissari del Cremlino, in una scelta molto controversa che aveva fatto inorridire i più.

In una intervista concessa in tarda età, Rada Krusciov avrebbe ricordato “sapevamo che in Vaticano c’erano due fazioni, una favorevole e l’altra contraria alla nostra richiesta di un incontro con il Papa”. Quanto a Roncalli, un giorno confidò al suo segretario personale “questo incontro può essere una delusione, oppure un filo misterioso della Provvidenza che io non ho il diritto di rompere”.

Com’è, com’è non è.
In ogni caso, per fortuna, di invasori cosacchi a San Pietro, io, per ora, non ne ho visti mai.

L’ex voto della Palla Nautica

Se andate a Gangi, ameno borgo medievale a pochi chilometri da Palermo, troverete (da qualche parte che non so indicarvi, perché io a Gangi non ci ho mai messo piede) una antica chiesa intitolata allo Spirito Santo.
Se andate a visitare la chiesa, troverete, da qualche parte, un singolarissimo ex-voto che raffigura… un sub, in un sottomarino fine ‘800.
Capite bene che un ex-voto che include un prototipo ottocentesco di sottomarino è un fatterello fatto apposta per finire su queste pagine… e quindi, ecco a voi la storia di Felice Balsamello e della sua fallimentare (…ma non troppo) “prima volta” con la Palla Nautica.

Felice Balsamello, classe 1854, era uno scienziato siciliano, nativo (per l’appunto) di Gangi. Bisognerebbe anche aggiungere che era uno scienziato autodidatta: sorprendente pensare ai risultati raggiunti da colui che i giornali d’epoca definivano “ingegnere”, e che invece aveva a malapena una licenza di quinta elementare. Oltre a quel livello di istruzione, all’epoca non si andava, nella piccola Gangi; e così, finita la scuola, Felice s’era messo a lavorare come manovale. Da lì, con tanta osservazione e con una dose di genio non indifferente, aveva cominciato a progettare oggetti, macchinari, meccanismi via via più complessi… fino ad arrivare, nel 1889, alla progettazione di una grandiosa Palla Nautica.

Per citare la presentazione che ne faceva La civiltà cattolica,

la palla nautica è un battello sottomarino, che trae il nome appunto dalla forma che ha di un globo. Qui sta il punto più originale del ritrovato. […] La palla si può far salire fino a fior d’acqua e affondare a qualunque profondità, senza temere la pressione delle decine e centinaia d’atmosfere; ché a tutto resiste una sfera, supposta una conveniente omogeneità nella parete. […] Un altro vantaggio della forma sferica in un battello sommerso, è la facilità e la rapidità delle manovre, compresa quella del potere il battello girare sopra sè stesso. […] Intanto la Palla nautica colle prime prove eseguite nel porto di Civitavecchia ha mostrato come per essa si può visitare a tutt’agio, e troppo meglio che non si fa dai nostri palombari, il fondo marino.

Non so che fine abbia fatto la palla nautica e quale sia stata la fortuna di questo dispositivo dopo i primi tentativi di utilizzo, che avevano entusiasmato l’opinione pubblica… però, posso raccontarvi il dettaglio per cui il primissimo test della Palla Nautica, nel giugno 1889, stava concretamente rischiando di trasformarsi in una tragedia per il povero Felice.

A causa di un difetto di assemblaggio, le pareti della Palla non avevano retto alla pressione e, quando il sottomarino si trovava già a una certa profondità, avevano ceduto, cominciando a imbarcare acqua. Brutta, bruttissima situazione per il sub che si trovava all’interno: anche perché, dall’esterno, nessuno dei potenziali soccorritori vedeva nulla di strano, ma intanto il sottomarino si stava riempiendo d’acqua alla velocità della luce. C’era il rischio concreto che l’acqua, prima ancora di far morire annegato l’esploratore, sbilanciasse col suo peso l’imbarcazione rendendola ingovernabile, e facendola incagliare sul fondale.

Come scriverà Felice nelle sue memorie,

aspettavo da un momento all’altro la catastrofe, pregavo la Madonna, Gesù, lo Spirito Santo, ma l’acqua continuava ad entrare. E che fate, Gesù mio Sacramentato, che fate Divissimo Spirito Santo, io qua muoio da un momento all’altro. Voi lo sapete, non è paura fantastica, da nevrastenico, qui, se entra ancora, forse, un altro litro d’acqua, scenderò con la mia macchina nel profondo del mare. Sono vostro protetto, o Signore, non mi lasciate perire in questo modo…

E mentre la situazione sembrava ormai disperata, e mentre Felice aveva la drammatica sensazione che l’Onnipotente non si filasse proprio le sue preghiere e fosse deciso a condannarlo a una morte orribile nella sua palla… ecco che la penetrazione d’acqua all’interno dello scafo si interruppe all’improvviso, senza peraltro alcuna apparente ragione scientifica capace di spiegare il fenomeno. Felice Balsamello concluse il suo primo test della Palla Nautica con i piedi a mollo e una fastidiosa tachicardia… ma sopravvisse, riuscì a riprendere il controllo del macchinario, e risalì fino alla superficie in piena sicurezza.

Non dico “vi sfido a trovare storie più curiose dietro le quinte di un ex voto”, perché magari qualcuna di più curiosa esiste… ma non potete negare che questa è buffa forte!