Cose cristiane, Lifestyle cristiano

Quando sei malato e ti dicono “pregherò per te”… clinicamente, questa preghiera serve a qualcosa?

Pregare Esperienza UmanaSe lo doveste trovare in libreria, non lasciatevi scappare il bel saggio Pregare, un’esperienza umana, a cura di Franco La Cecla e Lucetta Scaraffia (Edizioni Vita e Pensiero, 2015). Di per sé nasce come catalogo di una omonima mostra tenutasi nel 2015 alla Reggia di Venaria, in concomitanza con l’Ostensione della Sindone. All’atto pratico, il libro non è affatto un catalogo di mostra (!), ma è una vera e propria raccolta di saggi, uno più interessante dell’altro, che analizzano il significato, il ruolo e le modalità della preghiera nelle varie religioni del mondo, spaziando dal rosario cattolico ai mantra tibetani. Davvero bellissimo, curioso e interessante.

Tra i tanti capitoli di questa bella miscellanea, uno balza all’occhio catturando immediatamente l’attenzione. È un contributo di Gianni Jòraku Gebbia intitolato La menta che prega. Studi scientifici sulla preghiera – e capite bene che una indagine scientifica sul potere della preghiera è una roba che definire “intrigante” è riduttivo.

Prima di andare avanti con questo post, debbo fare due premesse: io, ovviamente, non sono una scienziata, e ben mi guardo dal cominciare a scrivere su argomenti che non conosco. Non prendete questo pezzo come un endorsement personale sui contenuti delle ricerche che citerò (perché ovviamente non ho nessuno strumento per farne una valutazione), ma come una semplice panoramica “da profana” su studi recenti, interessantissimi… e forse poco conosciuti.

Seconda premessa: vi prego niente polemiche.
È ovvio che, per noi credenti, una preghiera porta sempre frutto. È ovvio che se una amica con una brutta malattia ci chiede preghiere, noi sappiamo che la nostra preghiera non sarà inutile.
Però gli scienziati giustamente non lo sanno, o quantomeno non lo sanno da un punto di vista strettamente scientifico, e da un po’ di tempo si sono dilettati a domandarsi: è tecnicamente possibile misurare gli eventuali effetti clinici di una preghiera a favore di un malato?

Anche solo la domanda sarebbe bastata per stupirmi (nel senso: mi è sembrato piacevolmente sorprendente che alcuni scienziati si siano posti seriamente questo interrogativo).
Ma vi darò qualche anticipazione sul finale: anche la risposta è piacevolmente sorprendente…

***

Chiariamo subito una cosa: non stiamo parlando di effetti positivi della preghiera come forma di auto-sostegno nel caso di disagi mentali.
Senza voler fare psicologia da quattro soldi, credo che sia abbastanza normale immaginare che un individuo con una profonda fede in Dio, con l’incontrovertibile certezza che c’è qualcosa oltre la morte, capace di abbandonarsi totalmente alla Provvidenza, possa reagire  – poniamo – a un lutto utilizzando strumenti diversi rispetto a quelli che sono a disposizione di un nichilista ateo.

E non stiamo nemmeno parlando dei benefici che si possono riscontrare in un malato il quale ha di per se stesso un’intensa vita di preghiera.
Ormai sappiamo bene che il nostro benessere psicologico influisce in molteplici modi su benessere del corpo. E quindi, non mi stupirebbe più tanto venire a sapere che un individuo che affronta la malattia fisica con particolare serenità, e consapevole del fatto che tutto andrà come deve andare, possa in qualche modo avere dentro di sé una forza misteriosa che “gli dà la carica”… e magari finisce pure con l’agevolare la guarigione.

Ecco, no: non stiamo parlando di questo.
Ci stiamo proprio ponendo la domanda: “ma quando Tizio si ammala, e il suo amico Caio gli promette ‘pregherò per te’, le preghiere di Caio hanno effettivamente effetti clinici dimostrabili?”.

Nei primi anni ’80, si è posto la domanda un certo Randolph C. Byrd, medico cardiologo in servizio presso il San Francisco General Hospital. Tra l’agosto 1982 e il  maggio 1983, lo scienziato ha sottoposto a un singolare esperimento tutti i pazienti ammessi presso l’unità coronarica dell’ospedale (fra tutti i degenti ricoverati in quel lasso di tempo, 57 scelsero di non partecipare e 393 diedero il loro consenso e furono effettivamente sottoposti alla ricerca).
Facendo uso di modalità computerizzate totalmente random, i degenti venivano assegnati a due gruppi distinti. Un gruppo raccoglieva tutti i pazienti che sarebbero stati oggetto di una intensa attività di preghiera; l’altro gruppo raccoglieva tutti gli “sfortunati” che… invece no.  Ovviamente, né l’equipe medica né tantomeno i diretti interessati avevano idea di quale fosse il gruppo di appartenenza del singolo: ovverosia, se qualcuno stesse pregando o no per il poverello, non lo sapeva nessuno.

Ma dietro le quinte, succedevano un bel po’ di cose.
Prima di avviare l’esperimento, Byrd aveva messo su un team di preghiera composto da svariati cristiani di diverse denominazioni, e dalle più svariate storie personali. Unica cosa che accomunava questi intercessori: una vita di fede significativa, che si esplicasse attraverso preghiere quotidiane e un buon grado di coinvolgimento nella propria comunità cristiana di appartenenza. Ogni intercessore riceveva in busta chiusa alcune informazioni di base sul paziente che gli veniva “assegnato” (tipo: nome, patologia, gravità della situazione) ed eventuali aggiornamenti clinici pertinenti (tipo: “ehi! Si è aggravato! Diamoci dentro con le preghiere!”).
Dopodiché, il pregatore era per l’appunto invitato a pregare, nei modi e nei tempi che avrebbe giudicato più opportuni, per chiedere una rapida e completa guarigione del sofferente che gli era stato “assegnato”.

Ogni malato aveva dalla sua più di un “intercessore”, sicché per ogni singolo paziente pregavano gruppi di almeno tre, e di massimo sette persone.
Questo calcolo, ovviamente, esclude eventuali preghiere recitate da parenti, amici e conoscenti diretti del malato. Ovviamente, gli scienziati erano pure consapevoli del fatto che anche gli sfortunelli, cioè quelli assegnati al gruppo per cui non pregava nessuno, avrebbero potuto avere parenti e amici che pregavano per i fatti loro.

Intercessory PrayerBeh… alla fine dell’esperimento, i risultati sono stati sorprendenti. Ripeto: non sono capace di giudicare la scientificità dell’esperimento (su cui molti studiosi esprimono gravi riserve – e del resto non potrebbe essere diversamente, credo, se parliamo di argomenti così tanto aleatori…).
Eppure, fa indubbiamente sorridere vedere i risultati e appurare che, in effetti, i pazienti assegnati al “Gruppo Intercessione” sembravano passarsela decisamente meglio. Rimanevano in unità coronarica meno a lungo degli altri: morivano di meno, avevano meno complicazioni, assumevano farmaci in quantità minori; nessuno di loro ha avuto bisogno di essere intubato.

I curiosi possono scaricare l’intero articolo scientifico (in formato PDF) cliccando su questo collegamento; e per quanto le critiche a questa ricerca siano state moltissime, lo ripeto… è sicuramente suggestivo leggere questi dati. O no?

Un altro studio molto interessante è stato quello condotto nel 2003 da Carl Thoresen della Stanford University, e intitolato Religion e Spirituality – Linkages to Physical Health.

In questo esperimento, un team di studiosi si è posto nove domande preliminari, che val pena di elencare ad una ad una perché sono tutte molto interessanti:

La frequentazione delle chiese e dei rituali religiosi protegge dalla morte?
La preghiera protegge dai danni cardiovascolari?
La preghiera protegge dalla mortalità a causa del cancro?
Le persone profondamente religiose sono protette dal rischio di morte prematura?
Le persone profondamente religiose sono protette dal rischio di disabilità?
La preghiera rallenta lo sviluppo di una malattia cancerosa?
Le persone che si rivolgono alla preghiera per affrontare le proprie difficoltà, vivono più a lungo?
La preghiera aumenta il tasso di guarigione dalle malattie acute?
La preghiera intercessoria da parte di un gruppo esterno aiuta nella guarigione?

Come vedete sono domande anche molto diverse tra di loro, così come sono variegate le conclusioni dello studio, di cui potete leggere un abstract (e purtroppo solo quello) cliccando su questo link.

Dalle conclusioni finali, emerge che, in effetti,

la preghiera e la religione in generale potrebbero aver un impatto sulla salute fisica come risorse protettive che prevengono lo sviluppo di una malattia nelle persone sane e/o come risorsa che smorza l’impatto della malattia nei malati. […] L’ipotesi è che la preghiera i riti provvedano un maggiore senso di autostima e un più significativo ruolo sociale realizzato attraverso l’atto dell’aiutare.

Il dato più impressionante è quello per cui i credenti sono in effetti mediamente molto più sani rispetto ai loro corrispettivi non praticanti:

Sette studi indipendenti basati su campioni molto larghi di popolazione hanno notato che individui sani con l’abitudine di frequentare i riti religiosi e la preghiera hanno approssimativamente una riduzione del 30% del rischio.

Una riduzione del 30% del rischio di malattia o di morte prematura è tantissimo, porca la miseria!!, le parrocchie dovrebbero diffondere questi dati per rilanciarsi sul mercato come centri benessere all’avanguardia!
(No, vi prego, non fatelo. Scherzavo).

Anche se, in effetti, questa riduzione del rischio di morte e di malattia non è che ti piova così dal cielo per grazia divina. Senza peccare di eccessivo ottimismo, io, ad oggi, ad esempio, credo di avere una riduzione del rischio tendente al 100% per quanto riguarda la possibilità di contrarre malattie a trasmissione sessuale, o di andare incontro ai devastanti effetti psicofisici di una interruzione volontaria di gravidanza, o ai talvolta non meno devastati effetti collaterali dovuti a un uso prolungato di pillola anticoncezionale o altri contraccettivi a base ormonale.
Ma se la statistica suggerisce che io corro meno rischi in questo campo, ciò non implica che io sono la prediletta del Signore miracolosamente preservata da ogni male terreno. Banalmente, i credenti hanno (o almeno tentano di avere) uno stile di vita che – per certi versi e in certi ambiti specifici – è più salutare rispetto a quello di un “uomo comune”.

Se il rispetto scrupoloso del sesto comandamento ti preserva da tante brutte cose ancor meglio che un preservativo, è pur vero che anche gli ideali cristiani di “sobrietà” e “temperanza” aiutano il fedele a condurre uno stile di vita sano. Già da tempo fioriscono gli studi che cercano di spiegare come mai i preti, i frati, le suore (ma anche i monaci buddhisti, per dirne una…) vivano mediamente più a lungo rispetto ai laici e/o con un minor tasso di malattia fisica. E per quanto un frate mio amico scherzi spesso dicendo che il suo elisir di lunga vita è non aver mai avuto donne tra i piedi, è indubbio che i consacrati traggano grande beneficio fisico da uno stile di vita all’insegna della temperanza.
Difficile che un frate si scoli in due giorni una bottiglia di grappa (se non altro, perché rischia di beccarsi una ramanzina dai superiori). E, più in generale, tutti quei vizietti che noi laici talvolta ci concediamo (il cibo spazzatura, le sigarette, il bicchierino in più al party del sabato sera, la notte in bianco passata a fare la maratona di Game of Thrones) oltrepassano le porte di un chiostro con molta più difficoltà.
E diciamo pure che, anche tra le mura di una casa cattolica… quantomeno non dovrebbero trovare abitazione permanente, come dire.

***

‘nsomma: forse forse, è proprio vero che la preghiera (e, più genericamente, una intensa vita di fede) hanno anche, come effetto collaterale, quello di allontanare la malattia.
Per un verso o per l’altro, sembreremmo essere di fronte a un dato di fatto: che dipenda dalla preghiera in sé o, più genericamente, dallo stile di vita che ci viene proposto come ideale, statisticamente i credenti godono maggiormente di buona salute.

Che è pur sempre una scoperta mica poco galvanizzante!

Personale, Pillole di Storia

La vera storia dell’animalier, da segno di raffinatezza esotica (?) a icona della fluidità di genere (?!)

Fatemi indossare tutto, ma non pantaloni jeans o tessuti animalier.

Quella dei jeans, con tutta evidenza, è una mia idiosincrasia: l’essere una donna d’altri tempi ti fa pure di questi scherzi, tipo spingerti a considerare i Levi’s un ottimo capo di abbigliamento per quando devi fare lavori manuali, e perciò inadatto a qualsiasi altro utilizzo che non includa la tua presenza all’interno di un cantiere edile.
(Oh, ognuno c’ha le sue fissazioni…).

L’antipatia per l’animalier è già un po’ meno impopolare – nel senso che la gente tende a percepirla come una scelta stilistica degna di rispetto, e non come un sintomo inequivocabile di degenerazione mentale. In fin dei conti, l’animalier è uno stile che non passa inosservato, e che è tendenzialmente associato, nell’immaginario collettivo, a quel concetto di “panterona sexy” con cui uno può, legittimamente, non volersi identificare.

E siccome a me l’animalier non piace proprio, ho coerentemente deciso di trascorrere Pasquetta nel bel mezzo di una mostra dedicata a questo stile.

Locandina mostra JungleEbbene, sì. Quando ho saputo che, alla Reggia di Venaria, sarebbe stata inaugurata una mostra dedicata al ruolo dell’animalier nella Storia della moda, mi sono ripromessa di visitarla quanto prima.
Conoscete già la mia passione per la Storia della moda e del costume, e l’animalier ha molto a che fare sia con l’una che con l’altra. Se oggigiorno è socialmente lecito che una donna rispettabile vada in giro con un top maculato senza per questo sembrare una prostituta, ciò non sarebbe senz’altro stato possibile nel passato. E io ero sinceramente curiosa di scoprire: chi diamine è stato il primo stilista a “sdoganare” il leopardato nei guardaroba delle signore bene?

A seguire, una mezza digressione storica e una mezza recensione della mostra torinese, che è stata inaugurata mercoledì scorso e resterà aperta fino al 3 settembre (tutte le informazioni su questa pagina).

***

Betty Page
Una Betty Page all’epoca non ancora famosissima, in un animalier che ha fatto la Storia

La mostra fissa la data di nascita dell’animalier al 12 febbraio 1947, data in cui Christian Dior fa sfilare per la prima volta un completo “imprimé jungle” e “decorato bambù”. In realtà, aggiungo io, questa è la data di nascita dell’animalier nel mondo dell’alta moda, perché non è che, fino a quel momento, non si fosse mai-mai-mai visto un vestito confezionato con tessuto a stampe animali. Nei primi anni ’30, i costumi di scena di Tarzan l’uomo scimmia avevano contribuito a far sì che gli occhi si abituassero ad audaci tessuti maculati; nel 1940, la modella Betty Page aveva destato scalpore facendosi ritrarre in una tenuta semi-adamitica al fianco di belve feroci.
Ma Tarzan e una pinup specializzata in scenografie bondage avevano evidentemente ben poco a che vedere con la Moda con la M maiuscola – e perché l’animalier faccia irruzione in questo universo dobbiamo appunto aspettare la sfilata di Dior del ‘47.
Col produttore di seta Bianchini-Férier, lo stilista francese sviluppa in esclusiva un tessuto a stampa Jungle che applica a tre modelli della sua collezione. La sfilata è un successo e l’animalier entra nel mondo dell’alta moda, aggiudicandosi il suo posto nell’empireo della haute couture quando Marlene Dietrich, poco tempo più tardi, decide di indossarlo.

061e874ee41a40f0eac1046ce2bf3c30E qui, la mostra torinese mi riserva la prima sorpresa, nel senso che, quando l’animalier si fa strada sulle prime passerelle, non è così provocante come è invece al giorno d’oggi.
Audace, sì, ma niente di straordinariamente osè, e in effetti su Internet si trovano prove inoppugnabili a sostegno di questa tesi. Io non me la vedo proprio, al giorno d’oggi, una Melania Trump in total look leopardato in una visita ufficiale a fianco del marito: eppure, Jackie Kennedy lo ha fatto senza problemi. E in effetti, a giudicare dagli abiti esposti in mostra, pare proprio che i primi animalier fossero sì audaci, sì “di rottura”… ma non necessariamente corredati da quei sottintesi da panterona sexy che ha assunto successivamente.
All’epoca di Dior, l’animalier aveva tutt’al più un nonsocché di seduzione esotica, toh. Ma niente di sfrontato.

Passeggiando tra le installazioni della mostra, si scopre che è solo a partire dagli anni ’60 che l’animalier diventa apertamente trasgressivo: Ken Scott (prima) e Valentino (poi) cominciano ad utilizzarlo su capi di taglio maschile, proposti a donne che, ormai, non solo lottavano per la parità dei sessi, ma si avviavano a rapidi passi verso la rivoluzione del ’68. Più o meno nello stesso periodo, ai tessuti animalier succede una cosa che proprio non mi aspettavo: cominciano ad essere utilizzati dall’alta moda maschile, per suggerire concetti di fluidità di genere.

Brad Withford
(Beh, in effetti…)

A quanto pare, tutto parte nella Londra degli anni ’60 con la cosiddetta “peacock revolution”, che invita gli uomini ad abbandonare i classici completi giacca-e-cravatta nei soliti toni del grigio-nero-blu, per adottare uno stile più colorato e disinvolto. Dice la mostra – e conferma anche il web – che “l’animalier al maschile rivela appieno la femminilizzazione del maschio, il sovvertimento di un ordine consolidato sin dall’Ottocento” per cui l’uomo borghese, rinunciando a qualsiasi velleità estetica, aveva adottato uno stile sobrio, pratico, rimasto sostanzialmente immutato nei decenni. Solo a partire dagli anni ’60 l’uomo-consumatore ha cominciato “ad avventurarsi in territori di prerogativa femminile, come la moda”, per “sfidare e ridefinire provocatoriamente il concetto di virilità e mascolinità”.
E proprio a partire dalle stampe animalier doveva lanciare ‘sta sfida, l’uomo? Apparentemente sì (contento lui…)

Tornando a noi (cioè all’universo femminile) è solo negli anni ’90 che i tessuti maculati assumono quella valenza apertamente sexy da “catwoman” che me li rendono così tanto invisi. Anche se, in fin dei conti, esci dalla mostra domandandoti: ma alla fin fine, l’animalier è proprio solo questo?
Ho trovato particolarmente significativo, in una installazione che mostrava fotografie scattate a caso in mezzo alla strada a gente che indossava tessuti animalier, il primo piano di una attempata signora musulmana… pudicamente avvolta in un hjiab sfacciatamente leopardato.

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Vivetta, Collezione P/E 2016

E probabilmente è proprio vero che è ingiusto pensare all’animalier come a una seduzione esotica e niente più. Anche perché a un certo punto la mostra è riuscita in quello in cui riescono veramente in pochi, e cioè scardinare dal profondo le mie certezze. All’interno dell’esposizione non era possibile scattare foto, quindi ho cercato su Google alcuni scatti di repertorio, per meglio illustrare il mio choc nel momento in cui i curatori della mostra hanno cominciato a sbattermi in faccia dei vestitini deliziosisissimi, deliziosissimi!!!, datemi l’intera collezione P/E 2016 di Vivetta perché la voglio TUTTA!!! Ma aspetta un attimo, che ci fanno i Vestitini dei Miei Sogni all’interno di una mostra sullo stile che repello più di tutti al mondo?

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Vivetta, Collezione P/E 2016

Ebbene: se anche voi avete in antipatia il leopardato, tenetevi forti perché sto per darvi un grave trauma: all’interno del macrocosmo dell’animalier (o, per meglio dire, dell’animal print) a quanto pare si inseriscono non solo quei tessuti che imitano il manto di un animale, ma anche quei tessuti le cui stampe raffigurano animali.
Anche tutti interi, eventualmente.

Avete presente il pigiamino con gli orsetti, l’elegante abito da cerimonia con farfalle ricamate sopra, la cover per cellulare che imita le piume del pavone, o quei deliziosi vestitini estivi con pesciolini guizzanti e rondinelle stilizzate? Ecco: tecnicamente, pure questi rientrerebbero nell’universo degli animal print, in modo non poi così diverso dal toppino leopardato della modella sexy anni ’90.

È la mostra stessa ad ammetterlo: alla luce dei molteplici modi con cui la moda attinge all’universo animale, voler rinchiudere questa infinità di stili all’interno di uno/due termini precostituiti è senza dubbio ardito e riduttivo.

Che si tratti dei classici maculati rivisitati o di nuovi ibridi che ci confondono, tutto porta a sfidare i limiti di una visione di stampo positivista, storicamente conclusa, in cui gli esseri umani sono al centro di un preciso ordine gerarchico,

si legge su uno dei tabelloni illustrativi.

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A quanto pare, la collezione F/W 2016 di Stella McCartney è piena di stampe con questo motivo. Non dico che voglio rifarmi il guardaroba con questa stoffa, solo perché son già piena di vestiti con motivi molto simili.

Sarà. Io continuo a sentirmi gerarchicamente superiore a un ghiro (e pure a disdegnare le aggressive stampe leopardate), ma non toccatemi i miei abitini con le rondinelle disegnate sopra. Alla fin fine è proprio vero che non c’è solo il nero e il bianco ma che l’universo è fatto di infinite sfumature di grigio (ironico, dirlo in un articolo dedicato al mondo della moda!).

E così, dopo aver scoperto di avere l’armadio pieno di abiti che si inscrivono in uno stile che detesto (?) e che perdipiù è una specie di caposaldo della gender fluidity (?!), me ne sono tornata a casa turbata e meditabonda – che è sempre un ottimo modo di uscire da una mostra.

***

P.S. Siccome nell’esposizione non era consentito scattare fotografie, sappiate che in questo post non vi ho “spoilerato” niente: se decidere di visitare la mostra, vedrete abiti completamente diversi da quelli che ho proposto io.
E ovviamente scoprirete un sacco di cose in più – e potreste anche trovare un catalogo molto ben fatto, che, se siete appassionati del genere, non può mancare nella vostra libreria.

Pillole di Storia

“I cosacchi abbevereranno i cavalli nelle fontane di S. Pietro”

L’immagine dei cosacchi che abbeverano i cavalli nelle fontane di San Pietro è stata una dei punti forti della propaganda anticomunista del primo dopoguerra. Variamente identificate, a seconda dell’uditorio, come fontane di San Pietro o, più laicamente, generiche fontane di Roma, le polle d’acqua della Città Eterna sembravano in costante pericolo di esser profanate da orde di barbarici invasori, che avrebbero portato in Italia dittatura, miseria, morte e distruzione.
L’immagine dei cavalli comunisti che pascolano a San Pietro è indubbiamente di alto impatto emotivo: ma precisamente da dove arriva? Come è nato il mito dei cosacchi in Vaticano?

Favole e politica PivatoNe ricostruisce la storia Stevano Pivato nel gustossissimo libro Favole e Politica. Pinocchio, Cappuccetto rosso e la guerra fredda, recentemente edito da Il Mulino. Peraltro, un libro davvero godibilissimo che consiglio a tutti.
Secondo l’autore, il mito si cristallizza nell’immaginario collettivo grazie al clima di terrore della Guerra Fredda (e questo è indubbio) – ma, in realtà, ha origini ottocentesche.

Ad andare indietro nel tempo alla ricerca di una profezia su orde cosacche che profanano chiese, in effetti qualcosa troviamo. Siamo in Liguria nella prima metà dell’800 e ci imbattiamo nelle profezie di tal Suor Rosa Colomba Asdente dei conti di Luceramo.

L’autore del saggio la nomina en passant; io, nel leggere il suo nome, ho fatto un salto sulla sedia, perché suor Rosa Colomba la conosco piuttosto bene: ho avuto la ventura di archiviare le carte provenienti da un convento ligure, in cui questa mistica aveva molti fan.
Cercherò di essere il più possibile rispettosa di suor Rosa Colomba: sciropparmi tutte le sue profezie non è stato così spiacevole, perché l’ho trovata una lettura, aehm, esilarante.
Molto rispettosamente mi limiterò a rilevare che, allo stato attuale, suor Rosa Colomba non ne ha imbroccata una.

Comunque, il punto forte delle sue profezie è che, a un certo punto, scoppierà una terribile guerra tra Russi e Prussiani, che rapidamente degenererà in un conflitto su larga scala nel corso del quale anche l’Italia sarà coinvolta. I perfidi Russi condurranno allo sfacelo l’Occidente tutto, sembreranno lì lì per annientare Santa Romana Chiesa, e, come gesto estremo di profanazione di tutto ciò che è sacro, manderanno i cosacchi ad abbeverare i loro cavalli nel luogo che è il Simbolo per eccellenza della Cattolicità.

No, che avete capito? Non sto parlando di San Pietro.
Sto parlando di un posto dalla valenza simbolica ancor più alta, e cioè il monastero domenicano di Arma di Taggia, ameno borgo ligure a pochi chilometri da Imperia, nonché luogo di residenza della monachella visionaria. (Aehm).
Vi conforterà sapere che dopo l’Estrema Onta dei cavalli abbeverati nel monastero di Arma di Taggia, la cattolicità – seppur provata dal grave sfregio – troverà le forze di rialzarsi e vincere.

Ora: suor Rosa Colomba Asdente diffondeva profezie… come dire? ecco: di questo tenore. Però, incredibilmente, aveva un certo successo di pubblico. Alcuni dei suoi scritti raggiunsero anche don Bosco, il quale, pur senza dare particolare endorsement a queste visioni, le menzionò ad alcuni confratelli, contribuendo senz’altro a un’ulteriore diffusione.

Del resto, lo stesso don Bosco ci era andato giù pesante, con profezie apocalittiche sul futuro di Roma. Nel 1870, il sacerdote torinese volle condividere con Pio IX una inquietante visione avuta circa il futuro della Città Eterna, che descrisse in questi termini:

Roma! Io verrò a te quattro volte. Nella prima percuoterò le tue terre e i suoi abitanti. Nella seconda porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura. Non apri ancora l’occhio? Verrò la terza volta, abbatterò le difese e i difensori, ed al comando del Santo Padre subentrerà il regno del terrore, dello spavento, della desolazione. Ma i miei savi fuggono. La mia legge è tuttora calpestata. Perciò farò la quarta visita. Guai a te se la mia legge sarà ancora un nome vano per te. Succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti. Il tuo sangue ed il sangue dei tuoi figli laveranno le macchie che tu fai alla legge di Dio.

Non vengono nominati né cosacchi né fontane, ma diciamo che l’Urbe non se la passava tanto bene. Così come non se la passava per niente bene in una visione avuta nel 1872 da suor Imelda, che la sogna “distrutta e coperta di macerie”. E già nel 1846 la Madonna di La Salette annunciava ai pastorelli che

Roma sparirà e i fuoco cadrà dal cielo; […] tutto si crederà perduto e non si vedranno che omicidi; non si sentirà che rumore d’armi e di bestemmie. I giusti soffriranno molto. […] Roma perderà la fede e diventerà il seggio dell’Anticristo.

Si potrebbe andare avanti per pagine e pagine, perché – tra metà Ottocento e inizio Novecento – spuntano come funghi profezie e visioni che pronosticano o pronosticherebbero una caduta di Roma.

Gli uffici preposti all’interno della Santa Sede sapranno dirci, a tempo debito, se queste rivelazioni siano da considerare autentiche. A noi storici, per fortuna, spetta un compito meno arduo, e cioè inquadrare questi fenomeni nel contesto socio-culturale di loro appartenenza. E da questo punto di vista, posso dire che le profezie ottocentesche si inseriscono in un contesto in cui molti cattolici vivevano un forte disagio di fronte a una Chiesa che percepivano sempre più tiepida e lontana dalla Tradizione. Le vicende risorgimentali e la graduale laicizzazione del sistema scolastico, con conseguente estromissione della Chiesa dall’educazione dei più piccoli, contribuivano inoltre ad alimentare quel clima da apocalisse imminente.

I cosacchi russi?
Per il momento, erano il minore dei problemi, anche se – come abbiamo visto nelle profezie di suor Rosa Colomba – un certo timore nei loro confronti, da parte cattolica, esisteva già. Evidentemente la mistica imperiese non aveva paura dei comunisti, ma temeva la politica di espansionismo panslavista che, in quegli anni, faceva tanta gola agli zar.
Zar che peraltro non erano di religione cattolica: quindi, non ci deve stupire più di tanto vedere europei dell’800 terrorizzati dal cosacco anti-cattolico. Non è che stessero presagendo la Guerra Fredda: è che l’invasore russo faceva una certa paura già allora, per ragioni politiche completamente differenti.

***

Naturalmente, gli anni passano, le cose cambiano, gli zar di Russia vengono assassinati, e gli occidentali che avevano temuto l’anticattolicesimo della famiglia Romanov si rendono conto di esser caduti dalla padella nella brace. L’aperto ateismo di Lenin e dei suoi successori fanno improvvisamente acquistare concretezza a tutte quelle profezie che, nei decenni passati, avevano vagamente pronosticato una profanazione di Roma.
Se, fino ad allora, molti cattolici avevano faticato nell’inquadrare con precisione da dove arrivasse il pericolo (da Satana? Da un Papa inetto? Dai peccati della Chiesa? Dall’Apocalisse imminente?), adesso il Nemico della Cristianità aveva improvvisamente un nome e un cognome: era il dittatore comunista che marciava deciso verso l’Occidente.

È in questo contesto culturale che le antiche profezie ottocentesche sulla distruzione di Roma vengono rilette in chiave anti-leninista, con l’improvvisa menzione delle orde cosacche in marcia verso l’Italia, a mo’ di avanguardia dell’Armata Rossa.
L’immagine evocativa dei cavalli fatti abbeverare nelle acquasantiere e nelle fontane delle chiese (…ancorché non delle chiese di Arma di Taggia) sarà stata presa dalla profezia di suor Rosa Colomba?
Possibile.
Chissà.
Fatto sta che il mito si cristallizza nell’immaginario collettivo proprio in questa forma, godendo di un inevitabile revival nell’Italia del primo dopoguerra, alla vigilia delle elezioni del 1948. Il messaggio era chiaro: pensate bene a chi dare il vostro voto, o cittadini italiani – la scelta sbagliata finirà col portare anche in Italia la dittatura e l’ateismo di Stato!

***

E per chiudere, volete saperne una?
Il mito dei cosacchi che usano San Pietro come abbeveratoio ha un breve, singolare revival anche in epoca ancor più recente. Tipo: nel 1963.

In Italia, il ’63 è un anno critico, sia sul versante comunista che sul versante cattolico. Se, oltre le mura vaticane, è in pieno svolgimento il Concilio Vaticano II, la cui riforma entusiasma alcuni ed atterrisce molti altri, dall’altro lato del Tevere il partito socialista acquista un crescente consenso di pubblico (e infatti, alla fine di quell’anno, riuscirà ad entrare nel governo).

Ed è proprio in questo contesto che alcuni critici riesumano la vecchia profezia dei cosacchi sanpietrini, arrivando addirittura a scrivere (per la penna di Lucio Mastronardi)

Fratelli: il capo dei cosacchi ha mandato a Pietro sua figlia e suo genero per testare l’acqua. I cosacchi sono pronti. I cosacchi scalpitano. Fratelli, fermiamo i cavalli dei cosacchi!

La figlia del capo cosacco?
In effetti ci era andata per davvero, a San Pietro, ancorché non ci risulta si sia abbeverata ai fontanini. Il riferimento è alla visita a Roma che Rada Krusciov, figlia di Nikita, aveva fatto nel marzo 1963 in compagnia di suo marito Alexei. Giovanni XXIII aveva accettato di ricevere in Vaticano i due emissari del Cremlino, in una scelta molto controversa che aveva fatto inorridire i più.

In una intervista concessa in tarda età, Rada Krusciov avrebbe ricordato “sapevamo che in Vaticano c’erano due fazioni, una favorevole e l’altra contraria alla nostra richiesta di un incontro con il Papa”. Quanto a Roncalli, un giorno confidò al suo segretario personale “questo incontro può essere una delusione, oppure un filo misterioso della Provvidenza che io non ho il diritto di rompere”.

Com’è, com’è non è.
In ogni caso, per fortuna, di invasori cosacchi a San Pietro, io, per ora, non ne ho visti mai.

Cose cristiane, Pillole di Storia, Quaresima, Tradizioni e folklore

Perché gli Inglesi festeggiano la mamma a Mezza Quaresima?

Per uno strano effetto Brexit combinato (una via di mezzo tra “miii, guarda quanto è calata la sterlina” e “noooo, ma allora ne approfitto, con la mia fortuna rimettono le spese di dogana al solo scopo di farmi dispetto”), negli ultimi mesi mi è capitato di fare acquisti da siti inglesi.
La premessa, di cui potrebbe legittimamente importarvi poco, è funzionale allo spiegare come mai, da alcune settimane a questa parte, la mia casella di posta sia invasa da messaggi promozionali che mi promettono special offers su perfect gifts per il Mother’s Day.

Capite bene che un messaggio del genere innesca quantomeno un cortocircuito mentale: ma come, il Mother’s Day? Lo stanno tutti che la festa della mamma è a maggio!
E invece no. Agli Inglesi, storicamente, piace far gli originali: e così, le mamme di Albione – a differenza delle loro “colleghe” di tutto il resto dell’orbe terracqueo – sono festeggiate in una domenica di inizio primavera (quest’anno tra pochi giorni, il 26 marzo).

Come mai ne parlo su questo blog?
Oh beh: perché questo Mother’s Day marzolino ha origini profondamente cristiane. Ha origini liturgiche, financo!
E perdipiù coincide con uno dei miei momenti preferiti di tutto l’anno liturgico: la quarta domenica di Quaresima, anche nota come Domenica Laetare.

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In un’epoca in cui la Quaresima era presa molto più sul serio (e l’anno liturgico, in generale, ritmava la vita dei fedeli molto più di quanto non faccia adesso), la Domenica Laetare era un momento importante per la cristianità. Nella scelta delle letture, nel colore dei paramenti liturgici, nell’accompagnamento dei canti sacri, tutto era orchestrato per trasmettere al popolo un senso di gioia per la Pasqua ormai vicina. “ In questo giorno la Chiesa sospende le tristezze della Quaresima; i canti della Messa non parlano che di gioia e di consolazione”, sintetizza efficacemente Prosper Guéranger, abate benedettino, in un (bel) commento (che peraltro consiglio a tutti gli appassionati di liturgica).

Insomma, era una domenica importante, la cui dimensione gioiosa era sottolineata fin dall’Introito della Messa (memorizzate questa informazione, ci torna buona per dopo), che nello specifico recitava (in Latino):

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate: esultate per lei. Voi che avete partecipato al suo lutto, ora vivrete con lei tutta la sua felicità. Anche voi sarete saziati con le consolazioni che vi darà: come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso.

Fin qui ci siamo?
Benissimo.

Adesso accantoniamo le questioni liturgiche e parliamo di tutt’altra cosa, cioè delle non facili condizioni di vita dei domestici inglesi che prestavano servizio nelle dimore signorili. A titolo esemplificativo citeremo la servitù di Downton Abbey

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cioè lavoratori, magari anche molto giovani per i nostri canoni, che prestavano servizio come [valletti / maggiordomi / sguatteri / così via dicendo] nelle grandi tenute dell’aristocrazia inglese, vivendo all’interno della tenuta stessa, per essere reperibili 24h/24 e perché, di base, erano quelle le condizioni contrattuali dell’epoca.

Ovvio è che a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera. Se non per ragioni di salute del lavoratore, per questioni estremamente pratiche: un domestico che vive all’interno dell’edificio in cui presta servizio ha davvero poco tempo da trascorrere con la famiglia, soprattutto se la famiglia non abita dietro l’angolo ma a qualche ora di calesse.
Vita grama, sotto questo punto di vista, per i domestici di una volta: le “feste in famiglia” potevi anche scordartele. Il Natale, la Pasqua e le grandi feste comandate erano, ovviamente, i momenti di maggior lavoro, per chi prestava servizio come cuoco, sguattero di cucina, cameriere personale, etc.

Epperò, ripeto: a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera da trascorrere in famiglia. E in Inghilterra, lentamente, si era imposta questa consuetudine: uno dei giorni in cui i domestici avevano diritto a una giornata di riposo era, per convenzione, la Domenica Laetare.
Tant’è.
Non ho idea di come sia nata l’usanza, ma fatto sta che è nata e si è imposta: all’epoca di Donwton Abbey (e anche prima, per la verità) era consuetudine universalmente accettata che i domestici approfittassero della quarta domenica di Quaresima per tornare a casa e visitare le loro famiglie. E in famiglia era ovviamente festa grande, in un clima di rilassatezza che peraltro ben si sposava con le concessioni di quella specifica domenica di Quaresima (festeggiata dalla Chiesa Anglicana con la stessa pompa magna con cui la festeggiavano i cattolici).

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Orbene: i domestici di Downton Abbey avevano probabilmente altro a cui pensare; ma chi fra di loro aveva l’abitudine di leggere il giornale avrebbe probabilmente potuto notare, nel maggio 1913, alcuni trafiletti dedicati ad un’iniziativa che stava prendendo piede negli Stati Uniti. Grazie all’indefesso lavoro di una certa Anne Marie Jarvis, che si era auto-investita di questa “missione” alla morte di sua madre, si stava diffondendo negli USA la consuetudine di festeggiare le mamme in una giornata specificamente dedicata loro.

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Constance Adelaide in una fotografia d’epoca

Come dicevo, non so se i domestici di Dowton Abbey abbiano fatto caso agli articoli che parlavano di questa iniziativa. Certamente, la notizia, letta casualmente su un giornale, colpì l’attenzione della signorina Constance Adelaide Smith, figlia di un sacerdote anglicano e cresciuta in una famiglia dalla religiosità fervente (dei quattro fratelli che aveva la ragazza, tutti seguirono le orme del padre).

L’iniziativa che stava prendendo piede in America colpì Constance nel bene e nel male. Sotto un certo punto di vista, l’idea era chiaramente deliziosa; per contro, la donna trovava un po’ insulso festeggiare le mamme in un giorno scelto a casaccio, così, come per un’imposizione piovuta dall’alto.

No, Constance aveva un’idea migliore: secondo lei, la collocazione perfetta per la festa della mamma sarebbe stata la Domenica Laetare, che del resto in Inghilterra era già una giornata fortemente connotata in chiave materna!
C’era l’abitudine di tornare a casa e visitare le proprie famiglie; c’era l’abitudine di viaggiare verso il proprio paese natio e prendere Messa nella propria “chiesa madre” (cioè, nel linguaggio dell’epoca, la parrocchia in cui eri stato battezzato). Addirittura la liturgia di quel giorno faceva riferimento a una madre metaforica:

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate. […] Sarete saziati con le consolazioni che vi darà; come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso

Ma vi dirò di più: nell’Inglese dell’epoca, la Domenica Laetare era popolarmente chiamata “mid-lenting” (il corrispettivo della nostra “domenica di mezza Quaresima”) oppure… “mothering Sunday”: una definizione che non ha corrispettivi in Italiano, ma che sottolineava proprio la radicata tradizione di trascorrere la giornata nel proprio paese natio e nella propria chiesa battesimale.

Beh: per farla breve, Constance Adelaide si rimboccò le maniche e diede il via a una vera e propria campagna per trasformare la Mothering Sunday in una festa della mamma su scala nazionale… che però – a differenza del Mother’s Day americano – unisse un significato spirituale più profondo al “banale” festeggiamento laico.

E infatti, se guardiamo alle linee-guida della festa della mamma così come la voleva Constance Adelaide, cogliamo una dimensione spirituale ben marcata: nel giorno del Mothering Sunday, i fedeli sono invitati a pregare per tutte le famiglie, rendendo grazie a Dio per questa santa istituzione. Solo in second’ordine sono invitati a ringraziare personalmente anche i propri genitori; e se questi fossero già morti, il modo migliore per festeggiarli sarebbe pregare le loro anime, possibilmente visitando le loro tombe al cimitero.

E se posso permettermi un giudizio personale, una festa della mamma così concepita è molto, MOLTO più carica di significato, rispetto al banale “toh guarda sul calendario c’è scritto che è il giorno X, mo’ telefono alla mamma e le faccio gli auguri e siamo contenti”.

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Chissà cosa direbbe Constance Adelaide, nel vedere come si è evoluta in Inghilterra la festa della mamma. Il Mother’s Day cade ancor oggi nella Domenica Laetare, è vero, ma ha ben pochi legami con la bella commemorazione di matrice cristiana che la donna aveva lanciato cent’anni fa. È una festa commerciale come tante, ormai – e qualcosa mi dice che la sua fondatrice sarebbe decisamente delusa dagli esiti.

Nulla ci vieta però di essere noi a far rivivere ai nostri tempi la bella festa della Mothering Sunday!
Avete ancora ampio tempo a disposizione per stupire la vostra mamma con una telefonata di auguri – con morale – a sorpresa!

Pillole di Storia

La vera storia di Karl Kurz, l’eremita ucciso dalla troppa popolarità

AAA eremita part-time cercasi. Con ogni probabilità, avete già letto la notizia del giorno (ma metto subito le mani avanti: restate in linea, perché io aggiungo qualche curioso dettaglio in più).
La notizia del giorno, comunque, è quella di cui sopra: se siete disoccupati e alla ricerca di un impiego sicuro nel settore pubblico, prendete in considerazione il bando pubblicato dal comune di Saalfelden am Steinernen Meer (Salisburgo, Austria) per un posto da eremita part-time.

La casetta riservata all'eremita
La casetta riservata all’eremita

Titoli richiesti: salda fede cattolica, buona conoscenza del Tedesco (indispensabile per impartire perle di saggezza ai numerosi pellegrini che raggiungono l’eremo ogni giorno), ottima tenuta psicologica… ma soprattutto buone gambe: il più vicino negozio di alimentari dista mezz’ora di cammino, e dovrete tornare a casa coi sacchi della spesa superando un dislivello di 300 metri in mezzo ai boschi. In cambio, il comune vi offre un fantastico eremo seicentesco senza acqua corrente, senza riscaldamento, senza impianto elettrico, senza segnale telefonico, però con un bel quadro di San Giorgio alle pareti. Si lavora part-time da aprile a novembre (anche perché d’inverno nell’eremo si morirebbe di freddo, non in senso metaforico), e non è previsto alcuno stipendio da parte del comune. Le elemosine dei pellegrini però sono numerose. Candidature entro il 15 marzo al parroco di Saalfelden: mi raccomando ragazzi, non siate choosy, e approfittate dell’occasione!

Questo è suppergiù il contenuto del comunicato stampa diffuso dal comune di Saalfelden (la prendono molto sul serio la ricerca di un eremita, questi!). Alcune testate, poi, aggiungono una notizia di colore, giusto per testimoniare che quella di eremita può anche essere una vita affascinante: narrano le cronache di un eremita che, proprio a Saalfelden, sul finire degli anni ’60, fu coinvolto in una sparatoria (?!?) nel bel mezzo del suo eremo, mentre stava recitando i vespri…

Oh, gente: capite che questa è roba mia. Una sparatoria in un eremo seicentesco a 1400 metri di altitudine in mezzo ai boschi delle Alpi austriache è materia troppo ghiotta per non suscitare la mia attenzione. Ho voluto vederci di più, ho spulciato di link in link, sono finita su quotidiani austriaci che ricostruiscono nei dettagli la vicenda, ho benedetto i miei esami di Tedesco all’Università che evidentemente rientravano nel piano della Provvidenza per farmi conoscere la storia di Karl Kurz… e adesso sono in grado di raccontarvi la storia dell’eremita Karl. Che merita un sacco!

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Ritratto fotografico di Karl l'eremita
Ritratto fotografico di Karl l’eremita

Karl era un commerciante in pensione dall’incerta età, quando, nel 1967, aveva deciso di concorrere per il posto da eremita nel comune di Saalfelden. Probabilmente lo affascinava la sfida di questo detox totale da tutti i mali del mondo; sicuramente vedeva l’eremo come una chance per maturare nella fede, assecondando la sua naturale inclinazione alla preghiera e alla vita ritirata.
Due anni più tardi, nell’inverno del 1969, Karl decide di far fruttare i suoi mesi forzatamente lontani dall’eremo dando testimonianza cristiana in mezzo al mondo. Accetta un invito alla trasmissione televisiva Was bin ich (“Cosa sono io”), che intervista ospiti dalle esperienze di vita particolari.

Oh, povero Karl. Come si vede che sei un eremita autodidatta, e che non hai mai fatto gavetta in un piccolo noviziato. Se tu avessi mai ascoltato un maestro dei novizi (o se tu avessi mai sfogliato, tipo perché fai l’archivista, le inquietanti storielle con cui si terrorizzavano i novizi circa i pericoli del mondo) avresti saputo benissimo che questo è un grosso, GROSSO sbaglio.
Un buon eremita non accetta MAI un’ospitata in televisione.

E invece, ‘sto eremita con la faccia da Babbo Natale che vive sperduto in una capannuccia spersa sul cucuzzolo dei monti fa immediatamente boom di ascolti. Tutti (dai cattolici hardcore legati alla tradizione, giù giù fino ai fricchettoni hippie alla ricerca di vite alternative) sono conquistati da questo bizzarro personaggio. L’estate 1970 vede un decisivo incremento di pellegrini, tutti in fila per scalare il monte fino alla casupola in cui vive il vecchio saggio. È probabilmente il periodo di maggior gloria di Saalfelden: su Karl piovono gloria, popolarità, preghiere (…e anche un numero di offerte decisamente più alto del normale).

E veniamo ora al ferale 29 settembre 1970. Accomiatati i pellegrini, rimasto solo nel suo eremo, Karl suona l’Ave Maria e poi si chiude in preghiera, per recitare i Vespri.
Immaginatevi la bucolica scenetta: il vecchio eremita, la lunga barba bianca, i suoi occhi saggi e sereni, il suo saio scuro e liso. Immaginatevi l’eremo seicentesco, il quadro di San Giorgio alle pareti, l’anziano religioso chino sull’inginocchiatoio mentre sussurra piano sul suo breviario…
…e poi immaginatevi otto colpi di pistola, che mancano per un soffio ‘sto povero cristiano. Un cecchino sta sparando a Karl attraverso la finestra: vetri infranti, proiettili che si conficcano nel legno e rimbalzano sui mattoni, schegge, odore di sparo, e ovviamente urla disperate e sconvolte.
Immagino che non sia mai piacevole scoprire che qualcuno ti sta sparando addosso, ma di sicuro non ti aspetti di ritrovarti in mezzo a un film d’azione se sei un povero vecchio eremita che vive sperduto sul cucuzzolo di un monte. Karl in preda al panico corre al campanile e comincia a suonare le campane a distesa, continuando così finché una pattuglia della polizia non bussa alla sua porta, intuendo che dev’essere successo qualcosa di grave.
Il cecchino ovviamente è introvabile, arrivato ormai chissà dove attraverso i boschi, ma si scopre che ha lasciato una firma. Attraverso la finestra rotta è stato gettato un sasso (!) attorno al quale è avvolto un foglio con un messaggio (!): “Per adesso solo un avvertimento; in futuro, sarà troppo tardi”.

!!

Oh, gente, giuro che non sto scherzando: sembra la trama di un film di basso livello, ma è tutta Storia con la S maiuscola.

Immaginate con che spirito Karl se ne sia andato a letto quella sera, unico essere umano nel raggio di (centinaia di) chilometri, dopo essere stato oggetto di un tentato omicidio e di una esplicita minaccia di morte. Immaginate con che spirito il pover’uomo abbia preso atto della notizia che, nei giorni successivi, lettere minatorie e diffamatorie sono arrivate anche al sindaco di Saalfelden, al parroco della comunità e alla polizia locale. Se con le autorità laiche il cecchino si limita a una minaccia di morte, con le autorità religiose tenta, per buon conto, anche un omicidio “morale”: Karl viene accusato di aver sfruttato l’ondata di popolarità imponendo ai pellegrini un biglietto di 20 scellini per visitare l’eremo.
Nei giorni successivi, il religioso perde dieci anni di vita ricevendo lui in persona un’altra lettera minatoria, in cui il cecchino gli preannuncia l’imminente arrivo di “un colpo allo stomaco e due pallottole nel ginocchio”.

!!

Karl è ormai sull’orlo di una crisi di nervi: è stanco, agitato, sospettoso, sempre sul chi va là, ha crisi di panico e di rabbia; per la prima volta dall’inizio delle indagini, gli inquirenti cominciano ad avere difficoltà nel rapportarsi con lui. I mass media, che avevano (comprensibilmente) seguito questa assurda storia fin dal principio, cominciano a dipingere Karl come una specie di isterico paranoide completamente ripiegato su se stesso. Da povero eremita vittima di un pazzo criminale, Karl diventa un potenziale sospetto: non è che è tutta una colossale montatura organizzata dal religioso stesso, al solo scopo di far parlare di sé? Del resto, sembra che Karl abbia saputo far fruttare bene la popolarità che aveva guadagnato con quella famosa ospitata TV…

Le minacce continuano, l’opinione pubblica ormai è apertamente schierata contro il mitomane arrivista: il 15 ottobre 1970, dopo le due settimane più lunghe della sua intera vita, Karl si presenta sconsolato al comando di polizia di Saalfelden, per rilasciare una denuncia. Si auto-accusa di aver inscenato tutto quanto per ottenere popolarità, proprio come i giornalisti avevano intuito, e contestualmente comunica alle autorità locali la sua decisione di lasciare immediatamente l’eremo. Se ne va, distrutto e col cuore straziato: l’estremo gesto è tagliare la sua lunga barba da monaco.
La sua vita è finita.

E, in effetti, la sua vita è finita in senso letterale: Karl viene ritrovato morto pochi giorni più tardi, suicida, riverso sulle rotaie.

Fine della storia?

Ma neanche un po’: Karl era appena stato portato al camposanto, che una lettera anonima informava il comando di polizia che l’eremita di Saalfelden si era accusato ingiustamente. Non era lui ad aver inscenato l’agguato e le minacce – e a riprova di ciò che stava affermando, l’anonimo (evidentemente il cecchino stesso) annunciava di aver nascosto otto proiettili nella cappella dell’eremo.
I proiettili furono rinvenuti di lì a poco.

A quel punto le indagini ripresero con una certa frenesia, anche perché l’intera vicenda
– stava diventando realmente inquietante;
– e pure imbarazzante per giornalisti e forze dell’ordine;
– aveva già prodotto un morto;
– perdipiù innocente;
– perdipiù suicida;
– e soprattutto non si vedeva una fine a questa drammatica catena di eventi

Sguainando una vera e propria task force le forze dell’ordine riuscirono (dopo sette anni di ricerche, dicasi sette anni) a risalire a un potenziale sospetto. Si trattava di un piccolo criminale del luogo che – a quanto si scoprì con un certo shock durante le indagini – si era candidato, anni prima, come eremita, ma era stato rifiutato a causa dei suoi trascorsi penali. Al posto suo, era stato scelto proprio Karl – un rifiuto che il criminale non aveva mai buttato giù, e che lo aveva fatto ribollire di rabbia nel momento in cui l’eremita aveva raggiunto popolarità nazionale grazie alla famosa comparsata in TV.

E Karl?
Il povero vecchietto, con ogni evidenza, non aveva retto alla tensione psicologica e aveva deciso di farla finita. ‘Basta, confessiamo tutto: diciamo ai giornalisti che hanno ragione loro e che io sono un mitomane alla ricerca di attenzioni, così finalmente mi lasceranno in pace. Che si chiuda il sipario su questa storia’ avrà pensato, prima di rilasciare la sua falsa confessione.

E prima di togliersi la vita.

Karl in una sua rara fotografia su Internet (e con watermark: teniamocela così...)
Karl in una sua rara fotografia su Internet (con watermark: teniamocela così…)
(Gente, magari penserete che mi sono inventata tutto… ma invece giuro che è la pura verità! Davvero!)
Cose cristiane, Pillole di Storia

“LOVE” by Cartier: la cintura di castità più amata dal jet-set

Ci dev’essere qualcosa che funziona drammaticamente male nell’algoritmo che gestisce i banner pubblicitari di Facebook: da alcuni giorni a questa parte, Zuckemberg s’è convinto che io debba nutrire un qualche interesse all’idea di far spendere svariate migliaia di euro pur di ricevere a San Valentino un gioiello firmato Cartier. E così, la mia home di Facebook è invasa da spot pubblicitari in cui giovanotti scapestrati ammaccano autovetture parcheggiate in riva alla Senna da sfortunati vetturini; e ciò, al solo scopo di raggiungere rapidamente l’amata, che solinga attende un monile nuovo di pacca.

Il monile in questione è il bracciale “Love” di Cartier. Costo variabile dai 4.000 ai 24.400 euro, è uno dei prodotti di maggior successo della Maison parigina: non so voi, ma io non sono particolarmente fan dei gioielli di lusso… eppure, pur non interessandomi al tema, il Love di Cartier effettivamente lo conosco. Lo si vede addosso a troppi VIP per non avercelo “negli occhi”, quantomeno a grandi linee.

Pippa Middleton è una delle tante estimatrici del "Love"
Pippa Middleton è una delle tante estimatrici del “Love”

L’ho appena detto: non sono particolarmente appassionata di gioielleria dei grandi marchi. Di conseguenza, non so fino a che punto la storia che sto per raccontarvi sia già nota: forse, se siete interessati al tema, la conoscete già benissimo (e, se non siete interessati al tema, non vi interessa manco questo post). Ad ogni modo, io ci provo e vi racconto comunque la storia del braccialetto… anche perché, a ben vedere, il gioiello merita davvero un post su queste pagine. In fin dei conti è un prodotto di lusso, amato dal jet-set… che si ispira al Medio Evo, alla castità, e al concetto cristiano di amore eterno.

Stupiti, eh?

La nostra storia  comincia a New York nel 1969, quando il designer Aldo Cipullo, orafo fiorentino trapiantato oltreoceano per inseguire il sogno americano, viene assunto dalla Maison Cartier. I datori di lavoro lo mettono alla prova chiedendogli di creare un gioiello innovativo e al passo coi tempi (ricordo che siamo nel 1969: l’anno prima era il famoso ’68). E così, Cipullo sforna quello che sarebbe diventato il marchio di fabbrica non solo della sua produzione artistica, ma di Cartier in generale. Il bracciale “Love”, per l’appunto.

Ora, voi dovete sapere che Cipullo era italiano: fiorentino, per la precisione. Aveva vissuto in Italia per tutta la sua giovinezza, facendosi le ossa con un apprendistato nell’oreficeria di famiglia. E già questo lo poneva in una posizione diversa rispetto a quella di tanti suoi colleghi designer che lavoravano a New York: sì, perché Cipullo era cresciuto avendo negli occhi il Medio Evo europeo.
E lo affascinava pure, questo periodo storico così particolare e così pieno di luci ed ombre.

Lindsay Lohan è un'altra che non si separa mai dal "Love"
Lindsay Lohan è un’altra che non si separa mai dal “Love”

La cintura di castità non è mai esistita (o quantomeno nel modo in cui ce la descrive la leggenda), però tutti noi conosciamo bene la storiella secondo cui i cavalieri medievali, prima di partite per una crociata, si assicuravano la fedeltà della consorte chiudendola dentro al marchingegno.
È una leggenda che conosciamo tutti, per l’appunto, e che infatti conosceva anche Aldo Cipullo. Ed è proprio grazie a lui che questo oggetto leggendario, adeguatamente ammodernato in chiave sessantottina, viene riproposto al jet-set mondiale.

Il gesto del cavaliere medievale, in sé e per sé, sarebbe considerato misogino ancor oggi, figuriamoci negli anni della rivoluzione femminista. Cipullo infatti decide di reinterpretarlo in chiave trasgressiva, come un gesto di complicità e di totale fiducia verso il proprio partner: io dama medievale amo così tanto il brivido che accetto volontariamente di farmi inchiavardare in ‘sto coso metallico di cui solo tu custodisci la chiave. Oh che simpatico gioco di coppia, o quale segno di totale intesa tra i partner!

Boh?

Comunque, rielaborato così il concetto, Cipullo si mette al lavoro per creare una… cintura di castità sessantottina, molto hot e molto girl power, e soprattutto made in Cartier. Per le mutandine d’oro battuto sembrava esserci poco mercato, quindi il designer ripiega su un braccialetto che, una volta accettato in dono, andrà indossato 24h/24, un po’ come una fede nuziale. Anzi, peggio ancora di una fede nuziale: io la fede la porto al dito ma posso toglierla in ogni momento; sfilare il braccialetto di Cartier, invece, è materialmente impossibile, a meno di non disporre di un apposito chiavistello.

Love Cartier

Ebbene sì: ciò che il bracciale eredita dalla cintura di castità è proprio l’irreversibilità di accettare in dono il prodotto. Il gioiello di Cartier viene chiuso attorno al polso del malcapitat cliente mediante due piccole viti, dopodiché rimane lì in saecula saeculorum. Non ci sono aperture, non ci sono bande elastiche che permettono di sfilare il bracciale: per disfarsi del gioiello bisogna ricorrere a un letterale cacciavite (d’oro) che la Maison fornisce gentilmente in dotazione.  Ma senza quel cacciavite, puoi anche attaccarti, come si suol dire: ad esempio, la sorella di Kim Kardashian ha recentemente causato ilarità sui social dopo aver twittato di essere rimasta intrappolata dentro un braccialetto Cartier per quattro lunghi anni, dopo aver perso il cacciavite in dotazione (e non volendo spendere per comprarne un altro).

Katie Holmes, un'espressione poco sveglia, e un immancabile "Love Bracelet" al polso
Katie Holmes, un’espressione poco sveglia, e un immancabile “Love Bracelet” al polso

Oggigiorno, questo può sembrare più che altro un giochino idiota (“io, il mio braccialetto e il cacciavite scomparso”, sai che roba…).  A onor del vero, all’epoca del lancio sul mercato, il gesto assumeva tutto un altro pathos, grazie all’azzeccatissima campagna marketing di Cartier, in base alla quale i gioielli non potevano assolutamente essere comprati per se stessi, ma solo ed esclusivamente per regalarli a un altro.

Cioè: lui e lei andavano in negozio; lui interloquiva con la commessa e sceglieva il modello; la commessa avvitava il braccialetto al polso della signora… e poi consegnava il cacciavite a lui, con un gesto che si ammantava di una certa (eccitante?) ineluttabilità.

E infatti, le prime pubblicità del “Love” di Cartier suggeriscono secondo me proprio questa dimensione di possesso (possessivo?) e – se vogliamo – anche di sottomissione,

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che, fortunatamente, non era necessariamente declinata solo al femminile, nel senso che lo stile “neutro” del bracciale lo rendeva adatto ad essere indossato anche dal maschio:

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Insomma: siamo davanti a gioielli gemelli da indossare in coppia e da portare addosso per tutta la vita.
Le (volute) assonanze con la fede nuziale trasformava i Love Bracelet in un accessorio perfetto anche per quelle coppie che non potevano o non volevano accedere al matrimonio, ma desideravano comunque scambiarsi un gioiello che fosse simbolo del loro amore. E magari anche una provocazione, e un pubblico richiamo al fatto che “love is love”: perché no?

Anche Jennifer Aniston ama i bracciali Cartier
Anche Jennifer Aniston ama i bracciali Cartier

Eppure, al di là dell’uso “trasgressivo” che ne è stato fatto, io rimango affascinata dall’eco di “amore vecchio stampo” che stava alla base di questi gioielli. In un’epoca in cui si inneggiava all’amore libero, al sesso promiscuo e all’abolizione dei vecchi tabù, sfondava nel jet set un gioiello che, tutto sommato, piaceva proprio perché simboleggiava un amore eterno per la vita.
E lo faceva in toni trasgressivi e cool, e lo faceva con un linguaggio e con una strategia comunicativa molto diversa da quella adottata dai pulpiti delle chiese cattoliche che tuonavano proprio in quegli anni contro il divorzio…
…però, sostanzialmente, lo faceva. Faceva quello.
In un’intervista del 1972, Cipullo avrebbe dichiarato: “ai nostri giorni l’amore è diventato una cosa commerciale, ma quello che le persone vogliono sono simboli [d’amore] che siano semi-permanenti, o, quantomeno, non così facili da rimuovere. Dopo tutto, i simboli d’amore dovrebbero suggerire caratteristiche di eternità”.
E in fin dei conti, questo cosa vuol dire, se non che, in un mondo dove l’amore stava diventando usa-e-getta, restava comunque nel cuore delle persone un desiderio profondo di un amore finché morte non ci separi, in barba al divorzio, al sesso libero e alle convivenze senza impegno?

L’ho sempre trovato un dettaglio curiosamente significativo – allo stesso modo in cui, tutto sommato, trovo comicamente significativo anche il fatto che Cartier, nella sua campagna marketing su Facebook per il San Valentino 2017, promuova il braccialetto “Love” come il regalo perfetto per tutti coloro che credono negli

amori liberi da ogni convenzione. Viti grafiche, ovale perfetto e dichiarata eleganza ne fanno l’intramontabile emblema degli amori passionali. Tempestato di diamanti, in oro giallo o rosa: fin dove vi spingereste per amore?

Singolarmente ironico, che un gioiello nato su imitazione di un pegno di fedeltà coniugale, e pubblicizzato come simbolo di amore eterno no matter what in un’epoca in cui la moda era quella dell’amore libero, sia oggi riproposto a chi sogna un amore “passionale” e “libero da ogni convenzione sociale” – al punto che Cartier arriva addirittura a chiedere ai suoi clienti “e voi, fin dove vi spingereste per amore?”. Sembra il trailer di Cinquanta sfumature di grigio, e invece è solo la pubblicità di un gioiello che testimonia il tuo impegno per la vita nei confronti di un’altra persona.

Magari Cartier non se ne rende conto, ma in fin dei conti ha detto una grossa verità.
L’amore davvero non convenzionale, quello che ti da il brivido di osare laddove tutti gli altri fanno marcia indietro… non è forse l’amore (cristiano) del “per sempre”?

Peraltro, in questo secondo spot i due esaltati saltellino al ritmo di una canzone che dice cose tipo
“Gesù, se puoi sentirmi, sappi che sto cercando di pregare ma c’è tanto rumore attorno a me”…
è sicuramente casuale, ma simbolico mica poco!
Personale, Pillole di Storia

Patria e religione

“Indovinate qual è la testata che ha dedicato maggior spazio alla mostra?”, chiedo gongolante.
“Il bollettino diocesano”, fanno loro, con l’aria di chi sotto sotto pensa ‘ma chi vuoi che ti si fili’.
Radio Radicale”.

E, signori ve lo assicuro, è andata proprio così.
Vabbeh che coi tempi che corrono uno non riesce manco più a stupirsi, ma tant’è: quando lavori su cose di Chiesa, e la testata che dedica maggior copertura al tuo lavoro è Radio Radicale (!), parlandone pure bene (!!)… il dubbio ti viene: o hai creato ‘na roba blasfema e anti-cristiana, o hai fatto un lavoro oggettivamente buono al di là di ogni giudizio di merito.

Quale sarà la verità?
Siccome il lavoro non l’ho fatto da sola (anzi), amo pensare che la verità sia la seconda: e cioè, che la mostra che abbiamo recentemente inaugurato al Vittoriano meriti, oggettivamente, di esser visitata.

***

messa-in-trincea-foto-carlo-balellicollezione-famiglia-balelli-1Ricordate quando nei mesi scorsi, scusandomi per le mie prolungate assenze internettiane, promettevo “eh, però non aggiorno il blog perché faccio cose e vedo gente, magari in futuro alcune delle cose che faccio potreste anche apprezzarle voi?”.
Ecco, questa è una di quelle cose.
Se siete Romani, o avete intenzione di fare una gita a Roma, oppure vivete da tutt’altra parte ma nutrite un forte interesse per la Storia della Chiesa (e/o della prima guerra mondiale), provate a dare un’occhiata alla mostra “Patria e Religione. Religiosi e religiose italiani nella prima guerra mondiale”, ospitata dal Museo Centrale del Risorgimento di Roma (al Vittoriano, appunto) fino al 5 febbraio 2017.

È già da un po’ di tempo che l’Istituto per la Storia del Risorgimento, a Roma, si interessa al tema della prima guerra mondiale. Per chi si domandasse, giustamente, che c’azzecchi la prima guerra mondiale con la storia del Risorgimento, bisognerà forse ricordare che l’Istituto promuove gli studi sulla storia d’Italia dal periodo dell’unificazione sino al termine della prima guerra mondiale: ecco perché, nel corso degli ultimi due-tre anni, ha portato avanti iniziative di tutto rispetto che hanno tentato di rileggere criticamente la storia della Grande Guerra, o di approfondirne le premesse, o di esplorare aspetti specifici che non sono ancora stati studiati a sufficienza.

Uno di questi aspetti – indovinate un po’ – riguarda proprio i rapporti tra i religiosi (e le religiose) italiani e la madrepatria, negli anni del conflitto.

fotografia-guerraMi direte che ci sono un mucchio di studi dedicati ai cappellani militari della Grande Guerra, e in effetti è vero: ma tutti gli altri? Tutti i numerosissimi religiosi (frati, seminaristi, monaci) che, non essendo (ancora) sacerdoti, sono stati chiamati alle armi… e costretti a imbracciare le armi per davvero, impossibilitati a “riciclarsi” come “semplici” sacerdoti in trincea?
Riuscite a immaginare lo strazio che doveva provare – che so – un ragazzo che aveva deciso di farsi monaco di clausura, e che improvvisamente si trovava catapultato in mezzo all’inferno delle trincee? Costretto a vivere in un ambiente che decisamente non era un convento, costretto a lottare per vivere, costretto a uccidere per sopravvivere? Costretto addirittura a uccidere a sangue freddo i suoi stessi confratelli di un’altra nazionalità, se solo avesse dovuto intravvederli oltre la linea del fronte?

Fu, per tanti, uno strazio enorme, fonte di crisi spirituali mica da ridere.
Eppure fu uno strazio con cui dovettero convivere tanti, ma proprio tanti, tantissimi religiosi: oltre alle gesta dei cappellani militari, c’è molto altro che dovrebbe essere studiato.

foto-inizio-paginaCosì come dovrebbe essere studiato l’enorme apporto fornito dalle suore nel corso della Grande Guerra. A differenza dei religiosi arruolati dell’esercito, di cui quantomeno possiamo conoscere il numero esatto (9400 e rotti), non siamo nemmeno in grado di stabilire quante religiose siano state impegnate nel corso del conflitto, nel ruolo infermiera per i soldati feriti.
Poco ma sicuro, siamo comunque di fronte a numeri immensi: basti pensare che sole Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli impiegarono circa 800 consorelle (!) a questo scopo. Figuriamoci dovessimo fare un calcolo complessivo di tutti gli ordini femminili che diedero il loro aiuto alla patria…

: ci sarebbe davvero tanto da scrivere e da approfondire, sul ruolo dei religiosi e delle religiose italiani nella prima guerra mondiale.
E non è nemmeno escluso che lo si faccia per davvero in futuro: quindi, stay tuned!, come si suol dire.

ricordino-religioso-mortoPer adesso, se passate da Roma da qui a inizio febbraio, prendete in considerazione l’idea di fare un salto al Museo del Risorgimento. Il costo del biglietto è insolitamente basso (lo specifico, perché è decisamente in controtendenza rispetto a quello di altri musei romani), e le agevolazioni sono numerose.
La mostra, curata da don Giancarlo Rocca, paolino, con l’appoggio del Coordinamento Storici Religiosi, è bellina, secondo me. E non lo dico solo perché anche io, in qualche modo, collateralmente, ci ho messo mano, ma perché è bellina proprio, dai. Espone solamente fotografie e documenti (che ben si accompagnano però all’esposizione “fissa” del Museo del Risorgimento), ma è bellina proprio. È ben riuscita. Si fa guardare e soprattutto insegna: insegna tanto.
E poi, se ne parla bene persino Radio Radicale

Peraltro, lì a due passi (nell’Ala Brasini del Vittoriano) sarà in corso, più o meno in contemporanea con la nostra, una di quelle mega-mostre acchiappa-pubblico dedicata a Star Wars.
Eddai: non ci credo che non vi interessa manco Star Wars. Star Wars tira un sacco.
E, beh, se dopo una passeggiata tra i modellini di Darth Vater e Yoda voleste fare una rapida incursione tra le trincee della Grande Guerra… il nostro lavoro è lì. Bellino bellino. Vi aspetta!