In questi giorni, vedo circolare sui social una miriade di contenuti che entusiasticamente commentano quanto straordinariamente speciale sia la Pasqua 2026: quest’anno – ci viene detto – abbiamo infatti il privilegio raro di festeggiare la resurrezione in quella che è “la data corretta” anche dal punto di vista del calendario civile. Uno studio di eminenti scienziati, infatti, avrebbe dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che Gesù fu crocifisso proprio il 3 aprile – data che, casualmente, giustappunto coincide con quella del Venerdì Santo nel calendario liturgico di quest’anno.
Po’ esse, eh. Ma a forza di leggere ‘sta roba mi sono fatta venire la curiosità: ma esiste davvero ‘sto studio di eminenti scienziati che ha ricostruito con precisione matematica la data della crocifissione?
La risposta è prevedibilmente un nì: lo studio c’è per davvero, e non è totalmente campato in aria; purtuttavia, nel corso degli anni gli sono state opposte molte critiche importanti, tali da costringerci a usare mooolta cautela prima di fare affermazioni tranchant come quelle che pur vedo circolare in questi giorni.
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Lo studio, dicevo, esiste per davvero: è un articoletto di quattro pagine a firma di Colin Humphreys e W. G. Waddington, apparso su Nature nel dicembre 1983 con il titolo eloquente di Dating the Crucifixion. Humphreys e Waddington erano scienziati attivi presso l’Università di Oxford, quindi non stiamo parlando di due idioti; e, in effetti, il loro studio era stato condotto secondo una metodologia più che ragionevole.
I due ricercatori, per amor di discussione, partono dall’assunto di voler considerare le fonti evangeliche come un resoconto grossomodo attendibile di quanto accaduto a ridosso della morte di Gesù (è chiaro che se voi invece ritenete che i vangeli siano opere di pura fantasia: lì alzo le mani, perché lo studio di Humphreys e Waddington si muove a partire da un altro presupposto). Partendo da questo assunto, il primo passo necessario è ovviamente quello di restringere il campo: i vangeli ci dicono che Gesù è morto sotto Ponzio Pilato, e sappiamo che Ponzio Pilato è stato prefetto di Giudea tra il 26 e il 36 d.C; i vangeli ci dicono che Gesù è morto di venerdì nel periodo della Pasqua ebraica, dunque dovremo focalizzare la nostra attenzione sui venerdì a ridosso del plenilunio a inizio primavera (visto che Pesah cade necessariamente in quel periodo, e sempre in concomitanza con la luna piena).
E se già so che l’evento deve stare dentro una finestra di dieci anni e che in più deve cadere in un venerdì primaverile a ridosso della luna piena, il numero delle date possibili si riduce drasticamente. Sembra poco, ma è già tantissimo.
Correttamente, gli autori annotano a quel punto che il calendario ebraico del I secolo non era un calendario fisso come quello attuale; era, al contrario, un calendario osservazionale. Ogni mese ebraico inizia col novilunio, ma il novilunio, per definizione, non si vede; ciò che si vede è la prima sottilissima falce di luna; e, all’epoca, il mese veniva fatto iniziare sulla base dell’osservazione di quella prima falce. Dunque, la domanda corretta non è “quali sono state le date dei pleniluni nel I secolo d.C.”; al contrario, dobbiamo metterci a tavolino a calcolare con santa pazienza “qual era la data a partire da cui la prima falce di luna dopo il novilunio sarebbe stata visibile da Gerusalemme?”.
Tenendo conto dell’altezza della luna, della luminosità del cielo al tramonto e di altri fattori di contorno, gli autori hanno stilato una tabella che dà conto di quelle che, a loro giudizio, dovrebbero esser state le date d’inizio del mese di Nisan, a Gerusalemme, negli anni che vanno dal 26 al 36. La data della Pasqua, che cade sempre nel quattordicesimo giorno del mese di Nisan, viene calcolata di conseguenza.
Ed è qui che il terreno comincia a restringersi in modo impressionante: in quell’intera decade, il quattordicesimo giorno del mese di Nisan cade di venerdì solo in due occasioni: 7 aprile dell’anno 30 e 3 aprile dell’anno 33. Quante cose si scoprono, grazie all’astronomia.
L’astronomia, in linea puramente teorica, potrebbe darci altre informazioni preziose: giacché i vangeli sinottici sono tutti concordi nell’affermare che, nelle ultime tre ore di agonia di Gesù, il sole si oscurò facendo scendere le tenebre su tutta Gerusalemme, sarebbe senz’altro molto bello se la scienza ci permettesse di appurare che sì, in uno di quei giorni lì ci fu un’eclisse di sole.
Ahimè no: di eclissi solari, in quell’arco di tempo, non ce stata manco l’ombra: ma – colpo di scena – in una delle due date proposte da Humphreys e Waddington, un’eclissi ci fu per davvero! Un’eclissi di luna.
E qui, secondo me, si è arrivati al punto in cui bisognerebbe prendere da parte i due volenterosi e dire “sì, ma che c’azzecca? I vangeli parlano di un’eclisse di sole nel primo pomeriggio, non di un’eclissi di luna la sera”.
Ma loro non se ne curano e affermano che il loro addentellato non sono le tre ore di tenebra di cui parlano i sinottici (e che secondo i nostri amici possono essere spiegate con una forte tempesta di sabbia causata dal soffio dei venti khamsin, particolarmente intensi in quel periodo dell’anno), bensì la concione che san Pietro tiene al popolo di Gerusalemme qualche tempo dopo la Pasqua, nel giorno di pentecoste, annunciando che, alla fine dei tempi, «il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue».
“E dunque…?”, mi verrebbe da dire ai due volenterosi.
E dunque – direbbero loro – è noto che, durante le eclissi, la luna assume una marcata colorazione rossastra! Perdipiù, esiste un vangelo apocrifo, l’Anafora di Pilato, che espressamente afferma che dopo la morte di Gesù, la luna sorse in cielo colorata d’un rosso innaturale!
“E dunque…?”, mi verrebbe da chiedere di nuovo.
E dunque – ribatterebbero loro – nella sua concione al popolo di Gerusalemme, è plausibile che Pietro abbia scelto di usare proprio quell’immagine per far riferimento a due eventi celesti che tutta Gerusalemme aveva osservato poche settimane prima. A citare le loro parole testuali: «’il sole si muterà in tenebra’ si riferisce alle tre ore di oscurità» occorse mentre Gesù agonizzava in croce. Quanto alla luna rossa, «siccome l’oscurarsi del sole ebbe luogo durante la crocifissione, è ragionevole supporre che il mutarsi della luna in sangue abbia avuto luogo lo stesso giorno».
A questo punto ci sarebbe anche da far notare che, nel pronunciare quelle parole, san Pietro si stava espressamente riferendo a una profezia tratta dal libro di Gioele (non lo dico io: lo dice proprio san Pietro, è scritto esplicitamente negli Atti). Ma l’obiezione avrebbe poco senso, perché anche i due scienziati sono ben consapevoli del dettaglio. A loro giudizio, questo non inficia la teoria, anzi: perché Pietro avrebbe potuto dire qualunque cosa, ma scelse di rifarsi proprio a quel passo perché doveva essergli parso particolarmente adatto a descrivere (e ricollegare a una profezia biblica) eventi recenti di grande impatto.
Ridotta all’osso, la loro tesi è “sappiamo che c’è stata un’eclisse di luna il 3 aprile del 33, ed esistono alcuni testi cristiani che sembrano conservarne il ricordo; se ipotizziamo che Gesù sia morto proprio quel giorno, ne deriva che la profezia biblica cui volle rifarsi san Pietro nel giorno di pentecoste dovesse suonare tutto d’un tratto molto concreta alle orecchie degli ascoltatori. Dunque, la data del 3 aprile 33 risulta essere il miglior candidato”.
Che è senz’altro un’argomentazione non priva di una sua forza interna; però, funziona solo se si ammette che l’eclissi lunare del 3 aprile 33 sia stata così visibile e marcata da balzare agli occhi di tutti, diventando memorabile. Ma fu proprio così?
Ahimè, probabilmente no. Una forte critica allo studio dei due oxoniensi arriva nel 1990 a firma di Bradley E. Schaefer, astronomo della NASA, autore di uno studio dedicato ai legami tra Lunar Visibility and the Crucifixion apparso sul Quarterly Journal of the Royal Astronomical Society. Col pragmatismo di uno che non ha tempo da perdere, l’astronomo statunitense si pone una domanda e una domanda sola: sì, ma questa eclisse lunare del 3 aprile 33 era visibile per davvero, a occhio nudo, da Gerusalemme?
La risposta di Schaefer è “probabilmente no”, o comunque non nei termini sconvolgenti ipotizzati da Humphreys e Waddington. E questa obiezione colpisce il cuore della teoria: se l’eclissi non si vedeva bene, viene meno proprio il motivo principale per cui dovremmo preferire la data del 3 aprile.
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Lo scienziato della NASA fa notare che, nella zona del Medio Oriente, l’eclissi aveva raggiunto il suo massimo nel pomeriggio, con circa il 60% del disco lunare in ombra. Ma quando l’eclissi era al suo massimo, la luna era ancora al di sotto dell’orizzonte di Gerusalemme: quando la luna sorse (verso le 18:20), l’eclissi stava volgendo al termine, e solo una piccolissima parte restava ancora in ombra.
Peggio ancora: quando la luna piena sorge poco dopo il tramonto del sole, il cielo è ancora molto luminoso. Ricostruendo la luminosità del cielo alle 18:20 di quel 3 aprile e confrontandola con la luminosità della parte eclissata della luna (quella che avrebbe dovuto apparire di colore rosso), Schaefer giunge a una conclusione sconfortante: la parte della luna ancora in ombra sarebbe stata troppo poco luminosa per essere distinguibile dal cielo crepuscolare. Quindi, quella fetta rossa che secondo Humphreys e Waddington avrebbe dovuto sconvolgere gli Israeliti ricordando loro il colore del sangue… semplicemente, era invisibile o quasi. O così almeno afferma l’esperto della NASA, che addirittura arriva ad affermare notare a occhio nudo il colore rosso di quella piccola parte eclissata sarebbe stato improbabile tanto quanto il notare «una lampadina rossa da 8 watt accanto a un faro da 1 megawatt». Il contrasto luminoso era, semplicemente, troppo basso perché l’occhio umano riuscisse a percepire in maniera netta la colorazione rossa di quella falce di luna eclissata.
Insomma: senz’altro, l’eclisse del 3 aprile 33 c’è stata – ma probabilmente nessuno l’ha vista nel modo in cui immaginano Humphreys e Waddington.
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Accantonata dunque la dubbia questione dell’eclisse, vien meno l’elemento principale che aveva spinto Humphreys e Waddington a propendere per la data del 3 aprile 33. Però non vien meno la bontà di tutto il resto del loro studio: no? Resta comunque la loro tabella sulle date della Pasqua nella Gerusalemme degli anni 30, che restringe il numero delle date possibili a due sole: 3 aprile 33 o 7 aprile 30: no? Quindi, siamo comunque certi che Gesù sia morto in una di quelle due date: no?
Ecco, no. O quantomeno non è detto: perché, tutta questa architettura di eclissi, pleniluni e tavole astronomiche affonda su un terreno molto più sdrucciolevole di quanto immagineremmo noi moderni – e cioè, il calendario ebraico del I secolo, che era qualcosa di molto più vivo e cangiante di quanto probabilmente pensiamo. Fin qui abbiamo ragionato come ragioniamo noi moderni, che basano il proprio calendario sull’astronomia propriamente detta; ma in realtà dovremmo accantonare la scienza e domandarci nel concreto: “sì, ma gli uomini del tempo facevano proprio come noi?”.
Un anno lunare, come quello ebraico, dura circa 354 giorni; ma l’anno solare ne dura 365. Quindi, ogni anno, il calendario lunare si sfasa di circa undici giorni rispetto al ciclo delle stagioni: se i rabbini non avessero trovato un modo per sanare il problema, la Pasqua avrebbe finito con lo scivolare gradualmente all’indietro – dalla primavera all’inverno, dall’inverno all’autunno, e così via. E questo non poteva succedere, perché la Pasqua è, per definizione, una festa primaverile.
La soluzione adottata per ovviare al problema fu (ed è ancor oggi) l’embolismo, cioè l’inserimento periodico di un tredicesimo mese di ventinove giorni, che torna ad allineare il calendario lunare con il ciclo delle stagioni. Né più né meno di quello che, in piccolo, facciamo noi, inserendo ogni quattro anni un ventinovesimo giorno a fine febbraio.
Oggi, noi sappiamo esattamente quali sono gli anni embolismici nel calendario ebraico, perché vengono intercalati in modo prevedibile secondo un ciclo che si ripete sempre uguale attraverso i secoli; ma nel I secolo dopo Cristo non si era ancora affermata la consuetudine di seguire rigorosamente quel ciclo matematico. La decisione di quando aggiungere il tredicesimo mese veniva presa di anno in anno dalle autorità religiose locali, che frequentemente basavano la loro scelta anche su fattori pratici che esulavano dai calcoli astronomici in sé e per sé. Quelli c’erano, ovviamente; ma a loro si affiancavano considerazioni molto più terrestri di quanto noi moderni tendiamo a immaginare quando pensiamo a un calendario: il grado di maturazione dell’orzo (che, da tradizione, doveva essere già maturo nel giorno di Pesah), le condizioni delle strade su cui avrebbero dovuto mettersi in marcia i pellegrini che volevano raggiungere Gerusalemme… e altre minuzie di questo tipo. L’intercalazione, all’epoca, non era un’operazione strettamente matematica: sicché, ricostruire oggi con assoluta precisione la data della Pasqua ai tempi di Gesù è un’operazione tutt’altro che banale. Noi possiamo senz’altro calcolare con assoluta esattezza quando avvennero i noviluni e i pleniluni, ma non possiamo sempre sapere con pari certezza se, in quell’anno preciso, le autorità di Gerusalemme decisero di aggiungere oppure no il mese intercalare. Per rispondere a questa domanda, dovremmo avere fonti storiche a illuminarci; ma purtroppo non ne abbiamo.
E, ovviamente, se cambia l’intercalazione, cambia l’intero calendario – e pure di parecchio. Se non so con certezza assoluta quando è iniziato l’anno, non posso sapere con certezza assoluta nemmeno in che giorno cadeva il 14 di Nisan.
In soldoni: Humphreys e Waddington hanno fatto un lavoro serissimo nel ricostruire le possibili date della Pasqua sulla base dell’astronomia; Schaefer ha fatto un lavoro altrettanto serio nel calcolare la visibilità reale dell’eclissi che aveva entusiasmato i suoi colleghi; ma la triste verità dei fatti è che il problema è a monte. L’astronomia può fornirci le date di luna nuova e plenilunio, ma non può entrare nella testa delle autorità religiose dell’epoca; né può dirci con certezza matematica in che modo quelle lune furono tradotte in calendario.
Insomma, la situazione reale è molto meno sensazionalistica di quanto amino promettere certi post su Facebook. Non abbiamo certezza assoluta che Gesù sia morto il 3 aprile 33, e anche la data del 7 aprile 30 è nulla più che una ricostruzione plausibile. Certo: quei due venerdì di primavera restano comunque candidati forti, ma quel che abbiamo sono ipotesi e non certezze al di là di ogni dubbio.
Nulla toglie che la coincidenza del calendario liturgico del 2026 con quel 3 aprile dell’anno 33 resti senz’altro suggestiva e che non ci sia niente di male nel lasciarsene affascinare; ma dire che quella è “la data esatta” della morte di Gesù significa, onestamente, dire più di quanto le fonti, l’astronomia e la storia ci permettano di fare.
Che poi a me verrebbe anche da aggiungere: ma, sotto sotto, è davvero un dettaglio poi così importante?
Per approfondire:
- Colin J. Humphrey, W. G. Waddington, Dating the Crucifixion (Nature, 1983)
- Bradley E. Schaefer, Lunar Visibility and the Crucifixion (Quarterly Journal of the Royal Astronomical Society, 1990)
- Sacha Stern, Calendar and Community. A History of the Jewish Calendar, Second Century BCE–Tenth Century CE (Oxford University Press, 2001)


Francesca
“Che poi a me verrebbe anche da aggiungere: ma, sotto sotto, è davvero un dettaglio poi così importante?“
direi proprio di no.
Comunque, due osservazioni:
Molto interessante il calendario “a occhio” 😇 . Siamo così abituati a date e orari perfetti al millesimo di secondo… Invece, sai che bello guardare fuori dalla finestra, vedere che piove ed è molto nuvoloso e decidere: eh, no, il mese (o la settimana) non lo faccio cominciare oggi, me ne torno sul divano con il mio tè e rimando tutto a domani! 😁 Ahhh che relax
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