Tradizioni e folklore · Vite di Santi e Beati

“Ma quanto durerà ancora questo caldo atroce?”: le previsioni meteo dei Santi

Gente: non so voi, ma io nun je la faccio più. ‘sto caldo ingiusto mi fa crollare la pressione, mi riduce a uno straccio, mi toglie l’appetito (e globalmente la voglia di vivere), mi stronca come non mai.
Dopo aver appurato che le previsioni meteo per il prossimo weekend danno massime attorno ai 38 gradi, mi sono detta: ok, non posso farcela, ho bisogno di un santo a cui votarmi.
E allora ho cercato il santo a cui votarmi, no?
Ci sarà pure un santo patrono contro le ondate di caldo, no?
Abbiamo patroni per i dormiglioni (San Vito), per la gente brutta (San Drogo), per la gente che ha paura dei morsi di vespa (San Friario), abbiamo persino una santa per lenire i fastidi del dopo-sbornia (Santa Bibiana)… ce l’avremo senz’altro, un santo da invocarsi contro le ondate di caldo tropicale, no?
No??
No.

A quanto pare, fino a qualche tempo fa, la gente sopportava abbastanza di buon grado le ondate di caldo anomalo, perché tendenzialmente facevano bene ai raccolti – a patto che piovesse. Abbiamo santi contro la siccità, ma non santi contro il caldo.
E quando abbiamo smesso di dipendere dal caldo per portare a casa uno stipendio, la venerazione popolare si è spostata direttamente verso l’inventore dell’aria condizionata, che Dio lo benedica.

E quindi, tant’è.
Se siete al corrente dell’esistenza di un santo da invocarsi per far scendere le temperature, fate un fischio ché qui incomincio subito una novena. Ma fino a prova contraria, io non ho notizie di santi che portino il fresco in sé e per sé. Ci sono santi che portano il bel tempo, ci sono santi che portano la pioggia, ma santi capaci di abbassare le temperature… no. Mission impossibile pure per le schiere celesti, a quanto pare.

Il massimo aiuto che possiamo sperare di ottenere dal Cielo in questo drammatico frangente, è più che altro sulle linee di “sappi di che morte devi morire”. Ovverosia: se non esistono santi deputati a far scendere le temperature, esistono santi cui la tradizione popolare attribuisce il potere di… fare previsioni meteo ad ampio raggio.
Avete presente il detto “quando vien la Candelora, dall’inverno siamo fora”? Ecco, qualcosa del genere: da tempo, la tradizione popolare ritiene che, dalle condizioni meteo di determinati giorni dell’anno, sia possibile trarre previsioni per il clima dei mesi a venire.

Embeh: in assenza di meglio, vediamo dunque quali sono i santi capaci di dirci qualcosa di più sulle sorti di questa rovente estate.
Meglio che niente, ahò. Alla peggio, mi faccio un biglietto di sola andata per la Groenlandia e tanti saluti.

San Medardo: 8 giugno

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Già noto su questi schermi (e già caro alla qui presente blogger) per il suo singolare ruolo di patrono contro il mal di denti, San Merdardo di Noyon è, di per sé, il protettore contro i temporali. Il “perché” risiede in un passaggio della sua agiografia, laddove il santo vescovo, sorpreso da un violentissimo acquazzone, viene miracolosamente protetto dalla pioggia da un’aquila gigantesca che si libbra in volo sopra di lui, dispiegando le sue ali, e… facendogli da ombrello.
In Piccardia, dove san Medardo gode di particolare venerazione, è diffuso un detto popolare (variamente noto anche in altre zone della Francia), per cui

S’il pleut le jour de Saint Médard,
il pleut quarante jours plus tard

Ovverosia: se piove e fa brutto tempo durante la festa liturgica di San Medardo, certamente farà brutto tempo anche quaranta giorni più tardi (e cioè il 18 luglio).
Non che la promessa di un acquazzone a metà luglio ci sia di grande aiuto nella contingenza, ma di nuovo: sempre meglio che niente.

Ho speranzosamente googlato informazioni meteo su che tempo facesse a Torino l’8 giugno passato. Niente pioggia ahimè, ma minime di 13 e massime di 23 gradi (!!). Non so voi, ma io ci metterei la firma: Medà, ti prego, non deludere le mie preghiere.

Santi Gervasio e Protasio: 19 giugno

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Questa è facile: la loro festa ricorreva ieri, e, non so da voi, ma ieri, qui a Torino, si è tornati a respirare per la prima volta dopo giorni.
(Oggi si crepa di nuovo).

Le ragioni per cui i due martiri milanesi siano tradizionalmente associati con le previsioni meteo (in Francia e non in Lombardia, perdipiù!) sono avvolte nel mistero.
Fatto sta che i nostri cugini d’Oltralpe sono convintissimi del loro potere: S’il pleut le jour de Saint Médard, il pleut quarante jours plus tard, ma la filastrocca va avanti affermando incontrovertibilmente:

S’il pleut le jour de Saint Gervais et de Saint Protais,
il pleut quarante jours après.

Idem come sopra, insomma.
E come sopra: ieri, a Torino, non ha piovuto, ma io mi aspetto minimo minimo un’ondata di aria fresca fra trentanove giorni.
(Sigh).

I Sette Dormienti d’Efeso: 27 giugno

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Amo la leggenda dei dormienti d’Efeso, i sette amici che tentano di scampare alla persecuzione anticristiana dell’imperatore Decio chiudendosi in una grotta nei pressi del monte Celion. Dopo una notte di paura, uno di loro esce per procurarsi un po’ di cibo, ed ecco la sorpresa: i sette non avevano dormito – come credevano – per una notte sola, ma per più di duecento anni.
Testimonianza della resurrezione dei corpi, i sette dormienti raccontano ai fedeli la loro storia, e poi tornano ad immergersi nel loro sonno senza tempo. Leggenda vuole che siano destinati a dormire fino all’Apocalisse, nell’attesa del mondo che verrà.

Orbene: nella Germania del Sud è viva una tradizione per cui, se nel giorno della festa dei Sette Dormienti, il clima è fresco, altrettanto freschi saranno i due mesi a venire.
Alcune pagine, tipo questa, sostengono che ci sia un fondo di verità dietro a questo proverbio. Statisticamente, se, negli ultimi giorni di giugno, in Germania del Sud il clima è fresco e mite, c’è un 60-70% di probabilità che anche i mesi a venire non siano troppo afosi. Sarà questione di correnti d’aria e di anticicloni, boh: fatto sta che questo antico detto pare prenderci abbastanza.

Per la cronaca, le previsioni meteo per Monaco di Baviera danno un brusco calo di temperature proprio tra il 26 e il 27 giugno.
Voglio crederci.

Santa Godeliève: 6 luglio

Godelieva

Questa è una santa che in genere riscuote un certo successo di pubblico, perché è la patrona delle donne che hanno problemi con le suocere.
Diciamo che meditare la vita di Godeliève riesce sicuramente a mettere in prospettiva le piccole beghe familiari della nuora-media. La santa francese, nata da nobile famiglia attorno all’anno 1000, viene data in sposa a un certo Bertolf di Ghistelles, sempre che di “matrimonio” si possa veramente parlare: Godeliève dice il suo “sì” in uno sposalizio per procura, in cui è la suocera a fare le veci di Bertolf, lontano per una campagna militare. Tornata a casa, la donna rinchiude Godeliève in una cella, e anche quando Bertolf fa il suo ritorno l’ingombrante presenza di mammà causa nel rapporto  tensioni tali che il matrimonio non viene mai consumato. A un certo punto Godeliève scappa di casa; Bertolf la insegue giurando di cambiare; e infatti mostra d’esser cambiato così tanto, che, alla prima occasione utile, la strangola per sposare una che sia più gradita a mammina.
Finalmente morta e liberatasi da ‘sta famiglia di pazzi, Godeliève comincia a prodursi in innumerevoli miracoli, fra cui – a quanto pare – numerosi prodigi di natura meterologica. Far piovere per rinverdire i raccolti, cose così.

La data della morte di Godeliève è sempre stata incerta: inizialmente fissata al 6 luglio, è stata sposata al 30 dello stesso mese nell’ultima revisione del Martirologio. Con buona pace della Congregazione per il Culto Divino, la tradizione popolare rimane ancorata alla festa antica – e così, le condizioni meteorologiche in essere al 6 luglio sono considerate “uno specchio” di quelle dell’estate a venire.

Un’altra tradizione popolare sostiene che la fanciulla single che prega Santa Godeliève alla vigilia della sua festa otterrà in dono il privilegio di conoscere il nome del suo futuro sposo.
Speriamo che non si chiami Bertolf.

San Swithun: 15 luglio

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Vi dico solo che ho scoperto l’esistenza di San Swithun preparando uno dei miei primi esami di Storia della Chiesa, al capitolo “Miracoli punitivi”. È un tosto, l’amico!

Swithun fu vescovo di Winchester fino alla sua morte, avvenuta nell’862. Sentendosi avvicinare la fine, il santo ordinò che il suo corpo fosse inumato nella nuda terra, all’esterno della chiesa, “dove potessero percuoterlo il piede del passante e le gocce di pioggia dal cielo”. Un estremo gesto di umiltà che non fu gradito dal vescovo eletto dopo di lui, il quale – nella pia convinzione di star tributando giusti onori al suo santo predecessore – ordinò che le reliquie fossero traslate all’interno della chiesa e allocate in un adeguato reliquiario, per esporle alla venerazione dei fedeli.
Apriti cielo (è proprio il caso di dirlo).
In segno di protesta verso quest’attenzione non richiesta, Swithun – a dar retta all’agiografia – scatena quaranta giorni di pioggia ininterrotta.
Ma forte, eh!
Grandine, brutto tempo, gelate, venti freddi: non ce n’era per nessuno. Raccolti devastati, lattanti intirizziti, animali senza più cibo… un disastro.

Da lì, la tradizione popolare che lega Swithun alle previsioni meteo. Se, da un lato, il vescovo di Winchester è quello da pregare perché finisca un’ondata di freddo, d’altro canto si ritiene che un calo di temperature il 15 luglio – giorno della traslazione delle sue reliquie – sia da interpretarsi come un sicuro segno di maltempo per i quaranta giorni a venire.

Secondo Wikipedia, c’è pure una base scientifica dietro a questa leggenda:

Verso la metà di luglio la corrente a getto si pone in un corso che rimane, nella maggior parte degli anni, ragionevolmente stabile fino alla fine di agosto. Quando questa corrente si trova a nord delle isole britanniche, l’alta pressione è in grado di penetrarvi, mentre quando si trova a sud o attraverso le isole britanniche, l’aria dell’Artico e il sistema meteorologico atlantico sono predominanti.

Sperem

Frattanto, io credo di far cosa gradita a tutti voi indicando il santo che, a mio giudizio, può essere il più adatto a cui chiedere aiuto in questo momento specifico.
Non so voi ma io sono risoluta a pregare con intensa devozione San Lebuino di Deventer, invocato per dare sollievo alle sofferenze degli agonizzanti: a occhio e croce, direi che più o meno siamo lì.

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Cinque insegnamenti de “La Bella e la Bestia” originale che non troverete mai nei suoi adattamenti Disney

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Niente da dire: La Bella e la Bestia, con Dan Stevens e Emma Watson, è indubitabilmente il film del momento. Io non posso che sorriderne: i miei lettori di più vecchia data ricorderanno forse di come io “sia stata” Belle per lunghissimi anni su queste pagine. Dovendo scegliere una immagine-profilo che mi rappresentasse, avevo deciso di identificarmi proprio nella principessa Disney. Una scelta molto cliché, per una ragazzina dai lunghi capelli castani che studiava da bibliotecaria… ma, tant’è: per lunghissimi anni, io e Belle siamo state un tutt’uno.
E insomma, mi sembrava doveroso omaggiare questa vecchia amica in occasione della sua uscita cinematografica. Così, ho deciso di raccontarvi le cinque ragioni per cui amo tanto questa storia… anche se, in realtà, la versione che piace a me è quella del romanzo originale, non quella dell’adattamento Disney.

Forse non tutti sanno che La Bella e la Bestia non nasce come fiaba per bambini, ma bensì come romanzo per adulti a firma di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve. Siamo nel 1740, e La Belle et la bête è un tomo di cento e passa pagine, per la maggior parte dedicate a intricate vicende politiche del mondo delle fate che non c’entrano niente coi due protagonisti della storia così come la conosciamo adesso.
Circa quindici anni più tardi, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont cura una riduzione per bambini de La Bella e la Bestia. La sua versione è comunque molto diversa dall’adattamento Disney, ma presenta già molti punti di contatto con la storia che abbiamo tutti nelle orecchie.

Ma quindi: qual è la storia originale di La Bella e la Bestia?
Quali sono i temi che – come da titolo – mancano totalmente nella versione Disney (che comunque non mi dispiace affatto, sia chiaro)?
Tantissimi. Ad esempio, questi cinque.

1. La sessualità è una cosa grande, da trattare con cautela. Se usata male, può distruggere; se usata bene, può cambiarti la vita

Oh: ve l’avevo detto che la versione originale è pensata per un pubblico di lettori decisamente adulti!
Sorprendentemente, l’uso (e l’abuso) della sessualità hanno un ruolo di un certo rilievo, nel mandare avanti il racconto e/o nel delineare i rapporti tra personaggi.
In un certo senso, un appetito sessuale drammaticamente mal gestito sta proprio alla base della storia intera. Se, nella versione Disney, la Bestia viene trasformata in mostro a causa della crudeltà mostrata verso una maga (che se l’attacca al dito), nella versione della Villeneuve la pora bestia è una vittima innocente della situazione. Sua unica “colpa”: aver incrociato il suo cammino con quello di una fata ninfomane che si invaghisce di lui e tenta di sedurlo. Incapace di accettare un garbato rifiuto, la fata scaglia contro il principe la famosa maledizione che lo trasformerà in mostro (dopodiché, continua ad aggirarsi per il romanzo in preda ai bollenti spiriti, andando avanti a complicar la vita della gente).

Ben diverso è l’approccio alla sessualità che hanno i due protagonisti della love story.

Nella versione di Villeneuve, la Bestia è sorprendentemente esplicita circa quello che vuole da Belle: e cioè, portarsela a letto.
Giuro!
La maggior parte delle interazioni tra la Bella e la Bestia, nel romanzo, ruotano attorno al mostro che domanda “Belle, vuoi venire a letto con me?”.
Molte traduzioni dal Francese preferiscono l’eufemismo pudico “vuoi sposarmi?”, ma il testo originale è chiaro: la Bestia vuole anzi tutto coucher assieme a Belle, per spezzare la maledizione che lo affligge.

La prima volta che il mostro se ne esce con questo exploit (peraltro dopo cinque-minuti-cinque di conversazione con la ragazza…), Belle, comprensibilmente, ci perde dieci anni di vita, ed esclama atterrita “oh no! Sono perduta!”.
Ed è qui che la Bestia si mostra per il Principe Azzurro che è, pronunciando le due parole che ogni donna vorrebbe sentirsi dire in quel frangente: “niente affatto”. E la invita a rispondere serenamente sì o no, in tutta sincerità e senza farsi prendere dalla paura.

Sapete perché Belle comincia ad apprezzare la Bestia?
Perché la Bestia le porta rispetto.
Peraltro, nella versione originale del racconto, la maledizione che avvolge il castello consente alla Bestia di trascorrere solo pochi minuti al giorno in compagnia della sua ospite. Quindi non è che Belle avesse tutto ‘sto tempo a disposizione per formarsi un’opinione completa sul carattere della Bestia. Una parte molto significativa del loro percorso di conoscenza è proprio il teatrino che si ripete uguale, ogni sera, per mesi: “vuoi venire a letto con me?”. “No, Bestia, non voglio”. “E allora, poiché hai deciso così, ti auguro la buonanotte, Belle”.

Non è un caso. La versione originale di La Bella e la Bestia è – fra le altre cose – una forte critica ai matrimoni combinati. Palesemente, l’autrice (andata incontro a un matrimonio combinato estremamente infelice) riteneva che uno degli aspetti più sgradevoli di questa vita fosse il doversi concedere a comando a un individuo per cui non si provava il minimo sentimento.
La pazienza con cui la Bestia accetta stoicamente mesi e mesi di notti in bianco (nonostante la sua salvezza sia tutta legata al “sì” di Belle) è ciò che spinge il lettore ad affermare “wow! Questo sì che è un vero Principe Azzurro!”.

E, tutto sommato, è ciò che conquista Belle – e, di conseguenza, spezza la maledizione.

2. La bellezza non è tutto. Ma manco l’aMMMore è tutto-tutto

Le signore dall’animo romantico probabilmente ci rimarranno male, ma, nella versione originale della storia, non è che belle sia proprio tanto innamorata della Bestia. Non è per innamoramento che accetta di sposarlo.
Anzi: per tutto il corso del romanzo, Belle è cotta di un bellissimo principe che le appare in sogno tutte notti, e la seduce con amorosi conversarii. Ça va sans dire, il principe altri non è che la Bestia, che in sogno può manifestarsi a Belle con il suo vero sembiante. Ma, ovviamente, Belle non ne ha la più pallida idea, e anzi crede che il principe sia nascosto da qualche parte nel castello, prigioniero della Bestia così come lo è lei.

Col passar del tempo, Belle comincerà sì a provare stima, gratitudine, affetto, nei confronti della Bestia… ma niente più. È il bel principe quello che lei desidera; la Bestia è decisamente relegata nella friend zone, come direbbero i ragazzini.

Ma allora, come mai Belle si decide a sposare la Bestia?
Colpo di scena: la decisione non è totalmente sua. Durante una visita in famiglia, Belle si confida con il padre, ed è proprio lui a farla ragionare. “Quante ragazze sono costrette a sposare uomini che non conoscono affatto, e che si dimostrano molto più bruti della tua Bestia?”, le dice testualmente (e probabilmente con il tono esasperato di un genitore che vede la figlia rovinarsi la vita sentimentale pur di inseguire uno stupido sogno). “La tua Bestia, se è brutta, lo è solo nell’aspetto, ma di certo non nei sentimenti e nelle azioni”.

E quindi, Belle ci pensa su e decide che, pazienza per il bel principe dei suoi sogni, ma, tutto sommato, la sua vita non potrà essere infelice, al fianco di una Bestia che si è sempre dimostrata così premurosa e paziente. Il vero happy ending arriva qualche pagina più tardi, quando, a cose fatte, l’incantesimo si spezza e Belle scopre con gioia che la Bestia e il suo grande amore sono in realtà la stessa persona. Ma fino a quel momento, non si può proprio dire che Belle sposasse la Bestia perché ne era innamorata.

All’epoca del All you need is love, è molto impopolare scrivere che questa critica all’amore romantico a me piace tantissimo. Eppure, basterebbe anche solo sfogliare qualche pagina di cronaca per avere un vasto campionario di tristi storie in cui, se lei fosse lasciata guidare un po’ meno dai sentimenti, sarebbe probabilmente stata meno cieca nello scegliere un compagno per la vita.

La bellezza non è tutto, ci insegna La Bella e la Bestia.
Ma manco le dolcezze di un innamoramento possono essere tutto-tutto.

3. La ricerca dei soldi e del potere può distruggerti

Conoscendo l’estrazione sociale dei due protagonisti della storia, uno si aspetterebbe che sia il principe maledetto quello a cui la bramosia di potere ha rovinato la vita: no?
E invece no.

Nella versione originale della storia, il padre di Belle, lungi dall’essere un inventore un po’ pazzerello che vive ai margini del paese, è un ricchissimo (ricchissimo) mercante. A un certo punto, le navi su cui aveva investito tutti i suoi averi naufragano, lasciandolo in ristrettezze economiche. L’uomo è costretto a vendere la casa e a trasferirsi in campagna assieme ai suoi figli, che mal accettano questo mutamento nel loro tenore di vita. L’unica che riesce a fare di necessità virtù, adattandosi alla nuova condizione, è la figlia minore, Belle, che con la sua serenità nell’affrontare la povertà si attira peraltro le ire delle sorelle maggiori. Quest’ultime, prima avvelenano col loro rancore tutti i rapporti familiari, poi si accasano in matrimoni molto convenienti sulla carta, ma che, alla prova dei fatti, le lasciano profondamente infelici, alimentando ancora di più il loro livore.

Il padre di Belle fatica ad abbandonare il suo vecchio amore per il lusso, ma, alla fine del romanzo, ce la fa: ricevuti in dono dei soldi dalla Bestia, a mo’ di dote, li investe in maniera oculata in modo tale da procurarsi un onesto guadagno. Quanto a lui, continua a condurre uno stile di vita dimesso nonostante il suo conto in banca gli permetta ora qualche piccolo (o grande) lusso: l’uomo ha ormai capito che non è quello che conta, nella vita.

Il suo atteggiamento è in tutto e per tutto simile a quello mostrato dalla Bestia nei confronti delle sue immense ricchezze. Il fantastico castello incantato (in cui, per la cronaca, non esistono servitori incantati à la Lumière, ma in compenso troviamo la nonna magica della… televisione!) è vissuto dalla Bestia (e anche da Belle) come un piacevole mezzo per rilassarsi – ma non certo come un fine. Alla Bestia non gliene può importar di meno delle ricchezze che lo circondano, e sul finire del romanzo anche Belle si mostra molto disinteressata a tutto ‘sto ben di Dio.
Ma c’è di più: a un certo punto, la Bestia si dichiara pronta a rinunciare a tutto (ivi comprese le sembianze umane appena riacquistate) pur di vivere con Belle, ‘due cuori e una capanna’. E ancora: dopo il matrimonio, i due sarebbero intenzionati ad abdicare per vivere serenamente una vita quieta e dimessa, e sono i loro sudditi a pregarli di restare per governare rettamente.

Insomma: il potere e il denaro non sono un  male di per sé, ma lo diventano per chi ne abusa e si lascia prendere dalla bramosia. Il che non è poco, come morale. 

4. Talvolta, i veri nemici sono all’interno della famiglia

L’unico che si salva è il padre di Belle, legato alla figlia da un rapporto di sincero affetto. Per il resto, è davvero interessante studiare le dinamiche familiari in La Bella e la Bestia: sembra che l’autrice voglia lasciarci il messaggio che certi parenti è meglio perderli che trovarli.

La famiglia della Bestia è un fallimento su tutta la linea: il padre è morto, vivaddio; la madre abbandona il figlio alle cure di una nutrice, essendo troppo occupata a combattere una guerra per difendere i confini del regno. La nutrice (cioè, la vera figura materna per la Bestia) è la fata ninfomane che si invaghisce del principino, cerca di portarselo a letto, e, rifiutata, gli lancia contro la maledizione. A incantesimo opportunamente spezzato, la madre della Bestia si ricorda di avere un figlio, torna al castello, e non trova niente di meglio che cominciare a piantar grane perché non accetta che il suo bambiiino sposi una donna di origini borghesi.

Se la povera Bestia arriva da una famiglia palesemente disfunzionale, la nostra Belle non sta messa molto meglio. Eccezion fatta per il padre, tutto il resto della famiglia è composta da individui gretti, attaccati al soldo, rancorosi e pieni di invidia. In particolar modo, le sorelle maggiori inizialmente gioiscono nello sbarazzarsi di Belle, mandandola a vivere da un mostro che presumibilmente la ucciderà. Nella seconda metà del romanzo, dopo aver realizzato che Belle vive perfettamente lieta in compagnia della Bestia (…e sicuramente molto più lieta di loro, profondamente infelici nei loro matrimoni “perfetti”), si pongono una missione: distruggere la felicità della sorella.

In questo, amo moltissimo la versione della Beaumont (cioè, il primo riadattamento del romanzo) che indugia a lungo nel mostrare come le due donne siano pronte a ogni mezzo pur di rovinare la love story della ragazza. Uno dei più sottili, è il ricatto emotivo.
Scoperto che la Bestia ha concesso a Belle di visitare la sua famiglia, ma con la promessa di tornare al castello tassativamente entro il giorno X, i due geni del male decidono di posticipare in ogni modo la partenza della sorella. In questo modo – sperano – la Bestia si arrabbierà con Belle, e, in preda all’ira, gliela farà pagare cara.
E qui entra in scena appunto il ricatto emotivo: infilandosi cipolla tritata negli occhi per farli lacrimare, si aggrappano alle sottane della sorella piantando su piagnistei sulla linea di “ti preeeeego, resta con noooooi, non vedi come soffriaaaaaamo, non tornare dalla Bestia, non lo sopportereeeeeemmo…”.
Turbata da questa lacrimosa seppur inconsueta manifestazione d’affetto, Belle decide di ascoltare le suppliche e di rimanere con la sua famiglia. Da lì ha inizio tutto il patatrac che crea tensione nella storia: la Bestia non si capacita del comportamento di Belle, si sente tradito nella fiducia, piange fino a decidere di lasciarsi morire… eccetera eccetera eccetera.

Una roba del genere non si trova facilmente nelle fiabe, eppure è tristemente vera (oltre che narrativamente molto forte). Anche qui, non sarebbe difficile trovare storie atte a dimostrare che certi amori in realtà non sono altro che forme indirette di egoismo, come riflesse in uno specchio oscuro.

5. Credersi al di sopra degli altri è molto rischioso – anche per l’amor proprio

La Bella e la Bestia in versione originale è una critica feroce alla società francese del Settecento, così attenta alle gerarchie sociali e alle distinzioni tra classi. Nel corso del romanzo, tutti i personaggi si sentiranno “al di sopra” di qualcuno, per poi scoprire che semmai era tutto il contrario:

  • la famiglia di Belle, arrogante per le sue sterminate ricchezze, si troverà a vivere in povertà dopo un dissesto economico;
  • Belle, prigioniera di un mostro ripugnante, scoprirà che non solo la Bestia è una brava persona, non solo è un principe, ma addirittura è il principe dei suoi sogni;
  • le sorelle di Belle, andate in sposa a gente che sulla carta sembrava senz’altro un miglior partito rispetto al mostro disgustoso, ci metteranno poco a capire che si può essere mostri anche se si è apparentemente l’uomo perfetto;
  • la madre della Bestia, dopo aver piantato grane perché non voleva che suo figlio principe si sposasse con una borghese, verrà a sapere che Belle è cresciuta in una famiglia adottiva: in realtà è nata dall’unione tra un re e una fata;
  • contemporaneamente, la regina così arrogante scopre che i genitori di Belle sono stati costretti ad abbandonare la figlia… a causa di un’altra famiglia piantagrane. Emerge che popolo delle fate disprezza profondamente l’umile razza umana, e ritiene totalmente indegno che uno spirito etereo si abbassi a sposare un uomo: l’unione interrazziale i genitori di Belle deve assolutamente essere spezzata. Ma quindi, Belle, che è fata per metà, appartiene in realtà a una classe infinitamente superiore rispetto a quella della regina e del principe!

Questo specifico aspetto del costante ribaltamento delle classi sociali si è totalmente perso negli adattamenti successivi della storia. Nella Francia della Rivoluzione, la storia di un’umile ragazza borghese, che con la sola forza della volontà riesce a sposare un principe scavalcando le gerarchie sociali, era ben più ghiotta di una critica sarcastica alla società Ancien Regime, al termine della quale scopriamo peraltro che abbiamo solo scherzato, perché tanto pure Belle è una donna di sangue blu.
Eppure, non sono così convinta di preferire la versione moderna e selfhelpista. Indubbiamente più vicina al nostro vissuto e ai nostri valori, finisce col privare La Bella e la Bestia di un sarcasmo così impietoso e godibile…

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Perché gli Inglesi festeggiano la mamma a Mezza Quaresima?

Per uno strano effetto Brexit combinato (una via di mezzo tra “miii, guarda quanto è calata la sterlina” e “noooo, ma allora ne approfitto, con la mia fortuna rimettono le spese di dogana al solo scopo di farmi dispetto”), negli ultimi mesi mi è capitato di fare acquisti da siti inglesi.
La premessa, di cui potrebbe legittimamente importarvi poco, è funzionale allo spiegare come mai, da alcune settimane a questa parte, la mia casella di posta sia invasa da messaggi promozionali che mi promettono special offers su perfect gifts per il Mother’s Day.

Capite bene che un messaggio del genere innesca quantomeno un cortocircuito mentale: ma come, il Mother’s Day? Lo stanno tutti che la festa della mamma è a maggio!
E invece no. Agli Inglesi, storicamente, piace far gli originali: e così, le mamme di Albione – a differenza delle loro “colleghe” di tutto il resto dell’orbe terracqueo – sono festeggiate in una domenica di inizio primavera (quest’anno tra pochi giorni, il 26 marzo).

Come mai ne parlo su questo blog?
Oh beh: perché questo Mother’s Day marzolino ha origini profondamente cristiane. Ha origini liturgiche, financo!
E perdipiù coincide con uno dei miei momenti preferiti di tutto l’anno liturgico: la quarta domenica di Quaresima, anche nota come Domenica Laetare.

***

In un’epoca in cui la Quaresima era presa molto più sul serio (e l’anno liturgico, in generale, ritmava la vita dei fedeli molto più di quanto non faccia adesso), la Domenica Laetare era un momento importante per la cristianità. Nella scelta delle letture, nel colore dei paramenti liturgici, nell’accompagnamento dei canti sacri, tutto era orchestrato per trasmettere al popolo un senso di gioia per la Pasqua ormai vicina. “ In questo giorno la Chiesa sospende le tristezze della Quaresima; i canti della Messa non parlano che di gioia e di consolazione”, sintetizza efficacemente Prosper Guéranger, abate benedettino, in un (bel) commento (che peraltro consiglio a tutti gli appassionati di liturgica).

Insomma, era una domenica importante, la cui dimensione gioiosa era sottolineata fin dall’Introito della Messa (memorizzate questa informazione, ci torna buona per dopo), che nello specifico recitava (in Latino):

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate: esultate per lei. Voi che avete partecipato al suo lutto, ora vivrete con lei tutta la sua felicità. Anche voi sarete saziati con le consolazioni che vi darà: come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso.

Fin qui ci siamo?
Benissimo.

Adesso accantoniamo le questioni liturgiche e parliamo di tutt’altra cosa, cioè delle non facili condizioni di vita dei domestici inglesi che prestavano servizio nelle dimore signorili. A titolo esemplificativo citeremo la servitù di Downton Abbey

Downton-Abbey-Servants

cioè lavoratori, magari anche molto giovani per i nostri canoni, che prestavano servizio come [valletti / maggiordomi / sguatteri / così via dicendo] nelle grandi tenute dell’aristocrazia inglese, vivendo all’interno della tenuta stessa, per essere reperibili 24h/24 e perché, di base, erano quelle le condizioni contrattuali dell’epoca.

Ovvio è che a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera. Se non per ragioni di salute del lavoratore, per questioni estremamente pratiche: un domestico che vive all’interno dell’edificio in cui presta servizio ha davvero poco tempo da trascorrere con la famiglia, soprattutto se la famiglia non abita dietro l’angolo ma a qualche ora di calesse.
Vita grama, sotto questo punto di vista, per i domestici di una volta: le “feste in famiglia” potevi anche scordartele. Il Natale, la Pasqua e le grandi feste comandate erano, ovviamente, i momenti di maggior lavoro, per chi prestava servizio come cuoco, sguattero di cucina, cameriere personale, etc.

Epperò, ripeto: a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera da trascorrere in famiglia. E in Inghilterra, lentamente, si era imposta questa consuetudine: uno dei giorni in cui i domestici avevano diritto a una giornata di riposo era, per convenzione, la Domenica Laetare.
Tant’è.
Non ho idea di come sia nata l’usanza, ma fatto sta che è nata e si è imposta: all’epoca di Donwton Abbey (e anche prima, per la verità) era consuetudine universalmente accettata che i domestici approfittassero della quarta domenica di Quaresima per tornare a casa e visitare le loro famiglie. E in famiglia era ovviamente festa grande, in un clima di rilassatezza che peraltro ben si sposava con le concessioni di quella specifica domenica di Quaresima (festeggiata dalla Chiesa Anglicana con la stessa pompa magna con cui la festeggiavano i cattolici).

***

Orbene: i domestici di Downton Abbey avevano probabilmente altro a cui pensare; ma chi fra di loro aveva l’abitudine di leggere il giornale avrebbe probabilmente potuto notare, nel maggio 1913, alcuni trafiletti dedicati ad un’iniziativa che stava prendendo piede negli Stati Uniti. Grazie all’indefesso lavoro di una certa Anne Marie Jarvis, che si era auto-investita di questa “missione” alla morte di sua madre, si stava diffondendo negli USA la consuetudine di festeggiare le mamme in una giornata specificamente dedicata loro.

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Constance Adelaide in una fotografia d’epoca

Come dicevo, non so se i domestici di Dowton Abbey abbiano fatto caso agli articoli che parlavano di questa iniziativa. Certamente, la notizia, letta casualmente su un giornale, colpì l’attenzione della signorina Constance Adelaide Smith, figlia di un sacerdote anglicano e cresciuta in una famiglia dalla religiosità fervente (dei quattro fratelli che aveva la ragazza, tutti seguirono le orme del padre).

L’iniziativa che stava prendendo piede in America colpì Constance nel bene e nel male. Sotto un certo punto di vista, l’idea era chiaramente deliziosa; per contro, la donna trovava un po’ insulso festeggiare le mamme in un giorno scelto a casaccio, così, come per un’imposizione piovuta dall’alto.

No, Constance aveva un’idea migliore: secondo lei, la collocazione perfetta per la festa della mamma sarebbe stata la Domenica Laetare, che del resto in Inghilterra era già una giornata fortemente connotata in chiave materna!
C’era l’abitudine di tornare a casa e visitare le proprie famiglie; c’era l’abitudine di viaggiare verso il proprio paese natio e prendere Messa nella propria “chiesa madre” (cioè, nel linguaggio dell’epoca, la parrocchia in cui eri stato battezzato). Addirittura la liturgia di quel giorno faceva riferimento a una madre metaforica:

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate. […] Sarete saziati con le consolazioni che vi darà; come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso

Ma vi dirò di più: nell’Inglese dell’epoca, la Domenica Laetare era popolarmente chiamata “mid-lenting” (il corrispettivo della nostra “domenica di mezza Quaresima”) oppure… “mothering Sunday”: una definizione che non ha corrispettivi in Italiano, ma che sottolineava proprio la radicata tradizione di trascorrere la giornata nel proprio paese natio e nella propria chiesa battesimale.

Beh: per farla breve, Constance Adelaide si rimboccò le maniche e diede il via a una vera e propria campagna per trasformare la Mothering Sunday in una festa della mamma su scala nazionale… che però – a differenza del Mother’s Day americano – unisse un significato spirituale più profondo al “banale” festeggiamento laico.

E infatti, se guardiamo alle linee-guida della festa della mamma così come la voleva Constance Adelaide, cogliamo una dimensione spirituale ben marcata: nel giorno del Mothering Sunday, i fedeli sono invitati a pregare per tutte le famiglie, rendendo grazie a Dio per questa santa istituzione. Solo in second’ordine sono invitati a ringraziare personalmente anche i propri genitori; e se questi fossero già morti, il modo migliore per festeggiarli sarebbe pregare le loro anime, possibilmente visitando le loro tombe al cimitero.

E se posso permettermi un giudizio personale, una festa della mamma così concepita è molto, MOLTO più carica di significato, rispetto al banale “toh guarda sul calendario c’è scritto che è il giorno X, mo’ telefono alla mamma e le faccio gli auguri e siamo contenti”.

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Chissà cosa direbbe Constance Adelaide, nel vedere come si è evoluta in Inghilterra la festa della mamma. Il Mother’s Day cade ancor oggi nella Domenica Laetare, è vero, ma ha ben pochi legami con la bella commemorazione di matrice cristiana che la donna aveva lanciato cent’anni fa. È una festa commerciale come tante, ormai – e qualcosa mi dice che la sua fondatrice sarebbe decisamente delusa dagli esiti.

Nulla ci vieta però di essere noi a far rivivere ai nostri tempi la bella festa della Mothering Sunday!
Avete ancora ampio tempo a disposizione per stupire la vostra mamma con una telefonata di auguri – con morale – a sorpresa!

Tradizioni e folklore

La leggenda di Felik

Mentre gettavano nel camino l’ultimo ciocco di legna, ormai troppo deboli per sperare e troppo infreddoliti per farsi forza, gli abitanti di Felik se lo chiesero: ma chi era, veramente, quel povero viandante a cui avevano rifiutato asilo?
E prima di sprofondare, ad uno ad uno, in un torpore gelido, continuarono a domandarselo: chi era, per davvero?

Forse un santo pellegrino, che, sdegnato per l’accoglienza ricevuta, aveva invocato contro Felik la giusta rabbia di Dio?
Forse un angelo del Signore, come quelli che l’Onnipotente aveva inviato a Sodoma e a Gomorra per saggiare di persona l’egoismo e la malvagità del popolo?
Forse – addirittura – il mitologico Ebreo Errante, maledetto da Gesù e costretto a vagare per il mondo fino alla fine dei tempi, ma ciò nonostante protetto da una sorta di “marchio di Caino”?

Gli abitanti di Felik non ottennero mai la risposta, ma si addormentarono nell’angosciosa domanda: chi o che cosa era, l’uomo che avevano ostinatamente rifiutato?

***

La ricca città di Felik, sorgeva sulla vetta del Monte Rosa, nell’alta valle del torrente Lys. La leggenda assicura che sia realmente esistita; gli storici tentennano, non sapendo bene come esprimersi. Fatto sta che – a dar retta alla leggenda – Felik era una città prospera, e anzi opulenta, arrichitasi grazie ai traffici con le borgate delle valli vicine.
Ma gli abitanti di Felik cominciarono a peccare d’orgoglio.
Le modeste baite di montagna vennero via via trasformate in palazzi riccamente decorati, perché ognuno voleva mostrare di essere un gran signore. Le frugali cene con un po’ di polenta e brodo furono trasformate in grandiosi pranzi con decine di commensali, invitati a tavola con l’unica ragione di far vedere che “io sono ricco, posso permettermi di sprecare cibo”. Le valligiane abbandonarono la loro modestia proverbiale per sfoggiare vestiti sempre più sfacciatamente ricchi – e sempre più sfacciatamente nuovi. Gli uomini cominciarono ad adottare sotterfugi e trabocchetti per arricchirsi sempre di più – anche a scapito degli altri, se era il caso.

In un contesto come questo, ci sarebbe voluto un niente – davvero un niente – per spalancare la porta di casa al viandante intirizzito che chiedeva solamente un tozzo di pane.
E invece, no. Poiché “chi me lo fa fare”, e poi “non me ne viene mica niente”, e “ci manca solo che poi questo prenda l’andazzo e ritorni ancora”, “e comunque chissà che ha fatto, questo qua, per trovarsi in queste condizioni”, gli abitanti di Felik, ad uno ad uno, rifiutarono insistentemente di aiutare il pellegrino, anche solo tirandogli una crosta di pan secco da mangiare da solo oltre l’uscio della porta.
Nessuno diede peso allo sguardo solenne del viandante, quando l’indomani mattina, lasciandosi alle spalle le porte della città, mormorò “Dio Padre Onnipotente vi punirà per i vostri peccati”.
E nessuno diede peso nemmeno a quella pioggerellina gelata e fitta che cominciò a cadere di lì a poco. Del resto, era pieno inverno, sulle Alpi…

Ma la pioggia non cessò. Pian piano si trasformò in una sottile lastra di ghiaccio che ricoprì le strade di tutto il paese, impedendo agli abitanti di lasciare le case senza scivoloni;. E poi, pian piano, la pioggerellina si trasformò in neve, che cominciò a cadere fitta sui tetti, sulle strade, sui campi, sui fienili. E continuava a nevicare, e a nevicare, e a nevicare, e pian piano la neve cominciò a coprire tutto ciò che trovava intorno.

Prima sommerse i pollai e le conigliere, condannando a morte certa gli animali intirizziti. Poi coprì le legnaie vicino alle case, e gelò, e ai cittadini cominciò a scarseggiare il legno per far ardere il camino. Poi crebbe al punto tale da ostruire i valichi e bloccare tutte le vie di comunicazione; poi, lentamente, cominciò ad accumularsi al punto tale da sommergere pian piano tutte le case della città. Una mattina, gli abitanti di Felik aprirono gli scuri per scoprire che la neve era cresciuta al punto tale da coprire completamente le porte e le finestre.

L’ultimo a vedere la città di Felik fu il giovane curato, che cercò rifugio sulla punta del campanile. E quello che vide, una volta affacciatosi dalla torre campanaria, fu sufficiente per fargli venire un conato di vomito: l’intera città era interamente ricoperta da un enorme, mortale manto di neve ghiacciata. Dalla candida distesa bianca spuntavano solamente, qua e là, gli isolati fumaioli di qualche camino, dai quali fuoriusciva un fumo sempre più lieve e più debole.

Fissando inorridito quello spettacolo mortale, il sacerdote recitò a mezza voce un Miserere. Dal cielo, la neve continuava a cadere fitta.

***

Il ghiacciaio del Felik riluce sinistramente sotto i raggi della luna, sul versante sud del Monte Rosa, in territorio valdostano. I montanari che abitano a valle tramandano ancor oggi la leggenda per cui, avvicinandosi al bordo del ghiacciaio, sarebbe possibile sentire in lontananza i lamenti e i richiami delle anime dei dannati, intrappolate eternamente sotto lo strato di neve perenne.

Il ghiacciaio del Felik - click sull'immagine per accedere alla fotografia originale
Il ghiacciaio del Felik – click sull’immagine per accedere alla fotografia originale
Nota della storica: come tutte le leggende, anche questa ha probabilmente un fondo di verità. Con buona pace del riscaldamento globale, è noto a tutti gli storici – e anche a tutti i climatologi – come le temperature medie siano state molto più alte rispetto ad oggi, in un preciso periodo della storia che molti definiscono “optimum climatico medievale”. Era l’epoca in cui il Nord Europa era famoso per i suoi vitigni, e la Groenladia era per davvero quella “terra verde” cui fa eco il suo toponimo. Un brusco calo delle temperature si ha verso l’inizio del Trecento, dando il via a una “piccola era glaciale” che si è conclusa verso la metà dell’800.
Ma prima di questa mini-glaciazione, il clima europeo era, appunto, (decisamente molto) più caldo. È storicamente provato che sorgessero villaggi e cittadine di tutto rispetto in quelle vallate alpine (e non solo alpine) che oggi sono sommerse dai ghiacciai perenni. Leggende simili a quella di Felik sono probabilmente l’eco lontana di questi accadimenti, rimasti impressi nelle popolazioni alpine che, al mutare delle condizioni metereologiche, erano state costrette – fors’anche rapidamente e in maniera psicologicamente traumatica – ad abbandonare le loro case per insediarsi decisamente più a valle.
Personale · Tradizioni e folklore

Il Coso del Mistero, 6

Il 29 giugno 2014, il mio “uovo di San Pietro” pronosticava che, nel corso dei dodici mesi successivi, la mia vita sarebbe stata ben rappresentata da una donna semi-sdraiata a letto.
Se mi aveste vista il 29 giugno 2015 (non solo semi-sdraiata a letto dopo il mio intervento, ma addirittura costretta a riposare in quella precisa identica posizione, sollevata su più cuscini) avreste sicuramente concordato con me: anche quest’anno, l’uovo ci ha preso.

Aehm, mettiamo subito le mani avanti, ché sennò mi si turbano gli animi deboli: no, io non credo veramente di poter leggere il futuro grazie alle chiare d’uovo. Lo faccio per gioco, mi pare ovvio.
Lo faccio per gioco, perché mi piace tenere viva una vecchia tradizione contadina delle mie terre: quella per cui, nella notte tra il 28 e il 29 giugno, si espone sul davanzale della propria finestra una brocca d’acqua fresca in cui è stata fatta colare una chiara d’uovo. Durante la notte, i santi Pietro e Paolo compiranno il prodigio: ed ecco la chiara d’uovo rapprendersi, in una forma sempre diversa di anno in anno.

C’è chi assicura di vedere, in questa chiara d’uovo rappresa, una piccola barca a vela. Si tratta – secondo tradizione – della barca di San Pietro, che, proprio alla vigilia della festa a lui dedicata, ha voluto mostrare la sua vicinanza ai suoi fedeli.
Ma c’è chi assicura di vedere, nella chiara d’uovo rappresa, non la barchetta di San Pietro pescatore, ma bensì un pronostico per l’anno entrante.
Sì, insomma: a saper leggere bene questi segni, si potrebbe avere un indizio di ciò che ti aspetta da lì a dodici mesi.

Io non so leggere bene questi segni.
Ma voialtri lettori, apparentemente sì.

Ovviamente non ci credo, ma concorderete con me che siamo di fronte a una bizzarra serie di coincidenze:

Indubbiamente vale la saggia considerazione che “col senno di poi, son bravi tutti”… ma arrivati a questo punto, capirete anche voi che questo gioco si fa intrigante.
E così, per la sesta volta consecutiva, interpello voi e le vostre doti divinatorie: secondo voi, cos’è ‘sto coso?

Uovo 2015

Io, personalmente, non ci vedo un cavolo di niente, se non (lì, lassù, seminascosto in un angolino) un inquietante accenno alla maschera del “medico della peste”:

Medico peste uovo

Calcolando che quest’uovo divinatorio sembra essersi specializzato nel pronosticarmi malattie, adesso c’avrei pure una certa voglia di toccar ferro, ma, ehm… magari mi sbaglio!!
Magari voi siete in grado di leggere il futuro molto meglio di me!!

E quindi, anche quest’anno… cari amici: secondo voi, cos’è ‘sto coso?

***

P.S. A proposito di malattie predette dall’uovo: per tutti quelli che hanno chiesto, per tutti quelli che hanno pregato… grazie! L’operazione è andata!
Adesso sono in lenta ripresa (che forse sarebbe anche un po’ meno lenta se non avessi 34 gradi in camera da letto, ma siano rese eterne lodi all’inventore del Pinguino De Longhi e a chi me l’ha messo in casa)… ma comunque: grazie di tutto!
Un po’ acciaccata e ancora molto convalescente, ma… direi che sono tornata in pista!

Tradizioni e folklore

“I giorni della Merla”: una storia d’ammmmore in salsa pavese

Non so da voi, ma qui si crepa dal freddo. Quando mi sono alzata, stamattina, ho avuto la sorpresa di scoprire che gli alberi davanti a casa mia erano stati imbiancati da una spolverata di neve notturna. Direi che stiamo vivendo dei “giorni della merla” niente male, essendo i giorni della merla – come tutti i sanno – i tre giorni a cavallo tra gennaio e febbraio. I tre giorni più freddi dell’anno intero, a dar retta alla tradizione.

Come sia nata questa credenza, è (prevedibilmente) un bel mistero, come capita spesso e volentieri per le tradizioni di questo tipo. Se cercate su Google, verrete messi a parte della storia più nota: inverno freddissimo, una mamma merla coi suoi merlotti cerca riparo in un camino per proteggersi dal gelo, riesce effettivamente a sopravvivere, ma quando lascia il suo rifugio è ormai completamente sporca di fuliggine – nera da capo a piedi. “E da quel giorno”, dice la leggenda, “il merlo, che prima era bianco come una colomba, diventò nero com’è ancor oggi”. Questa è la storia più famosa, dicevo… ma non è l’unica. In effetti, in giro per il Nord Italia, sono fiorite col tempo tantissime leggende diverse, volte a giustificare il bizzarro nome dato a questo periodo dell’anno: “giorni della merla”.

La leggenda che preferisco (aehm) è ambientata nella mia Pavia, e identifica la merla non in un simpatico pennuto, ma in una giovane fanciulla appartenente alla nobile famiglia dei Merli. Che francamente non so manco se sia mai esistita, ma quantomeno “Merli” è un cognome tipico della zona fra Lombardia ed Emilia.

Narra la leggenda di un amore sfortunato – à la Romeo e Giulietta, tanto per capirci – fra la giovine di casa Merli e un baldo fanciullo di nome Tibaldo. La fanciulla – soprannominata “Merla”, in virtù del suo cognome – amava Tibaldo di amore sincero. Tibaldo ricambiava con passione i suoi sentimenti, e avrebbe dato la vita per poter fare di Merla la sua adorata sposa. Questa storia d’amore era funestata però da un piccolissimo contrattempo che ha nome “incesto”, nel senso che Merla e Tibaldo erano cugini di primo grado (in un’epoca storica in cui i cugini erano considerati alla stregua di fratelli).

Le famiglie (anzi: la famiglia degli innamorati) inorridivano al sol pensiero di un matrimonio, e quand’anche Merla e Tibaldo avessero osato sfidare l’autorità dei genitori, si sarebbero trovati di fronte a un problema non da poco. La consanguineità tra fidanzati è (ancor oggi; non solo nel Medio Evo delle leggende) un impedimento alla celebrazione del matrimonio religioso. Correggetemi se sbaglio (ma sono abbastanza certa di non sbagliare), ancor oggi un matrimonio celebrato fra due cugini primi è da considerarsi nullo, dal punto di vista del diritto canonico.

E quindi, che tocca fare a due cugini primi che vogliono convolare a giuste nozze (nel Medio Evo delle leggende, ma pure nell’Italia del 2015)? Se sono fermi nel loro proposito e intendono sposarsi in chiesa, i due cugini sono tenuti a chiedere una dispensa al proprio vescovo, il quale valuterà il caso e deciderà se accordare il suo placet ai colombelli. E infatti, l’intraprendente Tibaldo della nostra leggenda pavese aveva attraversato il Ticino per interpellare il suo vescovo.

E aveva insistito, e insistito: oh, se aveva insistito! Shakespeare sarebbe in grado di scrivere una tragedia intera sulle lacrime di Merla, sulla determinazione di Tibaldo, sui loro incontri clandestini nel buio della notte, sui loro sussurri di speranza e sui loro pianti di disperazione. Shakespeare tratteggerebbe a tinte cupe il controverso vescovo di Pavia, straziato dal dilemma di che cosa fare dei due giovani, oscillante fra la rigida rigorosità imposta dal suo ruolo e l’umano desiderio di aiutare un sogno d’amore.

Ma io non sono Shakespeare e repello il romanticismo con tutte le mie forze, quindi verrò subito al dunque: tra mille traversie e dopo mille suppliche accorate, Tibaldo e Merla si erano finalmente visti accordare il permesso di convolare a giuste nozze. Erano passati anni ed anni – forse anche decenni – dal giorno in cui si erano dichiarati per la prima volta il loro amore: e quando Tibaldo era tornato dalla sua bella, stringendo in mano la pergamena con cui il vescovo di Pavia accordava loro il permesso di sposarsi… beh: persino quel viril uomo tutto d’un pezzo aveva gli occhi lucidi di lacrime. C’erano stati pianti, e abbracci, e grida di gioia e di felicità incredula. I genitori dei due pulzelli, messi di fronte al placet vescovile, avevano benedetto a loro volta – e di buon grado! – l’unione tra i due giovani. E così erano cominciati i preparativi per le nozze.

Il matrimonio (credo per ragioni narrative della leggenda, più che per ragioni di diritto canonico) doveva obbligatoriamente essere celebrato dal vescovo in persona. Il vescovo risiedeva da una parte del Ticino (o alternativamente, del Po. Le fonti non concordano). La coppietta innamorata abitava al di là del fiume. La Messa nuziale era stata fissata proprio per il giorno d’oggi – e anche quell’anno, a Pavia, il 30 gennaio faceva un freddo boia. Precisamente, faceva così freddo che il Ticino (oppure il Po) era diventato un’unica, immensa lastra di ghiaccio (…ellamiseria). (Ma la leggenda assicura che le cose sono andate proprio così, quindi prendiamolo per buono).

Attraversando il ponte sul Ticino per andare a sposarsi in duomo, i fidanzatini innamorati avevano sgranato gli occhi, vedendo quello spettacolo così incredibile e meraviglioso pararsi sotto di loro. Sembrava quasi che Dio avesse voluto regalare loro uno spettacolo mai visto, come dono di nozze per quel matrimonio che era stato rimandato troppo a lungo. Di fronte a una location così inaspettatamente spettacolare, gli sposi di oggi entrerebbero in visibilio pregustando un sacco di fotografie fiabesche per il loro costoso album di nozze. Più prosaicamente, dopo aver celebrato il matrimonio che coronava il loro fidanzamento decennale, Merla e Tibaldo erano così (comprensibilmente) su di giri che avevano deciso di fare una piccola follia: “prima di andare a casa per festeggiare coi parenti”, si erano detti, “torniamo bambini per un istante! Andiamo a pattinare sul Ticino ghiacciato!”.

E quel giorno, il Borgo di Pavia si immobilizzò alla vista di uno spettacolo inusitato e meraviglioso: una donna raggiante, bellissima e perfetta nel suo abito da sposa, che pattinava sul fiume ghiacciato, stretta nelle braccia amorose di suo marito. Persino un cuore di pietra come il mio, si sarebbe commosso di fronte a cotanto amore e a tante promesse per il futuro! (Forse).

Sennonché. Si udì prima uno scricchiolio, ma i due ragazzi non ci badarono, troppo presi dal loro entusiasmo. Lo scricchiolio diventò più forte, ma i due sposini si stavano sussurrando all’orecchio svenevoli parole di appassionato amore, e neppure ci fecero caso. Sì aprì una piccola crepa nel ghiaccio, ma i due dementi erano troppo presi a perdersi negli occhi l’uno dell’altro, e anche in questo caso… nisba. E poi, il ghiaccio che ricopriva il fiume si spaccò completamente, e la sposina innamorata precipitò nelle acque gelide del fiume, venendo portata via dalla corrente che, sotto lo strato di ghiaccio, ancora scorreva impetuosa.

Per tre giorni e per tre notti, Tibaldo rimase inginocchiato vicino alla crepa apertasi sul ghiaccio (…furbo pure lui, eh…) piangendo disperato la morte della sua bella. E questa, secondo i Pavesi, è la vera storia che sta dietro alla tradizione dei (tre) “giorni della Merla”.

Saranno pure matti, i Pavesi, ma io li amo alla follia.

Tradizioni e folklore

[Pillole di Storia] Predire il futuro, nella notte di Sant’Andrea

Se c’è in linea un qualche Andrea: auguri di cuore per il tuo onomastico!
Sant’Andrea – che cade oggi, il 30 novembre – è una festa a cui, in effetti, sono da sempre piuttosto legata. Per me, segna l’avvio dell’inverno e della stagione natalizia: il 30 novembre è il giorno in cui, a casa mia – indipendentemente dall’inizio dell’Avvento in senso liturgico – la mamma tirava fuori un calendario dell’Avvento nuovo fiammante, e lo appendeva in posizione privilegiata nell’ingresso di casa. Dall’indomani mattina, sarebbe stata una piccola festa quotidiana protratta sino al Natale: ogni giorno una finestrella da aprire, una sorpresina da scartare.
Abbastanza comprensibile, che il 30 novembre sia uno dei miei giorni preferiti sul calendario!

Tuttò ciò, per mettervi a parte di una notizia abbastanza sorprendente: questo mio speciale riguardo per la festa di S. Andrea è (stato), in realtà, comune a un sacco di altre persone al mondo!

L’avreste mai detto?
Forse no.

Insomma: al giorno d’oggi, non è che il 30 novembre sia una data particolarmente significativa. Semmai, qualcuno tira giù gli scatoloni con le decorazioni di Natale e comincia a studiare l’allestimento del presepe, ma niente di più – e invece, nel passato, la festa di S. Andrea era un giorno davvero speciale, che dava il via ad un turbinio di eventi (S. Nicola, S. Lucia, S. Tommaso Apostolo…) che avrebbero condotto, pian piano, alla vigilia di Natale.

Nello specifico, il giorno di S. Andrea era vissuto, in molte aree d’Europa, come un momento scherzoso, carnascialesco. Un po’ come accadeva in occasione della festa di S. Nicola, anche a S. Andrea il popolino poteva sbizzarrirsi giocando ad un grottesco ribaltamento di ruoli: nello specifico, il 30 novembre le donne indossavano le brache e gli uomini si rassegnavano a girare in gonnella, in un clima di licenziosa allegria che perdurava fino a mezzanotte.

…e a mezzanotte?
Beh: a mezzanotte aveva inizio la magica notte di S. Andrea – una notte in cui, secondo la credenza popolare, era possibile prevedere il futuro!
Ma non un futuro a caso, oh no: questa notte di magia è esplicitamente rivolta alle giovani fanciulle in età da marito, che desiderano conoscere il nome (…o almeno qualche interessante informazione a latere) del loro futuro sposo.

Signorine che mi leggete: siete intenzionate a tentare la sorte?
Benissimo: ecco a voi – in diretta dal folklore del centro-Europa – alcune metodologie da usarsi alla bisogna.

Tecnica numero uno: cara vecchia ovomanzia

Per giustificare questa bizzarra coincidenza sarei tentata di tirare in ballo l’inconscio collettivo.
Avete presente la cara, vecchia, barca di San Pietro che si forma nei filamenti di un bianco d’uovo lasciato a rapprendersi in una boccia d’acqua fredda?
Ecco: la barca di San Pietro è una tradizione pedemontana; se oltrepassiamo le Alpi e arriviamo in Germania, ci troviamo di fronte ad una tradizione esattamente identica che, però, non fa riferimento a San Pietro… bensì a suo fratello: Andrea.
Il meccanismo è il solito: prima di andare a letto, versi una chiara d’uovo in una boccia d’acqua fredda, la metti sul balcone, e al mattino dopo scoprirai che l’uovo s’è rappreso. Chi riuscisse a interpretare correttamente la forma assunta dalla chiara d’uovo, riceverebbe un indizio sul lavoro del suo futuro sposo.

Tecnica numero due: idem, con piombo fuso

Prendi del piombo, lo fai fondere, e lo versi nella brocca d’acqua. Stessa procedura di cui sopra: rapprendendosi, il piombo assumerà una determinata forma, riconducibile a un determinato attrezzo di lavoro. Starà poi all’indovina dare a questa forma la corretta interpretazione, per scoprire se il suo futuro sposo è individuo abituato a lavorar di vanga… o di piuma d’oca!

Tecnica numero tre: cuori sospinti dalla corrente

Questa tecnica funziona bene solo se hai già dei forti sospetti – tipo: “chissà come finirà, con quel ragazzo che mi piace e che sembra proprio farmi la corte?”.
La divinazione avviene così: si raduna in una stanza un gruppetto di ragazze; a ognuna di loro viene assegnato un guscio di noce. I gusci di noce sono in numero doppio rispetto al numero di ragazze: ad ognuno gusci in soprannumero viene associato il nome di un possibile pretendente (magari, scelto a caso fra i coscritti del paesello).
Le ragazze scrivono il proprio nome dentro al “loro” guscio di noce, e poi tutti i gusci – di maschi e femmine contemporaneamente – vengono deposti in una tinozza piena d’acqua. Galleggiando sulla superficie liquida, i gusci pian piano si sposteranno. Il ragazzo e la ragazza i cui gusci si avvicineranno fino al punto da toccarsi, saranno una nuova coppia che nascerà entro l’anno.

Tecnica numero quattro: sodo come il legno, o rugoso come la corteccia?

Metodologia piuttosto semplice: nella notte di S. Andrea, la ragazza da marito si avvicina ad occhi chiusi alla catasta di legna da ardere. Io a questo punto mi sarei già inciampata nei miei piedi sbattendo il naso sulla catasta, ma la fanciulla del folklore sassone arriva al traguardo indenne – dopodiché stende una mano verso la catasta, punta il dito contro un pezzo di legna rigorosamente senza guardare…
…e poi, guarda.
Se, ad occhi chiusi, ha puntato il dito verso un pezzo di legna fresco e dritto, ciò significa che il suo futuro sposo sarà un giovane sodo e di bell’aspetto.
Ma – ahi – se la fanciulla ha indicato un pezzo di legna nodoso e ricurvo, così sarà anche il suo futuro marito. Vecchio, ingobbito, e pieno di rughe.

Tecnica numero cinque: la porno-divinazione

Ne avevo già parlato anni fa.
Ma, decisamente, è una tecnica che merita di esser ri-raccontata.
Funziona così: nella notte fra il 30 novembre e il 1° dicembre, la fanciulla da marito chiude la stanza a chiave e prepara una bella cenetta a lume di candela per sé e per il suo futuro coniuge. Apparecchia la tavola, prende un boccale d’acqua e uno di vino, e poi riempie due bicchieri di vetro: uno di acqua, e uno di vino.
Dopodiché, si denuda, e invoca mentalmente sant’Andrea.
Sant’Andrea, come per magia, esaudisce il desiderio della fanciulla – ed ecco, risucchiato da un vortice spazio-temporale, il suo ignaro futuro sposo viene teletrasportato davanti alla ragazza.
Che, sottolineerei, è ignuda.

Cosa fa il baldo giovane di fronte alla vista dell’avvenente fanciulla sua futura sposa, nuda come un verme e chiusa in una stanza vuota nel buio della notte?
Ovviamente, corre al tavolo da pranzo e saggia le bibite nella caraffa. Senza minimamente filarsi la sua ammiccante fidanzata nuda, contempla la brocca di vino e la caraffa d’acqua, e poi sceglie con che cosa dissetarsi. In tal maniera, la ragazza ha modo di conoscere non solo il viso, ma anche il conto in banca del suo futuro sposo: il giovane che sorseggerà il vino sarà un cittadino benestante; il giovane che preferirà l’acqua sarà un contadino senza grandi mezzi.

In ogni caso, il giovane è stato teletrasportato di fronte alla fidanzata ignuda al solo scopo di bere a sbafo: dopo aver sorseggiato la sua bevanda, nuovamente scomparirà nel nulla lasciando la fanciulla ignuda, frustrata e attonita. Ma un po’ più consapevole del suo futuro, che è già qualcosa.

‘nsomma: fanciulle nubili che mi leggete; qui vi ho dato i mezzi, adesso sta a voi tentare la sorte.
Se qualcuna di voi prova una di queste tecniche e, ehm, ha successo… mi faccia sapere!

Quanto a me, credo che, in questa magica notte di S. Andrea, mi accontenterò più prudentemente di perdermi nella danza della fiammella, che, sola soletta, illumina debolmente il mio candelabro dell’Avvento…