L’antica festa di Sant’Andrea

È un felicissimo dono del destino, il fatto che il 30 novembre sia, a casa nostra, una data importante.
In famiglia, molto banalmente, ricordiamo un compleanno. Epperò, questo nostro essere in un clima di festa tiene in qualche modo viva una tradizione che, un tempo, era comune a molti popoli europei. E cioè, quella per cui il “periodo di Natale” inizia proprio i 30 novembre.

Non parlo, ovviamente, di tempo liturgico, né tantomeno di Avvento in senso proprio. Parlo di quel mood natalizio fatto di folklore, tradizioni popolari, vecchie credenze e antichi costumi, che da sempre si accompagna alle festività invernali.
Embeh: in moltissime aree d’Europa, il D-Day a partire dal quale si entrava in questo clima di festa era proprio il 30 novembre, memoria liturgica di Sant’Andrea.

Sant’Andrea, tanto per cominciare, non è il primo che passa. Tra gli apostoli di Gesù, è forse uno dei più famosi; inoltre, è il santo patrono di un mucchio di nazioni, tra cui Scozia, Russia, ex-Prussia, Ucraina, Romania. Insomma, il suo culto è diffuso.

La memoria liturgica cade il 30 novembre, e il 30 novembre è ovviamente l’ultimo giorno prima del mese di dicembre – anche a livello simbolico, questa data riveste già di per sé un significato mica da poco: siamo alla vigilia di quel lungo mese che pian piano ci porterà al Natale. L’Avvento è probabilmente già iniziato, oppure inizierà a brevissimo: ma la cosa bella del giorno di Sant’Andrea è che, pur trattandosi di una festa religiosa importante, è una festa religiosa in qualche modo “non regolamentata”, che si pone un po’ al di fuori dei rigidi ritmi liturgici dell’Avvento. Non stiamo parlando di una “Domenica Gaudete” o di una solennità, insomma: stiamo parlando della memoria di un santo, che casualmente va a cedere in questo clima di festa dicembrino.
È un po’ la stessa cosa che è successa a San Nicola e a Santa Lucia. Santi importanti nel martirologio, che, per il fatto stesso di “cadere” in un periodo così felice, hanno ricevuto un trattamento particolare da parte del folklore.

Sant’Andrea, che evidentemente è un pitocco, a differenza dei suoi colleghi non ha mai portato regali ai bambini. Epperò, ecco un utile vademecum di attività che d’ora in poi potrete svolgere nel giorno di Sant’Andrea, per onorare questo giorno… con festeggiamenti d’antan.

Uno. Improvvisati ghostbuster di streghe

Per antica tradizione, in Austria, nel giorno di Sant’Andrea, le donne prendono d’assalto il più vicino albero di albicocche, strappando piccoli rametti spogli che poi – non appena tornate a casa – sistemeranno in un vaso da fiori ricolmo d’acqua. Tempo un mesetto, e da quei rametti tenuti a mollo sarebbero nati dei piccoli germogli – e proprio con quei germogli le donne austriache avrebbero adornato i loro abiti da festa, nel momento di recarsi in chiesa per la Messa di Natale.
Ma a parte il dettaglio fashion, questa pratica aveva un utile risolto positivo. Grazie all’intercessione prodigiosa di Sant’Andrea, le donne adornate con i germogli dell’albicocco sarebbero state insignite di un potere straordinario: e cioè, individuare con certezza eventuali streghe presenti in chiesa nel giorno di Natale.
Nello specifico, Sant’Andrea avrebbe concesso loro il potere di vedere le streghe per come realmente erano vestite. Invece di coprirsi il capo in luogo sacro con un berretto, un cappello, un velo da Messa, le streghe – in segno di scherno – entravano in chiesa indossando a mo’ di copricapo… un secchio.
Magicamente trasformato in cappello agli occhi di tutti i presenti, naturalmente, ma non agli occhi di chi indossava quel giorno il germoglio magico dell’albicocco della festa del Santo.

Due. Rovina per sempre la vita dei tuoi figli con l’Effetto Pigmalione

Avete presente l’effetto Pigmalione, aka “la profezia autoavverantesi”? In psicologia, è quella forma di auto-suggestione per cui le persone tendono a confermarsi all’immagine mentale che altri individui hanno di loro.
Il tuo capo al lavoro ti considera un lavativo buono a nulla? È statisticamente probabile che il tuo rendimento tenderà gradualmente a calare, se non altro perché quel clima demotivante non incentiva a dare il massimo.
Ti sei appena iscritto in palestra, e il personal trainer pompa ogni giorno il tuo ego urlando “sei un grande! Guarda che progressi! Non fermarti! Ancora uno sforzo”? Probabilmente, finirai col crederci tantissimo, dedicandoti all’allenamento con tale e tanta dedizione da diventare effettivamente un palestrato.

Ecco, benissimo: la festa di Sant’Andrea è un buon momento per instillare nella tua famiglia il germe del pregiudizio.
In Romania, per antica tradizione, le donne facevano esattamente la stessa cosa delle loro colleghe austriache: staccavano ramoscelli di albero da frutto, uno per ognuno dei loro figli, e poi li mettevano a mollo in un vasetto d’acqua.
Il ramoscello del figlio fortunato (quello destinato a far soldi e a diventare Qualcuno, insomma) sarebbe fiorito per primo. Gli altri figli, coi ramoscelli non ancora fioriti… beh: peggio per loro.

Tre. Tira lenticchie in testa al tuo vicino di casa

Ehm. Nel sud della Germania, i bambini lo facevano davvero. In questa e in altre notti del periodo d’Avvento, vagavano di casa in casa intonando canti natalizi. Il loro stratagemma per attirare l’attenzione degli abitanti della casa era senz’altro molto singolare: invece di bussare alla porta, ‘sti teppistelli scaricavano una granguola di lenticchie contro i vetri delle finestre.

Quattro. Comincia a pregare come un pazzo

È consuetudine che, nel giorno di Sant’Andrea, i devoti inizino a recitare una novena. “E grazie al cavolo” mi direte voi: anche oggi è in voga l’abitudine di iniziare una novena il 30 novembre – in vista della festa dell’Immacolata Concezione, ovviamente.
Altrettanto ovviamente, però, la festa dell’Immacolata Concezione è una introduzione relativamente recente. Nei secoli passati, la novena di preghiera che prendeva il via nella festa di Sant’Andrea non terminava affatto l’8 dicembre… ma andava avanti ininterrotta fino alla Vigilia di Natale.
Una “mega novena” che durava quasi un mese, ‘nsomma, e che, secondo la credenza popolare, includeva un bonus fedeltà per i devoti più appassionati. Chi, in richiesta di grazie, avesse recitato la novena quindici volte al giorno, ogni giorno, dal 30 novembre alla Vigilia di Natale, avrebbe avuto la certezza quasi matematica di vedere il suo desiderio avverarsi.

Il testo è inglese perché anglosassone è la tradizione, ma, per chi volesse lanciarsi in questa devozione, potete trovare lo schema di preghiera qui:

Novena Natale 30 novembre

Cinque. Balla coi lupi!

In Romania, Sant’Andrea è tradizionalmente considerato il protettore dei lupi – probabilmente, a causa di una festa pagana preesistente che cadeva proprio in questi giorni. E insomma, è credenza che il santo apostolo, per aiutare i suoi amici lupi a superare il rigore del freddo inverno che è alle porte, conceda loro, nel giorno della sua festa, alcuni poteri straordinari.
Uno, di indubbia utilità, è catturare in un sol giorno tutte le prede di cui hanno bisogno per sopravvivere fino alla primavera.
L’altro – del quale secondo me i lupi farebbero anche volentieri a meno – è di parlare la lingua umana.
Non so francamente cos’abbia da dire un lupo a un umano di passaggio, ma, nel caso, provate a far due chiacchiere col vostro cagnolino. Metti mai che vi risponda.

Sei. Comprati un vestito nuovo!

Nel nord della Boemia, il 30 novembre era una festa importante, durante la quale molti lavoratori godevano di un giorno di riposo. Così accadeva anche alle ragazze che lavoravano nelle filande – e che, spesso, abitando lontano dalla famiglia, non potevano tornare a casa; dunque, trascorrevano il giorno di festa all’interno dello stabilimento di lavoro.
Senza lavorare, ovviamente – o meglio: senza lavorare, a meno che non lo volessero. Per lunga tradizione, le lavoratrici, quel giorno, potevano decidere di lavorare per se stesse: e cioè, sfruttare la materia prima messa a disposizione dal datore di lavoro per filare stoffe pregiate, da tenere per sé. E con cui confezionarsi poi un caldo abito all’ultima moda.

Sette. Trasformati in un paladino della fluidità di genere – per un giorno.

In vaste aree dell’Inghilterra, Sant’Andrea è considerato il patrono dei fabbricanti di merletti; sicché, come Dio comanda, i merlettai si astenevano dal lavoro nel giorno di festa del loro santo protettore. E, come spesso accade in occasione delle feste comandate, dopo una rapida toccata-e-fuga in chiesa si abbandonavano a una vasta serie di festeggiamenti licenziosi, comprensivi di bagordi, ubriachezza e carnascialeschi cambi di sesso. In una sorta di party in maschera, le donne si vestivano da uomini, atteggiandosi a “capofamiglia per un giorno”, e viceversa.

Otto. Cattura gli assassini!

Conoscete qualcuno morto in circostanze sospette, e desiderate scoprire l’identità del suo assassino? I Rumeni conoscono un metodo invincibile per farlo: tutto sta nel recarsi al camposanto, nel giorno di Sant’Andrea, e posare un secchiello di acqua benedetta sulla tomba del defunto. In questo secchio vanno gettate alcune monetine – forse retaggio di un qualche pagano sacrificio agli dei – mentre i presenti recitano alcune preci rivolte proprio al santo del giorno.
Ed ecco che il prodigio non tarderà a compiersi: la superficie dell’acqua si incresperà, svelando, a mo’ di identikit, il volto dell’assassino.

Nove. Scopri se è il caso di cominciare a organizzarti il funerale

Vi sentite poco bene, e/o avete un’indole disfattista? Ecco un metodo infallibile per scoprire se sarete ancora in vita fra 365 giorni: il 30 novembre, prima di andare a letto, fate sul vostro comodino un mucchietto appuntito di farina, a mo’ di montagnetta.
Se l’indomani mattina la montagnola di farina sarà crollata: brutte notizie, non arriverete vivi al 30 novembre 2018.
Se invece è rimasta in piedi, tutto ok: avete almeno altri dodici mesi da vivere!

Dieci. Lega a te l’uomo dei tuoi sogni!

Nella loro raccolta di storie del folklore tedesco, i fratelli Grimm ci mettono a parte di una antica credenza popolare secondo cui le ragazze da marito possono, nella notte di Sant’Andrea, compiere un rito d’amore per legare a sé l’uomo che sono destinate a sposare.
Il rituale prevede questo: nella notte più magica dell’anno, si apparecchi la tavola per due, con l’unica accortezza di non usare forchette. Magicamente, alla mezzanotte, un uomo meraviglioso verrà come teletrasportato in quella cenetta a lume di candela: e sarà una notte di chiacchiere, e di amore, e di dolcezza, terminata la quale “lui” si allontanerà, lasciando alla fanciulla un pegno del suo sentimento. Un piccolo oggetto che la ragazza dovrà custodire con cura: perché, se quel talismano d’amore sarà effettivamente conservato, un giorno l’amato tornerà – e questa volta sarà “per sempre”.
Ma attenzione: l’amato non dovrà mai vedere quel pegno di amore custodito dalla sua bella. Se questo dovesse accadere, lui scoprirebbe di essere stato raggirato: di essere vittima di un crudele incanto d’amore, di essere stato pilotato fin dall’inizio.
E, a quel punto, non c’è incantesimo che tenga: la poesia finirebbe, e così anche la storia d’amore. Proprio come in una fiaba – non necessariamente a lieto fine.

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Henryk Siemiradzki, “La notte di Sant’Andrea”, 1867

“Ma quanto durerà ancora questo caldo atroce?”: le previsioni meteo dei Santi

Gente: non so voi, ma io nun je la faccio più. ‘sto caldo ingiusto mi fa crollare la pressione, mi riduce a uno straccio, mi toglie l’appetito (e globalmente la voglia di vivere), mi stronca come non mai.
Dopo aver appurato che le previsioni meteo per il prossimo weekend danno massime attorno ai 38 gradi, mi sono detta: ok, non posso farcela, ho bisogno di un santo a cui votarmi.
E allora ho cercato il santo a cui votarmi, no?
Ci sarà pure un santo patrono contro le ondate di caldo, no?
Abbiamo patroni per i dormiglioni (San Vito), per la gente brutta (San Drogo), per la gente che ha paura dei morsi di vespa (San Friario), abbiamo persino una santa per lenire i fastidi del dopo-sbornia (Santa Bibiana)… ce l’avremo senz’altro, un santo da invocarsi contro le ondate di caldo tropicale, no?
No??
No.

A quanto pare, fino a qualche tempo fa, la gente sopportava abbastanza di buon grado le ondate di caldo anomalo, perché tendenzialmente facevano bene ai raccolti – a patto che piovesse. Abbiamo santi contro la siccità, ma non santi contro il caldo.
E quando abbiamo smesso di dipendere dal caldo per portare a casa uno stipendio, la venerazione popolare si è spostata direttamente verso l’inventore dell’aria condizionata, che Dio lo benedica.

E quindi, tant’è.
Se siete al corrente dell’esistenza di un santo da invocarsi per far scendere le temperature, fate un fischio ché qui incomincio subito una novena. Ma fino a prova contraria, io non ho notizie di santi che portino il fresco in sé e per sé. Ci sono santi che portano il bel tempo, ci sono santi che portano la pioggia, ma santi capaci di abbassare le temperature… no. Mission impossibile pure per le schiere celesti, a quanto pare.

Il massimo aiuto che possiamo sperare di ottenere dal Cielo in questo drammatico frangente, è più che altro sulle linee di “sappi di che morte devi morire”. Ovverosia: se non esistono santi deputati a far scendere le temperature, esistono santi cui la tradizione popolare attribuisce il potere di… fare previsioni meteo ad ampio raggio.
Avete presente il detto “quando vien la Candelora, dall’inverno siamo fora”? Ecco, qualcosa del genere: da tempo, la tradizione popolare ritiene che, dalle condizioni meteo di determinati giorni dell’anno, sia possibile trarre previsioni per il clima dei mesi a venire.

Embeh: in assenza di meglio, vediamo dunque quali sono i santi capaci di dirci qualcosa di più sulle sorti di questa rovente estate.
Meglio che niente, ahò. Alla peggio, mi faccio un biglietto di sola andata per la Groenlandia e tanti saluti.

San Medardo: 8 giugno

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Già noto su questi schermi (e già caro alla qui presente blogger) per il suo singolare ruolo di patrono contro il mal di denti, San Merdardo di Noyon è, di per sé, il protettore contro i temporali. Il “perché” risiede in un passaggio della sua agiografia, laddove il santo vescovo, sorpreso da un violentissimo acquazzone, viene miracolosamente protetto dalla pioggia da un’aquila gigantesca che si libbra in volo sopra di lui, dispiegando le sue ali, e… facendogli da ombrello.
In Piccardia, dove san Medardo gode di particolare venerazione, è diffuso un detto popolare (variamente noto anche in altre zone della Francia), per cui

S’il pleut le jour de Saint Médard,
il pleut quarante jours plus tard

Ovverosia: se piove e fa brutto tempo durante la festa liturgica di San Medardo, certamente farà brutto tempo anche quaranta giorni più tardi (e cioè il 18 luglio).
Non che la promessa di un acquazzone a metà luglio ci sia di grande aiuto nella contingenza, ma di nuovo: sempre meglio che niente.

Ho speranzosamente googlato informazioni meteo su che tempo facesse a Torino l’8 giugno passato. Niente pioggia ahimè, ma minime di 13 e massime di 23 gradi (!!). Non so voi, ma io ci metterei la firma: Medà, ti prego, non deludere le mie preghiere.

Santi Gervasio e Protasio: 19 giugno

Santi_Gervasio_e_Protasio

Questa è facile: la loro festa ricorreva ieri, e, non so da voi, ma ieri, qui a Torino, si è tornati a respirare per la prima volta dopo giorni.
(Oggi si crepa di nuovo).

Le ragioni per cui i due martiri milanesi siano tradizionalmente associati con le previsioni meteo (in Francia e non in Lombardia, perdipiù!) sono avvolte nel mistero.
Fatto sta che i nostri cugini d’Oltralpe sono convintissimi del loro potere: S’il pleut le jour de Saint Médard, il pleut quarante jours plus tard, ma la filastrocca va avanti affermando incontrovertibilmente:

S’il pleut le jour de Saint Gervais et de Saint Protais,
il pleut quarante jours après.

Idem come sopra, insomma.
E come sopra: ieri, a Torino, non ha piovuto, ma io mi aspetto minimo minimo un’ondata di aria fresca fra trentanove giorni.
(Sigh).

I Sette Dormienti d’Efeso: 27 giugno

seven-sleepers-icon

Amo la leggenda dei dormienti d’Efeso, i sette amici che tentano di scampare alla persecuzione anticristiana dell’imperatore Decio chiudendosi in una grotta nei pressi del monte Celion. Dopo una notte di paura, uno di loro esce per procurarsi un po’ di cibo, ed ecco la sorpresa: i sette non avevano dormito – come credevano – per una notte sola, ma per più di duecento anni.
Testimonianza della resurrezione dei corpi, i sette dormienti raccontano ai fedeli la loro storia, e poi tornano ad immergersi nel loro sonno senza tempo. Leggenda vuole che siano destinati a dormire fino all’Apocalisse, nell’attesa del mondo che verrà.

Orbene: nella Germania del Sud è viva una tradizione per cui, se nel giorno della festa dei Sette Dormienti, il clima è fresco, altrettanto freschi saranno i due mesi a venire.
Alcune pagine, tipo questa, sostengono che ci sia un fondo di verità dietro a questo proverbio. Statisticamente, se, negli ultimi giorni di giugno, in Germania del Sud il clima è fresco e mite, c’è un 60-70% di probabilità che anche i mesi a venire non siano troppo afosi. Sarà questione di correnti d’aria e di anticicloni, boh: fatto sta che questo antico detto pare prenderci abbastanza.

Per la cronaca, le previsioni meteo per Monaco di Baviera danno un brusco calo di temperature proprio tra il 26 e il 27 giugno.
Voglio crederci.

Santa Godeliève: 6 luglio

Godelieva

Questa è una santa che in genere riscuote un certo successo di pubblico, perché è la patrona delle donne che hanno problemi con le suocere.
Diciamo che meditare la vita di Godeliève riesce sicuramente a mettere in prospettiva le piccole beghe familiari della nuora-media. La santa francese, nata da nobile famiglia attorno all’anno 1000, viene data in sposa a un certo Bertolf di Ghistelles, sempre che di “matrimonio” si possa veramente parlare: Godeliève dice il suo “sì” in uno sposalizio per procura, in cui è la suocera a fare le veci di Bertolf, lontano per una campagna militare. Tornata a casa, la donna rinchiude Godeliève in una cella, e anche quando Bertolf fa il suo ritorno l’ingombrante presenza di mammà causa nel rapporto  tensioni tali che il matrimonio non viene mai consumato. A un certo punto Godeliève scappa di casa; Bertolf la insegue giurando di cambiare; e infatti mostra d’esser cambiato così tanto, che, alla prima occasione utile, la strangola per sposare una che sia più gradita a mammina.
Finalmente morta e liberatasi da ‘sta famiglia di pazzi, Godeliève comincia a prodursi in innumerevoli miracoli, fra cui – a quanto pare – numerosi prodigi di natura meterologica. Far piovere per rinverdire i raccolti, cose così.

La data della morte di Godeliève è sempre stata incerta: inizialmente fissata al 6 luglio, è stata sposata al 30 dello stesso mese nell’ultima revisione del Martirologio. Con buona pace della Congregazione per il Culto Divino, la tradizione popolare rimane ancorata alla festa antica – e così, le condizioni meteorologiche in essere al 6 luglio sono considerate “uno specchio” di quelle dell’estate a venire.

Un’altra tradizione popolare sostiene che la fanciulla single che prega Santa Godeliève alla vigilia della sua festa otterrà in dono il privilegio di conoscere il nome del suo futuro sposo.
Speriamo che non si chiami Bertolf.

San Swithun: 15 luglio

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Vi dico solo che ho scoperto l’esistenza di San Swithun preparando uno dei miei primi esami di Storia della Chiesa, al capitolo “Miracoli punitivi”. È un tosto, l’amico!

Swithun fu vescovo di Winchester fino alla sua morte, avvenuta nell’862. Sentendosi avvicinare la fine, il santo ordinò che il suo corpo fosse inumato nella nuda terra, all’esterno della chiesa, “dove potessero percuoterlo il piede del passante e le gocce di pioggia dal cielo”. Un estremo gesto di umiltà che non fu gradito dal vescovo eletto dopo di lui, il quale – nella pia convinzione di star tributando giusti onori al suo santo predecessore – ordinò che le reliquie fossero traslate all’interno della chiesa e allocate in un adeguato reliquiario, per esporle alla venerazione dei fedeli.
Apriti cielo (è proprio il caso di dirlo).
In segno di protesta verso quest’attenzione non richiesta, Swithun – a dar retta all’agiografia – scatena quaranta giorni di pioggia ininterrotta.
Ma forte, eh!
Grandine, brutto tempo, gelate, venti freddi: non ce n’era per nessuno. Raccolti devastati, lattanti intirizziti, animali senza più cibo… un disastro.

Da lì, la tradizione popolare che lega Swithun alle previsioni meteo. Se, da un lato, il vescovo di Winchester è quello da pregare perché finisca un’ondata di freddo, d’altro canto si ritiene che un calo di temperature il 15 luglio – giorno della traslazione delle sue reliquie – sia da interpretarsi come un sicuro segno di maltempo per i quaranta giorni a venire.

Secondo Wikipedia, c’è pure una base scientifica dietro a questa leggenda:

Verso la metà di luglio la corrente a getto si pone in un corso che rimane, nella maggior parte degli anni, ragionevolmente stabile fino alla fine di agosto. Quando questa corrente si trova a nord delle isole britanniche, l’alta pressione è in grado di penetrarvi, mentre quando si trova a sud o attraverso le isole britanniche, l’aria dell’Artico e il sistema meteorologico atlantico sono predominanti.

Sperem

Frattanto, io credo di far cosa gradita a tutti voi indicando il santo che, a mio giudizio, può essere il più adatto a cui chiedere aiuto in questo momento specifico.
Non so voi ma io sono risoluta a pregare con intensa devozione San Lebuino di Deventer, invocato per dare sollievo alle sofferenze degli agonizzanti: a occhio e croce, direi che più o meno siamo lì.

[Ma che sant’uomo!] La miseranda storia di Santa Thaney

Secondo John Durkan della Scottish Catholic Historical Association, santa Thaney potrebbe essere definita “il primo caso noto di una donna scozzese vittima di stupro e di violenza domestica, nonché ragazza madre”.
Iniziamo bene.

Mettiamo le mani avanti e diciamo subito che santa Thaney, con ogni probabilità, non è mai esistita. E se anche fosse esistita, possiamo tranquillamente e ragionevolmente augurarci che le cose le siano andate un po’ meno peggio di quanto racconti la sua leggenda. Il martirologio delle isole britanniche, in effetti, è pieno di strane leggende agiografiche riguardanti personaggi tra i più bizzarri, a cui vengono attribuite azioni che hanno più del “magico” che non del “miracoloso”. Vi dico solo che in questa storia vedremo comparire Mago Merlino (!), Re Artù (!) e i cavalieri della Tavola Rotonda (!), e questo dovrebbe bastare per lasciarvi intendere quanto poco credito vada dato alla veridicità di questa “agiografia”.
Però, queste “agiografie” sono così fantasticamente buffe e leggendarie da piacermi in modo folle. E siccome un po’ di suspance non guasta mai, vi lascio con l’interrogativo: come vedrete se continuate a leggere… queste strane storie di santi non piacciono solo a me.

Ordunque, torniamo alla nostra povera santa Thaney, che gli storici scozzesi ci hanno presentato come una specie di pora disgraziata, che al confronto le vittime di femminicidio le fanno un baffo.

Santa Thaney, talora confusa dal folkore con santa Dwynwen del Galles
Santa Thaney, talora confusa dal folkore con santa Dwynwen del Galles

Santa Thaney, secondo la leggenda, era figlia di re Lot del Lothian, re del Lothian (inutilbilmente), ma anche delle Isole Orcadi, e, secondo alcune fonti, della Norvegia. Re Lot, tanto capirci, sembrerebbe essere esistito per davvero: di certo, non è vero che chiamava “zio” Uther di Pendragon, né tantomeno che era cugino di re Artù.
Ça va sans dire, il “vero” re Lot non ha nemmeno messo al mondo ser Galvano, il famoso cavaliere della Tavola Rotonda… ma la leggenda agiografica così ci racconta. E il coinvolgimento di Galvano comincia a farsi interessante al fine di raccontare le disgrazie della povera Santa Thaney, perché Galvano – beh – era un cavaliere della Tavola Rotonda. E i cavalieri della Tavola Rotonda, a parte litigare occasionalmente l’un con l’altro, erano una compagnia coesa e compatta. Capitava spesso, io immagino, che il cavaliere X dicesse agli altri undici “wè raga, domani tutti a casa mia, guardiamo assieme la partita e ci beviamo una birrozza”.

Lo smodato consumo di alcool dopo una partita andata particolarmente bene è, a mio parere, l’unica spiegazione ragionevole per cui il cavaliere Yvain (uno tutto d’un pezzo, eh, a leggere le sue gesta in altre saghe arturiane) decise un bel dì di travestirsi da donna e di entrare, in tal guisa agghindato, nelle camere private delle figlie di re Lot (cioè, delle sorelle di ser Galvano).

Nelle camere private delle figlie di re Lot, si trovava in quel momento la più giovane delle ragazze: la povera, innocente, castissima Thaney. Thaney, a dar retta alla leggende, era particolarmente devota a Maria Vergine, e avrebbe avuto il sogno segreto di consacrarsi a Dio e farsi suora. Consapevole che questo desiderio è difficilmente compatibile con la vita di una principessa reale il cui padre intende espandere il regno a suon di alleanze, Thaney pregava Dio giorno e notte, chiedendogli almeno la grazia di potersi sposare, e mettere al mondo figli, senza però conoscere uomo. Ché a lei, per non saperne niente, ‘sta cosa del sesso faceva proprio molto schifo, e tutto sommato la Madonna era riuscita a partorire senza aver fatto cose, no? Con un po’ di insistenza e con un po’ di fiducia in Dio, forse anche Thaney sarebbe riuscita ad ottenere il miracolo…

Ora, come dire.

Che Dio abbia un grande senso dell’umorismo nell’esaudire le nostre preghiere, credo l’abbiamo già appurato tutti quanti sulla nostra pelle. A Santa Thaney però andò particolarmente male, perché… la poveretta voleva concepire un figlio senza prima conoscere uomo?
Benissimo: Domineddio la prese alla lettera, e fece sì che rimanesse incinta dopo essere stuprata da ser Yvain travestito da donna.
Non so voi ma io ho come la vaga impressione che Thaney non intendesse esattamente questo quando pregava l’Onnipotente, ma – ahò – volsi così colà dove si puote, e quindi prendiamolo per  buono e andiamo oltre.

Il mica-tanto-cavalleresco ser Yvain
Il mica-tanto-cavalleresco ser Yvain

Fatto sta che Thaney, povera stella, era una ragazzina adolescente molto naïve e molto ignorante sulle esatte dinamiche di come nascono i bambini. Questo andò a gioco di ser Yvain, che – sbolliti i fumi dell’alcool, e resosi conto di averla fatta un po’ grossa, stuprando la figlia del padrone di casa – tornò da Thaney travestito da donna e specificò: “comunque non è successo niente eh? Cioè. Lo vedi, eh? Sono ‘na donna. Oppure un angelo, se preferisci. Comunque, decisamente non sono un uomo. Men che meno ho delle vaghe somiglianze fisiche con Yvain l’amico di tuo fratello Galvano, eh! Sia chiaro! Tu non hai fatto sesso con nessun uomo, e comunque men che meno sei stata stuprata da ser Yvain. Mi raccomando, eh! Sii felice e grata e orgogliosa di te stessa, perché quello che t’è appena successo è indice – uhm – della straordinaria benevolenza di Dio nei tuoi confronti”.

Siamo al limite del blasfemo, dite? Cosa si era bevuto l’agiografo prima di scrivere ‘sta roba, mi domandate?
Poraccio, l’agiografo: in realtà cercava di fare di necessità di virtù. Vi do un’anticipazione: il figlio di Thaney e Yvain diventa santo – un santo molto famoso in Scozia – e, di questo santo, il popolino vociferava che fosse nato da una vergine che non aveva mai conosciuto uomo.
Va bene tutto, ma il concepimento virginale 2.0 sembrava un po’ troppo persino per una leggenda agiografica altomedievale, e così ci sarà probabilmente stato un povero monachello che, cercando di conciliare la leggenda popolare con una vaga verosimiglianza storica (…) ritenne che questo escamotage fosse il meno peggio che poteva inventarsi.

Tornando a noi: d’accordo che era naïve e d’accordo che non aveva mai ricevuto, aehm, un’adeguata educazione sessuale, ma non è che santa Thaney se la bevve al 100%. Di essere stata violentata da un uomo travestito da donna – come dire – ebbe quantomeno il vago sentore; però, ad esempio, non ne ebbe mai la certezza. Men che meno, ebbe la certezza dell’identità del suo aggressore. E – giustamente, perché non si mandano in rovina poveri disgraziati solo sulla base di un sospetto – rifiutò ostinatamente di denunciare a suo padre l’accaduto, sperando di poter presto accantonare questo brutto ricordo.
Rifiutò di fare nomi, o quantomeno di scendere nei dettagli sulla dinamica, persino quando fu evidente a tutti che questa pia speranza era solo un’illusione: la povera ragazza era rimasta incinta.

Dagli e dagli, il padre cercò in tutti i modi di capire con chi dovesse prenderla. Trovarsi di fronte a una figlia che a occhi bassi gli raccontava storie improbabili di donne, o forse angeli, che l’avevano visitata nottetempo dicendole che era la prediletta del Signore, dopodiché non avrebbe saputo dire con esattezza quale prodigio si fosse compiuto in lei, non facevano altro che alimentare in re Lot la vaga impressione di esser preso per le terga da una adolescente dissoluta che voleva coprire il suo amante. Preso dalla collera, Lot decise di condannare a morte la donnaccia, e, con notevole senso pratico, ordinò che ella fosse legata come un salame e poi fatta rotolare giù da una collina (??), più precisamente questa:

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che, vorrei dire… non è sicuramente un posto da cui desiderei essere fatta rotolare giù legata come un salame, ma, obiettivamente, non mi sembra nemmeno chissà quale impervia trappola mortale da cui nessuno può sopravvivere. Secondo me veniva meglio buttarla giù da un burrone: siamo pratici.

Fatto sta che santa Thaney, insalamata, incinta e rotolante, arriva prevedibilmente sana e salva alle pendici della collina, dove poche ore dopo viene trovata da un emissario del padre…
…il quale, in tutta risposta, per sbarazzarsi della figlia, cosa fa? Le ficca un coltello in gola e tanti saluti?
No: la insalama di nuovo, la carica su una barca, e la manda alla deriva lungo il corso di un fiume.

Che, anche lì. Non per dire, ma se vuoi condannare a morte qualcuno mandandolo alla deriva, faresti meglio a mandarlo alla deriva in mare, non lungo un fiume che attraversa innumerevoli villaggi scozzesi.
Ché, sai, una tizia insalamata che urla come una pazza a bordo di una barchetta a remi – come dire – si nota. Dovresti metterlo in conto, che qualche pescatore la noti, si incuriosisca, e la raccatti.

E infatti così fu, e santa Thaney venne raccattata. Ma siccome i pescatori scozzesi non sapevano bene cosa farsene, di una principesse reale insalamata e incinta, forse addirittura a seguito di un improbabile evento miracoloso, pensarono bene di sbarazzarsene affidandola a qualcuno che potesse gestire meglio ‘sto delicato incomodo. E quindi, la accompagnarono presso la comunità monastica di san Serf, che viveva con i suoi discepoli a poca distanza.

Ora.
Anche qui.
San Serf è ricordato sul martirologio, gli Scozzesi lo tengono in gran considerazione, e probabilmente è esistito per davvero… ma sicuramente non è quel super-santo descritto dalle agiografie. Tipo: gli storici ritengono improbabile che fosse veramente il figlio del re di Cana e della regina di Arabia (!), o che, durante una vacanza-studio a Roma, avesse colpito i cardinali per l’aura di santità che emanava, al punto tale da convincere i porporati a nominarlo Papa pro-tempore. Dopo sette anni di pontificato, San Serf sarebbe stato un Ratzinger ante litteram dicendo “grazie a tutti, è stato bello, ma io adesso voglio ritirarmi alla quiete monastica” tornando nella sua amata Scozia e fondando, fra le altre cose, la cittadina di Curloss. Ehm.
Anche il fatto che San Serf fosse un cacciatore di draghi, molto diffusi nella zona di Curloss a quell’epoca, e che lui ammazzava con ammirevole rapidità prendendoli a botte col suo bastone pastorale, potrebbe, come dire, essere un dettaglio leggermente fantasioso.

Comunque, mi sembra chiaro che è da mo’ che in questa agiografia stiamo operando la sospensione dell’incredulità, quindi prendiamo tutto per buono, e rendiamoci conto che è in questo contesto che la povera Thaney mette al mondo il suo figlioletto. Il quale cresce all’interno del monastero, circondato da fraticelli e novizi, e avendo in San Serf una sorta di “padre adottivo”.

Poco ci vuole a immaginare come questo ragazzino senta nascere presto dentro di sé la vocazione alla vita sacerdotale: del resto – ve lo già detto – è destinato a diventare santo.
Ancor meno ci vuole a immaginare la ridda di strane leggende para-agiografiche destinate a fiorire attorno alla figura di questo santo, che non aveva nemmeno iniziato a poppare il latte nelle braccia di sua mamma, e già aveva collezionato: una lontana parentela con Re Artù, il DNA di ser Yvain e la “paternità” adottiva di un monaco che, come secondo lavoro, faceva il cacciatore di draghi.
Oh, aveste una vaga idea di tutte le leggende che circondano questo santo!

Anche perché – sapete – il cacciatore di draghi, si era proprio affezionato a questo bimbo. Tant’è vero che gli aveva dato un nomignolo affettuoso, come si fa nelle migliori famiglie. E se il “vero” nome del bambino era Ketingern, il santo passò alla storia col soprannome datogli dal padre adottivo: “mio caro”.
Che, nello scozzese parlato all’epocava, si dice “Mungo”.

Ebbene sì: San Mungo l’abbiamo già incontrato nell’atto di convertire al cattolicesimo niente popò di meno che Mago Merlino, ma forse non conoscevate la sua straordinaria origine. Pronipote di re Artù, figlio di un cavaliere della Tavola Rotonda, “adottato” da un cacciatore di draghi.

Ah: secondo la leggenda, San Mungo era anche un taumaturgo.
Sarà per quello che il Ministero della Magia ha scelto di intitolargli il famoso ospedale che ben conoscono tutti i fan di Harry Potter?

Il Purgatorio di San Patrizio

San Patrizio si lasciò cadere in ginocchio e scoppiò a piangere. Singhiozzò lacrime di frustrazione e di avvilimento e pianse per dieci minuti abbondanti, inginocchiato a capo chino, davanti al crocifisso, nel buio della sua cella.
“Io non riesco a farglielo a capire, Signore. Io ci provo, io mi impegno, ma loro non mi capiscono”. Si asciugò gli occhi con il dorso di una mano, fissò il crocifisso, e poi si lasciò sfuggire un nuovo singhiozzo. “La gente di qui. I pagani. Tu lo sai quanto impegno io ci metta, Tu lo sai, ma loro non mi ascoltano. Non mi credono. Peggio: decidono di non ascoltarmi. Io annuncio il tuo Vangelo, smaschero le menzogne dei loro idoli pagani, parlo delle torture che attendono tutti coloro che, ascoltata la tua Parola, rifiuteranno di accoglierla… ma loro non mi ascoltano, non ci credono. Ti prego, Signore, parlami: che cosa devo fare, a questo punto?”.
Attraverso il velo delle lacrime, Patrizio puntò i suoi occhi in quelli del crocifisso e rimase a fissarlo per qualche secondo, ancora scosso dai singhiozzi.
E poi, Dio gli parlò. “Potresti provare a mostrare loro il destino che attende chi rifiuta ostinatamente la Verità”, suggerì in tono propositivo.
Oddio”. Poco mancò che San Patrizio rimanesse secco per lo shock.
“Mio caro amico: conosci il lago di Lough Derg? È a poche miglia di distanza dal luogo in cui ti trovi in questo momento”.
“…”, boccheggiò Patrizio, senza riuscire ad articolare una risposta di senso compiuto.
“Prendi una barca a remi, e attraversa il lago che ti ho indicato. Al centro del lago, vedrai un’isola. Al centro dell’isola, troverai una fenditura nel terreno – uno stretto cunicolo che sprofonda nelle viscere della terra. In verità, in verità ti dico: quello stretto cunicolo è la porta d’accesso che conduce al Purgatorio”.
“…”, ripeté Patrizio.
“Chiunque oserà varcare le porte del Purgatorio, potrà sperimentare in prima persona il destino che attende i peccatori, dopo la loro morte. Avrà occasione di meditare sulle sue scelte e di espiare – se ne ha il coraggio – parte dei suoi peccati. E tu, Patrizio, mostrerai tutto questo ai tuoi fratelli, affinché essi credano e si convertano”.
“…”, boccheggiò Patrizio, con una certa ripetitività. E poi, non appena si fece giorno, corse fino al lago che il Signore gli aveva indicato, affittò una barca, remò fino all’isoletta che emergeva dalle acque, e…
oh! Le porte del Purgatorio c’erano per davvero!

Purgatorio San Patrizio

(Prevedibilmente), se dovessimo dar retta alle fonti in nostro possesso, non troveremmo nessuna testimonianza in grado di farci dire “sì, San Patrizio ha effettivamente messo piede sull’isoletta di Lough Derg”.
Fatto sta che, nell’isoletta di Lough Derg, nella contea di Donegal, esiste per davvero una località che ancor oggi è nota come “Purgatorio di San Patrizio”. Tale località è realmente stata meta di infiniti pellegrinaggi, da parte di individui che ritenevano di poter trovare, sulle rive di quell’isola, la porta d’accesso al Purgatorio.
Un “Purgatorio” che è da intendersi in questo modo: il Purgatorio è sicuramente quel posto in cui finisci dopo la morte per scontare i tuoi peccati… ma, se viaggi fino a Lough Derg e ti addentri oltre le porte del Purgatorio di San Patrizio, avrai occasione di vivere il tuo Purgatorio… uhm… essendo ancora in vita.
Nel senso che – secondo la tradizione – chi avesse oltrepassato, da vivo, le porte del Purgatorio, avrebbe avuto modo di sottoporsi a svariate prove che, di fatto, lo avrebbero purificato dalle sue colpe. Sì, insomma: il peccatore avrebbe avuto modo di scontare, mentre era ancora in vita, le pene ultraterrene che, diversamente, lo avrebbero atteso dopo la morte.
Che è già una cosa mica da poco, se permettete: avventurandosi all’interno del Purgatorio di San Patrizio, si potevano scontare in un colpo solo interi decenni di peccati. E così, ci si avviava verso la fine della propria vita con la certezza di essere stati mondati da tutte le proprie colpe: chi, da quel momento in poi, si fosse impegnato a vivere santamente, avrebbe goduto della ragionevole speranza di potersi effettivamente salvare, dopo la morte.

San Patrizio PurgatorioMa cos’era, concretamente, ‘sto Purgatorio di San Patrizio?
Era una fenditura. In mezzo alla terra.
C’era ‘sto isolotto in mezzo a un lago; in mezzo all’isolotto, c’era una piccola grotta, che – a dar retta alla leggenda – era l’imboccatura del Purgatorio.
Oltrepassando a gattoni una fenditura alquanto stretta (50×90 cm. circa) ci si addentrava in quella che (laicamente) era una grotta sotterranea, e che (secondo il popolino medievale) era l’ingresso dell’Aldilà.
Attorno a tale spaventoso confine, San Patrizio aveva fatto costruire un cancello chiuso da una porticina, perché – intuibilmente – avventurarsi nell’oltretomba non è cosa da tutti. A custodia di cotanto luogo mistico, aveva inoltre fatto erigere un’abbazia, capace di accogliere e indirizzare tutti i pellegrini che avessero osato addentrarsi nel Purgatorio nella speranza di scontare i peccati che li opprimevano.

La credenza ha origini piuttosto remote. La più antica testimonianza giunta fino a noi è una piccola operetta intitolata Purgatorio di San Patrizio, e composta, attorno agli anni ’90 del XII secolo, da un monaco cistercense che si firma H. (forse, Henricus?). Il monaco raccoglie e divulga la testimonianza del cavaliere Owein, che, qualche tempo prima – un po’ per curiosità, un po’ per tenzone cavalleresca, un po’ perché animato da vera volontà di redenzione – aveva osato avventurarsi oltre la Porta del Purgatorio.
Per mio gusto personale, il Purgatorio del cavaliere Owein è persino più affascinante di quello di Dante Alighieri… ma non è questo il punto: semmai, ne parleremo in un post a parte. In ogni caso, Owein si addentra nella fenditura di Lough Derg e si trova immerso in un ambiente spaventoso che molti di noi definirebbero decisamente “Inferno”, altro che Purgatorio! Sottoposto a una lunga serie di terrificanti prove, Owein riesce a sopravvivere solo grazie alla sua incrollabile fede in Dio. Ultimato il suo percorso penitenziale e mondato da tutte le sue colpe, il cavaliere ritorna “nel mondo” proponendosi di non peccare più, e facendo il proposito di raccontare la sua storia a quante più persone possibili.

Beh, direi che Owein è decisamente riuscito nella sua missione: in breve tempo, il Purgatorio di San Patrizio diventa un vero e proprio best seller. Viene tradotto in lingua straniera, viene copiato in lungo in largo, comincia a circolare in tutta Inghilterra, e poi in tutta Europa. Se il Purgatorio di San Patrizio ci dava conto di una credenza effettivamente già diffusa in Irlanda all’epoca della redazione del testo, il sorprendente successo ottenuto dall’opera non fa altro che diffondere vieppiù la tradizione. Tutti cominciano a parlare di quell’isola miracolosa in cui Dio Onnipotente ha voluto collocare le porte del Purgatorio; tutti vagheggiano l’idea di viaggiare fino a Lough Derg per trascorrere qualche giorno in quel luogo di  purificazione, ove anche i peccatori più incalliti possono purgarsi delle loro colpe.

Ma concretamente, come aveva luogo questo pellegrinaggio penitenziale?
Oltrepassare le porte del Purgatorio – l’ho già detto – è un’impresa non adatta ai più, e le leggende parlavano di prodi cavalieri che, una volta oltrepassata la soglia, non avevano più fatto ritorno. Forse erano stati sopraffatti dalla disperazione; forse erano stati schiacciati sotto il peso dei loro peccati; forse erano stati catturati da un diavolo di passaggio, pronto a trascinarli nelle viscere infernali. Insomma: oltrepassare le porte del Purgatorio significa, il più delle volte, avventurarsi in un viaggio di sola andata – e, proprio per questa ragione, i pellegrini diretti verso Lough Derg erano vivamente sconsigliati dal persistere nella loro impresa.
Chi desiderava addentrarsi nel Purgatorio di San Patrizio aveva innanzi tutto bisogno di un permesso scritto del suo vescovo, il quale doveva per prima cosa tentare di dissuadere il prode in tutti i modi. Se il vescovo non riusciva nella sua impresa, era tenuto a fornire al pellegrino un lasciapassare, da mostrare al priore che gestiva la comunità monastica dell’isola di Lough Derg. Il priore a sua volta si indaffarava in una disperata opera di dissuasione: sottolineava i rischi dell’impresa; suggeriva ai pellegrini altre modalità per espiare le proprie colpe.
Purgatorio Patrizio Legenda AureaMa se il pellegrino rimaneva fermo nelle sue intenzioni, veniva ospitato dalla comunità dei religiosi per due intere settimane, al termine delle quali si confessava, assisteva a una Messa, faceva la comunione, e veniva esorcizzato con acqua santa.
Al termine del rito, i monaci lo accompagnavano, in processione, fino alle porte del Purgatorio. Se il candidato rimaneva fermo nel suo proposito di varcare le soglie dell’Aldilà, veniva benedetto da tutti i monaci della comunità e si infilava nella spelonca, facendo il segno della croce.
Il priore richiudeva la porta alle spalle del pellegrino, e poi, salmodiando, tornava verso la chiesa.

Dio solo sa come trascorresse le successive ventiquattr’ore ‘sto povero cristiano rinchiuso dentro a una grotta… fatto sta che, ventiquattr’ore più tardi, la comunità dei monaci tornava verso le Porte del Purgatorio, e sostava in preghiera di fronte ad esse.
Se il pellegrino avesse spalancato le porte, sarebbe stato riaccolto nella comunità dei vivi e avrebbe fatto ritorno alla sua vita di sempre, mondato dai suoi peccati. Se la porta, invece, fosse rimasta chiusa, i monaci avrebbero capito che il pellegrino era stato schiacciato dal peso delle sue colpe, e avrebbero lungamente pregato per la sua anima.

L’isola di Lough Derg, come accennavo, è stata meta di pellegrinaggi a partire dal secolo XII. Nel 1497 papa Alessandro VI prese posizione contro la credenza, ma le sue pecorelle non gli diedero un granché retta e continuarono a viaggiare verso Lough Derg nella speranza di mondarsi dai loro peccati. Nell’Ottocento il pellegrinaggio conobbe un periodo di particolare vigore, anche se – grazie al cielo – ormai i fedeli viaggiavano verso Lough Derg con la sola intenzione di trarne giovamento spirituale. Cioè: si era ormai persa la credenza di poter fare un viaggio andata-e-ritorno nell’Aldilà.

Lough-DergE, a dirla tutta, se proprio lo volete sapere, la pia tradizione prosegue anche ai giorni nostri. Ancor oggi, sull’isola di Lough Derg, esiste un enorme santuario dedicato a San Patrizio, che, in alcuni mesi all’anno, apre le sue porte ai pellegrini… per aiutarli ad espiare le proprie colpe.
Non ci si cala più nella spelonca (che anzi, è stata murata), ma si vive un’esperienza penitenziale mica da ridere: i pellegrini che raggiungono Lough Derg sono invitati a sottoporsi a una tre-giorni di digiuno quasi totale (solo tè caldo e qualche galletta per spezzare i morsi della fame), durante i quali si impegnano in una lunga veglia di preghiera (laddove “veglia di preghiera” vuol dire che non dormi la notte, ma stai inginocchiato in chiesa a pregare. Letteralmente: la tua prima notte sull’isola la passi in chiesa: non ti viene messo a disposizione nessun letto).
Dopo la lunga preghiera di ventiquattr’ore, i pellegrini – scalzi, digiuni, insonni, e a capo chino – percorrono sull’isola un lungo tragitto penitenziale che si snoda lungo alcune tappe prestabilite. Solo alla fine di questo percorso i fedeli potranno considerare conclusa la loro penitenza, e raggiungere un letto e una tazza di tè caldo per rifocillarsi.
Dopo un meritato riposo e dopo un altro giorno di preghiera, i fedeli pronti per ritornare alla loro vita di sempre.

Certo: non è esattamente un viaggio nel Purgatorio, ma…
Come commentava nel 1913 il cardinal Logue, allora primate d’Irlanda, in una sua visita a Lough Derg, “credo che tutti coloro che abbiano compiuto il pellegrinaggio tradizionale, gli esercizi penitenziali, il digiuno e le preghiere, che valgono così tante indulgenze… ecco: credo che costoro, quando moriranno, dovranno soffrire ben poco, nell’altro mondo”.

Io non so se avrei la forza di farlo, ma avrei così tanta voglia di farlo…

[Ma che sant’uomo!] Il vescovo Ketingern e Lailoken il pazzo

C’era un umanoide nudo che correva fra i cespugli.
Sì: c’era decisamente un umanoide nudo che correva fra i cespugli, berciando ad alto volume.
San Ketingern fece uno sforzo eroico per concentrarsi sulla preghiera, ma capì presto che non era cosa… anche perché i diaconi e gli accoliti stavano ridacchiando come cretini; e come dargli torto, in fin dei conti?
Peraltro, l’umanoide nudo aveva appena interrotto la sua folle corsa per grattarsi una chiappa.
“Ma che è?”, domandò San Ketingern.
Sentendo sdoganata la loro ilarità, i diaconi e gli accoliti si sfogarono con una risata collettiva. Ketingern aggrottò le sopracciglia, lanciando un’occhiata indagatrice al coso nudo e urlante. “No, dico sul serio: ma che è? Non riesco a capire se è un uomo peloso o una scimmia glabra”.
I ragazzi attorno a lui risero più forte. Un diacono, che era originario di quelle zone, tossicchiò per schiarirsi la voce e tentò disperatamente di assumere un tono professionale: “è un uomo, signor vescovo. È chiaramente un pazzo. È così da anni. Vive nel bosco in mezzo alle fiere, si esprime a versi… è piuttosto innocuo, però. Non dà fastidio alcuno”.
Il coso nudo stava fiutando l’aria, di lontano. Sembrava provare un certo interesse verso quegli uomini riuniti lì in mezzo alla radura. Ketingern fissò il diacono, poi il pazzo esibizionista, poi di nuovo il diacono. “Ma qualcuno, dei paesi vicini, ha provato ad aiutarlo?”.
Il ragazzo si strinse nelle spalle. “Onestamente, non che io sappia…”.
Il vescovo si appoggiò al pastorale, con aria pensierosa. Si mordicchiò le labbra per qualche istante, come riflettendo, e poi cacciò un urlo che fece trasalire tutti i presenti. “TU!” – gridò, rivolto allo strano umanoide – “Per il potere infusomi dal Padre, dal Figlio, e dallo Spirito Santo, io ti ordino – bestia o uomo che tu sia – di avvicinarti a me. Nessun male ti verrà fatto! E ti ordino – se qualche lume rischiara ancora il tuo intelletto – di raccontarmi chi sei e da dove vieni, e se ti professi figlio del solo Dio, e come mai vaghi per il bosco in questo stato”.

Tutti quanti trattennero il fiato.
Non successe un bel niente.
L’umanoide nudo lanciò un’occhiata a Ketingern, con l’aria di pensare ‘e mo’ che vuole, questo?’.
Il vescovo e il coso peloso si fissarono per lunghi istanti – e poi, proprio mentre il religioso abbassava il capo con un sospiro di sconfitta, il bestione cominciò a zampettare verso di lui.
“Sono cristiano”, disse con la voce roca di chi non parla da tempo – e tutti sgranarono gli occhi, allo scoprire che in quel corpo zozzo, nudo e peloso albergava ancora, chissà dove, un minimo di intelletto. “: sono cristiano”, ripeté il pazzo, “anche se indegno di definirmi tale. Sconto le mie pene vivendo fra le belve feroci, poiché i miei peccati sono così grandi da costringermi a questo esilio. Fui la causa della disfatta che portò alla morte tanti guerrieri valorosi nella tragica battaglia che ebbe luogo fra Lidel e Carwannok: da quel giorno attendo la morte vivendo con le belve della foresta, gli unici compagni di cui sono degno”.
E subito dopo aver finito di parlare, spiccò un balzo e scappò via, correndo a grandi falcate verso il bosco.

Il vescovo e i suoi discepoli rimasero immobili per trenta secondi abbondanti.
Poi, Ketingern lanciò un’occhiata attonita al giovane diacono che aveva mostrato di conoscere la storia del folle – e il ragazzo, dal canto suo, si strinse nelle spalle scuotendo il capo. “Non è vero niente”, mormorò con un sospiro. “A quanto dicono in paese, questo poveraccio altri non è che il bardo Lailoken: era il bardo di corte di re Gwenddoleu, lo ricorderete. Quello che è stato tragicamente sconfitto nella battaglia di cui parlava il folle. Ma lui”, insisté il ragazzo, “era un povero bardo di corte, non vedo in che modo possa essere stato responsabile della sconfitta. Dicono che fosse stato portato in battaglia per incoraggiare le truppe col suo canto, e che sia completamente uscito di senno dopo aver visto gli orrori della guerra e aver assistito alla morte dei compagni. Io ritengo che sia un povero innocente”, sospirò: “e che Dio abbia compassione per la sua anima…”.
San Ketingern abbassò lo sguardo – un po’ perché gli sembrava il caso di assumere un’aria solenne, e un po’ perché voleva nascondere ai ragazzi i suoi occhi diventati lucidi. Ascoltare la storia di quel pover’uomo – un innocente ridotto alla follia dalle barbarie della guerra – gli aveva causato una specie di stretta al cuore… che non svanì nemmeno negli anni successivi, quando Lailoken il folle diventò una specie di bizzarro vicino di casa.

Sì: perché il bosco in cui Lailoken scontava i suoi peccati, si affacciava su una radura spaziosa, appartata, ricca di terra fertile. Il luogo perfetto su cui edificare un monastero.
E così aveva fatto Ketingern, sorvegliando in prima persona la costruzione di una casa che, anni più tardi, avrebbe suscitato la benevola invidia di Colombano e degli altri monaci che seguivano la regola di San Benedetto.
E così, il monastero era stato edificato; e quella maestosa costruzione aveva suscitato l’interesse del vecchio folle che viveva nei boschi – e che, periodicamente, fuoriusciva dalla foresta per aggirarsi con fare circospetto attorno alle mura della chiesa. Talvolta, sedeva in mezzo al prato e ululava alla luna, come fanno le belve feroci; altre volte, strisciava fino alla portineria del convento, e i monaci, impietositi, lo sfamavano con una ciotola di latte e con qualche tozzo di pane secco. In alcuni rari casi, era capitato che San Ketingern riuscisse a intavolare col folle qualche breve conversazione; ma il vecchio sembrava incapace di conservare il filo del discorso per più di pochi minuti. Proprio quando Ketingern cominciava a illudersi di essere riuscito a far breccia nell’animo sofferente dell’eremita folle, questi cominciava a prodursi in versi senza senso, si lasciava andare a movimenti animaleschi, o scappava via nei boschi.
Col passar del tempo, chiacchierando con la gente dei villaggi confinanti, Ketingern era riuscito a scoprire qualcosa di più sulla vita di Lailoken: correva voce che il vecchio bardo fosse nato a seguito di una violenza che un demone dei boschi aveva usato a una giovane vergine. Subito dopo il parto, la fanciulla era corsa da un prete cattolico per far battezzare il neonato, ma il rito sacro sembrava aver contrastato solo in parte la natura demoniaca del figlio. A parte la follia che l’aveva afflitto in età avanzata, Lailoken, infatti, era sempre stato un diverso, dotato di poteri in parte straordinari e in parte spaventosi. In paese si vociferava che, prima di impazzire, il bardo Lailoken avesse goduto del dono della profezia; e proprio questo – si diceva – lo aveva reso un favorito di numerosi re e cavalieri, che lo avevano voluto loro fianco per sfruttarne le incredibili doti.
Poteva trattarsi di storie vere o poteva trattarsi di leggenda: è ovvio. Ma ogni volta che Ketingern, affacciandosi alla finestra della sua cella, intravvedeva in lontananza la sagoma di Lailoken, il vescovo si sentiva prendere come da una stretta al cuore. Tanta intelligenza, tanta astuzia, tanti doni del Creatore – e fors’anche tanta gloria – affogati per sempre in una follia cupa senza ritorno…

***

Quella mattina, tutto cominciò con un ululato straziante nel bel mezzo della Messa.
Il vescovo ostentò indifferenza e il ragazzo che stava cantando il salmo proseguì senza interrompersi – ma gli ululati aumentarono di volume, ed improvvisamente qualcuno cominciò a sferrare colpi contro la porta chiusa della cappella.
Ketingern si strinse la punta del naso con il pollice e il medio in un disperato tentativo di conservare la calma, e ordinò ai suoi confratelli di proseguire come se niente fosse.
La Messa andò avanti per altri cinque minuti e i colpi dall’altra parte del portone crebbero di intensità, alternandosi a ululati disperati e gemiti di bestia ferita.
Dopo altri cinque minuti di quella solfa, il vescovo decise che era giunto il momento di porre fine a quell’agonia, si chinò verso un novizio, e sussurrò: “è Lailoken il pazzo, ne sono certo. Vallo a prendere e portalo via, prova ad attirarlo con un po’ di cibo…”.
Il novizio ubbidì e di dileguò nell’oscurità della navata, e Ketingern s’illuse di poter ricominciare a officiare una Messa decente. Con fare ieratico, e con un sorrisetto soddisfatto, si stava per l’appunto avviando verso l’altare…
…quando, improvvisamente, Lailoken il pazzo – completamente nudo, e più assatanato del solito – fece irruzione nella cappella, correndo verso l’altare come colui che sta scappando dalle fiamme dell’Inferno.
Ci furono urla, e molti monaci si ritrassero spaventati. Persino Ketingern, colto alla sprovvista, si portò una mano al cuore – e ci fu una frazione di secondo in cui il vescovo fissò il pazzo e il pazzo nudo fissò il vescovo con uno sguardo inquietantemente voglioso, e Ketingern fece istintivamente un passo indietro come a voler proteggere il Tabernacolo, e a quel punto il pazzo nudo e assatanato cadde in ginocchio davanti all’altare, e gridò: “vescovo! Voglio ricevere il corpo di Cristo!”.

Ci furono dieci secondi abbondanti di silenzio attonito. Poi, dai loro banchi, i monaci cominciarono a mormorare commenti a bassa voce e Ketingern tentò disperatamente di dire qualcosa di intelligente, uscendosene in realtà con un gracchiante “prego??”.
Il pazzo nudo e inginocchiato chinò il capo così tanto da farlo toccare i gradini dell’altare, e gridò ancora: “il corpo di Cristo! Sono Cristiano anch’io! E voglio mangiare del corpo di Cristo, prima di morire!”.
Ketingern aprì la bocca e la richiuse senza aver detto niente, e frattanto sentì la rabbia che montava. “Adesso basta”, gridò alla volta di Lailoken. “Interrompere una Messa e irrompere nudo in una chiesa pretendendo di accostarti al Santissimo: hai superato ogni limite, e da questo momento in poi non sarai più ben accetto al monastero”.
“NO!”, gridò il pazzo – e sembrava davvero disperato – “tu non puoi negarmi questo, devi credermi: io sono un profeta, e ti dico che sto per morire. Ti chiedo solo di poter ricevere il corpo di Cristo… prima di morire… ti prego…”.
Ketingern alzò gli occhi al cielo per invocare un po’ di pazienza, ma fu sorpreso nel notare espressioni dubbiose, quasi compassionevoli, negli occhi dei suoi confratelli. Sembravano in qualche modo essere colpiti dalle parole del pazzo – e in effetti, realizzò Ketingern con una frazione del suo cervello, il pazzo dei boschi era notoriamente ammantato da una fama di profeta.
Il giovane che serviva all’altare lanciò uno sguardo al vescovo, e sussurrò timidamente. “Padre. E se fosse vero…?”.
Ketingern deglutì. Chiaramente, non poteva destare scandalo nella sua comunità cacciando via dalla chiesa un individuo che alcuni fratelli ritenevano degno. Esitò per qualche istante, e poi ebbe un’idea: “sentiamo”, chiese in tono sarcastico, rivolto al pazzo: “visto che dici di essere un profeta, sai anche dirci in che modo stai per morire?”.
, padre mio, sì!”, gridò Lailoken, che era over-eccitato in maniera piuttosto inquietante. “Degli sgherri mi faranno ubriacare, e poi mi uccideranno a tradimento bastonandomi fino alla morte”.
“…d’accordo”, sibilò Ketingern. “Ora, potresti ripetere in che modo morirai?”.
Stavolta, fu il vescovo a ricevere occhiate sconcertate da parte di tutti i monaci, ma lui si limitò a fissare il pazzo per fargli intendere che stava aspettando una risposta.
“Cadrò su un palo affilato e morrò per le ferite”, singhiozzò Lailoken, ancora in ginocchio davanti all’altare.
Dai banchi si levò un mormorio, e Ketingern sorrise di un sorriso amaro. “Vedete? Sragiona…”, sussurrò piano a quelli che gli stavano vicino.
“E affogherò, mio signore: morirò affogato fra poche ore, e voi non potete mandarmi incontro alla morte senza avermi fatto la grazia di farmi accostare un’ultima volta al corpo di Cristo!”, urlò il pazzo, col volto rigato dalle lacrime.
Se la materia non fosse stata grave e se la disperazione del vecchio non fosse stata evidente, Ketingern avrebbe persino avuto voglia di ridere. Rimase fermo per qualche secondo, guardando il folle che singhiozzava accucciato davanti all’altare; poi gli si avvicinò, si chinò su di lui, stese una mano per carezzargli i capelli, e disse piano, con dolcezza: “Lailoken… ragiona…”.
Lailoken sfuggì la carezza quasi con rabbia, e fissò il vescovo con uno sguardo che stava a metà fra la disperazione e l’odio. “No!! Questa volta siete voi a dover ragionare, padre, e ve lo dice un pazzo! Quante altre torture dovrò subire, quante altre pene dovrò infliggermi e vedermi inflitte? Vivo da decenni nella penitenza, ho fatto tutto ciò che era in mio potere per scontare i miei peccati, e ora debbo vedermi negare gli estremi riti proprio da colui che dovrebbe essere servo di Dio? Nemmeno le belve del bosco mi avrebbero riservato un trattamento simile”, e gridando si aggrappò ai paramenti del vescovo, scuotendolo con rabbia. “Io vi dico che sto per morire, poche ore di vita mi rimangono, e tutti nel paese possono assicurare che posseggo veramente il dono della profezia! So che mi pensate un pazzo, ma io so – e vi giuro – di essere degno di ricevere il corpo di Cristo, e voi non potete allontanarmi da questa chiesa senza avermi dato la grazia… un’ultima volta…”.
E c’era qualcosa di veramente disperato, nello sguardo del vecchio pazzo; e c’era anche una scintilla di lucida consapevolezza – qualcosa che Ketingern non aveva mai visto in lui, fino a quel momento…
‘E se fosse vero?’.
La domanda del suo confratello riecheggiò nella mente di Ketingern – e il vescovo, pallidissimo, deglutì. Fissò a lungo Lailoken e s’illuse di vedere davvero, nel suo sguardo, quella scintilla di ragione che gli era parso di intravvedere… e poi, si rimise in piedi. “Sta bene”, disse con un fil di voce.

Il vescovo non trovò pace quel giorno, e la notte non riuscì a chiudere occhio, divorato dall’incertezza e dai sensi di colpa.
In fin dei conti, cos’è peggio? Permettere a un pazzo conclamato di accostarsi all’Eucarestia? O negare la Comunione a un malato, che sembra però avere alcuni sprazzi di disperata lucidità?
No: Ketingern non dormì, quella notte; e pianse a lungo, fino a farsi gonfiare gli occhi.

Poi, l’indomani mattina, gli giunse la notizia.
Re Mordred si era messo alla caccia di Lailoken, che, in passato, aveva prestato i suoi servigi alla corte di re Artù. Per indebolire il suo più acerrimo nemico, Mordred aveva dato ordine che fossero uccisi senza pietà tutti coloro che gli stavano attorno – e fu così che gli sgherri del sovrano scovarono Lailoken, riuscirono a stordirlo con qualche sostanza inebriante, e poi lo colpirono con ripetute bastonate finendo col gettarlo giù dal burrone su cui si affaccia il forte di Dunmeller. Precipitando verso terra, il corpo di Lailoken cadde su un palo acuminato che era stato conficcato nel mezzo di una riserva di pesca, e il vecchio bardo fu trovato così: con la testa sommersa dall’acqua, e il corpo martoriato trafitto da un lungo palo che lo attraversava da parte a parte.

“Morto affogato, dopo essere stato ucciso da due sicari armati ed essere caduto accidentalmente su un palo acuminato”, sussurrò Ketingern fra sé e sé, sentendo gli occhi che gli si riempivano di lacrime e di sollievo. Proprio come il vecchio pazzo aveva farneticato il giorno prima.
Ma allora, forse, il povero Lailoken era realmente lucido, il giorno prima…
…e nella quasi certezza di non aver sbagliato – e nella quasi certezza di essere stato d’aiuto all’anima di un moribondo – San Ketingern sollevò gli occhi verso il cielo. E, dopo una notte di disperazione e di incertezza, cominciò finalmente a piangere lacrime di gioia.

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Storiella tutto sommato poco avvincente, peraltro noiosetta e raccontata abbastanza male?
Sì, avete ragione: ma voi non conoscete ancora i “veri” nomi dei protagonisti. “Lailoken”, ad esempio, è solo uno dei tanti nomi che, nel folklore gallese, indicano quel personaggio meglio noto come Myrddin Wyllt. E se pensate a un “Myrddin” dai poteri straordinari che ha servito alla corte di re Artù… beh: non ci va tanto a capire di chi stiamo parlando.

Ebbene sì: in un’agiografia del tardo Quattrocento, mago Merlino si converte al Cristianesimo grazie al fattivo aiuto di san Ketingern.
E chi è ‘sto Ketingern?, mi chiederete.
Beh… è il santo patrono di Glasgow, per dirne una, ed è una figura molto importante per gli Scozzesi. Tant’è vero che, col passar dei secoli, questi ultimi gli hanno affibbiato un nomignolo affettuoso, che potrebbe suonare all’incirca come “il caro santo”… e cioè, l’hanno chiamato Mungo.
San Mungo.
, San Mungo: come quello a cui è intitolato l’ospedale dei maghi in Harry Potter.

Che la Rowling sia un genio, penso sia abbastanza evidente a tutti.
Ma quando ho scoperto che era così geniale da aver intitolato l’ospedale dei maghi a un santo taumaturgo noto per essere stato la ‘guida spirituale’ di mago Merlino… beh: a quel punto, persino io (che la adoro da tempo) son rimasta a bocca aperta.

[Ma che sant’uomo!] L’agiografia di San Nectan

“Oh, no!”. San Nectan lanciò uno sguardo spaurito al suo angelo custode; e c’era smarrimento e costernazione, in quello sguardo. “La Guendalina!”.
L’angelo custode si mordicchiò le labbra, guardando verso il basso.
“La Guendalina!”, ripeté San Nectan. “Me l’hanno rubata!”.
L’angelo custode fissò con molto interesse la punta delle piume della sua ala destra. Tossicchiò. “Ehm. Mi spiace tanto, Nectan”, mormorò, visibilmente a disagio. “Io lo sapevo, naturalmente, ma non ho potuto fare nulla… era in qualche modo la volontà di Dio…”.
L’eremita tornò a fissare il paletto di legno a cui stava legata la povera Guendalina. “La mia mucca!”, balbettò incredulo. “Mi hanno rubato la mucca! Oh santo cielo: e adesso?”.
L’angelo custode si strinse nelle ali, con aria veramente mortificata. “Non lo so, Nectan. Troveremo un modo…”.
“Ma che ne sarà di lei?”. Il sant’uomo si passò una mano fra i capelli, e lottò disperatamente per rimanere calmo. “È una mucca anziana, ormai produce poco latte, cosa mai potranno farsene quei criminali?”. Sconvolto, si appoggiò al paletto. “La manderanno al macello!”.
L’angelo abbassò lo sguardo, e sospirò. “O magari no”, azzardò a bassa voce, in tono propositivo. “Magari la venderanno a poco prezzo a una famiglia povera e amorevole…”.
San Nectan rimase appoggiato al paletto, senza dire niente, preso da quello shock che possono capire solo gli eremiti a cui è appena stato sottratto l’unico e adorato animale da compagnia. “Ma non è giusto” mormorò, dopo qualche istante di silenzio. Lanciò uno sguardo sperso al suo angelo custode. “Perché? Io non capisco”.

Ed ecco, si udì un muggito in lontananza.

San Nectan trasalì, ed esclamò: “la Guendalina!!”.
L’angelo custode sospirò con l’aria di chi avrebbe tanta voglia di sotterrarsi, e tentò disperatamente un “mannò, figurati, mica c’è solo un’unica mucca al mondo…”.
Nectan era frenetico. “No! È lei! La Guendalina! Quante altre mucche vuoi che ci siano, in questo posto impervio e dimenticato dagli uomini in cui ho scelto di fare l’eremita?” (osservazione a cui in effetti l’angelo non tentò nemmeno di controbattere). “È la Guendalina! È lei! Devo salvarla!”.
“COSA?”, strillò l’angelo. “Ma sei scemo? Chiunque ti abbia rubato la mucca è un bandito grande e grosso, tu sei un eremita che vive negli stenti: cosa diamine speri di fare?”.
“Devo salvarla!”, insistette Nectan, affrettandosi lungo il sentiero. “Ho letto molte agiografie su questo argomento. È esattamente quello che fanno i santi”.
Amico”, tentò l’angelo, e c’era una nota di panico nella sua voce: “se proprio devo essere sincero, io ho visto chi ti ha rubato la mucca, e sono due criminali spregiudicati grossi come un macigno e con dei coltellacci legati alla cintura. Onestamente, non mi sembra proprio il caso”.
San Nectan si era già incamminato nella direzione da cui sembrava provenire il muggito della mucca, e non lo ascoltava. O meglio: lo ascoltava, ma coglieva solo quello che piaceva a lui. “Due criminali!”, mormorò ispirato. “Ecco la spiegazione! Dio ha voluto che i criminali mi rubassero la Guendalina perché io potessi mettermi alle sue tracce e convertire così ì bifolchi che me la hanno ingiustamente sottratta! Ho letto molte agiografie su questo argomento!”.
“Oh misericordia, Nectan”, sussurrò l’angelo sgranando gli occhi: “secondo me, i due criminali ti hanno rubato la mucca perché è così che va la vita, e tu dovresti semplicemente fartene una ragione e passare oltre”.
L’eremita scosse il capo, accelerando il passo. “Tu non capisci! Ecco cos’ero stato chiamato a fare: ecco la mia grande occasione per servire il Cristo e diventare un santo!”.
“Nectan”, mugolò disperato l’angelo custode cercando di tenergli il passo, “io sono convinto che il Cristo si senta già adeguatamente servito dalla tua vita di stenti e di penitenza, io non credo affatto che sia una buona idea andare a cercarsi rogne pedinando due banditi che ti hanno appena…”.
Ma fu tutto inutile.
E prima che l’angelo potesse fare qualsiasi cosa per impedirlo, Nectan – esperto conoscitore di quei boschi – aveva già individuato una piccola radura in mezzo alla foresta in cui, a giudicare dai rumori, i due banditi si erano fermati per riposare. Con mucca al seguito.
“Ti prego, Nectan, ti prego”, sussurrò l’angelo disperatamente, mentre il santo eremita stava accucciato dietro a un masso cercando il momento più opportuno per palesarsi. “Sono il tuo angelo custode, tenerti fuori dai guai è il mio mestiere: ti prego, davvero io non credo che…”.
“Oh, abbi fede!”, bisbigliò Nectan in risposta. Ed ecco, emerse da oltre il masso che lo celava alla vista dei bifolchi, spalancando le braccia e rifulgendo come colpito dalla più pura luce solare. “LA PACE DEL SIGNORE GESÙ CRISTO SIA CON VOI, FRATELLI!”.

I due malviventi sobbalzarono, portandosi una mano al cuore. La Guendalina muggì debolmente. Nectan sorrise con aria ieratica.
“Vi parla Nectan di Hartland, umile servo del Signore, figlio primogenito di Brychan di Brycheiniog re di Brycheiniog, guida spirituale di re Artù e di tutti i cavalieri della Tavola Rotonda, evangelizzatore di queste lande…”.
(“Nectan, davvero, sei ancora in tempo per scusarti e salutare…”, tentò disperatamente l’angelo).
“…fratello del pio Clether signore di Nevern e dei santi eremiti…”.
(I due banditi si scambiarono un’occhiata sconcertata, poi tornarono a posare lo sguardo su quell’ometto rachitico vestito di stracci, poi si guardarono un’altra volta e fecero scivolare le mani in direzione dei coltellacci che portavano alla cinta).
“…guida e protettore di tutti i devoti figli di Brychan, messaggero del Vangelo fra le genti che ancora non conoscono la Novella…”.
(“Nectan, ma che stai a dire? E quei due hanno preso in mano i coltelli! Scappa!”).
“…e quest’oggi, fratelli carissimi, la mia strada si interseca alla vostra perché voi, quest’oggi, avete compiuto una grave offesa agli occhi di Cristo. Avete ingiustamente derubato il suo umile servitore, privandolo della sua unica fonte di sostentamento”. E indicò la Guendalina, che, sentendosi tirata in ballo, muggì in segno di assenso. “Fratelli carissimi, quella mucca mi appartiene” (i criminali si scambiarono uno sguardo allarmato). “e in nome del Signore nostro Dio, io vi ordino di voler immediatamente rendere la mucca” (l’angelo custode si lasciò sfuggire un gemito disperato) “a chi legittimamente la possiede, poiché così dice l’Apostolo: I ladri non erediteranno il regno di Dio”.
Seguirono dieci secondi abbondanti di silenzio. I banditi, increduli, fissarono Nectan; Nectan, ieratico, fissò i criminali; la Guendalina, ignara di tutto, iniziò serenamente a brucare l’erba, e l’angelo custode di San Nectan mugolò per il terrore. “Tu sei pazzo! Quelli ti ammazzano!”.
“No, amico”, lo rassicurò Nectan, raggiante di luce. “Ho letto molte agiografie su questo argomento. A questo punto i ladri si convertono e diventano santi a loro volta”.
“Nectan, guarda che io non credo…”.
Abbi fede, angelo”, ripeté San Nectan.
E l’angelo, rassegnato, rimase immobile a guardare, mentre i banditi si alzavano di scatto, correvano contro all’eremita, affondavano un coltello nella sua gola, gettavano a terra il moribondo, e lo finivano con un colpo netto che gli staccava la testa dal collo.

Oh”, commentò San Nectan.

Eh”, replicò l’angelo, ferocemente.
Santo cielo. Che maniere”, sbuffò la testa di San Nectan. E poi, il braccio destro dell’eremita cominciò a cercare a tentoni il suo cranio decapitato.
Gli assassini urlarono come chi ha appena visto un fantasma (giustamente). Quanto all’angelo custode, proruppe allibito: “oh mio Dio! E cosa stai facendo, adesso??”.
“Cerco la mia testa, mi pare ovvio”, spiegò la testa di San Nectan mentre il suo corpo decapitato si metteva a sedere. “È che è tutto molto complicato…”.
“Ci credo che è complicato, buon Dio: sei morto!”, gli urlò l’angelo. “Che vogliamo fare? T’hanno ammazzato! Stai fermo e buono per terra e decomponiti, scusa!”.
“Ma no, no: ho letto molte agiografie su questo argomento” insistette Nectan, che nel frattempo aveva recuperato la sua testa e se l’era messa sotto braccio. I due assassini restavano a guardare, paralizzati dall’orrore. “Ho letto molte agiografie, ti dico: questa trovata spaventa moltissimo i criminali, che si convertono, e…”.
Si udì un tonf, e uno degli assassini cadde a terra svenuto.
“Ma santo cielo, Nectan!! D’accordo, c’è il topos agiografico dei santi cefalofori, ma mi sembra che nell’ultima mezz’ora tu abbia già combinato abbastanza danni… cosa vogliamo fare, adesso? La vendetta degli zombie 2?”.
“Non temere! Non temere! Credimi, ho letto molte agiografie su questo argomento: può ancora funzionare!”. E, gioviale, tese una mano verso il bandito ancora cosciente, mentre la testa sorrideva timidamente da sottobraccio.
L’assassino urlò come colui che vede aprirsi sotto di lui le viscere della terra, e scappò via correndo come un ossesso.

Oh”, sospirò San Nectan.

L’angelo custode si nascose il volto fra le mani, indeciso se ridere o se piangere.
Eppure”, sussurrò Nectan, abbattuto, “avevo letto tante agiografie, su questo argomento. Nelle agiografie, funziona sempre”.
L’angelo gli accarezzò delicatamente il collo decapitato, per confortarlo.
“E se provassi a seguire il bandito?”, azzardò la testa. “Potrei ancora convertirlo, forse…”.
“Sì, come no. Inseguilo fino al paese a mo’ di cavaliere senza testa, possibilmente terrorizzando a morte donne e bambini: questo sì che è un ottimo strumento di evangelizzazione!”.
“…oh”, sospirò l’eremita. Ed ebbe un istante di smarrimento. “E allora? Cosa faccio?”.
L’angelo dovette fare appello a tutta la sua natura angelica per non cedere all’esasperazione. “Ma come, cosa fai? Sei morto! Ti hanno staccato la testa! Zampilli sangue dal collo! Vai a seppellirti da qualche parte e comportati da cadavere, per l’amor del cielo!”.
Oh”, ripeté san Nectan. E sentì gli occhi inumidirsi, mentre il peso degli eventi si scaricava sulle sue spalle. “Sì”, sussurrò piano, “penso che tornerò al mio eremo… e mi seppellirò nelle vicinanze… qualcuno mi troverà, prima o poi. I miei fratelli vengono spesso a trovarmi”.
Amorevolmente, l’angelo gli carezzò di nuovo la schiena grondante di sangue.
“Anche la Guendalina… potrei portarla con me sull’eremo. Avrà di che mangiare, per un po’. E poi la troveranno i miei fratelli”.
“Mi sembra una buona idea, Nectan”, disse l’angelo molto dolcemente.
La testa decapitata tirò su col naso. “È che… sai cosa? Mi spiace. E mi sento così stupido. Ma nelle agiografie funzionava sempre…”.
Per la terza volta, l’angelo lo carezzò, pian piano.
“Ma forse questa non è un’agiografia”, sospirò l’eremita – e aveva gli occhi sempre più lucidi.

L’angelo custode rimase a guardarlo senza dire niente, perché conosceva bene il suo protetto e capiva benissimo, ormai, quand’era il momento di tacere. Rimase un po’ in disparte, mentre Nectan, tenendo la testa sottobraccio, si avvicinava alla mucca, la prendeva, e la conduceva con sé lungo il sentiero che portava all’eremo, lasciandosi alle spalle un’inquietante scia di sangue.
Rimase a guardare, silenzioso, mentre Nectan posava la testa sul prato verde e cominciava a scavarsi una fossa, là in quella radura in cui aveva tanto amato pregare. Provò talvolta l’impulso di dire qualcosa, vedendo gli occhi dell’eremita diventare sempre più lucidi e sempre più tristi e sconfitti… ma tacque. Perché sapeva quando tacere.

Con cautela, Nectan l’eremita si infilò dentro la sua fossa. Poi allungò le braccia e raccattò la testa, che aveva posato poco distante.
Lanciò un’occhiata all’angelo custode. “Allora, ciao”, disse piano, in tono amareggiato.
L’angelo non riuscì a trattenere una mezza risata: “tanto, ci vediamo dall’altra parte, eh! Mica ti mollo così!”.
L’eremita accennò un sorriso, ma era un sorriso assai poco convinto. Ripeté ancora una volta: “eppure, ero convinto che potesse funzionare. Pensavo di essere… Insomma, nelle agiografie, funziona sempre…”. E sospirò, tristemente, e poi fece per sdraiarsi nella fossa.
“Nectan, aspetta!”, esclamò l’angelo. “Hai notato? Guarda il sentiero”.
L’eremita lanciò all’angelo custode uno sguardo assente. “Mh?”.
“Guarda il sentiero, lì!”, insistette l’angelo, e indicò il tratto di strada sterrata che Nectan aveva percorso per tornare al suo eremo. Il terreno, roccioso e aspro, era percorso da una scia profumata e purpurea di fiori di digitale.
Nectan sgranò gli occhi: “ma cosa…?”.
“Sono fiori. È una striscia di fiori. Là dove è caduto il tuo sangue, per tutto il tragitto che hai fatto dal bosco al tuo luogo di sepoltura… là, sono improvvisamente fioriti dei fiori”.
L’eremita aprì la bocca e la richiuse senza aver detto niente: boccheggiò per qualche secondo, mentre i suoi occhi tornavano a riempirsi di lacrime. “Vuoi dire che…? È…?”.
“Sì, Nectan”, rise l’angelo: “è un miracolo. Stupidotto che non sei altro: dopo tutto, questa è un’agiografia!”.

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[Ma che sant’uomo!] Sara – la – Kali

Mentre Maria di Magdala veleggiava serena verso l’infinito e oltre, custodendo nel suo grembo un piccolo fagotto in cui era avvolto il Sacro Graal, sua sorella Marta le lanciava occhiate inquiete, seduta accanto a lei sul ponte della nave. “Non lo so, Maria… tu sei proprio convinta che sia la scelta giusta?”.
“Ma certo che sì”, replicò tranquilla la Maddalena.
Marta si mordicchiò le labbra con aria nervosa: non sembrava per niente a suo agio.
“Perché, scusa? Che problema c’è?”, le chiese l’altra.
“Non lo so”, fece Marta, esitando. “È più che altro una sensazione. E se qualche pazzo dicesse che sei scappata via da Gerusalemme perché dovevi trovare un posto sicuro in cui dare alla luce un figlio che hai concepito con Nostro Signore, e che è lui il Santo Graal, e che da questo figlio discenderà una potente dinastia di re che dimostreranno la loro natura semi-divina curando le scrofole? E se poi qualcuno scrivesse di monaci albini dell’Opus Dei che vagano per il mondo ad ammazzare la gente nei musei, e…?”. Si interruppe, perché aveva appena notato lo sguardo della sorella. Tossicchiò, imbarazzata. “No, era così, per dire. Chiamiamolo ‘presentimento’, se vuoi”.
Seguì mezzo minuto abbondante di silenzio, in cui la Maddalena fissò sua sorella chiedendosi cosa ci fosse in quegli intrugli che Marta usava sempre per lavare i pavimenti, e se la poveretta non avesse forse respirato dei vapori strani.
“È che non capisco”, insisté Marta. “Cosa ci facciamo, su una nave senza remi lasciata andare alla deriva, io, te, Lazzaro, Maria di Cleofa, la moglie di Zebedeo e ‘sto manipolo di altri discepoli, a portare a spasso il Sacro Graal? Ma non potevamo starcene a casa?”.
“E che ne so, io?”, fece la Maddalena stringendosi nelle spalle. “Mi pare ovvio che né io né te siamo le vere Marta e Maria raccontate dai Vangeli, e che in questa sede siamo solo personaggi di una leggenda agiografica”.
“…”, boccheggiò la povera Marta, che aveva tutta l’aria di non aver mai considerato la cosa da questo punto di vista.
“Sali su ‘sta barchetta lasciata andare alla deriva, ché mi serve per il libro, mi ha detto l’agiografo. Vedrai che approderai in un fantastico paesello della Provenza che verrà battezzato Saintes-Maries-de-la-Mer in onore tuo e delle altre due Marie che ti accompagnano sulla barchetta, ha detto lui. Vedrai quali grandi onori vi verranno tributati, e quanto grande sarà la devozione alle Tre Marie in questa zona della Francia, mi diceva. Mi sembrava un buon affare”, borbottò la Maddalena.
“Sì, ma su una barca senza remi? Da Gerusalemme fino in Provenza? Non potevi prenderlo a insulti, ‘sto agiografo?”, protestò Marta, che sembrava molto interdetta.
“Ma era per una buona causa”, insisté Maria, “e la barca alla deriva è funzionale alla narrazione… Dice l’agiografo che se una barca alla deriva approda nel punto X, la gente che abita nei dintorni è tutta ringalluzzita perché si vede che era proprio volontà del Signore che le Tre Marie andassero a vivere da quelle parti. E l’agiografia diventa un best seller”.
Marta aprì la bocca per protestare, ma la richiuse senza aver detto niente. Si limitò a lanciare un’occhiata inquieta all’orizzonte, dove si addensavano nubi nere di tempesta. “Va bene, sorellina. Ma vorrei solo farti notare che siamo su una barca alla deriva in mezzo al mare di chissà-dove, e c’è una specie di tromba d’aria che si avvicina pericolosamente”.
La Maddalena guardò fisso l’orizzonte con sguardo ieratico, come nel film di Zeffirelli, poiché era dichiaratamente l’eroina dell’agiografia. Contestualmente, un soffio di vento proveniente dal fortunale che s’avvicinava le scarmigliò i capelli facendo fremere la sua pelle come nei peggiori Harmony, poiché era dichiaratamente l’eroina sexy dei romanzetti che sarebbero stati tratti dall’agiografia suddetta.
“Non temere, sorella”, disse la Maddalena, con voce ieratica e sexy allo stesso tempo. “Sento che il nostro agiografo sta per dare una svolta alla sua narrazione”.

***

Un altro personaggio dell’agiografia che quanto a sex appeal stava messo piuttosto bene, era l’intrigante Sara-la-Kali.
In primo luogo, Sara era una zingara. Se sei un personaggio leggendario di un’agiografia francese del XVI secolo, e il tuo agiografo ti descrive come una zingara pagana, c’è poco da scherzare: sei una specie di bomba sexy ricoperta di pendaglietti tintinnanti; praticamente l’incarnazione dell’Anticristo fino al giorno in cui non ti converti.
E infatti, cosa faceva la nostra zingarella Sara, sulle rive di Saintes-Maries-de-la-Mer, mentre si avvicinava pericolosamente una tremenda tromba marina?
Si immergeva nell’acqua gelida in tempesta – vestiti che fluttuano sull’acqua e si appiccicano ai sinuosi fianchi – portando con sé una statua della dea Ishtar. Sara era infatti una specie di sacerdotessa degli zingari francesi: una volta all’anno, in un rito ricco di pathos, doveva onorare in tal modo la dea babilonese venerata dal suo popolo, immergendola nell’acqua marina con mosse rituali.
E quindi, la nostra Sara era lì: bagnata, semi-nuda, intirizzita, zingara, abbracciata alla statua di Ishtar, alle prese con un rito pagano – praticamente l’incarnazione del Male Supremo, agli occhi del nostro agiografo. Quand’ecco che…
Oh, dei”, sussurrò Sara, attonita.
La signora ammantata di luce che era appena apparsa di fronte di lei, sospesa sulle acque in tempesta, le sorrise con dolcezza.
Sara deglutì, terrorizzata, cercando disperatamente di capire cosa fare. Tutta la sua gente era radunata a riva, alle sue spalle, e lei non aveva nessuna intenzione di mostrarsi spaventata… però, cavoli, non pensava nemmeno che potesse succedere, una cosa del genere…
“Si-signora Ishtar, mia signora?”, domandò con un filo di voce.
La signora ammantata di luce sorrise ancor più dolcemente; sembrava quasi divertita. “No, figliola. Il mio nome è Maria; e, se farai quello che ti chiedo, molto presto potrai conoscermi. Grandi grazie verranno elargite a te ed alle tue genti”.
Sara boccheggiò, senza nemmeno riuscire a realizzare. “Cosa… cosa vuoi che faccia?”.
“Persone molto speciali stanno per sbarcare su questa terra”, spiegò quietamente la misteriosa apparizione: “sono le donne che hanno conosciuto l’unico vero Dio, Gesù Cristo, mio figlio. Chiedo a te ed al tuo popolo di occuparti di loro: voglio che le accogliate come sorelle e che le proteggiate. Loro, in compenso, vi riveleranno parole di vita eterna; vi daranno la salvezza che tutti cercano. Ma hanno bisogno del vostro aiuto: la loro nave è in difficoltà, in mezzo alla tempesta!”.
A malapena Sara sentì un mormorio scandalizzato alle sue spalle, proveniente dalla riva. Troppo presa dalla sconvolgente esperienza, si era dimenticata di tenere sollevata la statua di Ishtar e l’aveva fatta finire con la testa sott’acqua. Con un gesto automatico tirò su la statua, poi lanciò un’occhiata sconvolta alla signora vestita di luce, poi si girò per lanciare un’occhiata alla sua gente rimasta a riva.
Tornò a guardare la signora.
“Eccoli! Stanno arrivando!”, disse Lei, indicando un punto impreciso all’orizzonte. “Ora!”.

***

Nonostante lo sguardo ieratico della Maddalena, sulla barchetta in mezzo alla tempesta regnava ora un discreto panico.
Se i nostri personaggi leggendari avevano accettato abbastanza di buon grado di imbarcarsi in questa avventura per la maggior gloria di Dio, sembrava ora evidente a tutti che salire a bordo di una barca senza remi lasciata alla deriva nel bel mezzo di una tempesta marina… behtutto sommato, non era stata una grande idea.
Marta era disperata, Lazzaro cercava di fare l’uomo della situazione ma senza grandi risultati, la Maddalena era tutta preoccupata di custodire il Sacro Graal che l’agiografo le aveva messo in mano, e Maria di Cleofa era raccantucciata in un angolino a chiedere aiuto al Signore. In quella baraonda di flutti e di alberi maestri che si spezzavano, l’unica che sembrava aver conservato un po’ di contegno era la terza Maria, moglie di Zebedeo e madre di Giacomo e Giovanni.
“Fratelli! Ho un’idea!”, gridò improvvisamente lei per sovrastare il rumore furente della tempesta. “Ecco: getterò sui flutti il mio mantello, e poi tutti noi ci butteremo in mare sopra di esso. Con l’aiuto del Signore, il mio mantello si trasformerà in zattera e arriveremo salvi fino a terra!”.
“…”, commentarono in coro tutti gli altri personaggi, cominciando a interrogarsi sulla sanità mentale dell’agiografo nelle cui mani si erano messi.
Ahò, avete un’idea migliore?!”, protestò la moglie di Zebedeo.
“In effetti, no”, convenne Maria di Magdala.

***

La donna ammantata di luce era appena scomparsa, lasciando dietro di sé uno strano senso di serenità e fiducia. La zingara Sara rimase immobile per un paio di secondi, fissando il punto in cui, fino a poco prima, si trovava quella misteriosa donna. E poi, improvvisamente, scorse qualcosa che si muoveva sul mare, a una certa distanza dalla costa.
Era una specie di…?
Sara trattenne il fiato, cercando di capire: era come una via di mezzo fra una zattera e un tappeto volante, che sfrecciava veloce sulle acque in tempesta. E sopra a quell’aggeggio, stavano in piedi alcune figurine che si sbracciavano, nell’evidente tentativo di farsi notare dalla gente a riva.
Il cuore di Sara fece un balzo nel petto. Di botto, lasciò cadere in mezzo all’acqua la statua di Ishtar e si girò verso i fedeli che stavano dietro di lei, a riva. “NAUFRAGHI IN MARE!”, urlò. “Presto! Andiamo a soccorrerli!!”.

Il finale di questa leggenda è piuttosto prevedibile, o no?
Maria Maddalena, Sacro Gaal & compagni vennero tratti in salvo dalla comunità gitana.
Appena arrivati a riva, gli apostoli si gettarono in ginocchio e innalzarono a Dio una preghiera di lode, cosa che fece sì che si manifestassero grandi prodigi davanti agli occhi attoni degli zingari.
La statua di Ishtar, poretta, rimase desolatamente abbandonata in mezzo alle acque in tempesta, mentre la Maddalena & Amici venivano aiutati, ospitati e rifocillati da questi loro stupefatti ospiti.
Gli zingari si convertirono, le tre Marie naufragate in Provenza si diedero un gran daffare per evangelizzare l’intera zona, e la comunità locale decisee di portare memoria imperitura di questo glorioso evento, dando un nuovo nome al piccolo paesello che era stato onorato da così tanti ospiti. Paesello che è ancor oggi noto, infatti, con il nome di Saintes-Maries-de-la-Mer.

E quanto a Sara?
Come in ogni leggenda agiografica che si rispetti, ovviamente si convertì e divenne un’ottima cristiana.
Anzi: divenne proprio una Santa!
Una Santa il cui culto non è riconosciuto dalla Chiesa Cattolica, prevedibilmente – ma stando a quello che si legge in giro, pare che siano molte le comunità rom che venerano Santa Sara riconoscendola come loro “patrona”.

Sara la Kali

Due note al volo per concludere, integrando questa storia con qualche informazione in più?

1. La leggenda della Maddalena sbarcata in Francia ha origini antichissime: non se l’è inventata Dan Brown; si trova già in un sacco di agiografie risalenti al pieno Medio Evo. Ad esempio, la riporta anche la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (limitandosi ovviamente al miracoloso sbarco in Francia, senza tirare in ballo gravidanze semidivine e roba del genere).
2. La figura di “Santa Sara”, invece, appare più tardi: siamo già all’inizio del ‘500. In alcune versioni della leggenda, Sara è la serva (alternativamente, di colore o zingara) di una delle tre Marie. In altre versioni più tarde, è per l’appunto la zingara pagana che accoglie le tre Marie dopo il naufragio. Nel Codice Da Vinci, mi risulta che si trasformi nella figlia di Maria Maddalena e Nostro Signore: mi confermate (ché io non ho letto il libro)?
3. Le origini di questa figura? Sono discusse: ad esempio, alcuni studiosi evidenziano alcune somiglianze fra il culto tributato a Sara-la-Kali e quello tributato, in India, alla dea Kalì. In questo caso, santa Sara-la-Kali non sarebbe altro che una reminescenza della dea Kalì, sincretizzata e cristianizzata col passar dei secoli. Un’ipotesi che va a braccetto con quella secondo cui i rom sono un popolo di origini indiane, arrivato in Francia nel IX secolo. Tutto tornerebbe, come si suol dire…
4. Ma, come per ogni leggenda che si rispetti, anche questa deve necessariamente concludersi con un alone di mistero. Infatti, altri studiosi non concordano affatto: santa Sara è una figura sicuramente appassionante, ma non possiamo millantare inesistenti somiglianze fra il suo culto e quello tributato alla dea Kalì solo per via di quel “Kali” piazzato lì nel nome della “santa” cristiana. E non è mica detto che i rom siano arrivati in Europa proveniendo dall’India!
5. Ad ogni buon conto, Santa Sara è festeggiata ogni anno il 24 maggio (qui un approfondimento sul sito di Famiglia Cristiana)
6. …e, notizia senz’altro di fondamentale importanza, Piero Pelù è un grande fan di codesta santa, al punto tale da essersi fatto tatuare addosso il suo nome. Proprio così. “Sono ateo”, dichiara lui sulla sua fanpage, “ma devoto a Santa Sarah protettrice di tutti i nomadi”.
E adesso che lo sapete, scommetto che la vostra vita vi appare improvvisamente più completa.