Cercar moglie, nel Medioevo

Con tutto questo parlar di famiglie, si trascura (ovviamente; perché appunto è un’ovvietà) l’elemento che di più di tutti – più di mille “grazie” “prego” “scusa”, attese pazienti e compagnia cantante – è alla base del successo per una buona famiglia.
Quale? Beh, ma ovvio: crearsi una famiglia con la persona giusta.

Mi par di sentirvi: “e grazie al cavolo”. Non esiste un vademecum del partner perfetto, né tantomeno esiste il vademecum di come andarselo a cercare. Trovare l’anima gemella è una questione di sentimento, di fortuna, un evento raro come il perfetto allinearsi degli astri in cielo, e…
…e, ‘nsomma, nì.

Se non esiste un vademecum per la ricerca del partner perfetto, oggi, per l’uomo del 2000, è senz’altro vero che di vademecum simili ne sono stati scritti millemila nel corso dei secoli – quando cioè la scelta del partner aveva ben poco a che fare col sentimento, ed era dettata perlopiù da lucidi ragionamenti fatti a tavolino. All’epoca sì che ognuno diceva la sua, per esortare il nubendo a far la scelta più saggia!
E per quanto nessuno auspichi, ovviamente, un ritorno ai matrimoni combinati del tempo che fu, possono comunque essere a loro modo utili strumenti di riflessione le raccomandazioni che venivano fatte, un tempo, a coloro che si accingevano a cercar moglie. Ne estrapolo alcune dal bel saggio di Silvana Vecchio, La buona moglie, edito nell’interessantissima Storia delle donne della Laterza.
E ne estrapolo alcune scegliendole non tanto tra le raccomandazioni degli economi attenti a fare un buon affare con le nozze giuste, ma bensì tra le raccomandazioni dei religiosi, attenti già da allora ad orchestrare un  matrimonio… che fosse anche sacramento.

E dunque: cosa suggeriva il prete al giovanotto medievale che stava cercando moglie?

1) Non anteporre la dote a tutto il resto

Non nascondiamoci dietro a un dito: la ricchezza della dote era un requisito fondamentale per la scelta di una buona sposa, ed era anche “giusto” che fosse così, considerato il ruolo che il matrimonio aveva in quel periodo. Però, senza nulla togliere all’importanza del dato economico, i predicatori medievali sottolineavano, concordi, come questo fosse un elemento da posporre ad altri ben più importanti.
Quali?
Beh: lasciando da parte le doti squisitamente religiose, vi erano infinite “virtù laiche” da ricercare in una moglie, prima ancora di guardare al suo conto in banca. Ad esempio un buon carattere, una reputazione immacolata, la quantità delle sue amicizie (indice di una capacità di interessere buoni rapporti col mondo esterno).
Poi, ma solo in subordine, può anche entrare in gioco un discorso di tipo economico.

2) Scegline una alla tua portata

Sai: i soldi (e magari qualche pater familias poco attento ai desideri delle sue figlie) possono fare miracoli. Era cosa relativamente facile che un vecchiaccio storpio e con la gotta prendesse in sposa una ragazzina tra le più piacenti sul mercato.
Sconsigliato, dicono i predicatori: ma non tanto per pietà nei confronti della piacente fanciulla! Si suggerisce, piuttosto, che la moglie sia sostanzialmente pari al marito, sia per età che per aspetto esteriore, proprio a fini buona riuscita del matrimonio.
Secondo Peraldo, domenicano lionese, l’omogeneità della coppia (anche proprio a livello fisico!) è elemento indispensabile per la sua stabilità nel lungo periodo. Jacopo da Varagine gli fa eco suggerendo all’uomo-medio una donna “della porta accanto”, giusta via di mezzo tra una bruttezza eccessiva che ti fa salir la depressione addosso e una bellezza dirompente che genera spesso ansie e gelosie.

3) Ricorda il detto “tale il padre, tale il figlio”

Troppo spesso noi moderni consideriamo il matrimonio solo ed esclusivamente come una cosa alla “due cuori e una capanna” – come se poi, oltre la porta della capanna, non ci ritrovassimo con tutta la famiglia d’origine del nostro ammmore che, giustamente, ci suona al campanello.
Gli antichi tenevano questa circostanza senz’altro in maggiore considerazione: ovvio, in un’epoca in cui il matrimonio non era tanto una scelta d’amore, quantopiù un’alleanza tra due famiglie.

Bene: i predicatori medievali concordano in massa sul detto che “la mela non cade lontano dall’albero”. Prima di scegliere una sposa, dunque, si studi attentamente tutta la sua famiglia: non solo perché, giustamente, è con quella famiglia che ti stai imparentando, ma anche perché… beh: dal comportamento dei genitori, si comprendono tante cose sui figli. Jacopo da Varagine suggerisce di stalkerare a lungo la potenziale suocera per farsi un’idea di quale possa esser stata l’educazione ricevuta dalla figlia. Paolo da Certaldo guarda ancora più lungo, e non disdegna occhiate indagatrici addirittura alle nonne (!) della futura sposa.
La mela non cade lontana dall’albero: e se suoceri di buon carattere possono essere una rassicurante consolazione, suoceri scostanti ed immorali dovrebbero essere un enorme campanello d’allarme – indipendentemente dalla vastità delle terre che portano in feudo.

4) Meglio una vergine alle prime esperienze che una donna consumata

Ma non per una questione puramente sessuale, anzi! Nel Medioevo era frequente che una donna rimanesse vedova dopo qualche anno di matrimonio, infelicissima situazione dalla quale era senz’altro auspicabile che la signora venisse sollevata. Nessuno si sarebbe mai sognato di rifiutarla solo perché la tapina non era più illibata sessualmente, giusto per capirci.
I predicatori, però, suggeriscono di andare sempre molto cauti quando si prende in considerazione l’idea di sposare una vedova. Per una ragione molto semplice: la poveretta porta con sé un bagaglio emotivo che potrebbe essere difficile da gestire. Ella è già stata padrona di casa, ella è già stata moglie ; ella, forse, addirittura è già stata madre (e Dio non voglia che i suoi figlioletti rifiutino di vedere in te il nuovo capofamiglia!). A differenza della vedova, che arriva alle seconde nozze forte di abitudini già consolidate – tutti elementi di potenziale tensione nella quotidianità d’un matrimonio – la ragazza “alla sua prima storia” si getta nelle braccia dello sposo come una tabula rasa, sulla quale sarà più agevole scrivere assieme la propria storia famigliare.

5) Prega, prega, (e non pretendere l’impossibile).

Non è facile creare (e mandare avanti) un buon matrimonio. Anzi è difficile, difficilissimo: anzi, è proprio impossibile, se si pensa di poterlo fare con le sole forze umane!
Proprio per questo, secondo Peraldo, la principale occupazione di colui che sta cercando moglie dovrebbe essere pregare, in maniera non dissimile da chi, in noviziato, cerca di discernere la sua vocazione: pregare, implorare lo Spirito per un’illuminazione, e solo dietro assistenza divina scegliere la propria metà.
Che, si badi bene, non sarà mai perfetta, perché la perfezione non è di questo mondo. Il domenicano inglese Giovanni Bromyard è molto esplicito su questo punto: feconda o sterile, bella o brutta, la moglie è comunque, e inevitabilmente, fonte di problemi, prima o poi. Il partner perfetto non esiste, così come non esiste affatto il Matrimonio Perfetto.
Esiste semmai il Matrimonio Meno Imperfetto Possibile… ed è su quello che tocca lavorare, per farlo funzionare al meglio.

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“A Medieval Couple at their Wedding Feast”, Mary Evans Picture Library

La gonna preferita dalle suffragette

Niente panico, lettori maschi: non ho intenzione di trasformare questo blog in una specie di saggio a puntate di Storia della Moda. Eppure, l’argomento è interessante, di per sé: a suo modo, la scelta degli abiti da indossare la dice lunga su una persona, su un contesto storico, su una intera civiltà…
Per cui, spero mi consentirete ancora questo articolo a tema, per “onorare” a mio modo la giornata della donna parlando e sparlando di… la gonna più amata dalle suffragette.

***

Come dite? Le sufragette c’avevano di meglio da pensare, che non alle gonne?
Beh, ‘nsomma, mica vero. La scelta di un abito da indossare o di un certo trend da lanciare nel mercato della moda non è mai casuale e priva di significato. Quella frase proverbiale ma ormai priva di senso – “chi è che porta i pantaloni in questa casa?!”, – all’epoca delle suffragette aveva un significato vero, così come poteva assumere una valenza politico-ideologica anche solo la scelta dell’abito da infilarsi quella mattina.

Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molte donne ritengono che l’ammontare dei loro diritti civili sia inversamente proporzionale alla quantità di pelle scoperta, le suffragette ritennero loro dovere primario abbandonare le vaporose crinoline per sfoggiare abiti che permettessero loro di apparire più liberamente “donne”.
Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molti uomini ritengono che l’onorevolezza di una donna sia direttamente proporzionale alla sciatteria con cui la signora si veste, la società perse pure tempo a star dietro ai guizzi estetici delle femministe, trasformando una normale moda passeggera in una specie di affar di Stato.

Avete mai sentito parlare, signori, della “hobble skirt”?

Hobble Skirt 1

La hobble skirt è ‘sta roba qua, ed è indubbiamente una delle invenzioni più orride e importabili nel campo della moda recente.
Non è chiaro chi sia stato il genio del male a inventare questo bizzarro arnese, ma lo stilista parigino Paul Poiret ebbe il coraggio di accollarsene la paternità (…anche se, probabilmente, l’idea iniziale non fu realmente sua). Una diceria, probabilmente non del tutto priva di attendibilità, attribuiva addirittura la nascita della “hobble skirt” a uno dei primi voli aerei dei fratelli Wright, e in particolar modo a un volo del settembre 1908 che vide per la prima volta una passeggera di sesso femminile ospite di un aeroplano. Alla signorina Edith Berg – prima donna in assoluto a sfidare la forza di gravità – era stato chiesto, in via precauzionale, di stringere con un elastico, poco al di sotto delle ginocchia, la sua ampia gonna inizio ‘900 tutta stoffa e crinoline, per evitare possibili incidenti in cui il tessuto, mosso dal vento, si impigliava per disgrazia in qualche ingranaggio del motore.

Volo Edith Berg Hobble Skirt
Edith Berg e Wilbur Wright nel primo volo aereo con le quote rosa della Storia.

La fotografia della signorina Berg pronta per il volo ebbe ampia diffusione, e forse non è un caso che, da lì a pochi mesi, abbia cominciato a impazzare sulle passerelle un originalissimo modello di gonna che, abbandonati gli spessori delle crinoline ottocentesche, scendeva morbido sui fianchi… per poi stringersi ai polpacci.

Lo stile poteva piacere o non piacere; certi modelli sono anche carini, a guardarli astrattamente. Di sicuro, piacque moltissimo alle suffragette e alle femministe in generale, che, probabilmente, vedevano in quell’estroso capo di abbigliamento un rivoluzionario riappropriarsi delle forme femminili. Abbasso le sottogonne e gli scomodi corsetti; viva le gonne che, enfatizzando i fianchi e stringendosi alle caviglie, esaltano le naturali curve del corpo femminile.

The Woman's Magazine Febbraio 1914
Febbraio 1914: tre modelli di “hobble skirt” dalla pubblicazione per signore “The Woman’s Magazine”

Ovviamente non è che tutte le femministe di inizio secolo andassero in giro conciate così (ci mancherebbe altro); però, questa tipologia di gonna ebbe dirompente diffusione proprio perché chi sceglieva di indossarlo lo faceva come in una tacita ribellione al mondo maschilista e patriarcale. E che questa moda fosse strettissimamente legata al movimento di rivendicazione dei diritti femminili lo confermano non solo alcune vignette satiriche che associano esplicitamente questa mise alle campagne delle suffraggette:

LadyButchers

ma anche il livore a tratti velenoso con cui il resto del mondo accolse questa estrosa bizzarria muliebre.

Chi si sente sola adesso

Il fatto è che ‘ste gonne, obiettivamente, erano ridicole per davvero: non tanto per l’estetica in sé, ma per l’assurda scomodità di doversele portare appresso. Adatte, tutt’al più, a una damina da salotto che riceve le sue amiche per un tè e non si schioda dal sofà per tutto il pomeriggio, queste gonne erano drammaticamente poco consone allo stile di vita di una giovane laboriosa e in movimento, e che per di più faceva di questo attivismo la sua ragion d’essere. L’esistenza delle hobble skirts l’ho scoperta leggendo il libro Fashion Victims di cui vi dicevo la volta scorsa, perché ‘ste gonne, oltretutto, erano dannatamente pericolose, porca la miseria. Limitando per ovvie ragioni la capacità di movimento, rendevano le donne vittime di continui incidenti, più o meno gravi. Se già non è bello slogarti una caviglia perché ti sei inciampata a causa della gonna troppo stretta, ancor meno bello è cadere accidentalmente in acqua e affogare perché non sei in grado di muovere le gambe (morì così, a New York, nel 1911, la povera Ida Goyette, di soli diciotto anni). Iddio non volesse, poi, che una dama così agghindata dovesse mai fuggire a gambe levate da un qualsivoglia tipo di pericolo: quella povera gentildonna che, nel settembre 1910, morì travolta da un cavallo scosso all’ippodromo di Chantilly, molto probabilmente avrebbe fatto in tempo a scansarsi, se non fosse stato per quella gonna così maledettamente stretta. Per non parlare poi di come questo stile limitasse seriamente le donne nella loro vita di ogni giorno: avete presente i nostri tram raso terra, che accostano direttamente a filo del marciapiede per azzerare le barriere architettoniche? Ecco, benissimo: la città di New York li inventò nel 1910 proprio per… agevolare la viabilità urbana delle tante donne all’ultimo grido, che, pur di mostrarsi indipendenti e arrivate, si imbaccucavano in stilosissimi “abiti denuncia” che rendevano complicato anche solo salire su un tram.

Hobble Skirt Car

Era ovviamente una situazione paradossale, che costringeva le femministe a esporre il fianco a critiche talvolta impietose ma globalmente vere, come nel caso di una vignetta satirica che, con delizioso umorismo tranchant, ironizza sui “grandi passi” compiuti dalla donna verso la sua emancipazione.

GrandiPassiAvanti Hobble Skirt

Il 12 giugno 1910, un editorialista del New York Times osservava (e mica a torto!) che “se una donna ambisce a correre per la carica di governatore, dovrebbe quantomeno essere in grado di correre anche dietro al tram”, e domandava provocatoriamente: queste donne che lottano con tanto entusiasmo per essere legalmente libere, come possono poi accettare di essere incatenate sartorialmente?

HobbleSkirtPostcard

L’epilogo di questa moda assurda? Dovuto non tanto a un acuirsi del buon senso, quanto più causata dagli stravolgimenti bellici. Con il 1914, le hobble skirts spariscono improvvisamente con la stessa rapidità con cui sono venute. Troppo dolorosi e troppo ravvicinati i lutti, per far venire voglia di sfoggiare vestiti così seducentemente estrosi; troppo dura e piena di impegni la vita quotidiana delle donne sole con i loro capofamiglia al fronte, per lasciare spazio a questi strani grilli per la testa.

Eppure, se non fosse stato per questo evento oggettivamente dirompente e imprevedibile, chissà per quanto ancora questa moda avrebbe imperversato!

Quel mortale tutù sessista

Fashion Victims Copertina LibroUn libro favoloso, unico nel suo genere, gustosissimo, pieno di immagini, che vi consiglio spassionatamente per voi e soprattutto per un regalo originale a terzi, è quel gioiellino di Fashion Victims pubblicato dall’editrice Bloomsbury.

Le Victims del caso non sono le spendaccione che, a fine mese, si trovano con l’armadio inutilmente pieno e il conto in banca desolatamente vuoto. No, no: sono letterali vittime della moda – ovverosia individui che, nel corso dei secoli, sono andati incontro a malattie e incidenti, più o meno mortali, a causa della bizzarria di questo o quel diktat stilistico.

Per intenderci: avete presente i famosi corsetti delle donne vittoriane, così stretti da poter causare, effettivamente, problemi al torace? Ecco: nel corso dei secoli, la moda ha riservato questi ed altri scherzetti ai malcapitati che hanno avuto la sfortuna di diventare suoi schiavi.

Una delle storie raccontate da Fashion Victims, però, non me la immaginavo proprio. Ed è una storia da raccontare!, anche solo per consolarci un po’ pensando che “ogni tempo è paese”. La prossima volta che in televisione sentiremo di quella starlet oggetto di velate molestie, di quella top-model ridotta a corpo sessualizzato senz’anima… beh, consoliamoci (?): queste carinerie non sono esclusiva dei nostri tempi.

***

Anno del Signore 1661: a Parigi, il Re Sole fonda l’Académie royale de danse. Potremmo dire che quello è l’atto di nascita della danza classica: il balletto come lo conosciamo oggi nasce tra le aule dell’Académie e pian piano comincia a codificarsi, trovando poi il suo periodo di massimo splendore sotto l’influenza del Romanticismo. Intorno agli anni ’30 dell’Ottocento, la ballerina di danza classica assume l’aspetto con cui tutti noi ancor oggi la immaginiamo: scarpette a punta, chignon raccolto, tutù bianco e vaporoso a sottolineare la sua leggerezza quasi antimaterica.

Adesso, lasciamo perdere per amor di discussione le scarpe a punta delle ballerine (che comunque sì, fanno un male boia borca la miseria) e focalizziamoci sul vero dramma delle danzatrici ottocentesche: il tutù.
Tanto bellino e tanto romantico e poetico finché volete… ma gli scandali che hanno dato vita al #MeToo sono niente, al confronto!

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Maria Taglioni in “La Sylphide” (1832)

La prima ballerina ad esibirsi in un tutù è, nel 1832, l’italiana Maria Taglioni. Il suo abito di scena, così diverso dai canoni dell’epoca, fece scalpore – e non a torto, direi. A parte il fatto che quella vaporosa gonna in tulle, lasciando scoperte le caviglie e i polpacci, appariva agli occhi degli spettatori come qualcosa di incredibilmente audace, è ovvio che se il tuo stile di ballo è composto al 70% da saltelli e mosse dei piedi, è pure ragionevole che i tuoi costumi di scena ti aiutino a enfatizzare questi tuoi sforzi atletici.

…sì sì per carità.
Nessuno lo nega, per l’amor del cielo.
Il fatto è che, a quanto pare, il tutù guadagnò una così immediata popolarità non perché permetteva agli spettatori di ammirare meglio i virtuosismi della ballerina, ma perché permetteva agli spettatori maschi di sbavare, impuniti, su due gran bei pezzi di gambe nude.  

Sembra una cosa da niente, o tutt’al più da “eh, così va il mondo”… ma invece no.
Perché quando il tutù cominciò a imporsi come abito da scena per eccellenza nei camerini delle ballerine di tutto il mondo, ecco che cominciò, più o meno in contemporanea, uno stillicidio di morti sul lavoro, a catena.
Come scrive l’autore di Fashion Victims,

quando l’imperativo di una messa in scena accattivante cominciò a pesare più delle necessità pratiche del lavoro, questo fece sì che le gambe delle ballerine venissero improvvisamente esposte non solo agli occhi degli spettatori, ma anche a quelle che autori dell’epoca definivano le “leccate” delle lampade a gas,

rigorosamente disposte sul pavimento del palcoscenico, in maniera tale da illuminare la scena dal basso verso l’alto.

Nei teatri, infatti, le luci di scena erano disposte in maniera da illuminare in particolar modo le gambe delle ballerine. La consapevolezza di come le danzatrici fossero oggetto degli sguardi maschili spinse i produttori teatrali e i costumisti ad abbigliare le ballerine con abiti pericolosi per la loro sicurezza, pur di attirare in platea galantuomini facoltosi il cui mecenatismo costituiva un’importante fonte di reddito per le compagnie di danza.

Peccato che, per un pugno di soldi, si siano vendute non solo la dignità personale delle ballerine (improvvisamente ridotte a oggetto di sollazzo per le fantasie altrui), ma anche la loro incolumità e la loro vita. A leggere le statistiche e le storie riportate dal libro, vien da mettersi le mani nei capelli: bastava un saltello un po’ troppo vicino alle luci di scena, un moto d’aria non previsto e magari causato dal movimento stesso della ballerina; bastava una fiammella che si alzava di qualche centimetro di troppo, ed ecco l’infiammabilissimo tutù prendere fuoco in un battibaleno, trasformando la ballerina in una (spaventosa) pira vivente (in diretta).

Sorelle Gale Incendio
1861: al teatro dell’opera di Philadelfia muoiono incenerite sei ballerine in un colpo (!), a causa di un disastroso effetto domino ingeneratosi durante i tentativi di alcune danzatrici di soccorrere le loro colleghe

Che le autorità non siano intervenute immediatamente e con forza di fronte alle cronache da film horror di ballerine che muoiono bruciate sul palcoscenico di un teatro  nel bel mezzo di una soirée (!!!)è, in tutta franchezza, già abbastanza sconvolgente.

Ancor più sconvolgente, è venire a sapere che, quando finalmente le autorità decisero di prendere provvedimenti per mettere fine a quell’inferno di tulle e trine infuocate, le ballerine (e i relativi manager) fecero spallucce, rifiutandosi di ottemperare alle richieste del legislatore. Nel 1859 (meglio tardi che mai…) un decreto imperiale della Francia di Napoleone III bandiva da tutti i teatri dell’opera i tutù “vecchio stampo”, ingiungendo che i costumi di scena fossero cuciti con una sorta di tulle ignifugo sviluppato da Jean-Adolphe Carteron.

Sembrerebbe ‘na bella cosa, no?
E invece no: perché il procedimento sviluppato da Carteron, pur essendo indubbiamente valido ai fini della salvaguardia delle vite umana, presentava un imperdonabile difetto per lo star-system: rendeva il tutte un po’ meno vaporoso e un po’ meno etereo. ‘nsomma, lo appiattiva e gli dava pure delle sfumature giallognole, tipo quei vestiti da sposa lasciati troppo a lungo nell’armadio e ormai ingrigiti dal tempo.

Con l’ironia tragica che di tanto in tanto la Storia ci riserva, l’archivio dell’Opéra di Parigi conserva ancor oggi una sorta di liberatoria con cui la ballerina di punta del corpo di ballo dichiarava, nel 1860, di essere pienamente consapevole dei rischi derivanti dal continuare a danzare con un normale tutù di tulle non trattato, e sottolineava di essere ciò nonostante intenzionata a portare avanti le sue performance con gli abiti di scena che aveva sempre usato.

Emma Livry – così si chiamava la ballerina – non era una étoile a caso, ma bensì la danzatrice più apprezzata di tutto il mondo, a quell’epoca (il che voleva dire tanta roba, a quell’epoca). Forse solo per questo la sua morte ebbe un’eco diversa rispetto a quella di tante sue sfortunate colleghe. Nel novembre 1862, ad una delle ultime prove del balletto che stava per mettere in scena, Emma fece accidentalmente passare il suo tutù sopra la fiamma di una delle lampade a gas che illuminavano il palco. Il risultato lo vedete qui sotto in una eloquente ricostruzione mandata in stampa, l’indomani, da Le Monde… ma, tragicamente, potete anche immaginarlo da voi.

Livry Morte

Il tulle sottilissimo e impalpabile prese fuoco e si incenerì nell’arco di pochi secondi. La povera Emma, realizzando di essere rimasta pressoché nuda nel bel mezzo di un teatro, tentò istintivamente di coprire le proprie grazie con uno dei pochi brandelli di stoffa (infuocata) che non si erano ancora distrutti del tutto, ottenendo, ovviamente, come unico risultato quello di peggiorare la sua situazione e di ustionarsi anche le braccia. Un macchinista tentò di soffocare le fiamme col suo corpo, ma la povera ragazza in preda al panico si ritrasse terrorizzata da quell’abbraccio (per pudore, assicurarono i testimoni: pur di non trovarsi mezza svestita tra le braccia di uno sconosciuto, la poveretta preferì attendere con vittoriano aplomb che qualche anima pia reperisse un secchio d’acqua e glielo tirasse addosso).

Il che avvenne, ma avvenne troppo tardi. Quando finalmente le fiamme furono spente, la povera Emma presentava ustioni su oltre il 40% del corpo: uno stato clinico che sarebbe allarmante anche ai giorni nostri, figuriamoci nella Francia del 1861. Mentre veniva trasportata d’urgenza in ospedale, la povera ragazza recitava quelle che probabilmente immaginava essere le sue ultime preghiere. E invece no: non ebbe nemmeno la “soddisfazione” di una morte rapida e indolore, e dovette affrontare altri otto mesi di atroce, dolorosissima agonia ingravescente, prima di morire – finalmente – il 26 luglio 1863.

Immaginate che oggi una tragedia di tali proporzioni colpisca una delle più grandi star di Hollywood (poi, fate le corna).
Direste che almeno la poveretta non sarebbe morta invano: no?
Che la sua agonia avrebbe almeno smosso gli animi della gente inducendo a imporre con rinnovato vigore le norme di sicurezza che già esistevano: no?

Ecco, appunto: no. L’unico significativo passo avanti in termini di sicurezza sul lavoro consisté nell’abitudine di tenere sempre un po’ di acqua di scorta subito dietro le quinte, casomai altre ballerine avessero dovuto trasformarsi di punto in bianco in pire umane. Ma nulla più. All’indomani della tragedia, mentre la povera Emma si contorceva in una atroce e lenta agonia, la sua manager, intervistata circa l’opportunità di passare finalmente ai tutù ignifughi, dichiarava alla stampa: “sì, sono meno pericolosi, come giustamente sottolineate, ma se calcassi ancora le scene come ballerina io non penserei neanche lontanamente di indossarli: sono così brutti”.

E poi ci lamentiamo di come vengono trattate oggi le star del mondo dello spettacolo…

Cerimoniale vaticano for dummies (AKA: perché Melania Trump ha incontrato il Papa vestita come una beghina in lutto?)

Confesso che la cosa mi ha presa di sprovvista. Non mi aspettavo che l’outfit di Melania Trump per la sua visita in Vaticano destasse nel web così tanta curiosità – se non altro, perché, di VIP, il Papa ne riceve spesso, e non è mica la prima volta che vediamo foto di un’udienza privata.
Eppure, la First Lady è pur sempre la First Lady, e la visita di Melania a Papa Francesco ha evidentemente destato molta curiosità.

Velo Melania Trump
Il velo muliebre di Melania in visita a Papa Francesco

A vantaggio di chi non ha la più pallida idea di come funzioni il cerimoniale vaticano (…e, auspicabilmente, anche a vantaggio di chi un’idea ce l’ha, ma è curioso di approfondire la storia del perché e del percome), ecco dunque un piccolo vademecum di vaticanerie for dummies (AKA: perché Melania s’è conciata come per un funerale di inizio secolo?).

Appunto! Perché??

Ma pora stella: il suo look ha stupito molti, ma lei si è limitata a seguire il cerimoniale diplomatico. Copiando testualmente dagli Appunti per un approccio sistematico al Cerimoniale Vaticano curati da Giuseppe Damiano Iannizzotto dell’Associazione Nazionale Cerimonialisti Enti Pubblici,

in occasione di Visite di Stato al Sommo Pontefice, per gli uomini è prescritto il frac con gilet nero e decorazioni (quelle pontificie precedono le nazionali) mentre alle donne si richiede abito lungo nero, velo e guanti pure neri; sono ammesse le decorazioni ma nessun gioiello, salvo le perle.
In occasione di Visite ufficiali gli uomini indossano un abito scuro con decorazioni e le donne un abito corto nero con decorazioni ma senza gioielli salvo le perle.

Hillary Clinton velo Papa Wojtyla
Anche Hillary, accompagnando suo marito a una visita ufficiale in Vaticano, ha indossato un velo nero da protocollo. Correva l’anno 1994…

Prendo atto. Però non ha senso! Che è ‘sta fissa del nero? Perché costringere le donne a vestirsi praticamente a lutto?

Mah. Io direi: per la stessa ragione per cui le signore invitate a un matrimonio sono “costrette” a evitare abiti lunghi di colore bianco.

Sulle origini della consuetudine per cui le donne devono vestire in nero quando incontrano il Papa, in questi ultimi giorni ho letto la qualunque. Online si dice che la richiesta viene fatta affinché le donne vestano da penitenti, o perché la Chiesa impone abiti dimessi alla donna tentatrice. Ho letto addirittura che il nero è una ‘punizione’ per la colpa di Eva e di tutte le sue figlie (???)… ma, no, non è vero niente di questo.

La spiegazione è molto più pragmatica: avete presente gli abiti lussuosi di Kate Middleton quando partecipa a una festa in pompa magna? Ecco: calcolate che la sua eleganza è solo l’eco lontana degli sfarzi con cui le regine (e le dame in generale) si agghindavano per partecipare a eventi ufficiali, fino a qualche decennio fa.

Ora: il Papa, poveraccio, è in una situazione singolarissima. Ogni re che si rispetti ha una regina consorte, bellissima e affascinate nei suoi diademi splendenti per le serate di grande gala. Ha vestiti di lusso, ha una delegazione diplomatica di cortigiani pluridecorati, ha ricchezze di ogni tipo, e non ha remore a mostrarle.
Il Papa, povero cristiano, ha e ha sempre avuto ben poca mercanzia. Non ha una “papessa consorte”, i suoi cortigiani sono attempati ometti in abito talare… immaginatevi la Principessa Sissi col suo abito più sontuoso che viene a fare visita a ‘sta combriccola di vecchietti.

Una delle regole base della diplomazia è sempre stata: nel caso di visite ufficiali, il “padrone di casa” deve sempre avere il posto di rilievo (e ci mancherebbe!).
Se il tuo capo di Stato è un tizio che non ha mogli, non ha figlie, non ha gioielli al di fuori di quelli per uso liturgico, e non può nemmeno fare uno sfoggio di ricchezze fine a se stesso… allora, forse forse, la scelta più agevole per i diplomatici è imporre a tutti gli ospiti un dress code di colore scuro.
Così almeno il Papa risalta, perché è l’unico col vestito chiaro.
Per dire.
Sempre meglio di niente.

Nobel svezia
La famiglia reale di Svezia, in gran spolvero per la consegna dei premi nobel nel 2016. Capite bene che signore agghindate così finirebbero inevitabilmente per far passare in secondo piano qualunque prete…

Molto prosaicamente, la vera motivazione dietro al little black dress imposto d’ufficio sembra essere proprio questa. Una antica norma vecchia di secoli, che poi è diventata standard ed è stata portata avanti per tradizione. Ma non c’era nessun sottotesto particolarmente misogino, dietro.

Come no! E il velo? A ‘sto punto infiliamo le donne dentro ad un burqa e facciamo prima!

Aehm: io ho un cassetto pieno di veli, e “misogino” è l’ultimo aggettivo con cui li definirei.

Amal Vaticano
Per il suo incontro con papa Francesco nel maggio 2016, Amal Clooney ha optato per un (appropriato) cappello nero, che evidentemente preferiva al velo tradizionale. Look impeccabile anche così!

Che le donne si presentino sempre a capo coperto quando si trovano in un contesto “sacro”, è una norma antichissima, per i Cattolici. Chiedete a una qualsiasi delle vostre nonne: anche lei vi confermerà che, fino al Concilio Vaticano II, le donne dovevano indossare un cappello (o un velo, o un foulard) anche solo per entrare in chiesa.
È una tradizione antica, che deriverebbe addirittura dai tempi di san Lino, eletto papa dopo la morte di san Pietro. Il generale cambiamento di costumi, e le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II, hanno senz’altro reso meno popolare questa consuetudine (che in compenso resta viva – e anzi sta avendo un grosso revival negli ultimi anni – in tante aree del mondo, come ad esempio gli USA).

Anche lì: è tradizione.
E non è manco una tradizione brutta o svilente per l’ospite femminile, secondo me (sarà che io sono una fan dei veli… ma avete idea di quanto possa essere bello, un bel velo da Messa?!)

Fatto sta che tutti questi vincoli la Santa Sede li impone solo alle donne. I maschi possono vestirsi normale.

Più che altro, è la moda maschile che non concede particolari guizzi di fantasia quando si tratta di mettersi in tiro per un’occasione di gala. Giacca e cravatta, quello è. Il cerimoniale vaticano impone anche agli uomini il colore nero in tinta unita… ma – ovviamente – un completo nero, su un uomo, dà meno nell’occhio.

…c’è anche un’altra cosa, però, da considerare. All’epoca in cui nasce il cerimoniale diplomatico, tutti i capi di Stato (cioè, tutti i personaggi che potevano ragionevolmente ambire a un’udienza privata col Santo Padre) avevano alle loro spalle una carriera militare. Tutti: re, principi, politici – chiunque aveva prestato servizio nell’esercito, almeno per un po’.
Ed era consuetudine che, in caso di eventi ufficiali, l’uomo si vestisse in alta uniforme sfoggiando con orgoglio onorificenze e gradi raggiunti.

La divisa militare, quella è: non è che puoi cambiarla.
Ecco dunque la necessità di regolamentare soprattutto l’abbigliamento femminile: perché le dame sono (anzi: erano) le uniche a non essere legate al rigore di un’uniforme.

Giovanni Paolo I Famiglia Lussemburgo
Il Granduca e la Granduchessa del Lussemburgo, due dei pochi ospiti che Papa Giovanni Paolo I ebbe il tempo di accogliere durante il suo breve pontificato. Il Granduca, come da tradizione, sfoggia orgogliosamente la sua uniforme.

E perché alcune donne si presentano al Papa vestite di bianco?

È il cosiddetto “privilegio del bianco”, una intrigante deroga alla normativa che vuole le signore vestite di nero per non “oscurare” il Papa con la loro eleganza.
Ebbene: le regine delle grandi monarchie cattoliche (quindi, Spagna, Belgio e Lussemburgo), le principesse di Casa Savoia e l’attuale principessa consorte del Principato di Monaco hanno il permesso di indossare abito e velo bianco, quando si trovano al cospetto al Papa.

È una possibilità che viene loro concessa negli anni della Controriforma, per premiare quelle case regnanti che erano rimaste fedeli al Papato.
E, per quanto la materia sia evidentemente futile, credetemi: non è cosa da poco.

Che un capo di Stato accetti di far entrare in casa sua, in visita ufficiale, una tizia che sta sostanzialmente indossando un vestito da sposa, non è poco affatto. Vuol dire mettersi implicitamente in secondo piano, consentendo che tutti gli occhi siano puntati sulla bellissima dama che, inevitabilmente, ti ruberà la scena.

La materia è futile, ma il gesto è significativo!

Privilegio del Bianco Savoia
La regina Elena e la principessa Maria Josè di Savoia si avvalgono del privilegio del bianco, durante una visita ufficiale a Pio XII. E poi non ditemi che i loro abiti non davano nell’occhio…

Che schifo, però, la foto di sopra, con la principessa costretta a baciare la mano del Papa! E che è?

Mette Maritte
Mette Maritte, moglie dell’erede al trono di Norvegia, si inchina davanti alla regina Elisabetta, nel corso di una visita ufficiale

Sembrerà una questione di lana caprina, ma tecnicamente non si bacia la mano del Papa; si bacia l’anello del pescatore che il Papa porta al dito. Allo stesso modo, nell’incontrare un vescovo, si bacia il suo anello vescovile, e non la mano in sé.
È un modo simbolico per onorare il ruolo del personaggio, più che la sua persona (in maniera non dissimile dal modo in cui altri cerimoniali esteri prevedono che ci si inchini di fronte a un monarca).

Sembrerà una questione di lana caprina, dicevo, ma a ben vedere non lo è: la liturgia cattolica (e non il cerimoniale diplomatico di Città del Vaticano) prevede, effettivamente, delle circostanze in cui il fedele bacia le mani del sacerdote in quanto tale (ad esempio, dopo la prima Messa di un novello sacerdote, a sottolineare che quelle due mani adesso hanno il “potere” di “portare” Cristo in terra al momento della consacrazione eucaristica).

Se il cerimoniale vaticano volesse costringere a onorare il Papa come leader religioso, avrebbe relativamente aggio al richiedere il bacio della mano in sé e per sé. Che si chieda invece all’ospite di baciare l’anello del pescatore, cioè il simbolo del potere, ha tutt’altra valenza.

Mh. E a parte l’anello del pescatore, il Papa ce l’ha, un dress code per le visite ufficiali?

In teoria, il cerimoniale prevede che il Santo Padre riceva gli ospiti indossando l’abito corale (cioè: veste bianca, sopravveste di pizzo, mantellina rossa, stola, scarpe rosse, zucchetto bianco e croce pontificale). Papa Francesco, non amante di questi orpelli, finora ha sempre preferito indossare la normale veste talare che è diventata un po’ la sua “divisa” per tutte le azioni non liturgiche.

Charlene Papa Ratzinger
La principessa Charlene di Monaco sfrutta il privilegio del bianco (e indossa un velo che mi pare proprio identico a uno che io, N.d.R.) nel corso di una visita ufficiale a Papa Ratzinger. Benedetto XVI, dal canto suo, si attiene scrupolosamente al cerimoniale vaticano per quanto riguarda la scelta del suo abbigliamento.

Per pura curiosità: l’abito corale come quello che vedete sopra addosso a Papa Ratzinger si impone come “abito pubblico” solo a partire dal ‘400. Fino ad allora, in tutte le occasioni solenni, il Papa indossava un delizioso completino rispolverato da Sorrentino per la serie The Young Pope. Nella celebre scena in cui Papa Lenny riceve in udienza il Primo Ministro, lo vediamo indossare l’antico “manto papale” – lunghissimo, con strascico, e riccamente decorato.
L’ultimo papa ad utilizzarlo fu Paolo VI… e (curiosità!) non è mai stato formalmente abolito. In teoria, un Papa potrebbe ancor oggi decidere di conciarsi così per ricevere in udienza un suo ospite!

Young Pope
Niente di meglio di un buon manto papale per intimorire un ospite sgradito (scena da “The Young Pope”)

Ma Papa Francesco non ha cambiato il cerimoniale?

No. Che io sappia, formalmente non ha cambiato niente, nel senso che rimangono in vigore tutte le regole di cui sopra: signore in nero e a capo coperto, Papa con abito corale, privilegio del bianco per poche signore al mondo, e così via dicendo.

Se il protocollo rimane quello di sempre, personalmente ritengo che la Segreteria di Stato comunichi ai vari ospiti che Papa Francesco non ha particolarmente a cuore il rispetto rigido di queste regole. In caso contrario, non mi spiego vistosi “scivoloni” diplomatici da parte di personaggi che, in udienza ufficiale, infrangono apertamente il protocollo, pur essendo stati ligi alle regole in tutte le visite ufficiali effettuate ai tempi di Ratzinger e Wojtyla.

Carlo Camilla Papa Collage
La Duchessa di Cornovaglia, in abito nero con velo nero durante una visita ufficiale a Papa Benedetto XVI, e a capo scoperto in un abito praticamente bianco durante una visita ufficiale a Papa Francesco: in assenza di un ok da parte del Vaticano, sarebbe una mancanza di rispetto talmente grave che non riesco neanche a immaginare uno scenario in cui la famiglia reale inglese avrebbe potuto concepirla!

L’unica vera modifica al cerimoniale vaticano, voluta e apportata da Papa Francesco, riguarda il trattamento da riservare a tutti quegli ospiti che si presentano in visita ufficiali accompagnati da un partner a cui sono legati da un’unione irregolare (per i canoni della Chiesa Cattolica).
Fino a pochi anni fa, chi – professando fede cattolica – richiedeva un’udienza privata, e in questa udienza si faceva accompagnare dalla [convivente / moglie di secondo letto / partner omosessuale] poteva senz’altro presentare la sua dolce metà al Santo Padre… ma nulla più. Il partner “irregolare” non poteva apparire nelle foto ufficiali, e non assisteva nemmeno all’udienza privata (veniva fatto accomodare in un’altra stanza, e solo successivamente, a margine, incontrava il Papa).

Come spiega questo articolo,

si trattava – è bene chiarire – di un protocollo valevole solo per i capi di Stato che si professavano cattolici. […] La ragione profonda per cui un Capo di Stato cattolico non poteva essere accompagnato dal coniuge se in situazione canonicamente irregolare risiede nel fatto che il Papa […] non poteva approvare surrettiziamente una situazione matrimoniale irregolare riconoscendola, seppur in maniera indiretta, durante una visita ufficiale.

Era insomma una sorta di catechesi indiretta che passava attraverso simboli e gesti, e che papa Francesco ha reputato troppo tranchant e troppo poco misercordiosa. In questo caso – e solo in questo – papa Francesco ha effettivamente ordinato che il cerimoniale fosse cambiato. E così, pochi mesi fa, Papa Francesco ha accolto per la prima volta il presidente argentino Mauricio Macrì assieme alla sua terza moglie.

Papa Macri terza moglie
Il presidente Macrì incontra Papa Francesco in compagnia della sua terza moglie (febbraio 2016)

…che peraltro indossava un bellissimo velo nero e un abitino comme il fault.
Proprio come da protocollo!

Ma che fine facevano i neonati abbandonati nella ruota degli esposti?

Uno sente parlare di “ruota degli esposti” e giustamente avverte un brivido freddo lungo la schiena – perché, ok, meglio abbandonare il figlio che farlo uccidere da una mammana, ma poi il retropensiero è sempre quello: “forse forse sarebbe più desiderabile la morte, rispetto all’essere un trovatello nel Medio Evo”.

Ma sarà proprio così?
Cosa succedeva, concretamente, a un bimbo non voluto, dal momento in cui la sua mamma lo abbandonava al suo destino?
Una di quelle domande a cui sembrerebbe difficile dare una risposta… ma invece no. In questo caso, la buona sorte è dalla nostra parte: gli archivi conventuali e ospedalieri sono in grado di fornirci informazioni abbondanti (e sorprendenti!) sul destino di questi poveri trovatelli…

Ruota esposti 2

Facciamo un passo indietro, e cominciamo con una breve lezione di Storia.

La “ruota degli esposti” nasce in Francia sul finire del XII secolo; secondo la tradizione, papa Innocenzo III ne istituisce una nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia, alle porte del Vaticano, poiché turbato da incubi ricorrenti in cui sognava cadaveri di neonati che galleggiavano sul Tevere.

Da lì, la ruota degli esposti si diffonde a macchia d’olio in tutta l’Europa continentale. A partire della metà del ‘400 non esisteva in Italia un singolo ospedale che non destinasse alla gestione dei trovatelli una parte significativa delle sue risorse. Proprio in quel periodo, peraltro (e cioè, tra fine ‘400 e inizio ‘500) la ruota degli esposti vive il suo periodo di massimo splendore, complice anche una crisi economica globale che rendeva particolarmente arduo mantenere famiglie numerose.

Ecco dunque aumentare il numero di trovatelli, ed ecco dunque l’assistenza pubblica organizzarsi per gestire al meglio il problema.
E quanto in un ente pubblico ci si organizza bene, succedono tante belle cose – ad esempio, si producono un sacco di scartoffie, per l’esasperazione dei contemporanei e per il godimento degli archivisti posteri.
Proprio grazie a queste carte possiamo farci un’idea abbastanza precisa di come dovesse svolgersi la vita di un trovatello medievale che veniva abbandonato in una ruota degli esposti verso la fine del Medioevo.

Ruota esposti 3

Il trovatello, innanzi tutto, poteva vivere o morire.
In un’epoca storica in cui il tasso di mortalità era altissimo tra gli infanti, un neonato con poche ore di vita, che alla ruota degli esposti magari ci arrivava già malandato e denutrito, aveva delle buone chance di ammalarsi gravemente.
Ma se riusciva a superare il periodo critico dei primi giorni, ecco che cominciava quello che noi definiremmo “l’iter di adozione”, con il trasferimento del bebè in una struttura appropriata.

A Milano, sotto il coordinamento dell’Ospedale Maggiore, i trovatelli erano “smistati” in due centri specializzati. L’ospedale del Brolo (presso l’attuale chiesa di Santo Stefano) aveva una nursery dedicata ai cosiddetti “figli del latte”, cioè i neonati che erano appena stati recuperati da una ruota degli esposti e attendevano collocazione.
Un poppante – si sa – ha bisogno di bere latte, e nel Medioevo – si sa anche questo – non esisteva il latte artificiale. C’era dunque l’urgentissima necessità di mettere a balia questi bambini presso famiglie in cui la madre fosse disposta a fare da nutrice.

Letta così, sembrerebbe una mission impossible: vi stupirà invece sapere che le famiglie facevano la ressa per poter prendere in custodia un bambino.
In primo luogo, lo Stato stanziava una piccola somma di denaro a titolo di rimborso spese per la balia e per la sua famiglia. Non che ci si arricchisse a crescere i trovatelli… ma calcolando che il latte materno è gratis, e che una donna medievale passava molti anni della sua vita nelle condizioni di poter allattare, accogliere nella propria casa un bambino abbandonato era pur sempre un modo di arrotondare facendo un’opera di bene.

Tra la balia e l’ospedale veniva stipulato un vero e proprio contratto, in cui la famiglia “affidataria” si impegnava a trattare bene il neonato, a crescerlo coscienziosamente, a fare tutto il possibile per conservarne la salute. A partire dal 1477, un regolamento interno dell’Ospedale Maggiore di Milano stabiliva che le balie dovessero necessariamente risiedere entro 12 miglia dalla città, e ciò per permettere frequenti visite di controllo da parte di quelle che oggi definiremmo “assistenti sociali”.
Insomma, una vasta macchina burocratica si metteva in modo per garantire che il bambino fosse cresciuto in un ambiente il più sano possibile. E vi stupirà: parrebbe che, in molti casi, questi neonati dati a balia fossero trattati fin troppo bene – nel senso che, in certi casi, le madri biologiche contattavano la nutrice per seguire la crescita del figlio, o addirittura per consegnargli doni di valore o somme di denaro. Una eventualità chiaramente avversata dall’assistenza pubblica (se sei in grado di mantenere un figlio illegittimo, allora cercagli tu una collocazione consona e non gravare sull’erario)… ma tant’è: e anche questo dettaglio la dice lunga.

In base alla disponibilità della famiglia affidataria, i neonati potevano restare nella casa della nutrice  per un lasso di tempo compreso tra i due e i quattro anni. Alla scadenza del contratto di affido, i bambini ritornavano in una struttura assistenziale – e, per la precisione, nell’Ospedale di S. Celso (presso l’omonima chiesa), dedicato all’accoglienza dei cosiddetti “figli del pane” (e cioè, i bambini ormai grandicelli e già svezzati).

Che succedeva a quel punto?
Beh, l’ospedale cominciava a cercare una famiglia adottiva – e lo faceva con una certa frenesia, anche per “sbarazzarsi” di quello che, tutto sommato, a quel punto era solamente un costo.

I bambini che non riuscivano ad essere collocati venivano ospitati all’interno di una struttura ospedaliera fino al raggiungimento della maggiore età. In teoria, l’ospedale avrebbe dovuto attivarsi per insegnare un mestiere agli orfanelli ricoverati e trovar loro un impiego al momento delle loro dimissioni. All’atto pratico, chi non trovava una famiglia adottiva tendeva ad abbandonare l’ospedale il più tardi possibile e a fare una vita da vagabondo (con un’unica possibilità di salvezza per le ragazze: rubare il cuore a un buon partito, disposto a sposarle anche senza dote).

Per contro, le buone notizie: molti bambini venivano effettivamente adottati!
L’Ospedale Maggiore di Milano conserva ancor oggi un preziosissimo libro delle “Consegne ai Trovatelli”, che tiene traccia di tutti i contratti di affido stipulati con le famiglie adottive a partire dall’anno 1472, e fino all’anno 1531.
I dati non ci permettono di stabilire quale fosse la percentuale di bambini che trovava effettivamente una casa, ma il libro delle Consegne testimonia senz’altro che l’ospedale non se ne stava con le mani in mano: nell’arco di trent’anni, i “servizi sociali” trovano una sistemazione per oltre 800 bambini (con una curiosa prevalenza di femmine su maschi – 489 contro 329).

Qual era la famiglia-adottiva-tipo?
Difficile rispondere a questa domanda, perché i trovatelli potevano essere adottati da gruppi familiari molto diversi.

Un confortante 40% degli orfani veniva adottato dalla nutrice che li aveva presi in custodia, senza nemmeno tornare in ospedale terminato il periodo di baliatico.
Il restante 60% andava incontro alle situazioni più disparate. C’era chi veniva adottato da coppie di sposi che non riuscivano ad avere figli propri, o c’era chi veniva adottato da mariti e mogli che avevano già figli biologici. C’era chi veniva preso in custodia da donne vedove senza figli, e c’era chi addirittura veniva adottato da una donna nubile. C’era chi finiva in nuclei familiari composti da fratello-sorella, padre-figlio, suocera-nuora, e ogni possibile altra combinazione che vi venga in testa. C’era chi aveva la ventura di essere affidato ad un convento, e c’era chi finiva nella casa di un artigiano che probabilmente desiderava, oltre a un figlio da amare, qualcuno a cui trasmettere l’attività commerciale.

In ogni caso, tutte le famiglie adottive si impegnavano per contratto ad “accipere in filium” il trovatello, con la promessa di “, vestire et calzare et instruere ad salutem anime et corporis”. Nel caso delle ragazze, i genitori si impegnavano anche a fornir loro una dote che veniva accuratamente specificata nel contratto, nonché ad attivarsi per trovar loro un buon marito entro il compimento dei 20-22 anni.
Insomma: una volta collocato in una famiglia, il trovatello poteva ragionevolmente sperare di andare incontro a un futuro dignitoso – con un’unica differenza, rispetto ai figli adottivi d’oggi: non necessariamente ereditava i soldi dei genitori. Solo in alcuni dei contratti troviamo clausole (evidentemente, facoltative) in base a cui il trovatello veniva nominato erede legittimo alla pari degli altri figli biologici dei genitori. Nella maggior parte dei casi, questo non succedeva… ma nulla, a parte questo dettaglio, lascia intendere che i figli adottivi vivessero in condizioni di particolare subalternità. In alcun modo erano ridotti a fare gli sguatteri di mammà, giusto per capirci.

Intervenendo al convegno La famiglia e la vita quotidiana in Europa dal ‘400 al ‘600 (Milano, 1-4 dicembre 1983), dai cui atti ho tratto queste statistiche, Giuliana Albini così commentava:

Ambienti sociali diversi, persone con possibilità economiche assai diversificate, aree urbane e suburbane, mondo rurale: tutta la società del tempo pare essere coinvolta, non solo dalla realtà dell’abbandono,

ma anche dalla possibilità (…molto più a portata di mano di quanto non lo sia oggi) di ottenere in adozione un bambino non proprio. Che, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, aveva buone chance di trovare nella famiglia adottiva una vera casa, un sincero affetto, e una concreta speranza di una vita migliore.

E anche queste son di quelle cose che, secondo me, generalmente non ti raccontano, a scuola, alle lezioni di Storia.

La vera storia dell’animalier, da segno di raffinatezza esotica (?) a icona della fluidità di genere (?!)

Fatemi indossare tutto, ma non pantaloni jeans o tessuti animalier.

Quella dei jeans, con tutta evidenza, è una mia idiosincrasia: l’essere una donna d’altri tempi ti fa pure di questi scherzi, tipo spingerti a considerare i Levi’s un ottimo capo di abbigliamento per quando devi fare lavori manuali, e perciò inadatto a qualsiasi altro utilizzo che non includa la tua presenza all’interno di un cantiere edile.
(Oh, ognuno c’ha le sue fissazioni…).

L’antipatia per l’animalier è già un po’ meno impopolare – nel senso che la gente tende a percepirla come una scelta stilistica degna di rispetto, e non come un sintomo inequivocabile di degenerazione mentale. In fin dei conti, l’animalier è uno stile che non passa inosservato, e che è tendenzialmente associato, nell’immaginario collettivo, a quel concetto di “panterona sexy” con cui uno può, legittimamente, non volersi identificare.

E siccome a me l’animalier non piace proprio, ho coerentemente deciso di trascorrere Pasquetta nel bel mezzo di una mostra dedicata a questo stile.

Locandina mostra JungleEbbene, sì. Quando ho saputo che, alla Reggia di Venaria, sarebbe stata inaugurata una mostra dedicata al ruolo dell’animalier nella Storia della moda, mi sono ripromessa di visitarla quanto prima.
Conoscete già la mia passione per la Storia della moda e del costume, e l’animalier ha molto a che fare sia con l’una che con l’altra. Se oggigiorno è socialmente lecito che una donna rispettabile vada in giro con un top maculato senza per questo sembrare una prostituta, ciò non sarebbe senz’altro stato possibile nel passato. E io ero sinceramente curiosa di scoprire: chi diamine è stato il primo stilista a “sdoganare” il leopardato nei guardaroba delle signore bene?

A seguire, una mezza digressione storica e una mezza recensione della mostra torinese, che è stata inaugurata mercoledì scorso e resterà aperta fino al 3 settembre (tutte le informazioni su questa pagina).

***

Betty Page
Una Betty Page all’epoca non ancora famosissima, in un animalier che ha fatto la Storia

La mostra fissa la data di nascita dell’animalier al 12 febbraio 1947, data in cui Christian Dior fa sfilare per la prima volta un completo “imprimé jungle” e “decorato bambù”. In realtà, aggiungo io, questa è la data di nascita dell’animalier nel mondo dell’alta moda, perché non è che, fino a quel momento, non si fosse mai-mai-mai visto un vestito confezionato con tessuto a stampe animali. Nei primi anni ’30, i costumi di scena di Tarzan l’uomo scimmia avevano contribuito a far sì che gli occhi si abituassero ad audaci tessuti maculati; nel 1940, la modella Betty Page aveva destato scalpore facendosi ritrarre in una tenuta semi-adamitica al fianco di belve feroci.
Ma Tarzan e una pinup specializzata in scenografie bondage avevano evidentemente ben poco a che vedere con la Moda con la M maiuscola – e perché l’animalier faccia irruzione in questo universo dobbiamo appunto aspettare la sfilata di Dior del ‘47.
Col produttore di seta Bianchini-Férier, lo stilista francese sviluppa in esclusiva un tessuto a stampa Jungle che applica a tre modelli della sua collezione. La sfilata è un successo e l’animalier entra nel mondo dell’alta moda, aggiudicandosi il suo posto nell’empireo della haute couture quando Marlene Dietrich, poco tempo più tardi, decide di indossarlo.

061e874ee41a40f0eac1046ce2bf3c30E qui, la mostra torinese mi riserva la prima sorpresa, nel senso che, quando l’animalier si fa strada sulle prime passerelle, non è così provocante come è invece al giorno d’oggi.
Audace, sì, ma niente di straordinariamente osè, e in effetti su Internet si trovano prove inoppugnabili a sostegno di questa tesi. Io non me la vedo proprio, al giorno d’oggi, una Melania Trump in total look leopardato in una visita ufficiale a fianco del marito: eppure, Jackie Kennedy lo ha fatto senza problemi. E in effetti, a giudicare dagli abiti esposti in mostra, pare proprio che i primi animalier fossero sì audaci, sì “di rottura”… ma non necessariamente corredati da quei sottintesi da panterona sexy che ha assunto successivamente.
All’epoca di Dior, l’animalier aveva tutt’al più un nonsocché di seduzione esotica, toh. Ma niente di sfrontato.

Passeggiando tra le installazioni della mostra, si scopre che è solo a partire dagli anni ’60 che l’animalier diventa apertamente trasgressivo: Ken Scott (prima) e Valentino (poi) cominciano ad utilizzarlo su capi di taglio maschile, proposti a donne che, ormai, non solo lottavano per la parità dei sessi, ma si avviavano a rapidi passi verso la rivoluzione del ’68. Più o meno nello stesso periodo, ai tessuti animalier succede una cosa che proprio non mi aspettavo: cominciano ad essere utilizzati dall’alta moda maschile, per suggerire concetti di fluidità di genere.

Brad Withford
(Beh, in effetti…)

A quanto pare, tutto parte nella Londra degli anni ’60 con la cosiddetta “peacock revolution”, che invita gli uomini ad abbandonare i classici completi giacca-e-cravatta nei soliti toni del grigio-nero-blu, per adottare uno stile più colorato e disinvolto. Dice la mostra – e conferma anche il web – che “l’animalier al maschile rivela appieno la femminilizzazione del maschio, il sovvertimento di un ordine consolidato sin dall’Ottocento” per cui l’uomo borghese, rinunciando a qualsiasi velleità estetica, aveva adottato uno stile sobrio, pratico, rimasto sostanzialmente immutato nei decenni. Solo a partire dagli anni ’60 l’uomo-consumatore ha cominciato “ad avventurarsi in territori di prerogativa femminile, come la moda”, per “sfidare e ridefinire provocatoriamente il concetto di virilità e mascolinità”.
E proprio a partire dalle stampe animalier doveva lanciare ‘sta sfida, l’uomo? Apparentemente sì (contento lui…)

Tornando a noi (cioè all’universo femminile) è solo negli anni ’90 che i tessuti maculati assumono quella valenza apertamente sexy da “catwoman” che me li rendono così tanto invisi. Anche se, in fin dei conti, esci dalla mostra domandandoti: ma alla fin fine, l’animalier è proprio solo questo?
Ho trovato particolarmente significativo, in una installazione che mostrava fotografie scattate a caso in mezzo alla strada a gente che indossava tessuti animalier, il primo piano di una attempata signora musulmana… pudicamente avvolta in un hjiab sfacciatamente leopardato.

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Vivetta, Collezione P/E 2016

E probabilmente è proprio vero che è ingiusto pensare all’animalier come a una seduzione esotica e niente più. Anche perché a un certo punto la mostra è riuscita in quello in cui riescono veramente in pochi, e cioè scardinare dal profondo le mie certezze. All’interno dell’esposizione non era possibile scattare foto, quindi ho cercato su Google alcuni scatti di repertorio, per meglio illustrare il mio choc nel momento in cui i curatori della mostra hanno cominciato a sbattermi in faccia dei vestitini deliziosisissimi, deliziosissimi!!!, datemi l’intera collezione P/E 2016 di Vivetta perché la voglio TUTTA!!! Ma aspetta un attimo, che ci fanno i Vestitini dei Miei Sogni all’interno di una mostra sullo stile che repello più di tutti al mondo?

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Vivetta, Collezione P/E 2016

Ebbene: se anche voi avete in antipatia il leopardato, tenetevi forti perché sto per darvi un grave trauma: all’interno del macrocosmo dell’animalier (o, per meglio dire, dell’animal print) a quanto pare si inseriscono non solo quei tessuti che imitano il manto di un animale, ma anche quei tessuti le cui stampe raffigurano animali.
Anche tutti interi, eventualmente.

Avete presente il pigiamino con gli orsetti, l’elegante abito da cerimonia con farfalle ricamate sopra, la cover per cellulare che imita le piume del pavone, o quei deliziosi vestitini estivi con pesciolini guizzanti e rondinelle stilizzate? Ecco: tecnicamente, pure questi rientrerebbero nell’universo degli animal print, in modo non poi così diverso dal toppino leopardato della modella sexy anni ’90.

È la mostra stessa ad ammetterlo: alla luce dei molteplici modi con cui la moda attinge all’universo animale, voler rinchiudere questa infinità di stili all’interno di uno/due termini precostituiti è senza dubbio ardito e riduttivo.

Che si tratti dei classici maculati rivisitati o di nuovi ibridi che ci confondono, tutto porta a sfidare i limiti di una visione di stampo positivista, storicamente conclusa, in cui gli esseri umani sono al centro di un preciso ordine gerarchico,

si legge su uno dei tabelloni illustrativi.

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A quanto pare, la collezione F/W 2016 di Stella McCartney è piena di stampe con questo motivo. Non dico che voglio rifarmi il guardaroba con questa stoffa, solo perché son già piena di vestiti con motivi molto simili.

Sarà. Io continuo a sentirmi gerarchicamente superiore a un ghiro (e pure a disdegnare le aggressive stampe leopardate), ma non toccatemi i miei abitini con le rondinelle disegnate sopra. Alla fin fine è proprio vero che non c’è solo il nero e il bianco ma che l’universo è fatto di infinite sfumature di grigio (ironico, dirlo in un articolo dedicato al mondo della moda!).

E così, dopo aver scoperto di avere l’armadio pieno di abiti che si inscrivono in uno stile che detesto (?) e che perdipiù è una specie di caposaldo della gender fluidity (?!), me ne sono tornata a casa turbata e meditabonda – che è sempre un ottimo modo di uscire da una mostra.

***

P.S. Siccome nell’esposizione non era consentito scattare fotografie, sappiate che in questo post non vi ho “spoilerato” niente: se decidere di visitare la mostra, vedrete abiti completamente diversi da quelli che ho proposto io.
E ovviamente scoprirete un sacco di cose in più – e potreste anche trovare un catalogo molto ben fatto, che, se siete appassionati del genere, non può mancare nella vostra libreria.

Perché gli Inglesi festeggiano la mamma a Mezza Quaresima?

Per uno strano effetto Brexit combinato (una via di mezzo tra “miii, guarda quanto è calata la sterlina” e “noooo, ma allora ne approfitto, con la mia fortuna rimettono le spese di dogana al solo scopo di farmi dispetto”), negli ultimi mesi mi è capitato di fare acquisti da siti inglesi.
La premessa, di cui potrebbe legittimamente importarvi poco, è funzionale allo spiegare come mai, da alcune settimane a questa parte, la mia casella di posta sia invasa da messaggi promozionali che mi promettono special offers su perfect gifts per il Mother’s Day.

Capite bene che un messaggio del genere innesca quantomeno un cortocircuito mentale: ma come, il Mother’s Day? Lo stanno tutti che la festa della mamma è a maggio!
E invece no. Agli Inglesi, storicamente, piace far gli originali: e così, le mamme di Albione – a differenza delle loro “colleghe” di tutto il resto dell’orbe terracqueo – sono festeggiate in una domenica di inizio primavera (quest’anno tra pochi giorni, il 26 marzo).

Come mai ne parlo su questo blog?
Oh beh: perché questo Mother’s Day marzolino ha origini profondamente cristiane. Ha origini liturgiche, financo!
E perdipiù coincide con uno dei miei momenti preferiti di tutto l’anno liturgico: la quarta domenica di Quaresima, anche nota come Domenica Laetare.

***

In un’epoca in cui la Quaresima era presa molto più sul serio (e l’anno liturgico, in generale, ritmava la vita dei fedeli molto più di quanto non faccia adesso), la Domenica Laetare era un momento importante per la cristianità. Nella scelta delle letture, nel colore dei paramenti liturgici, nell’accompagnamento dei canti sacri, tutto era orchestrato per trasmettere al popolo un senso di gioia per la Pasqua ormai vicina. “ In questo giorno la Chiesa sospende le tristezze della Quaresima; i canti della Messa non parlano che di gioia e di consolazione”, sintetizza efficacemente Prosper Guéranger, abate benedettino, in un (bel) commento (che peraltro consiglio a tutti gli appassionati di liturgica).

Insomma, era una domenica importante, la cui dimensione gioiosa era sottolineata fin dall’Introito della Messa (memorizzate questa informazione, ci torna buona per dopo), che nello specifico recitava (in Latino):

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate: esultate per lei. Voi che avete partecipato al suo lutto, ora vivrete con lei tutta la sua felicità. Anche voi sarete saziati con le consolazioni che vi darà: come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso.

Fin qui ci siamo?
Benissimo.

Adesso accantoniamo le questioni liturgiche e parliamo di tutt’altra cosa, cioè delle non facili condizioni di vita dei domestici inglesi che prestavano servizio nelle dimore signorili. A titolo esemplificativo citeremo la servitù di Downton Abbey

Downton-Abbey-Servants

cioè lavoratori, magari anche molto giovani per i nostri canoni, che prestavano servizio come [valletti / maggiordomi / sguatteri / così via dicendo] nelle grandi tenute dell’aristocrazia inglese, vivendo all’interno della tenuta stessa, per essere reperibili 24h/24 e perché, di base, erano quelle le condizioni contrattuali dell’epoca.

Ovvio è che a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera. Se non per ragioni di salute del lavoratore, per questioni estremamente pratiche: un domestico che vive all’interno dell’edificio in cui presta servizio ha davvero poco tempo da trascorrere con la famiglia, soprattutto se la famiglia non abita dietro l’angolo ma a qualche ora di calesse.
Vita grama, sotto questo punto di vista, per i domestici di una volta: le “feste in famiglia” potevi anche scordartele. Il Natale, la Pasqua e le grandi feste comandate erano, ovviamente, i momenti di maggior lavoro, per chi prestava servizio come cuoco, sguattero di cucina, cameriere personale, etc.

Epperò, ripeto: a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera da trascorrere in famiglia. E in Inghilterra, lentamente, si era imposta questa consuetudine: uno dei giorni in cui i domestici avevano diritto a una giornata di riposo era, per convenzione, la Domenica Laetare.
Tant’è.
Non ho idea di come sia nata l’usanza, ma fatto sta che è nata e si è imposta: all’epoca di Donwton Abbey (e anche prima, per la verità) era consuetudine universalmente accettata che i domestici approfittassero della quarta domenica di Quaresima per tornare a casa e visitare le loro famiglie. E in famiglia era ovviamente festa grande, in un clima di rilassatezza che peraltro ben si sposava con le concessioni di quella specifica domenica di Quaresima (festeggiata dalla Chiesa Anglicana con la stessa pompa magna con cui la festeggiavano i cattolici).

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Orbene: i domestici di Downton Abbey avevano probabilmente altro a cui pensare; ma chi fra di loro aveva l’abitudine di leggere il giornale avrebbe probabilmente potuto notare, nel maggio 1913, alcuni trafiletti dedicati ad un’iniziativa che stava prendendo piede negli Stati Uniti. Grazie all’indefesso lavoro di una certa Anne Marie Jarvis, che si era auto-investita di questa “missione” alla morte di sua madre, si stava diffondendo negli USA la consuetudine di festeggiare le mamme in una giornata specificamente dedicata loro.

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Constance Adelaide in una fotografia d’epoca

Come dicevo, non so se i domestici di Dowton Abbey abbiano fatto caso agli articoli che parlavano di questa iniziativa. Certamente, la notizia, letta casualmente su un giornale, colpì l’attenzione della signorina Constance Adelaide Smith, figlia di un sacerdote anglicano e cresciuta in una famiglia dalla religiosità fervente (dei quattro fratelli che aveva la ragazza, tutti seguirono le orme del padre).

L’iniziativa che stava prendendo piede in America colpì Constance nel bene e nel male. Sotto un certo punto di vista, l’idea era chiaramente deliziosa; per contro, la donna trovava un po’ insulso festeggiare le mamme in un giorno scelto a casaccio, così, come per un’imposizione piovuta dall’alto.

No, Constance aveva un’idea migliore: secondo lei, la collocazione perfetta per la festa della mamma sarebbe stata la Domenica Laetare, che del resto in Inghilterra era già una giornata fortemente connotata in chiave materna!
C’era l’abitudine di tornare a casa e visitare le proprie famiglie; c’era l’abitudine di viaggiare verso il proprio paese natio e prendere Messa nella propria “chiesa madre” (cioè, nel linguaggio dell’epoca, la parrocchia in cui eri stato battezzato). Addirittura la liturgia di quel giorno faceva riferimento a una madre metaforica:

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate. […] Sarete saziati con le consolazioni che vi darà; come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso

Ma vi dirò di più: nell’Inglese dell’epoca, la Domenica Laetare era popolarmente chiamata “mid-lenting” (il corrispettivo della nostra “domenica di mezza Quaresima”) oppure… “mothering Sunday”: una definizione che non ha corrispettivi in Italiano, ma che sottolineava proprio la radicata tradizione di trascorrere la giornata nel proprio paese natio e nella propria chiesa battesimale.

Beh: per farla breve, Constance Adelaide si rimboccò le maniche e diede il via a una vera e propria campagna per trasformare la Mothering Sunday in una festa della mamma su scala nazionale… che però – a differenza del Mother’s Day americano – unisse un significato spirituale più profondo al “banale” festeggiamento laico.

E infatti, se guardiamo alle linee-guida della festa della mamma così come la voleva Constance Adelaide, cogliamo una dimensione spirituale ben marcata: nel giorno del Mothering Sunday, i fedeli sono invitati a pregare per tutte le famiglie, rendendo grazie a Dio per questa santa istituzione. Solo in second’ordine sono invitati a ringraziare personalmente anche i propri genitori; e se questi fossero già morti, il modo migliore per festeggiarli sarebbe pregare le loro anime, possibilmente visitando le loro tombe al cimitero.

E se posso permettermi un giudizio personale, una festa della mamma così concepita è molto, MOLTO più carica di significato, rispetto al banale “toh guarda sul calendario c’è scritto che è il giorno X, mo’ telefono alla mamma e le faccio gli auguri e siamo contenti”.

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Chissà cosa direbbe Constance Adelaide, nel vedere come si è evoluta in Inghilterra la festa della mamma. Il Mother’s Day cade ancor oggi nella Domenica Laetare, è vero, ma ha ben pochi legami con la bella commemorazione di matrice cristiana che la donna aveva lanciato cent’anni fa. È una festa commerciale come tante, ormai – e qualcosa mi dice che la sua fondatrice sarebbe decisamente delusa dagli esiti.

Nulla ci vieta però di essere noi a far rivivere ai nostri tempi la bella festa della Mothering Sunday!
Avete ancora ampio tempo a disposizione per stupire la vostra mamma con una telefonata di auguri – con morale – a sorpresa!