Cose cristiane · Pillole di Storia

Cerimoniale vaticano for dummies (AKA: perché Melania Trump ha incontrato il Papa vestita come una beghina in lutto?)

Confesso che la cosa mi ha presa di sprovvista. Non mi aspettavo che l’outfit di Melania Trump per la sua visita in Vaticano destasse nel web così tanta curiosità – se non altro, perché, di VIP, il Papa ne riceve spesso, e non è mica la prima volta che vediamo foto di un’udienza privata.
Eppure, la First Lady è pur sempre la First Lady, e la visita di Melania a Papa Francesco ha evidentemente destato molta curiosità.

Velo Melania Trump
Il velo muliebre di Melania in visita a Papa Francesco

A vantaggio di chi non ha la più pallida idea di come funzioni il cerimoniale vaticano (…e, auspicabilmente, anche a vantaggio di chi un’idea ce l’ha, ma è curioso di approfondire la storia del perché e del percome), ecco dunque un piccolo vademecum di vaticanerie for dummies (AKA: perché Melania s’è conciata come per un funerale di inizio secolo?).

Appunto! Perché??

Ma pora stella: il suo look ha stupito molti, ma lei si è limitata a seguire il cerimoniale diplomatico. Copiando testualmente dagli Appunti per un approccio sistematico al Cerimoniale Vaticano curati da Giuseppe Damiano Iannizzotto dell’Associazione Nazionale Cerimonialisti Enti Pubblici,

in occasione di Visite di Stato al Sommo Pontefice, per gli uomini è prescritto il frac con gilet nero e decorazioni (quelle pontificie precedono le nazionali) mentre alle donne si richiede abito lungo nero, velo e guanti pure neri; sono ammesse le decorazioni ma nessun gioiello, salvo le perle.
In occasione di Visite ufficiali gli uomini indossano un abito scuro con decorazioni e le donne un abito corto nero con decorazioni ma senza gioielli salvo le perle.

Hillary Clinton velo Papa Wojtyla
Anche Hillary, accompagnando suo marito a una visita ufficiale in Vaticano, ha indossato un velo nero da protocollo. Correva l’anno 1994…

Prendo atto. Però non ha senso! Che è ‘sta fissa del nero? Perché costringere le donne a vestirsi praticamente a lutto?

Mah. Io direi: per la stessa ragione per cui le signore invitate a un matrimonio sono “costrette” a evitare abiti lunghi di colore bianco.

Sulle origini della consuetudine per cui le donne devono vestire in nero quando incontrano il Papa, in questi ultimi giorni ho letto la qualunque. Online si dice che la richiesta viene fatta affinché le donne vestano da penitenti, o perché la Chiesa impone abiti dimessi alla donna tentatrice. Ho letto addirittura che il nero è una ‘punizione’ per la colpa di Eva e di tutte le sue figlie (???)… ma, no, non è vero niente di questo.

La spiegazione è molto più pragmatica: avete presente gli abiti lussuosi di Kate Middleton quando partecipa a una festa in pompa magna? Ecco: calcolate che la sua eleganza è solo l’eco lontana degli sfarzi con cui le regine (e le dame in generale) si agghindavano per partecipare a eventi ufficiali, fino a qualche decennio fa.

Ora: il Papa, poveraccio, è in una situazione singolarissima. Ogni re che si rispetti ha una regina consorte, bellissima e affascinate nei suoi diademi splendenti per le serate di grande gala. Ha vestiti di lusso, ha una delegazione diplomatica di cortigiani pluridecorati, ha ricchezze di ogni tipo, e non ha remore a mostrarle.
Il Papa, povero cristiano, ha e ha sempre avuto ben poca mercanzia. Non ha una “papessa consorte”, i suoi cortigiani sono attempati ometti in abito talare… immaginatevi la Principessa Sissi col suo abito più sontuoso che viene a fare visita a ‘sta combriccola di vecchietti.

Una delle regole base della diplomazia è sempre stata: nel caso di visite ufficiali, il “padrone di casa” deve sempre avere il posto di rilievo (e ci mancherebbe!).
Se il tuo capo di Stato è un tizio che non ha mogli, non ha figlie, non ha gioielli al di fuori di quelli per uso liturgico, e non può nemmeno fare uno sfoggio di ricchezze fine a se stesso… allora, forse forse, la scelta più agevole per i diplomatici è imporre a tutti gli ospiti un dress code di colore scuro.
Così almeno il Papa risalta, perché è l’unico col vestito chiaro.
Per dire.
Sempre meglio di niente.

Nobel svezia
La famiglia reale di Svezia, in gran spolvero per la consegna dei premi nobel nel 2016. Capite bene che signore agghindate così finirebbero inevitabilmente per far passare in secondo piano qualunque prete…

Molto prosaicamente, la vera motivazione dietro al little black dress imposto d’ufficio sembra essere proprio questa. Una antica norma vecchia di secoli, che poi è diventata standard ed è stata portata avanti per tradizione. Ma non c’era nessun sottotesto particolarmente misogino, dietro.

Come no! E il velo? A ‘sto punto infiliamo le donne dentro ad un burqa e facciamo prima!

Aehm: io ho un cassetto pieno di veli, e “misogino” è l’ultimo aggettivo con cui li definirei.

Amal Vaticano
Per il suo incontro con papa Francesco nel maggio 2016, Amal Clooney ha optato per un (appropriato) cappello nero, che evidentemente preferiva al velo tradizionale. Look impeccabile anche così!

Che le donne si presentino sempre a capo coperto quando si trovano in un contesto “sacro”, è una norma antichissima, per i Cattolici. Chiedete a una qualsiasi delle vostre nonne: anche lei vi confermerà che, fino al Concilio Vaticano II, le donne dovevano indossare un cappello (o un velo, o un foulard) anche solo per entrare in chiesa.
È una tradizione antica, che deriverebbe addirittura dai tempi di san Lino, eletto papa dopo la morte di san Pietro. Il generale cambiamento di costumi, e le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II, hanno senz’altro reso meno popolare questa consuetudine (che in compenso resta viva – e anzi sta avendo un grosso revival negli ultimi anni – in tante aree del mondo, come ad esempio gli USA).

Anche lì: è tradizione.
E non è manco una tradizione brutta o svilente per l’ospite femminile, secondo me (sarà che io sono una fan dei veli… ma avete idea di quanto possa essere bello, un bel velo da Messa?!)

Fatto sta che tutti questi vincoli la Santa Sede li impone solo alle donne. I maschi possono vestirsi normale.

Più che altro, è la moda maschile che non concede particolari guizzi di fantasia quando si tratta di mettersi in tiro per un’occasione di gala. Giacca e cravatta, quello è. Il cerimoniale vaticano impone anche agli uomini il colore nero in tinta unita… ma – ovviamente – un completo nero, su un uomo, dà meno nell’occhio.

…c’è anche un’altra cosa, però, da considerare. All’epoca in cui nasce il cerimoniale diplomatico, tutti i capi di Stato (cioè, tutti i personaggi che potevano ragionevolmente ambire a un’udienza privata col Santo Padre) avevano alle loro spalle una carriera militare. Tutti: re, principi, politici – chiunque aveva prestato servizio nell’esercito, almeno per un po’.
Ed era consuetudine che, in caso di eventi ufficiali, l’uomo si vestisse in alta uniforme sfoggiando con orgoglio onorificenze e gradi raggiunti.

La divisa militare, quella è: non è che puoi cambiarla.
Ecco dunque la necessità di regolamentare soprattutto l’abbigliamento femminile: perché le dame sono (anzi: erano) le uniche a non essere legate al rigore di un’uniforme.

Giovanni Paolo I Famiglia Lussemburgo
Il Granduca e la Granduchessa del Lussemburgo, due dei pochi ospiti che Papa Giovanni Paolo I ebbe il tempo di accogliere durante il suo breve pontificato. Il Granduca, come da tradizione, sfoggia orgogliosamente la sua uniforme.

E perché alcune donne si presentano al Papa vestite di bianco?

È il cosiddetto “privilegio del bianco”, una intrigante deroga alla normativa che vuole le signore vestite di nero per non “oscurare” il Papa con la loro eleganza.
Ebbene: le regine delle grandi monarchie cattoliche (quindi, Spagna, Belgio e Lussemburgo), le principesse di Casa Savoia e l’attuale principessa consorte del Principato di Monaco hanno il permesso di indossare abito e velo bianco, quando si trovano al cospetto al Papa.

È una possibilità che viene loro concessa negli anni della Controriforma, per premiare quelle case regnanti che erano rimaste fedeli al Papato.
E, per quanto la materia sia evidentemente futile, credetemi: non è cosa da poco.

Che un capo di Stato accetti di far entrare in casa sua, in visita ufficiale, una tizia che sta sostanzialmente indossando un vestito da sposa, non è poco affatto. Vuol dire mettersi implicitamente in secondo piano, consentendo che tutti gli occhi siano puntati sulla bellissima dama che, inevitabilmente, ti ruberà la scena.

La materia è futile, ma il gesto è significativo!

Privilegio del Bianco Savoia
La regina Elena e la principessa Maria Josè di Savoia si avvalgono del privilegio del bianco, durante una visita ufficiale a Pio XII. E poi non ditemi che i loro abiti non davano nell’occhio…

Che schifo, però, la foto di sopra, con la principessa costretta a baciare la mano del Papa! E che è?

Mette Maritte
Mette Maritte, moglie dell’erede al trono di Norvegia, si inchina davanti alla regina Elisabetta, nel corso di una visita ufficiale

Sembrerà una questione di lana caprina, ma tecnicamente non si bacia la mano del Papa; si bacia l’anello del pescatore che il Papa porta al dito. Allo stesso modo, nell’incontrare un vescovo, si bacia il suo anello vescovile, e non la mano in sé.
È un modo simbolico per onorare il ruolo del personaggio, più che la sua persona (in maniera non dissimile dal modo in cui altri cerimoniali esteri prevedono che ci si inchini di fronte a un monarca).

Sembrerà una questione di lana caprina, dicevo, ma a ben vedere non lo è: la liturgia cattolica (e non il cerimoniale diplomatico di Città del Vaticano) prevede, effettivamente, delle circostanze in cui il fedele bacia le mani del sacerdote in quanto tale (ad esempio, dopo la prima Messa di un novello sacerdote, a sottolineare che quelle due mani adesso hanno il “potere” di “portare” Cristo in terra al momento della consacrazione eucaristica).

Se il cerimoniale vaticano volesse costringere a onorare il Papa come leader religioso, avrebbe relativamente aggio al richiedere il bacio della mano in sé e per sé. Che si chieda invece all’ospite di baciare l’anello del pescatore, cioè il simbolo del potere, ha tutt’altra valenza.

Mh. E a parte l’anello del pescatore, il Papa ce l’ha, un dress code per le visite ufficiali?

In teoria, il cerimoniale prevede che il Santo Padre riceva gli ospiti indossando l’abito corale (cioè: veste bianca, sopravveste di pizzo, mantellina rossa, stola, scarpe rosse, zucchetto bianco e croce pontificale). Papa Francesco, non amante di questi orpelli, finora ha sempre preferito indossare la normale veste talare che è diventata un po’ la sua “divisa” per tutte le azioni non liturgiche.

Charlene Papa Ratzinger
La principessa Charlene di Monaco sfrutta il privilegio del bianco (e indossa un velo che mi pare proprio identico a uno che io, N.d.R.) nel corso di una visita ufficiale a Papa Ratzinger. Benedetto XVI, dal canto suo, si attiene scrupolosamente al cerimoniale vaticano per quanto riguarda la scelta del suo abbigliamento.

Per pura curiosità: l’abito corale come quello che vedete sopra addosso a Papa Ratzinger si impone come “abito pubblico” solo a partire dal ‘400. Fino ad allora, in tutte le occasioni solenni, il Papa indossava un delizioso completino rispolverato da Sorrentino per la serie The Young Pope. Nella celebre scena in cui Papa Lenny riceve in udienza il Primo Ministro, lo vediamo indossare l’antico “manto papale” – lunghissimo, con strascico, e riccamente decorato.
L’ultimo papa ad utilizzarlo fu Paolo VI… e (curiosità!) non è mai stato formalmente abolito. In teoria, un Papa potrebbe ancor oggi decidere di conciarsi così per ricevere in udienza un suo ospite!

Young Pope
Niente di meglio di un buon manto papale per intimorire un ospite sgradito (scena da “The Young Pope”)

Ma Papa Francesco non ha cambiato il cerimoniale?

No. Che io sappia, formalmente non ha cambiato niente, nel senso che rimangono in vigore tutte le regole di cui sopra: signore in nero e a capo coperto, Papa con abito corale, privilegio del bianco per poche signore al mondo, e così via dicendo.

Se il protocollo rimane quello di sempre, personalmente ritengo che la Segreteria di Stato comunichi ai vari ospiti che Papa Francesco non ha particolarmente a cuore il rispetto rigido di queste regole. In caso contrario, non mi spiego vistosi “scivoloni” diplomatici da parte di personaggi che, in udienza ufficiale, infrangono apertamente il protocollo, pur essendo stati ligi alle regole in tutte le visite ufficiali effettuate ai tempi di Ratzinger e Wojtyla.

Carlo Camilla Papa Collage
La Duchessa di Cornovaglia, in abito nero con velo nero durante una visita ufficiale a Papa Benedetto XVI, e a capo scoperto in un abito praticamente bianco durante una visita ufficiale a Papa Francesco: in assenza di un ok da parte del Vaticano, sarebbe una mancanza di rispetto talmente grave che non riesco neanche a immaginare uno scenario in cui la famiglia reale inglese avrebbe potuto concepirla!

L’unica vera modifica al cerimoniale vaticano, voluta e apportata da Papa Francesco, riguarda il trattamento da riservare a tutti quegli ospiti che si presentano in visita ufficiali accompagnati da un partner a cui sono legati da un’unione irregolare (per i canoni della Chiesa Cattolica).
Fino a pochi anni fa, chi – professando fede cattolica – richiedeva un’udienza privata, e in questa udienza si faceva accompagnare dalla [convivente / moglie di secondo letto / partner omosessuale] poteva senz’altro presentare la sua dolce metà al Santo Padre… ma nulla più. Il partner “irregolare” non poteva apparire nelle foto ufficiali, e non assisteva nemmeno all’udienza privata (veniva fatto accomodare in un’altra stanza, e solo successivamente, a margine, incontrava il Papa).

Come spiega questo articolo,

si trattava – è bene chiarire – di un protocollo valevole solo per i capi di Stato che si professavano cattolici. […] La ragione profonda per cui un Capo di Stato cattolico non poteva essere accompagnato dal coniuge se in situazione canonicamente irregolare risiede nel fatto che il Papa […] non poteva approvare surrettiziamente una situazione matrimoniale irregolare riconoscendola, seppur in maniera indiretta, durante una visita ufficiale.

Era insomma una sorta di catechesi indiretta che passava attraverso simboli e gesti, e che papa Francesco ha reputato troppo tranchant e troppo poco misercordiosa. In questo caso – e solo in questo – papa Francesco ha effettivamente ordinato che il cerimoniale fosse cambiato. E così, pochi mesi fa, Papa Francesco ha accolto per la prima volta il presidente argentino Mauricio Macrì assieme alla sua terza moglie.

Papa Macri terza moglie
Il presidente Macrì incontra Papa Francesco in compagnia della sua terza moglie (febbraio 2016)

…che peraltro indossava un bellissimo velo nero e un abitino comme il fault.
Proprio come da protocollo!

Lifestyle cristiano · Personale

Moda etica e Fashion Revolution – perché non basta che una gonna sia al ginocchio per farmela dire pienamente “cristiana”

true-cost locandinaNon so che cosa mi aspettassi esattamente. Non sono mai stata così ingenua da pensare che i miei vestiti low-cost a 10 euro il pezzo fossero confezionati da operose sartine indiane appena diplomate alla scuola di modisteria, orgogliose e liete di poter finalmente mettere i loro talenti a disposizione della fashion industry internazionale.
Che dietro al mondo della moda ci fossero sfruttamento, e lavoro minorile, e retribuzioni salariali al limite della povertà, lo sapevo da tempo come lo sanno tutti: grazie tante.
Quindi in effetti non saprei ben spiegare perché io abbia ricevuto un tale pugno nello stomaco dalla visione di The True Cost, un bel documentario di Andrew Morgan che indaga il “vero costo” (umano, morale, sanitario…) di quei vestitini tanto bellini che affollano i nostri armadi.

Mi sono imbattuta in The True Cost qualche tempo fa, e in realtà so benissimo perché la sua visione mi abbia colpita così tanto. Era il periodo in cui stavo progettando il “nuovo corso” del mio blog, e, tra le idee che mi ronzavano per la testa, c’era anche quella di dedicare un po’ più di spazio al tema della “modest fashion”. Ma (ammesso e non concesso che si possa parlare di “regole di abbigliamento per cattolici”), la visione di The True Cost mi ha posto una domanda molto prepotente: ma la “cristianità” di un guardaroba si misura solo in centimetri di pelle scoperta, o magari bisognerebbe anche tenere in conto i bambini sottopagati che muoiono di cancro per confezionarmi la gonna?
È stato un salutare pugno nello stomaco. Ed è stata la ragione per cui, da quel giorno, ho cominciato a interessarmi alla “moda etica”.

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I vestiti nuovi del consumatoreNon sono un’esperta di industria tessile, né tantomeno di finanza internazionale. I miei bignamini per addentrarmi in questo mondo misterioso sono stati il summenzionato documentario The True Cost (che trovate comodamente in catalogo se siete abbonati a Netflix) e il libretto I vestiti nuovi del Consumatore. Guida ai vestiti solidali, biologici, recuperati: per conciliare estetica ed etica nel proprio guardaroba (Deborah Lucchetti, edizioni Altreconomia).
È ovvio che, non essendo in grado di dare un apporto personale a queste indagini, mi limiterò a un pedestre “relata refero”… riferendo però alcuni dati oggettivi, che, non so a voi, ma a me hanno fatto riflettere.

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Tutto comincia, a quanto pare, il 1° gennaio 2005.
In quella data, decade la validità del cosiddetto “Accordo Multifibre”, che, a partire dal 1974, regolava gli scambi del tessile secondo un sistema di quote assegnate a ciascun Paese. L’effetto più evidente di questa regolamentazione era imporre restrizioni alla quantità di prodotti che i Paesi in via di sviluppo potevano esportare verso l’Occidente.
Ora, io non so se questo Accordo Multifibre fosse un bene o male per l’economia. L’ho già detto: di ‘ste cose non ci capisco niente; se i big del mondo hanno deciso di abolirlo, probabilmente avevano pure le loro ragioni. Fatto sta che, nel 1994, un General Agreement on Tariffs and Trade decide per l’appunto di eliminare tutte le restrizioni preesistenti, portando, nell’arco di dieci anni, a una completa liberalizzazione del settore (e a un’invasione di magliette Made in China).

È una felice coincidenza e nulla più, ma nel 2005 io ero al liceo, avevo da poco stretto amicizia con un paio di compagne di classe, e nei dintorni della nostra scuola stavano aprendo quei grandi store di moda low-cost che prima non c’erano dalle nostre parti (…o, se c’erano, io, bambina, non li conoscevo).
Ricordo quei primi giri di shopping come una esperienza nuova ed elettrizzante: comprare vestiti con le mie amiche, e non con mia mamma, mi faceva sentire improvvisamente molto “adulta”. Inoltre, era piuttosto galvanizzante scoprire di avere un potere di acquisto molto più alto rispetto al solito: facendo il confronto coi prezzi dei negozi di quartiere, in cui avevo sempre fatto shopping fino a quel momento, Zara la vinceva su tutta la linea.

Le “prime volte” dell’adolescenza sembrano sempre sconvolgimenti epocali… ma, col senno di poi, questo lo era davvero.
Nel preciso momento in cui cadono le limitazioni preesistenti, il mondo della moda – giustamente – si adegua alle nuove normative. La legislazione appena entrata in vigore permette ai grandi brand di tagliare i costi, cosicché si sviluppa vertiginosamente il mondo della moda low-cost: quello dei vestitini che costano poco, non durano molto, ma intanto ti permettono di avere un guardaroba che lèvate.
Contestualmente, si sviluppa anche il mondo della fast fashion, cioè la moda dell’ultimo minuto che ti permette di seguire i trend del momento. Se, fino a qualche anno fa, tutti i grandi marchi della moda avevano una collezione “primavera estate”, una “autunno inverno”, e mai si sarebbero sognati di svilupparne altre cinquanta intermedie, adesso il trend è completamente cambiato. Se Kate Middleton ci incanta un martedì mattina con un look fuori dal comune, potete star certi che – tempo due o tre settimane – le vetrine delle grandi catene pulluleranno di vestiti che si ispirano apertamente all’Abito del Momento. È la sirena della fast fashion, che, da un lato, incanta il consumatore permettendogli di avere esattamente ciò che vuole quando lo vuole; dall’altro, lo incatena spingendolo a fare shopping regolarmente (“ma questo vestito bellissimo che c’è in vetrina, non ce lo avevano la settimana scorsa!”) e a comprare istantaneamente tutto ciò che gli piace (“fantastica, ‘sta maglietta! La compro immediatamente, perché settimana prossima non la trovo più!”).

Ora.
Effettivamente, dovrebbe essere piuttosto evidente a tutti che se il brand X, nell’arco di due settimane, riesce a ideare, disegnare, commissionare, tagliare, confezionare, importare e mettere in esposizione su un manichino un vestitino proprio come lo vuoi tu (perdipiù venduto a prezzo stracciato, e neanche poi tanto malaccio quanto a qualità)… beh: o il brand X lavora nel Paese del Bengodi, o sta succedendo qualcosa di poco chiaro.

Il “qualcosa di poco chiaro” è in realtà di una semplicità lampante, se solo ci si pensa sopra. Nel momento esatto in cui sono caduti i limiti alle quote di import-export tra Stati, i grandi marchi della moda hanno delocalizzato tutto il delocalizzabile. Come spiega Deborah Lucchetti,

tutte le funzioni ad alto valore aggiunto come ideazione, ricerca & sviluppo, marketing e distribuzione sono [rimaste] nelle mani dei grandi gruppi internazionali, mentre le funzioni ad alta intensità di manodopera e basso valore aggiunto sono esternalizzate a fornitori e sub-fornitori, che possono offrire eserciti flessibili di lavoratori a basso prezzo insieme a facilitazioni fiscali e ambientali.

E infatti, Paesi come

Cina, Macedonia e India […] hanno aumentato le loro esportazioni verso USA e Europa rispettivamente del 73%, del 56% e del 45%

Per contro, “nella parte fortunata del mondo” succede qualcosa che mi urta ancor più di queste statistiche, perché mi tocca direttamente. E cioè: l’industria della moda ha un fatturato che cresce di anno in anno… e, di anno in anno, abbassa esponenzialmente i prezzi.
Sempre Deborah Lucchetti porta come esempio un paio di jeans modello base della catena inglese ASDA, che nel 1999 era venduto a 23 euro. Tre anni dopo, con l’acquisizione di ASDA da parte di Wal-Mart, lo stesso jeans (stesso taglio, stesso modello) costava 9 euro; nel 2010, il prezzo di cartellino era sceso a 4.

I grandi gruppi della distribuzione hanno acquisito un forte controllo sulle catene di fornitura, sulla formazione dei prezzi e sulla localizzazione dei siti produttivi, […] spingendo i prezzi dei prodotti sempre più in basso per attirare masse crescenti di consumatori.  […] Il consumatore deve trovare il prodotto che cerca al minor prezzo possibile, e quindi tutta la catena di fornitura deve essere tesa a garantirlo

Il che, per il consumatore, è bellissimo e seducente e molto vantaggioso. Ma di nuovo: cosa c’è dietro?
Come faceva osservare in The True Cost un imprenditore bengalese, a capo di una delle tante società che confezionano vestiti per conto terzi, non puoi avere contemporaneamente prodotti di qualità, pronti in tempo record, economici al massimo grado, e confezionati da lavoratori felici e ben remunerati. “Su qualcosa devi tagliare”, osservava l’imprenditore, “e spesso si taglia sugli stipendi e sulla sicurezza dei lavoratori”.

Esattamente quattro anni fa, a Dacca, in Bangladesh, collassava su se stesso un edificio ad otto piani in cui operavano una banca, alcuni negozi, e una fabbrica tessile che confezionava capi di abbigliamento per conto di marchi come Mango, Benetton e Primark (per citare solo i più famosi).
Nei giorni immediatamente precedenti al crollo, erano apparse sullo stabile delle evidenti ed inquietanti crepe, sicché le autorità bengalesi avevano ordinato lo sgombero immediato dell’edificio. La banca e i negozi locali obbedirono immediatamente, ma i lavoratori tessili furono costretti a rimanere sul posto: i manager non volevano assolutamente bloccare il lavoro, col rischio di perdere commesse e scontentare i big della moda.
La conclusione della storia è tragicamente prevedibile: l’edificio crolla su se stesso provocando 1138 morti e oltre 2500 feriti gravi.

Per parare al disastro di immagine che stava per abbattersi su di loro, i marchi come Mango & compagnia bella hanno sostenuto di non avere colpa alcuna nella tragedia: in fin dei conti, loro avevano solo esternalizzato a terzi la produzione; i veri colpevoli sono i manager della fabbrica tessile che aveva sede nel palazzo.
Indubbiamente c’è del vero in questa affermazione, così come c’è del vero nelle repliche di chi dice: ok, ma se tu imprenditore esternalizzi parte dei processi produttivi, non sarebbe quantomeno carino assicurarsi che la gente che lavora sul tuo prodotto non sia relegata in condizioni di semi-schiavitù?

***

Quando ho aperto il mio guardaroba per la prima volta dopo queste riflessioni, ho fatto scorrere il mio sguardo sulle decine di vestiti appesi in fila indiana sulle grucce. E poi mi sono chiesta: ma perché?
No, sul serio: perché?
Perché
, sapendo tutto quello che sta dietro alle mie magliette a 5 euro l’una, continuo insistentemente a comprarle lasciandomi attirare dal prezzo basso, dal modello carino, dalla stampa oh-così-graziosa proprio come piace a me?

Famo a capisse: non è che io abbia bisogno di dieci T-shirt diverse. I nostri nonni avevano molti meno vestiti di noi e se la cavavano benissimo (e dovevano pure fare il bucato a mano). Se noi accumuliamo abiti su abiti, è perché ci piace sfoggiare look diversi invece di andare in giro sempre vestiti uguali: una piccola vanità che, nelle giuste dosi, può anche essere una innocua vezzosità… ma che diventa un po’ più allarmante se comincia a prevalere su tutto il resto.

Con che faccia – mi sono chiesta – io continuo a portare in cassa quella magliettina tanto carina in offerta speciale, di cui in fin dei conti non ho nemmeno bisogno, sapendo che sto alimentando un’industria neanche poi tanto dissimile da quella che si basava sul lavoro degli schiavi negri nelle piantagioni di cotone?
Con che faccia posso nascondermi dietro a un “va beh, ma io che c’entro?”, quando non posso nemmeno illudermi di star scendendo a patti con un male minore? Non è che non ho altra scelta, oh: l’altra scelta sarebbe non comprare quella maglietta, che in fin dei conti non mi serve, e ha come unica funzione quella di appagare il mio senso estetico. Voglio dire: non è che se non la compro mi prendo una polmonite perché non ho nient’altro al mondo con cui proteggermi dal freddo.

E.. no. Personalmente, non credo di essere pronta a lasciar correre su questi temi solo per soddisfare una mia futile vanità.
Lavoratori sottopagati dai paesi del Terzo Mondo ce ne sono, purtroppo, in ogni settore, ma il problema della moda low-cost mi colpisce particolarmente perché, su di me, batte là dove il dente duole. Non tollero di sentirmi una donna così tanto attaccata all’estetica da accumulare vanità a casaccio, senza manco chiedermi  – che so – se qualcuno è morto per confezionarmele.
Non so voi, ma io lo trovo un atteggiamento troppo à la Maria Antonietta per i miei gusti.

***

Da un po’ di tempo a questa parte, quando compro qualche capo di abbigliamento lo faccio con quell’attenzione in più. E devo dire che esco dal negozio col cuore più leggero, rasserenata dal sapere che la mia sessione di shopping non è andata a discapito di povere ragazzine indiane la cui vita sembra uscita da un romanzo di Charles Dickens.
Spendo più di prima, per inseguire questi ideali? Un pochino sì, anche se
– non basta comprare vestiti costosi per essere certi che non ci sia dietro questo schiavismo;
– sareste probabilmente sorpresi dallo scoprire che spendo sì un po’ di più… ma non così tanto come credete.
Last but not least, vi dirò pure che sono addirittura felice di spendere un po’ di più, se un prezzo a due cifre sul cartellino mi spinge a pesare ogni acquisto e a comprare in maniera più consapevole. È un antidoto meraviglioso alle insidie del consumismo.

Se interessa a qualcuno tornerò ancora su questi temi, magari svelando i miei trucchetti per un guardaroba “cristiano, etico e pudico”. Per il momento, mi interessava introdurre l’argomento in concomitanza con la campagna internazionale “Fashion Revolution”, che ogni anno, dal 24 al 30 aprile, “chiama a raccolta tutti coloro che vogliono creare un futuro etico e sostenibile per la moda”, chiedendo anzitutto “maggiore trasparenza lungo tutta la filiera fino al consumatore”.

Il punto della campagna è: ok, non possiamo rivoluzionare dal nulla il mondo della moda, e realisticamente non possiamo nemmeno pretendere che tutti i nostri vestiti siano confezionati in gradevoli atelier da sarte professioniste profumatamente retribuite.
Ma che i grandi ci dicano quali sono concretamente le condizioni di lavoro di chi confeziona le nostre magliette… questo sì: possiamo senz’altro chiederlo. Che il consumatore sia messo nelle condizioni di informarsi sulla filiera produttiva che porta a lui la sua T-shirt, è senz’altro una richiesta ragionevole.

E dunque, la campagna online, alla quale ho scelto di aderire, punta a fare un garbato pressing alle grandi industrie della moda, per sottolineare che una fetta di clienti si pone davvero queste domande. Se qualcuno di voi volesse per caso aderire,

basterà indossare gli abiti al contrario, con l’etichetta bene in vista, fotografarsi e condividere le foto attraverso i social media con l’hashtag #WhoMadeMyClothes.

WhoMadeMyClothesSe poi ci fosse qualcuno che si è davvero appassionato al tema, sappiate che, nel corso di questa settimana, in giro per le città d’Italia potreste trovare tanti eventi ad hoc organizzati da Altromercato, la famosa cooperativa che gestisce i prodotti del commercio equo e solidale. Dateci un’occhiata perché ci sono eventi interessanti, soprattutto a Milano (…e, un po’ in tutti i punti vendita, sconti del 20% sulle linee di abbigliamento e accessori etici).

***

E voi, cosa ne pensate?
Avevate mai riflettuto su questi argomenti?
Siete sensibili a questi temi?

Per chi di voi fosse interessato (…e so che qualcheduno c’è), saluto con la promessa di ritornare di tanto in tanto su questi argomenti (senza per questo snaturare il blog, ça va sans dire)… e anche con un link che potrebbe interessare. Da tempo, l’ottimo blog “Fresh Modesty” di Olivia Williams è nel mio blogroll; oggi, lo rilancio con particolare verve perché incarna perfettamente tutti gli ideali che stanno a cuore anche a me nel parlare di moda “cristiana”. Una moda che sì deve essere “casta” (Oliva nasce come fashion blogger di modest fashion)… ma non solo: una moda che deve essere anche (…o innanzi tutto?) etica.

Personale · Pillole di Storia

La vera storia dell’animalier, da segno di raffinatezza esotica (?) a icona della fluidità di genere (?!)

Fatemi indossare tutto, ma non pantaloni jeans o tessuti animalier.

Quella dei jeans, con tutta evidenza, è una mia idiosincrasia: l’essere una donna d’altri tempi ti fa pure di questi scherzi, tipo spingerti a considerare i Levi’s un ottimo capo di abbigliamento per quando devi fare lavori manuali, e perciò inadatto a qualsiasi altro utilizzo che non includa la tua presenza all’interno di un cantiere edile.
(Oh, ognuno c’ha le sue fissazioni…).

L’antipatia per l’animalier è già un po’ meno impopolare – nel senso che la gente tende a percepirla come una scelta stilistica degna di rispetto, e non come un sintomo inequivocabile di degenerazione mentale. In fin dei conti, l’animalier è uno stile che non passa inosservato, e che è tendenzialmente associato, nell’immaginario collettivo, a quel concetto di “panterona sexy” con cui uno può, legittimamente, non volersi identificare.

E siccome a me l’animalier non piace proprio, ho coerentemente deciso di trascorrere Pasquetta nel bel mezzo di una mostra dedicata a questo stile.

Locandina mostra JungleEbbene, sì. Quando ho saputo che, alla Reggia di Venaria, sarebbe stata inaugurata una mostra dedicata al ruolo dell’animalier nella Storia della moda, mi sono ripromessa di visitarla quanto prima.
Conoscete già la mia passione per la Storia della moda e del costume, e l’animalier ha molto a che fare sia con l’una che con l’altra. Se oggigiorno è socialmente lecito che una donna rispettabile vada in giro con un top maculato senza per questo sembrare una prostituta, ciò non sarebbe senz’altro stato possibile nel passato. E io ero sinceramente curiosa di scoprire: chi diamine è stato il primo stilista a “sdoganare” il leopardato nei guardaroba delle signore bene?

A seguire, una mezza digressione storica e una mezza recensione della mostra torinese, che è stata inaugurata mercoledì scorso e resterà aperta fino al 3 settembre (tutte le informazioni su questa pagina).

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Betty Page
Una Betty Page all’epoca non ancora famosissima, in un animalier che ha fatto la Storia

La mostra fissa la data di nascita dell’animalier al 12 febbraio 1947, data in cui Christian Dior fa sfilare per la prima volta un completo “imprimé jungle” e “decorato bambù”. In realtà, aggiungo io, questa è la data di nascita dell’animalier nel mondo dell’alta moda, perché non è che, fino a quel momento, non si fosse mai-mai-mai visto un vestito confezionato con tessuto a stampe animali. Nei primi anni ’30, i costumi di scena di Tarzan l’uomo scimmia avevano contribuito a far sì che gli occhi si abituassero ad audaci tessuti maculati; nel 1940, la modella Betty Page aveva destato scalpore facendosi ritrarre in una tenuta semi-adamitica al fianco di belve feroci.
Ma Tarzan e una pinup specializzata in scenografie bondage avevano evidentemente ben poco a che vedere con la Moda con la M maiuscola – e perché l’animalier faccia irruzione in questo universo dobbiamo appunto aspettare la sfilata di Dior del ‘47.
Col produttore di seta Bianchini-Férier, lo stilista francese sviluppa in esclusiva un tessuto a stampa Jungle che applica a tre modelli della sua collezione. La sfilata è un successo e l’animalier entra nel mondo dell’alta moda, aggiudicandosi il suo posto nell’empireo della haute couture quando Marlene Dietrich, poco tempo più tardi, decide di indossarlo.

061e874ee41a40f0eac1046ce2bf3c30E qui, la mostra torinese mi riserva la prima sorpresa, nel senso che, quando l’animalier si fa strada sulle prime passerelle, non è così provocante come è invece al giorno d’oggi.
Audace, sì, ma niente di straordinariamente osè, e in effetti su Internet si trovano prove inoppugnabili a sostegno di questa tesi. Io non me la vedo proprio, al giorno d’oggi, una Melania Trump in total look leopardato in una visita ufficiale a fianco del marito: eppure, Jackie Kennedy lo ha fatto senza problemi. E in effetti, a giudicare dagli abiti esposti in mostra, pare proprio che i primi animalier fossero sì audaci, sì “di rottura”… ma non necessariamente corredati da quei sottintesi da panterona sexy che ha assunto successivamente.
All’epoca di Dior, l’animalier aveva tutt’al più un nonsocché di seduzione esotica, toh. Ma niente di sfrontato.

Passeggiando tra le installazioni della mostra, si scopre che è solo a partire dagli anni ’60 che l’animalier diventa apertamente trasgressivo: Ken Scott (prima) e Valentino (poi) cominciano ad utilizzarlo su capi di taglio maschile, proposti a donne che, ormai, non solo lottavano per la parità dei sessi, ma si avviavano a rapidi passi verso la rivoluzione del ’68. Più o meno nello stesso periodo, ai tessuti animalier succede una cosa che proprio non mi aspettavo: cominciano ad essere utilizzati dall’alta moda maschile, per suggerire concetti di fluidità di genere.

Brad Withford
(Beh, in effetti…)

A quanto pare, tutto parte nella Londra degli anni ’60 con la cosiddetta “peacock revolution”, che invita gli uomini ad abbandonare i classici completi giacca-e-cravatta nei soliti toni del grigio-nero-blu, per adottare uno stile più colorato e disinvolto. Dice la mostra – e conferma anche il web – che “l’animalier al maschile rivela appieno la femminilizzazione del maschio, il sovvertimento di un ordine consolidato sin dall’Ottocento” per cui l’uomo borghese, rinunciando a qualsiasi velleità estetica, aveva adottato uno stile sobrio, pratico, rimasto sostanzialmente immutato nei decenni. Solo a partire dagli anni ’60 l’uomo-consumatore ha cominciato “ad avventurarsi in territori di prerogativa femminile, come la moda”, per “sfidare e ridefinire provocatoriamente il concetto di virilità e mascolinità”.
E proprio a partire dalle stampe animalier doveva lanciare ‘sta sfida, l’uomo? Apparentemente sì (contento lui…)

Tornando a noi (cioè all’universo femminile) è solo negli anni ’90 che i tessuti maculati assumono quella valenza apertamente sexy da “catwoman” che me li rendono così tanto invisi. Anche se, in fin dei conti, esci dalla mostra domandandoti: ma alla fin fine, l’animalier è proprio solo questo?
Ho trovato particolarmente significativo, in una installazione che mostrava fotografie scattate a caso in mezzo alla strada a gente che indossava tessuti animalier, il primo piano di una attempata signora musulmana… pudicamente avvolta in un hjiab sfacciatamente leopardato.

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Vivetta, Collezione P/E 2016

E probabilmente è proprio vero che è ingiusto pensare all’animalier come a una seduzione esotica e niente più. Anche perché a un certo punto la mostra è riuscita in quello in cui riescono veramente in pochi, e cioè scardinare dal profondo le mie certezze. All’interno dell’esposizione non era possibile scattare foto, quindi ho cercato su Google alcuni scatti di repertorio, per meglio illustrare il mio choc nel momento in cui i curatori della mostra hanno cominciato a sbattermi in faccia dei vestitini deliziosisissimi, deliziosissimi!!!, datemi l’intera collezione P/E 2016 di Vivetta perché la voglio TUTTA!!! Ma aspetta un attimo, che ci fanno i Vestitini dei Miei Sogni all’interno di una mostra sullo stile che repello più di tutti al mondo?

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Vivetta, Collezione P/E 2016

Ebbene: se anche voi avete in antipatia il leopardato, tenetevi forti perché sto per darvi un grave trauma: all’interno del macrocosmo dell’animalier (o, per meglio dire, dell’animal print) a quanto pare si inseriscono non solo quei tessuti che imitano il manto di un animale, ma anche quei tessuti le cui stampe raffigurano animali.
Anche tutti interi, eventualmente.

Avete presente il pigiamino con gli orsetti, l’elegante abito da cerimonia con farfalle ricamate sopra, la cover per cellulare che imita le piume del pavone, o quei deliziosi vestitini estivi con pesciolini guizzanti e rondinelle stilizzate? Ecco: tecnicamente, pure questi rientrerebbero nell’universo degli animal print, in modo non poi così diverso dal toppino leopardato della modella sexy anni ’90.

È la mostra stessa ad ammetterlo: alla luce dei molteplici modi con cui la moda attinge all’universo animale, voler rinchiudere questa infinità di stili all’interno di uno/due termini precostituiti è senza dubbio ardito e riduttivo.

Che si tratti dei classici maculati rivisitati o di nuovi ibridi che ci confondono, tutto porta a sfidare i limiti di una visione di stampo positivista, storicamente conclusa, in cui gli esseri umani sono al centro di un preciso ordine gerarchico,

si legge su uno dei tabelloni illustrativi.

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A quanto pare, la collezione F/W 2016 di Stella McCartney è piena di stampe con questo motivo. Non dico che voglio rifarmi il guardaroba con questa stoffa, solo perché son già piena di vestiti con motivi molto simili.

Sarà. Io continuo a sentirmi gerarchicamente superiore a un ghiro (e pure a disdegnare le aggressive stampe leopardate), ma non toccatemi i miei abitini con le rondinelle disegnate sopra. Alla fin fine è proprio vero che non c’è solo il nero e il bianco ma che l’universo è fatto di infinite sfumature di grigio (ironico, dirlo in un articolo dedicato al mondo della moda!).

E così, dopo aver scoperto di avere l’armadio pieno di abiti che si inscrivono in uno stile che detesto (?) e che perdipiù è una specie di caposaldo della gender fluidity (?!), me ne sono tornata a casa turbata e meditabonda – che è sempre un ottimo modo di uscire da una mostra.

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P.S. Siccome nell’esposizione non era consentito scattare fotografie, sappiate che in questo post non vi ho “spoilerato” niente: se decidere di visitare la mostra, vedrete abiti completamente diversi da quelli che ho proposto io.
E ovviamente scoprirete un sacco di cose in più – e potreste anche trovare un catalogo molto ben fatto, che, se siete appassionati del genere, non può mancare nella vostra libreria.

Cose cristiane · Pillole di Storia

“LOVE” by Cartier: la cintura di castità più amata dal jet-set

Ci dev’essere qualcosa che funziona drammaticamente male nell’algoritmo che gestisce i banner pubblicitari di Facebook: da alcuni giorni a questa parte, Zuckemberg s’è convinto che io debba nutrire un qualche interesse all’idea di far spendere svariate migliaia di euro pur di ricevere a San Valentino un gioiello firmato Cartier. E così, la mia home di Facebook è invasa da spot pubblicitari in cui giovanotti scapestrati ammaccano autovetture parcheggiate in riva alla Senna da sfortunati vetturini; e ciò, al solo scopo di raggiungere rapidamente l’amata, che solinga attende un monile nuovo di pacca.

Il monile in questione è il bracciale “Love” di Cartier. Costo variabile dai 4.000 ai 24.400 euro, è uno dei prodotti di maggior successo della Maison parigina: non so voi, ma io non sono particolarmente fan dei gioielli di lusso… eppure, pur non interessandomi al tema, il Love di Cartier effettivamente lo conosco. Lo si vede addosso a troppi VIP per non avercelo “negli occhi”, quantomeno a grandi linee.

Pippa Middleton è una delle tante estimatrici del "Love"
Pippa Middleton è una delle tante estimatrici del “Love”

L’ho appena detto: non sono particolarmente appassionata di gioielleria dei grandi marchi. Di conseguenza, non so fino a che punto la storia che sto per raccontarvi sia già nota: forse, se siete interessati al tema, la conoscete già benissimo (e, se non siete interessati al tema, non vi interessa manco questo post). Ad ogni modo, io ci provo e vi racconto comunque la storia del braccialetto… anche perché, a ben vedere, il gioiello merita davvero un post su queste pagine. In fin dei conti è un prodotto di lusso, amato dal jet-set… che si ispira al Medio Evo, alla castità, e al concetto cristiano di amore eterno.

Stupiti, eh?

La nostra storia  comincia a New York nel 1969, quando il designer Aldo Cipullo, orafo fiorentino trapiantato oltreoceano per inseguire il sogno americano, viene assunto dalla Maison Cartier. I datori di lavoro lo mettono alla prova chiedendogli di creare un gioiello innovativo e al passo coi tempi (ricordo che siamo nel 1969: l’anno prima era il famoso ’68). E così, Cipullo sforna quello che sarebbe diventato il marchio di fabbrica non solo della sua produzione artistica, ma di Cartier in generale. Il bracciale “Love”, per l’appunto.

Ora, voi dovete sapere che Cipullo era italiano: fiorentino, per la precisione. Aveva vissuto in Italia per tutta la sua giovinezza, facendosi le ossa con un apprendistato nell’oreficeria di famiglia. E già questo lo poneva in una posizione diversa rispetto a quella di tanti suoi colleghi designer che lavoravano a New York: sì, perché Cipullo era cresciuto avendo negli occhi il Medio Evo europeo.
E lo affascinava pure, questo periodo storico così particolare e così pieno di luci ed ombre.

Lindsay Lohan è un'altra che non si separa mai dal "Love"
Lindsay Lohan è un’altra che non si separa mai dal “Love”

La cintura di castità non è mai esistita (o quantomeno nel modo in cui ce la descrive la leggenda), però tutti noi conosciamo bene la storiella secondo cui i cavalieri medievali, prima di partite per una crociata, si assicuravano la fedeltà della consorte chiudendola dentro al marchingegno.
È una leggenda che conosciamo tutti, per l’appunto, e che infatti conosceva anche Aldo Cipullo. Ed è proprio grazie a lui che questo oggetto leggendario, adeguatamente ammodernato in chiave sessantottina, viene riproposto al jet-set mondiale.

Il gesto del cavaliere medievale, in sé e per sé, sarebbe considerato misogino ancor oggi, figuriamoci negli anni della rivoluzione femminista. Cipullo infatti decide di reinterpretarlo in chiave trasgressiva, come un gesto di complicità e di totale fiducia verso il proprio partner: io dama medievale amo così tanto il brivido che accetto volontariamente di farmi inchiavardare in ‘sto coso metallico di cui solo tu custodisci la chiave. Oh che simpatico gioco di coppia, o quale segno di totale intesa tra i partner!

Boh?

Comunque, rielaborato così il concetto, Cipullo si mette al lavoro per creare una… cintura di castità sessantottina, molto hot e molto girl power, e soprattutto made in Cartier. Per le mutandine d’oro battuto sembrava esserci poco mercato, quindi il designer ripiega su un braccialetto che, una volta accettato in dono, andrà indossato 24h/24, un po’ come una fede nuziale. Anzi, peggio ancora di una fede nuziale: io la fede la porto al dito ma posso toglierla in ogni momento; sfilare il braccialetto di Cartier, invece, è materialmente impossibile, a meno di non disporre di un apposito chiavistello.

Love Cartier

Ebbene sì: ciò che il bracciale eredita dalla cintura di castità è proprio l’irreversibilità di accettare in dono il prodotto. Il gioiello di Cartier viene chiuso attorno al polso del malcapitat cliente mediante due piccole viti, dopodiché rimane lì in saecula saeculorum. Non ci sono aperture, non ci sono bande elastiche che permettono di sfilare il bracciale: per disfarsi del gioiello bisogna ricorrere a un letterale cacciavite (d’oro) che la Maison fornisce gentilmente in dotazione.  Ma senza quel cacciavite, puoi anche attaccarti, come si suol dire: ad esempio, la sorella di Kim Kardashian ha recentemente causato ilarità sui social dopo aver twittato di essere rimasta intrappolata dentro un braccialetto Cartier per quattro lunghi anni, dopo aver perso il cacciavite in dotazione (e non volendo spendere per comprarne un altro).

Katie Holmes, un'espressione poco sveglia, e un immancabile "Love Bracelet" al polso
Katie Holmes, un’espressione poco sveglia, e un immancabile “Love Bracelet” al polso

Oggigiorno, questo può sembrare più che altro un giochino idiota (“io, il mio braccialetto e il cacciavite scomparso”, sai che roba…).  A onor del vero, all’epoca del lancio sul mercato, il gesto assumeva tutto un altro pathos, grazie all’azzeccatissima campagna marketing di Cartier, in base alla quale i gioielli non potevano assolutamente essere comprati per se stessi, ma solo ed esclusivamente per regalarli a un altro.

Cioè: lui e lei andavano in negozio; lui interloquiva con la commessa e sceglieva il modello; la commessa avvitava il braccialetto al polso della signora… e poi consegnava il cacciavite a lui, con un gesto che si ammantava di una certa (eccitante?) ineluttabilità.

E infatti, le prime pubblicità del “Love” di Cartier suggeriscono secondo me proprio questa dimensione di possesso (possessivo?) e – se vogliamo – anche di sottomissione,

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che, fortunatamente, non era necessariamente declinata solo al femminile, nel senso che lo stile “neutro” del bracciale lo rendeva adatto ad essere indossato anche dal maschio:

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Insomma: siamo davanti a gioielli gemelli da indossare in coppia e da portare addosso per tutta la vita.
Le (volute) assonanze con la fede nuziale trasformava i Love Bracelet in un accessorio perfetto anche per quelle coppie che non potevano o non volevano accedere al matrimonio, ma desideravano comunque scambiarsi un gioiello che fosse simbolo del loro amore. E magari anche una provocazione, e un pubblico richiamo al fatto che “love is love”: perché no?

Anche Jennifer Aniston ama i bracciali Cartier
Anche Jennifer Aniston ama i bracciali Cartier

Eppure, al di là dell’uso “trasgressivo” che ne è stato fatto, io rimango affascinata dall’eco di “amore vecchio stampo” che stava alla base di questi gioielli. In un’epoca in cui si inneggiava all’amore libero, al sesso promiscuo e all’abolizione dei vecchi tabù, sfondava nel jet set un gioiello che, tutto sommato, piaceva proprio perché simboleggiava un amore eterno per la vita.
E lo faceva in toni trasgressivi e cool, e lo faceva con un linguaggio e con una strategia comunicativa molto diversa da quella adottata dai pulpiti delle chiese cattoliche che tuonavano proprio in quegli anni contro il divorzio…
…però, sostanzialmente, lo faceva. Faceva quello.
In un’intervista del 1972, Cipullo avrebbe dichiarato: “ai nostri giorni l’amore è diventato una cosa commerciale, ma quello che le persone vogliono sono simboli [d’amore] che siano semi-permanenti, o, quantomeno, non così facili da rimuovere. Dopo tutto, i simboli d’amore dovrebbero suggerire caratteristiche di eternità”.
E in fin dei conti, questo cosa vuol dire, se non che, in un mondo dove l’amore stava diventando usa-e-getta, restava comunque nel cuore delle persone un desiderio profondo di un amore finché morte non ci separi, in barba al divorzio, al sesso libero e alle convivenze senza impegno?

L’ho sempre trovato un dettaglio curiosamente significativo – allo stesso modo in cui, tutto sommato, trovo comicamente significativo anche il fatto che Cartier, nella sua campagna marketing su Facebook per il San Valentino 2017, promuova il braccialetto “Love” come il regalo perfetto per tutti coloro che credono negli

amori liberi da ogni convenzione. Viti grafiche, ovale perfetto e dichiarata eleganza ne fanno l’intramontabile emblema degli amori passionali. Tempestato di diamanti, in oro giallo o rosa: fin dove vi spingereste per amore?

Singolarmente ironico, che un gioiello nato su imitazione di un pegno di fedeltà coniugale, e pubblicizzato come simbolo di amore eterno no matter what in un’epoca in cui la moda era quella dell’amore libero, sia oggi riproposto a chi sogna un amore “passionale” e “libero da ogni convenzione sociale” – al punto che Cartier arriva addirittura a chiedere ai suoi clienti “e voi, fin dove vi spingereste per amore?”. Sembra il trailer di Cinquanta sfumature di grigio, e invece è solo la pubblicità di un gioiello che testimonia il tuo impegno per la vita nei confronti di un’altra persona.

Magari Cartier non se ne rende conto, ma in fin dei conti ha detto una grossa verità.
L’amore davvero non convenzionale, quello che ti da il brivido di osare laddove tutti gli altri fanno marcia indietro… non è forse l’amore (cristiano) del “per sempre”?

Peraltro, in questo secondo spot i due esaltati saltellino al ritmo di una canzone che dice cose tipo
“Gesù, se puoi sentirmi, sappi che sto cercando di pregare ma c’è tanto rumore attorno a me”…
è sicuramente casuale, ma simbolico mica poco!
Pillole di Storia · Vite di Santi e Beati

Di come Sua Santità Pio XII finì a pubblicizzare cappellini per signora

Quando il pubblicitario italoamericano Guido Orlando firmò un contratto con l’Istituto di Modisteria d’America, si trovò a dover gestire un bel grattacapo.
Correva l’anno 1958, e le mode stavano inesorabilmente cambiando. Le signore e le signorine che, fino a pochi anni prima, non si sarebbero mai sognate di uscir di casa senza indossare un bel cappello, adesso cominciavano a preferire altri tipi di acconciature.
Erano gli anni del foulard à la Audrey Hepburn; di lì a poco sarebbero diventati famosi i pixie cut, che con i cappellini anni ’40 hanno ben poco a che spartire… insomma: nel settore della modisteria c’era grossa crisi, e i negozi di cappelli stavano chiudendo l’uno dopo l’altro.

L’Istituto di Modisteria d’America, agendo nell’interesse di tutti gli associati, aveva deciso di ingaggiare un pubblicitario di tutto rispetto per tentare di rilanciare negli U.S.A. la moda dei cappelli…
…però, oh: manco un pubblicitario di tutto rispetto può fare miracoli.
Se i gusti cambiano, le mode si evolvono, e le consumatrici non ne vogliono di più sapere di quello specifico prodotto lì (oltretutto, perché le passerelle propongono loro soluzioni più pratiche, più economiche, più modaiole e più attraenti)… ahò: anche il migliore dei pubblicitari, che ci può fare?
A Guido Orlando serviva letteralmente un miracolo; eppure, il buon uomo aveva la ragionevolezza di ammettere che un letterale miracolo era un po’ al di fuori della sua portata…

…però magari era alla portata di qualcun altro!
Tipo, di uno per il quale è attualmente in corso un processo di canonizzazione…

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Negli ultimi anni della sua vita, il nostro ebbe l’umiltà di descriversi come “il secondo più grande pubblicitario della storia (dopo Goebbels al servizio di Adolph Hitler)”.
Già solo questa frase dovrebbe farvi capire molte cose su Guido Orlando, che era un tipetto niente male… con un coraggio e una faccia di bronzo davvero fuori dal comune. Nessun altro a parte lui, io credo, avrebbe avuto la faccia tosta di architettare questo diabolico piano criminale, ai “danni” di Sua Santità Pio XII (nientemeno!).

Ordunque, facciamo un passo indietro: correva l’anno 1958.
Mancava ancora un po’ di tempo all’indizione del Concilio Vaticano II, che avrebbe abolito l’obbligo (e quindi, fatto cadere in disuso il costume) per cui le donne cattoliche dovevano entrare in chiesa solo e rigorosamente a capo coperto.
Lo specifico, perché oggigiorno tanti potrebbero anche non fare più il collegamento, e invece era proprio così: fino a prima del Concilio Vaticano II, era fatto obbligo a tutte le donne di coprirsi il capo, quando entravano in una chiesa cattolica. Adesso, la scelta di farlo è volontaria e personale, ma fino agli anni ’50 era proprio fatto divieto esplicito di entrare in chiesa a capo scoperto.

Embeh: quel genio del male che aveva nome Guido Orlando, pensò bene di andare in tipografia e farsi stampare un plico di carta da lettere intestata a un fantomatico “Religious Institute of Research”, che avrebbe dovuto essere un centro studi sulla pratica religiosa in Nord America.
Parlando a nome dell’inesistente direttore dell’Istituto inesistente, Guido Orlando indirizzò a papa Pio XII una bella letterina in cui il Santo Padre veniva messo a parte di una ricerca recentemente condotta negli States. I risultati dello studio (che naturalmente, non era mai esistito) erano quantomeno allarmanti: da un recente sondaggio, risultava che più di 20 milioni di donne cattoliche statunitensi andassero abitualmente a Messa, ogni settimana, a capo scoperto.
A nome del presidente dell’Istituto di Ricerca, Orlando informava il papa degli sconcertanti risultati, senza nascondere – sotto il velo di un’algida comunicazione accademica – una punta di sincera preoccupazione. Milioni di donne cattoliche in America infrangono quotidianamente una prescrizione di Santa Romana chiesa, e forse senza neppure sapere di star sbagliando…
Oh, se solo il Santo Padre volesse far sentire la sua voce in proposito, richiamando al dovere le sue dilette figlie in Cristo…

Il Santo Padre, ça va sans dire, ha problemi ben più grossi dei capelli delle signore, quindi il Religious Institute of Research si permetteva di facilitargli la vita suggerendo qualche frase-tipo che Pio XII avrebbe dovuto semplicemente pronunciare, nei tempi e nei modi che avrebbe considerato più opportuni.

Ecco, qualche frase-tipo suppergiù su queste linee:

Dei vari accessori indossati dalle donne oggigiorno, i cappelli contribuiscono significativamente a esaltare la dignità e il decoro della femminilità. È tradizione che le donne portino il cappello in chiesa, come in numerose altre occasioni religiose, e io considero i cappelli una parte propria e fondamentale dell’abbigliamento femminile.

Pio XII soppesò la frase e giudicò che, tutto sommato, era nelle sue corde. In quattro e quattr’otto (un po’ per togliersi il pensiero, un po’ per far fronte alla situazione oggettivamente allarmante che gli era prospettata) diede ordine di incorporare proprio queste precise identiche parole in una raccomandazione che venne pubblicata, con grande risalto, sulle pagine de L’Osservatore Romano.  Il monito papale fu ripreso in numerosi interventi radiofonici e televisivi, in Italia e all’estero, con l’ordine di garantirne una capillare diffusione proprio nelle diocesi statunitensi, che del resto erano quelle che “creavano il problema”.

Mentre tutti i giornali, e le riviste femminili, e le trasmissioni radiofoniche, eccetera eccetera eccetera, tappezzavano da Nord a Sud gli Stati Uniti d’America con lo scoop “PIO XII DICHIARA: IL CAPPELLO È PARTE FONDAMENTALE DELL’ABBIGLIAMENTO FEMMINILE”, Giuseppe Orlando sogghignava sfregandosi le mani.
Nel giro di meno d’un mese, si registrò in tutti gli States un clamoroso boom nelle vendite di cappelli da donna.

Cose cristiane · Lifestyle cristiano · Personale · Pillole di Storia

Un abito da bagno “incompatibile coi nostri valori”

Il poliziotto avanzò verso la donna a grandi falcate, con l’andatura goffa di chi cerca di camminare sulla sabbia con calzature non adatte. Quando finalmente fu a poca distanza dalla donna, soffiò nel fischietto per attirare la sua attenzione, chinò leggermente il capo in segno di saluto, e poi si schiarì la voce. “Buongiorno, ma’am”.
La donna, che fino a quel momento si era persa nella contemplazione del bagnasciuga, si girò con un’espressione di educata sorpresa. “Buongiorno…?”, replicò con fare interrogativo.
Il poliziotto si schiarì la voce per una seconda volta, in lieve imbarazzo. “Perdoni se la disturbo, signorina. Devo purtroppo chiederle di allontanarsi dalla spiaggia, o di recarsi nella cabina più vicina per adeguare il suo abbigliamento alle vigenti norme municipali”.
La donna spalancò la bocca (reazione istintiva), ma rinunciò al tentativo di trovare qualcosa di intelligente da rispondere. Sopraffatta dalla sorpresa, si limitò a sgranare gli occhi fissando il poliziotto. “Prego?”.
L’uomo tossicchiò. “È il suo costume da bagno, ma’am. Come senz’altro saprà – gli stabilimenti balneari sono tappezzati di avvisi – la nostra municipalità, e molte delle municipalità vicine, hanno stilato una serie di norme sugli abiti femminili ammessi, o non ammessi, nei nostri stabilimenti balneari. Come le sarà facile appurare, il suo costume da bagno non risponde alla vigente normativa. Devo purtroppo chiederle di allontanarsi, o di utilizzare una delle cabine per indossare un costume da bagno più consono, in linea con il comune sentire”.
“…ma sta scherzando, sì?”, si sentì sfuggire dalle labbra la donna, esterrefatta.
Il poliziotto strinse le labbra e sospirò. “Come certamente potrà appurare dando un’occhiata ai cartelli che sono affissi praticamente in ogni dove” – e adesso c’era una nota di insofferenza nella sua voce – “questa municipalità ha emanato una normativa ben precisa circa l’abbigliamento femminile da adottarsi in uno stabilimento balneare. Per la terza volta, signorina, mi trovo costretto a chiederle di allontanarsi o di…”.
“Questa municipalità legifera sul modo in cui io posso o non posso vestirmi, nel momento in cui decido di andare in spiaggia?”.
“Beh… in effetti sì, fa esattamente quello”, replicò il poliziotto, che adesso stava anche cominciando ad irritarsi. “Se proprio lo vuol sapere, è una normativa che è stata adottata da numerose località turistiche in questo Stato, non si può nemmeno dire che questa municipalità costituisca l’eccezione. Pertanto, signorina…”.
“Numerose municipalità in questo Stato hanno interesse a legiferare se io possa o non possa scoprire le gambe nel momento in cui vado a fare il bagno?”, domandò di nuovo la bagnante, in un tono che abbracciava una ampia gamma di emozioni dallo sdegno allo sconcerto.
“Proprio così”, replicò il poliziotto, con una certa ferocia. “E come, nella sua intelligenza, avrà certamente capito, non si tratta nemmeno di una questione di buon senso, di adeguamento ai costumi locali, di pacifica convivenza: passeggiando sul bagnasciuga con questo capo di abbigliamento, lei, signorina, sta violando una legge. Per l’ennesima volta, sono a pregarla di allontanarsi, e senza fare troppe storie”.
“…mi scusi, buon uomo” – e qui, la donna sembrava sinceramente stupita. “Ma lei si rende conto che è da anni che io vado a fare il bagno con questo capo di abbigliamento e nessuno in nessuna parte del mondo mi ha mai creato problemi per la mia tenuta?”.
Il poliziotto alzò gli occhi al cielo per invocare un po’ di pazienza, dolorosamente consapevole delle centinaia di occhi posati su di lui: i bagnanti stavano seguendo il battibecco mormorando a mezza voce, molto grati per questo imprevisto intermezzo vacanziero. “Signorina: non mi interessa da dove lei arriva, non mi interessa quali sono le leggi degli altri Stati; io ribadisco che non è consentito, in questa municipalità, recarsi sul bagnasciuga con questo abito da bagno. A questo punto, mi trovo costretto ad ordinarle di allontanarsi immediatamente dalla spiaggia, o dovrò chiederle di farsi accompagnare in carcere”.
Seguirono alcuni secondi di silenzio, in cui la donna fissò l’uomo e l’uomo fissò la donna, con aria vagamente truce da poliziotto cattivo.
Per tutta risposta, la donna sferrò un pugno in faccia al poliziotto, prendendolo in pieno naso.
Ma che diavolo…?!”, urlò il poliziotto esterrefatto, mentre dalla spiaggia si levavano boati di sorpresa da parte dei bagnanti che stavano seguendo la scena; ma la donna non si lasciò minimamente impressionare, e subito dopo assestò al malcapitato un sinistro da campione, spaccandogli gli occhiali in faccia.
Mentre il poliziotto annaspava e cadeva a terra, un po’ per la sorpresa e un po’ per l’effettivo dolore causato dalle schegge di vetro sulla faccia, la donna si passò le mani tra i capelli e annunciò, sprezzante: “la città non ha nessun diritto di dirmi quali abiti indossare. Non è in alcun modo affar suo. Preferisco andare in galera, piuttosto che ubbidire a questa legge”.

Come recitava il New York Tribune del 4 settembre 1921,

Stamane, Miss Louise Rosine […] ha annunciato con grande enfasi che “non è in alcun modo un problema della municipalità, se lei indossa le calze arrotolate sotto il ginocchio”, ed è in questo momento ospite del carcere cittadino, mostrando aperta ribellione alle leggi costituite, nonché un paio di ginocchia scoperte. La donna ha annunciato che farà ricorso contro il suo arresto, disposta ad appellarsi, se necessario persino alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Miss Rosine ha fatto la sua comparsa stamattina sulla spiaggia di Virginia Avenue, indossando un paio di calze, arrotolate, che non le coprivano il ginocchio. Il poliziotto di spiaggia Edward Shaw l’ha cortesemente informata del fatto che questa tenuta era contraria ai nostri regolamenti municipali. “Non ho nessuna intenzione di tirarmi su le calze”, ha risposto la donna piccatamente. “La città non ha nessun diritto di legiferare sul modo in cui indosso le calze. Non è affar suo. Piuttosto, vado in galera”.
Il poliziotto, udita la risposta, ha replicato che in effetti avrebbe dovuto condurla proprio lì: mentre lui la prendeva per un braccio invitandola a seguirlo, la donna – a detta dei testimoni – avrebbe lanciato un destro sul volto del poliziotto, quasi buttandolo per terra. Ripresosi, il poliziotto ha chiesto aiuto col suo fischietto: alcuni bagnini hanno risposto all’appello, e, grazie al loro aiuto, si è riusciti infine a caricare la recalcitrante Miss Rosine sulla volante, e poi a condurla in carcere.
L’ufficiale di polizia – occhiali rotti e dignità incrinata – ha spiccato contro Miss Rosine una accusa di percosse, oltre che di condotta disordinata. A una nuova richiesta di tirarsi su le calze, la scrittrice ha risposto con un secco “no”, e sta ora occupando la cella con la gloria delle sue gambe nude, rifiutando anche la possibilità di un rilascio sotto cauzione.

Con buona pace dei belligeranti intenti di Miss Rosine, le tracce del suo passaggio nella Storia si fermano qua, al momento del suo arresto. Alcune testate si spingono a riportare che, una volta condotta in cella, la focosa flapper si spogliò del tutto fissando con aria di sfida il poliziotto malmenato, annunciando che non si sarebbe rivestita fino a che non fosse stata ritirata l’accusa nei suoi confronti.
Come sia andata a finire, non si sa: probabilmente, la belligerante donnina fu condotta a più miti consigli, forse per intervento dei suoi stessi familiari, e non si prese mai la briga di appellarsi davvero alla Corte Suprema.
La storia del suo arresto, insomma, finisce qua, con Miss Rosine nuda come un verme nel carcere cittadino, e un poliziotto malmenato che se l’era prese di santa ragione.

Eppure, nei libri di Storia che analizzano l’evoluzione dell’abbigliamento femminile, l’arresto di Miss Rosine è citato con frequenza, come episodio-simbolo della “lotta” tra una moda sempre più emancipata… e un mondo non ancora pronto per accoglierla.

Per spiegare le ragioni per cui la focosa Miss Rosine finì in carcere rea di aver mostrato le ginocchia in spiaggia, bisognerà spendere due parole sull’evoluzione dei costumi da bagno (femminili, e non), che, fino alla fine del XIX secolo, erano qualcosa di molto, molto pudico.

Se, in Età Vittoriana, gli uomini e le donne andavano a fare il bagno indossando l’equivalente dei nostri pantaloncini & maglietta (comprensivi di minigonna per le esponenti del gentil sesso)

Costumi Vittoriani 1860

la moda comincia gradualmente a cambiare attorno al passaggio del secolo, quando gli abiti da bagno femminili (obiettivamente goffi e scomodi, coi loro gonnellini appesantiti dall’acqua) cominciano ad accorciarsi, trasformandosi in tutine con le mezze maniche e il pantaloncino al ginocchio.

Costumi inizio 900

I cambiamenti di costume che seguono la prima guerra mondiale fanno sì che i pantaloncini si accorcino ancora, però c’era un “però”: nel passaggio tra gli anni ’10 e gli anni ’20, nessuna donna rispettabile si sarebbe mai sognata di esporsi al pubblico ludibrio vestendo un costume da bagno senza indossare un paio di calze.

Swimwear-1920s

In che modo, un paio di calze di seta trasparente potessero rendere più casti dei costumi a mezza coscia, in effetti, è un dettaglio che sfugge anche a me. Eppure, così era, secondo la mentalità dell’epoca. E, se alcuni arditi osavano già sponsorizzare costumi da indossare a gambe nude (in una presa di posizione che doveva essere percepita osè tanto quanto un topless, oggigiorno, in una spiaggia per famiglie),

1920s-jantzen-swimsuit

la “rispettabile” moda dell’epoca insisteva col proporre tute da bagno provviste di reggicalze, come si nota (un po’ a fatica) in questa foto deliziosamente retrò:

Vintage Swimwear, 1920

Ed ecco perché, nell’afoso settembre 1921 (…e chissà se l’ondata di caldo di quei giorni aveva contribuito alla scelta controcorrente…) l’intraprendente Louise Rosine, turista di Los Angeles in vacanza ad Atlantic City, si era improvvisamente trovata nei guai con la legge.
Una tenuta che a Los Angeles doveva essere in qualche modo tollerata (o, quantomeno, non sanzionata dalla legge) era invece esplicitamente vietata da numerose città marittime del New Jersey, che, proprio in quegli anni, avevano emanato una normativa molto rigida sull’abbigliamento che le donne potevano, o non potevano, indossare in spiaggia. Fra le altre cose, era obbligatorio coprire le ginocchia: ed ecco che la tenuta di Miss Rosine, accompagnata dal suo polemico rifiuto a rivestirsi, diventava materia sufficiente per accompagnare in carcere la svergognata nudista.

Arresti costumi indecenti 1922
L’arresto di alcune bagnanti in tenuta indecente (Chigago, 1922)

Fotografie come queste ci fanno morir dal ridere, ma si riferiscono proprio a quel periodo della Storia americana, dove numerose città avevano sentito il bisogno di legiferare in tal senso, tirandosi addosso le ire (e le manifestazione di protesta, e le sceneggiate a favor di camera) di centinaia di attiviste femminili.

Ondata di arresti sulle spiagge di Chicago - primavera 1922
Ondata di arresti sulle spiagge di Chicago – primavera 1922

E se non mi sentissi abbastanza punta sul vivo, a questo punto potrei anche concludere questo post dicendo “ah-ah, che ridere, guardate quest’ultima foto, grasse risate”, sennonché – va bene tutto, e vanno bene i proverbiali corsi e ricorsi della Storia – ma a me fa ridere piuttosto amaramente, pensare che a distanza di cent’anni siamo ancora lì a discutere, a parti solo lievemente inverse, sullo stesso identico problema.

Il buffo succedersi degli eventi non avrebbe potuto avere una tempistica migliore: parto per le vacanze scrivendo un post sui costumi da bagno alternativi al “classico” bikini, scelti per assecondare il senso del pudore che mi deriva (anche) dalla mia religione… e torno dalle vacanze mentre tutt’intorno impazza la polemica, dopo che in Francia sono stati vietati costumi da bagno alternativi al “classico” bikini, scelti da altre donne per assecondare il senso del pudore che deriva dalla loro religione.
A parte che quando ho letto la notizia sui giornali la mia prima reazione è stata ripensare all’episodio storico che ho raccontato pocanzi, e quando accendendo il telegiornale ti vien da pensare a leggi considerate retrograde cent’anni fa, in genere la cosa è percepita come allarmante, siete stati tantissimi a linkarmi ammiccando la notizia… e io che ve devo dì? Cosa volete mai che ne possa pensare?

BurkiniNon mi passerebbe mai per l’anticamera del cervello di indossare un burkini: lo trovo eccessivo persino per il mio senso del pudore, e mi dà anche l’idea che debba tenere un caldo boia. Purtuttavia, aspetto ancora che qualcuno mi spieghi in che modo un vestito del genere (sostanzialmente identico nella foggia a quello che mettiamo noi ogni giorno in autunno per andare al lavoro, cuffietta a parte) possa costituire un pericolo per la sicurezza nazionale (?!): andiamo pure al dunque e diciamo chiaro e tondo che, chi vieta il burkini, lo vieta nel tentativo di rendere illegale la plateale manifestazione esteriore di una religione, che in questo momento gli sta particolarmente antipatica.
Trovo illuminante la sintesi che fa, qui, Daniela Bovolenta:

Si potrebbe rispondere che non tutte le donne che indossano il burkini si sentono libere di fare scelte diverse, per via di forti condizionamenti famigliari e sociali, ma la soluzione allora quale sarebbe: obbligarle a rimanere a casa? Perché questa sarà di fatto la conseguenza delle recenti misure.
E se invece dichiarassero di farlo liberamente? Contro quale sacro principio fondativo delle nostre società andrebbero? Il dovere delle terga esposte?

Manco io amo esporre le terga sul bagnasciuga, mi fa pure ridere ripeterlo perché ne parlavo giusto nello scorso post: e allora? Ho il permesso di scansare il bikini e scegliere abiti da bagno solo perché la mia religione è un po’ meno misogina dell’Islam? E quando qualcuno se ne uscirà dicendo che sotto sotto è misogina uguale (mi vieta addirittura di abortire, di vivere una sessualità nella norma e bla bla bla!) sarò costretta anch’io a vestirmi come impone lo Stato, in virtù di un nuovo proibizionismo moralizzatore?

Tra il serio ed il faceto, e con diversi gradi di invadenza e di insistenza, nel corso della mia breve vita io – ad esempio – sono stata criticata per il fatto di non aver avuto rapporti sessuali prima del matrimonio: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di essermi sposata senza prima  andare a convivere: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di adottare una dieta speciale in Quaresima: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di indossare le mezze maniche anche d’estate con trentacinque gradi (sì, c’è stato chi ha avuto il coraggio di criticare anche il mio guardaroba): comportamento che deriva dalla mia religione (nemmeno indirettamente nello specifico frangente a cui sto pensando, visto che la giornata prevedeva anche la visita a una chiesa).
Sono stata criticata perché “non ti godi la vita”, “ti stai rovinando i tuoi più begli anni”, “ti perdi esperienze importanti nella formazione di un adolescente”, “sei sempre lì a leggere cose barbose”, “a me fanno paura gli estremismi di ogni tipo”.

Il mio stile di vita di cristiana-cattolica (magari un po’ old-fashioned per sua inclinazione personale; ma su molte cose non si tratta di inclinazione personale, si tratta proprio di precetti della Chiesa) è, tutto sommato, molto poco appariscente. Molto easy. Molto innocuo (…a patto che lo Stato continui a considerare innocua per l’ordine costituito una donna che – per dirne una – si ostina a voler mettere al mondo figli handicappati gravi, a carico del sistema sanitario nazionale, perché c’ha ‘sta fissa che non vuole abortire a nessun costo e/o non vuole fare diagnosi pre-impianto).
Eppure, già così, e già solo nel piccolissimo della mia (breve) vita quotidiana, mi è capitato più volte di appurare che il mio stile di vita, derivante dalla mia religione, è in certi punti (in certe inezie!) poco gradito alla società in cui vivo.

Se cominciamo a permettere che lo Stato legiferi per vietare piccole inezie innocue come un burkini islamico in virtù di un preteso aiuto all’integrazione, quanto ci vorrà prima che lo Stato senta il dovere di cominciare ad agevolare anche l’integrazione di noi povere donne cattoliche, sottomesse, vessate, e non padrone del nostro corpo?

Non è nemmeno questione di pudore e basta, e non è nemmeno questione di imporre per legge un abbigliamento estivo sufficientemente succinto (ché già così, e già solo se in ballo ci fosse solamente questo, la notizia farebbe ridere per non piangere).
Il fatto gli è che, a mio modo di vedere, in ballo c’è moltissimo di più. E se lo Stato comincia a legiferare dicendo che “no, tu non puoi seguire la tua religione sotto questo aspetto del tutto innocente, innocuo e privo di ripercussioni, che però a me non mi garba perché stona col pensiero dominante della società moderna”… beh: quando ci vorrà prima che dica la stessa cosa anche a chi non porta il burka ma – che so – il clergyman?

Un ufficiale di polizia misura la distanza tra l'orlo del costume da bagno e le ginocchia delle bagnanti (Chicago, 1922)
Un ufficiale di polizia misura la distanza tra l’orlo del costume da bagno e le ginocchia delle bagnanti (Chicago, 1922)
Pillole di Storia

[Pillole di Storia] Ma PERCHÉ la gente non si lava???

Piccola premessa che non c’entra niente ma che, arrivati a questo punto, sento doverosa: gente, non è che mi sia stufata di tenere un blog, eh. Davvero!
È che sto facendo un sacco di bellissime cose sul lavoro, alcune delle quali potreste anche voler leggere o vedere nel corso dei prossimi mesi… sennonché, il mio tempo libero si è ridotto al lumicino, e non sono ancora riuscita a organizzarmi una routine in cui trovo spazio anche per il blog.
Ma non è che mi stia stufando di bloggare, anzi, spero di tornare presto a pieno regime! (E me lo dico da mesi, e ogni giorno mi metto al computer sperando di scrivere qualcosa, ma fra una cosa e l’altra son già arrivate le dieci di sera e io casco da sonno, e per scrivere questo post (beh, e anche per fare altre cosette) mi son dovuta prendere una mezza giornata libera dal lavoro. Argh).

Fatta questa premessa, torno online dopo lungo silenzio per mettervi a parte di una scoperta di vitale importanza a cui sono giunta pochi giorni fa: la gente non si lava.

Io non so che cosa induca un individuo adulto, presumibilmente residente in un appartamento dotato di acqua corrente e vasca da bagno, a salire sulla metro A alle otto del mattino (quindi, manco dopo una dura giornata di lavoro) tutto lercio e sudaticcio, circondato da una graveolenta aura di fetore.
Purtuttavia, signori, questo accade: per ragioni a me ignote, nell’Italia del 2016, la gente non si lava. Non so cosa sproni questi individui a tale scelta; non so quale demone interiore alberghi nel loro cuore suggerendo che è una buona idea fare a meno di bagnoschiuma e deodorante; purtuttavia, così è.

Nell’impossibilità di spiegarmi tale stupefacente comportamento, mi consolo indagando le cause remote che spingevano i nostri antenati a non lavarsi.
Sì, perché… avete presente, no?, tutte le dicerie (alcune veritiere, altre un po’ gonfiante) sull’assenza di bagni nel passato. È verissimo: mediamente, nel passato, ci si lavava molto meno.
E ci si lavava molto meno, non solo perché non ci fossero le vasche da bagno e l’acqua corrente. No no: ci si lavava molto meno perché la prospettiva di fare il bagno era, culturalmente, percepita come un qualcosa di altamente indesiderabile. Ogni tanto qualcuno ci mette in mezzo anche la Chiesa: i nostri trisavoli non facevano il bagno – si legge qua e là – perché la proverbiale sessuofobia cattolica imponeva ai fedeli di evitare le vasche da bagno, notorie occasioni prossime di peccato.

Beh, beh.
C’è un fondo di verità in tutte queste dicerie, ma c’è anche qualcosa da precisare meglio. Cerchiamo di scendere un po’ più nei dettagli.

***

Che nel Medio Evo – secolo buio “per eccellenza” – non ci si lavasse affatto, è cosa che non corrisponde al vero.
Erano spariti gli impianti termali così cari alla cultura romana: questo sì. Non che tutti quanti i Romani avessero indiscriminatamente l’abitudine di andare alle terme con regolarità; purtuttavia, è anche vero che le terme, nell’Antica Roma, erano diffusissime, aperte pressoché a chiunque, e “culturalmente” accettate senza nemmeno battere ciglio. Nessun romano sano di mente si sarebbe mai sognato di dire che andare alle terme era, in sé e per sé, qualcosa di disdicevole, da evitarsi.

…e in effetti quest’attitudine rimane anche nei secoli a venire, eh!
Davvero!
Cambiano le modalità con cui si ha accesso all’acqua calda… ma non è che l’abitudine di farsi, di tanto in tanto, un bel bagno caldo scompaia improvvisamente col crollo dell’Impero Romano. In questo articolo, la sempre ottima Mercuriade de Il Palazzo di Sichelgaita ci offre un lungo ed interessante excursus su quelle che erano, in buona sostanza, le “eredi morali” degli stabilimenti termali romani: le stufe medievali.

Scatto rubato al (bel) telefilm "Vikings", per mostrare re Ecgbehrt del Wessex offrire un bagno caldo ai suoi alleati (ca. 800 d.C.)
Scatto rubato al (bel) telefilm “Vikings”, per mostrare re Ecgbehrt del Wessex offrire un bagno caldo ai suoi alleati (ca. 800 d.C.)

Dicasi “stufa” una grossa sala, inizialmente collocata nei grandi castelli, vicino alle cucine, dotata di grosse tinozze (o piccole piscinette) che, all’occorrenza, potevano essere riempite d’acqua calda, spesso profumata con essenze, petali di rosa, e quant’altro. I nobili (e, in generale, chiunque poteva permetterselo) amavano immergersi in queste vasche e galleggiare quietamente a mollo nell’acqua calda, talvolta circondati da parenti e amici. Né più né meno come accadeva in età romana, il bagno caldo diventava spesso l’occasione di vivere momenti conviviali con alleati, vassalli, servitori, ospiti in visita; e così, ad esempio, non ci deve stupire sapere che Carlo Magno “aveva l’abitudine di invitare al bagno non solo i suoi figli ma anche nobili e amici, e, di tanto in tanto, persino sottoposti e guardie”.

I Crociati di ritorno dalla Terra Santa tornarono in patria magnificando i grandiosi hammam che avevano visto in Oriente, e questa esperienza fu lo sprone per creare anche in Europa qualcosa di simile, ovverosia stabilimenti in cui fosse possibile a chiunque – e non solo ai ricconi – avere accesso a salutare un bagno caldo. Nascevano così le stufe propriamente dette, ovverosia grossi stabilimenti in cui – previa il pagamento di una tariffa piuttosto accessibile – chiunque poteva avere accesso a un momento di… tiepido relax.

Due rispettabili signori (non necessariamente marito e moglie) si godono un bagno caldo, in una miniatura fiamminga del 1275

Ecco, appunto: chiunque.
Il problema è proprio questo: chiunque poteva avere accesso alle stufe, e immergersi – completamente nudo – in grossi vasconi progettati per accogliere decine di persone, maschi e femmine contemporaneamente.
Non è che le stufe fossero dei bordelli, eh! Noi inorridiremmo all’idea di un padre di famiglia che in pausa pranzo va a farsi un bagno in una piscina pubblica circondato da donne completamente nude, ma, nel Medio Evo, la sensibilità era differenze, e il senso del pudore era molto diverso da quello che abbiamo noi moderni.
(Del resto, come faceva notare Mercuriade nel suo articolo, un san Francesco ha avuto la bella pensata di denudarsi di fronte al suo vescovo, e, tutto sommato, non è stato linciato dalla folla; oggigiorno, quelle che si denudano di fronte ai vescovi sono le Femen, e non è che siano molto ben viste culturalmente…).

 Ecco invece due monachelli che - come dire - se ne approfittano un po' troppo, in un codice miniato boemo (1490-1510 ca.)
Ecco invece due monachelli che – come dire – se ne approfittano un po’ troppo, in un codice miniato boemo (1490-1510 ca.)

Quindi: nel pieno Medio Evo, la gente aveva l’abitudine (o quantomeno la possibilità) di godersi un bel bagno caldo nelle cosiddette “stufe”… e non è che la Chiesa avesse niente in contrario!
Sì, c’era gente nuda immersa nella stessa vasca… ma in fin dei conti anche oggi, in spiaggia, c’è gente “in biancheria intima” immersa nella stessa acqua: non è che la Chiesa (o la morale comune) ci vedesse niente di male.
Certo: poteva capitare che, in alcune stufe, la situazione degenerasse. Anzi: a dirla tutta capitava con una certa frequenza che, in certe stufe “malfamate”, poste magari in quartieri periferici, il proprietario dello stabilimento offrisse ai suoi clienti alcuni servizi extra, generalmente affidati a signorine nude e piacenti che si mettevano a disposizione di chi le desiderava.
Era una degenerazione abbastanza comune (…del resto, il contesto invogliava…), ma, appunto, una degenerazione. Bastava evitare con cura certi ambienti, e niente avrebbe impedito di godersi un bel bagno, in maniera del tutto rispettabile.

A far cadere in disgrazia l’abitudine dei bagni comuni, in effetti, non è stata Santa Madre Chiesa, come spesso si legge in giro.
È stata la Scienza Medica.

Verso la metà del Trecento, durante la grande epidemia di peste passata alla Storia come “Morte Nera”, i medici cominciano a suggerire che, forse forse, vista la situazione, è meglio evitare di andarsi a immergere in catini d’acqua dove, prima di te, è entrato chissà chi altri.
L’epidemia si conclude, ma nei decenni successivi ne arrivano altre, ad ondate; con la scoperta dell’America, si aggiunge la piaga della sifilide (che a noi, adesso, può anche far ridere, come cosa… ma la sifilide è una malattia spaventosa, se non viene curata in tempo. E all’inizio non era mica chiaro il mezzo di trasmissione: la sifilide faceva ancor più paura della peste, sotto certi punti di vista).

Insomma: la situazione sanitaria è quella che è; e, negli ultimi secoli del Medio Evo, la popolazione comincia a introiettare questo concetto: fare il bagno è pericoloso.
Rincara la dose la scienza medica: a contatto con l’acqua – spiegano i medici, terrorizzati – i pori si dilatano per effetto del vapore. Il che, in effetti, è vero.
Quello che non è affatto vero è lo step successivo: nel momento in cui i pori sono dilatati, il corpo è più esposto alla penetrazione di agenti patogeni; ergo, ci si ammala più facilmente; ergo, fare il bagno è pericoloso.

Una scena così - dipinta in un libro delle ore tardoquattrocentesco - non l'avremmo vista più, di lì a pochi anni.
Una scena così – dipinta in un libro delle ore tardoquattrocentesco – non l’avremmo vista più, di lì a pochi anni.

Tra la fine del Medio Evo e l’inizio dell’Età Moderna, scompare la consuetudine di rilassarsi nelle stufe, ma scompare anche l’abitudine di bagnarsi in generale.
Immergersi nell’acqua di mare o di fiume (prima, pratica assolutamente diffusa) comincia a sembrare un’imprudenza bella e buona. Prendersi la briga di togliersi i vestiti, infilarsi in una tinozza, e farsi versare addosso acqua più o meno calda comincia ad apparire una inutile tortura, oltretutto dannosa per il corpo: il bagno, ormai, viene visto come una pratica pericolosa da svolgersi solo sotto stretto controllo medico, per curare determinate patologie.
Solo le mani continuano ad essere lavate con acqua corrente (…possibilmente miscelata con aceto o olii essenziali, per renderla un po’ meno mortifera); per tutto il resto del corpo, si preferisce una igiene quotidiana fatta di “lavaggi a secco”: frizionamento del corpo con ciprie profumate, panni appena appena inumiditi di profumo,  spugnette utilizzate per assorbire il sudore…

Detto ciò, poteva capitare che la gente si incipriasse ogni giorno il sedere (aehm) ma andasse avanti tutta la vita senza mai farsi un bagno. La sola idea ci ripugna, ma così stanno le cose – e ripeto: non c’entra la sessuofobia clericale (…per quanto, nel corso dei secoli, cambi il concetto di “pudore cristiano”: la Chiesa della Controriforma certamente non avrebbe accettato l’idea antica di “stufa medievale”. Ma fosse stato solo un problema di pudore, la gente avrebbe potuto continuare a farsi il bagno da solo per i fatti suoi, come facciamo ancora oggi).
No: la Chiesa non c’entra (quasi) per niente.
A monte dell’inquietante situazione appena descritta, non c’era la sessuofobia clericale; c’era l’idrofobia della scienza medica.

L’unica cosa positiva di questa situazione (…se proprio vogliamo trovare qualcosa di positivo in questo schifo…) è che, in un contesto in cui la gente campa sessant’anni senza mai mettere piede in una vasca da bagno, diventa quantomeno prassi comune quella di cambiarsi frequentemente la biancheria. (Eh beh).

Per chi aveva la possibilità di avere un cambio di biancheria, comincia a farsi strada l’abitudine di curare la propria igiene con frequenti cambi d’abito.
Del resto, la biancheria assorbe il sudore: se io mi tolgo la biancheria, la mando a lavare, mi friziono il corpo con una spugnetta, e poi mi infilo una canottiera nuova, sono a posto, no? Sono lindo e profumato, no?
(No?)

Leonardo
Una riproduzione (in vedita su Etsy) dell’abito indossato dalla “Belle Ferronnière” ritratta da Leonardo. Un sacco di biancheria a vista!

Appaiono in questo contesto bizzarre pratiche penitenziali “a scopo fioretto” che consistono nel… non cambiarsi le mutande per tot. mesi (aehm), e appare in questo contesto anche la moda, arrivata fin quasi ai nostri giorni, di avere biancheria intima solo e rigorosamente bianca.
In una situazione in cui tanto più sei pulito quanto più è pulita la tua biancheria, diventa imperativo – soprattutto per i ricchi – dimostrare che il loro intimo è candido, immacolato, lavato di recente, e indossato da pochissimo. Ergo: la biancheria dev’essere candida – e se, ovviamente, nessuno ti solleverà la gonna per vedere se hai le mutande gialline, la moda rinascimentale ti permette comunque di ostentare il candore della tua lingerie facendola spuntare ad arte attraverso il corsetto allacciato “largo”, o attraverso strategici tagli sulle maniche dei vestiti.

Bisognerà aspettare fino alla fine del Settecento, prima che, tra le élite illuministe, si imponga la moda (ma all’inizio è proprio solo una moda!) di tornare a fare il bagno.
Che comunque non è il bagno come lo intendiamo oggi: si tratta di veloci immersioni in acqua fredda (…o anche proprio ghiacciata) effettuate con lo scopo primario di tonificare l’organismo (più ancora che pulire il corpo).

Certo: dai bagni gelati degli Illuministi ai bagni “normali” dei nostri bisnonni, il passo è relativamente breve. Eppure, non è che la ricezione della pratica sia stata così indolore: nel gustosissimo saggio Vita di casa, Raffaella Sarti fa notare come, all’inizio dell’800, solo un terzo dei palazzi nobiliari di nuova costruzione fosse dotato di un locale atto ad ospitare la vasca da bagno (e sottolineo il concetto “palazzi di nuova costruzione”: quindi non si trattava di adattare locali già esistenti e non predisposti all’uso).
C’era ancora molto scetticismo circa la bontà di farsi bagni frequenti, e in effetti posso capirlo: a tutti i pregiudizi che si erano sedimentati nel corso dei secoli si aggiungevano anche oggettive scomodità di natura pratica. Un conto è aprire la manopola ed essere sommersi da un getto ininterrotto di acqua calda; un conto è farsi scaldare sul fuoco tinozze d’acqua, aspettare che l’acqua raggiunga la giusta temperatura nella vasca da bagno, far tutto in fretta prima che l’acqua si raffreddi troppo…
Persino per i ricchi che avevano servitù a loro disposizione (e quindi, non dovevano far altro che immergersi nella vasca al momento buono), l’idea di fare il bagno poteva essere tutto fuorché rilassante.

Ci volevano ancora le condutture d’acqua corrente e uno scaldabagno in ogni casa, prima rendere il bagno quella pratica gradevole e quotidiana che è (…o dovrebbe essere) per noi cittadini del nuovo millennio…

Uomini del 2000! Prendete esempio da Lady Cora di "Downton Abbey", che, con grande sprezzo del pericolo, si diletta in frequenti bagni caldi, negli anni '10 del '900!
Uomini del 2000! Prendete esempio da Lady Cora di “Downton Abbey”, che, con sprezzo del pericolo, si diletta in frequenti bagni caldi, negli anni ’10 del ‘900!