Personale

2008, Odissea nello spazio

Visto che Andrea mette in agitazione mia mamma, cambiamo autista: di ritorno da una cena dell’Associazione di cui siamo parte, stavolta mi sono fatta accompagnare da Mario.
Ed io ero felice, e il mondo mi sorrideva. 

****

Ore dieci e mezza. Mentre io finisco il dolce, il portinaio si avvicina a Mario seduto al mio fianco, e gli dice qualcosa circa una macchina da spostare nel parcheggio, perché c’è una signora che deve uscire e così non riesce a fare manovra. Mario sbuffa, affonda il cucchiaino nel gelato, e si alza da tavola. “Scusa, Lucia, torno subito”, assicura: “se dici che sei stanca, preparati pure, ché poi andiamo”.
Io annuisco, fiduciosa nella Sorte e nel genere umano.

Ore undici e dieci. Il gelato nella ciotoletta di Mario, dopo essersi sciolto, sta iniziando a evaporare.
Io, invece, sto iniziando a irritarmi: “scusa”, mi accomiato dal mio interlocutore, “vado a cercare dove s’è cacciato quel deficiente che deve portarmi a casa”.

Ore undici e mezza. Inizia a concretizzarsi il serio sospetto che Mario sia tornato a casa dimenticando di caricarmi in macchina: in sala da pranzo non è tornato, nell’atrio non c’è, al telefono non risponde…
“Va beh, a ‘sto punto ti porto a casa io”, dice, perplesso, Andrea: “per di più, caschi dal sonno… vieni, su: andiamo a prendere la macchina nel parcheggio”.
E lì, nel parcheggio, lo vediamo.
Mario è inginocchiato. In mezzo al cortile. Sotto la pioggia battente. Senza ombrello.
E sta parlando a un vaso di fiori.

“Ossignore, l’abbiamo perso…”, sussurro atterrita ad Andrea, che ha la bocca spalancata e non riesce a staccare gli occhi di dosso all’amico. Dal canto suo, l’amico è completamente fradicio:  ha i capelli che gli scendono, piatti, lungo le tempie, la camicia bianca che è ormai diventata trasparente, i pantaloni zuppi che gli si stringono sulle gambe. E, sì, sta decisamente parlando a un vaso di fiori.
“Mario, ma che diavolo…?”, sussurro in un mormorio sconvolto, avvicinandomi molto cautamente e allungando l’ombrello a coprire la sua testa.
Mario, però, non risponde, troppo preso a trascinare da una parte il grosso e pesante vaso di pietra, chiacchierando amabilmente con la pianta che cresce dentro di esso. “Eh, lo so: è un mondo infame, vecchia mia…”.
“Mario, sei impazzito?”, ripeto, iniziando seriamente a preoccuparmi. Mario mi guarda e schiude le labbra in un poco credibile sorriso: ma, prima che lui possa dire niente, suona un clacson. E’ la signora delle dieci e mezza, ancora bloccata fra la macchina di Mario, a sua volta bloccata dal muro, e la macchina di un ignoto autista che non si riesce a trovare. L’unica soluzione per fare uscire la signora è spostare le grandi piante che dividono il parcheggio dal cortile; poi, entrare nel cortile, aggirare la macchina dell’ignoto autista, e uscire così dal parcheggio.
Appunto.
Mario era fermo alla fase uno.

Quando la signora riesce finalmente a liberarsi, Mario ha assunto l’aspetto di un distinto ragazzo in completo gessato appena uscito dalla doccia. E’ pallido, con le labbra vagamente cianotiche, e trema leggermente: probabilmente è solo questo a trattenerlo da prendere a sberle me e Andrea, che come due deficienti ridiamo istericamente da cinque minuti.

Ad ogni modo.
Riscaldiamo Mario.
Lo asciughiamo alla bell’e meglio.
Ci sinceriamo sulle sue condizioni vitali.
E poi partiamo, ecchediamine, ché si è già fatta mezzanotte meno un quarto e ormai non sono più l’unica a sognare un letto caldo.

Andrea, vista la pioggia, carica in macchina una commercialista quarantacinquenne invitata alla nostra stessa cena: qui siamo Principi Azzurri coi controfiocchi, che diamine, e non sia mai che una signora debba andare a piedi fino al luogo in cui ha parcheggiato la macchina, se c’è qualcuno che può darle un passaggio fin lì e risparmiarle la fatica.
E poi, visto che siamo Principi Azzurri integralisti, facciamo tutti quanti la strada assieme, fino al parcheggio e poi fin sotto a casa mia: vuoi mica che Andrea faccia la figura di quello che vuol risparmiare sulla benzina, quando può venirci dietro per tutta la strada e farci vedere come ben conosce il galateo?
Insomma: la commercialista sale sulla macchina di Andrea, io mi infilo nella macchina di Mario, e tutti quanti partiamo. Verso l’infinito e oltre.

In macchina, Mario ed io chiacchieriamo spensieratamente. Così spensieratamente che ad un certo punto ci dimentichiamo di guardare avanti, e perdiamo di vista la macchina di Andrea: per fortuna la ritroviamo subito dopo, inspiegabilmente più avanti a noi di parecchi metri, e tranquillamente svoltiamo a destra per seguirla.
E poi a sinistra.
E poi a destra ancora.
Finché Mario (gocciolando sul volante, con la cravatta appiccicata alla camicia), sbotta: “ma senti, ‘sto scemo sta andando dall’altra parte di Torino: telefonagli un po’, per sapere dov’è ‘sto cavolo di parcheggio…”.
Ipse dixit. “Andrea, scusa, Mario chiede dov’è il parcheggio… è tutto bagnato, poverino, se è ancora tanto lontano va a finire che si prende una polmonite..”.
“No, no… ci siamo quasi!”, assicura Andrea, tranquillamente. “Venitemi dietro, a parte che io in questo momento non vi vedo più: la signora dice che siamo quasi arrivati”.
E lo seguiamo, e lo seguiamo, e lo seguiamo.
A un certo punto Andrea accosta, davanti a un portone: noi arriviamo alla fine dell’isolato, e accostiamo a nostra volta. E lo aspettiamo.
E lo aspettiamo, e lo aspettiamo, e lo aspettiamo.
“Scusa, ma che cavolo sta facendo, fermo in macchina da due ore?”, chiede Mario (coi brividi, e ancora gocciolante).
“Beh…”. Socchiudo gli occhi, guardo indietro, aguzzo la vista. “Sei libero di non crederci, ma si direbbe proprio che, ehm, si stiano baciando”.
“La sta baciando?!”.
“Pare…”.
“La commercialista?!”.
“Eh…”.
“Ma se ha quarantacinque anni!”.
“E che ti devo dire…”.
“Ma se si sono conosciuti stasera, e solo perché erano seduti vicino a tavola!”.
“Non so che farci…”.

Andrea deve essere un convinto sostenitore della teoria che l’amore non ha età, visto che per un quarto d’ora buono è andato avanti a baciare molto passionalmente la commercialista.
Poi, la commercialista è scesa dalla macchina e Andrea è ripartito; noi ci siamo rimessi in moto, e in quel preciso momento lui mi ha nuovamente telefonato.
“Ma si può sapere che diavolo state facendo?”, ha ruggito dall’altra parte del telefono.
“Ma tu, semmai”, ho mormorato, non sapendo se ridere o se piangere: “non sono affari nostri, ma, ehm…”.
“Cosa sto facendo io? Cosa sto facendo io? Non chiedermi cosa sto facendo io, è da venti minuti che vi tiro accidenti, ecco cosa sto facendo! Ma si può sapere dove diavolo siete?”.
“Dietro di te!”.
“Ma dove?”.
“Dietro di te! Due o tre macchine dietro, fermi al semaforo!”.
“Ma che semaforo! Io sono parcheggiato in corso Vittorio, è da venti minuti che vi sto aspettando: a un certo punto non vi ho più visti, mi sono detto ‘beh, mi fermo e li aspetto: arriveranno’, ma voi non arrivate! Dove siete?”.
“Ehm…”. Momento di panico. “Noi siamo in corso Regina, Andrea. E ti giuro che stiamo seguendo la tua macchina”.

E si scoprì così che, nella scarsa visibilità di una notte buia e tempestosa, avevamo perso di vista Andrea e avevamo ostinatamente seguito la macchina sbagliata (stesso modello, stesso colore).
Passando probabilmente per guardoni, mentre due ignari innamorati, all’interno della macchina sbagliata, si baciavano spensieratamente.

****

E’ ormai mezzanotte e dieci.
La coppia di ignoti innamorati ci ha portato dall’altra parte di Torino.
Andrea abita fuori città.
Mario è sempre più pallido e sempre più gocciolante.
Andrea ci insulta, riattacca il telefono, e annuncia che andrà a casa da solo.
Mario sospira, ritorna verso Torino centro, e cerca disperatamente di mascherare i brividi di freddo.
Io, non sapendo cos’altro fare per alleviare le sue pene, metto il riscaldamento al massimo e tento di distrarlo con un po’ di buona conversazione.

Nell’arco di cinque minuti, sono riuscita a strappargli un sorriso.
Nell’arco di dieci minuti, a farlo ridere di gusto.
Nell’arco di un quarto d’ora, inizio a pensare che forse sono riuscita a salvare la serata.
Se non fosse che, a un certo punto, lui inchioda. Di botto. E mi fissa.
“Lucia…”, mormora terrorizzato.
“Eh”.
Lucia…”, pigola a voce ancora più bassa.
“Che c’è?”.
“Lucia!”, quasi grida, un lampo di puro terrore negli occhi.
Cosa?”.
Lucia, ti sto portando a casa!”.
“… e ci credo che mi stai portando a casa, cosa vuoi fare a mezzanotte e mezza tutto bagnato?”.
“No Lucia, ho sbagliato strada!”, sussurra lui, con l’aria di chi vede la Morte incombere. “Ho sbagliato strada, Lucia, ti sto portando a casa mia! Questa è la via in cui abito io!”.

“… scusa… ma sei cretino?”.
“Mi ero distratto!”.
“Sì, ho capito, ma resta il dubbio: sei scemo?”.
“Mi ero dimenticato!”.
“Ti eri dimenticato che ero in macchina seduta di fianco a te a parlarti?”.
“Ma no! Mi ero dimenticato di doverti portare a casa! Pensavo venissi con me!”.
“… cioè, pensavi che io fossi tua mamma?”.
“No! Anzi! Cioè! Lo so benissimo che non sei mia mamma!”.
“Ah, grazie. Allora una prostituta, suppongo?”.
“Ma no! Non dir scemenze! Lo so benissimo che eri tu, solo che pensavo…”.
“… di portarmi a casa tua a mezzanotte e mezza? Era meglio se ti fermavi alla prima”.
“… già. Che giornata di schifo”.

Ma il peggio fu realizzare che fra casa mia e casa di Mario corre la ferrovia, e constatare che, dal punto in cui eravamo, non c’era strada per arrivare agevolmente al posto in cui abito.
Il peggio fu comprendere drammaticamente di dover tornare in centro, per imboccare l’unica via utile per il ritorno, e allungare la strada di altri venticinque minuti.
Il peggio fu vedere Mario squassato dagli attacchi di tosse, umido, livido e tremante, pronto per attrarre improbabili malattie e contrarre terribili morbi.
“Mario, dopo questa notte voglio confessarti una cosa”, ho annunciato solennemente quando le lancette dell’orologio hanno indicato l’una. “Ho un sito Internet, e tutto quello che abbiamo vissuto stanotte sarà messo per iscritto, e sbattuto in prima pagina”.
Lui ha gemuto, scosso da uno starnuto violento.
E non mi ha nemmeno prestato attenzione, povera anima innocente che non sa che voi esistete.

10 thoughts on “2008, Odissea nello spazio

  1. Il povero Mario, che giace in un letto di sudore con la febbre a trentanove, sarà felice di aver avuto ruolo sì determinante nell’alleggerire le vostre serate :P

    Korny: e che vuoi che ne sappia io, della tua insegnante sul mio blog? >.>

    Star… sigh, non sono io che sono scema, sei tu che porti jella!
    Accaduto l’irreparabile per vie del tutto traverse, ho preso la situazione in mano… e lì, all’una di notte, con quello che stava svenendo al volante, il riscaldamento al massimo, io che facevo la sauna nel mio cappotto, l’autista che batteva i denti dal freddo… ebbene: lì, mi sono sentita di fare outing. Che, presto o tardi…

    Se poi quello non ci crede, non è colpa mia >.>
    Ma guarda un po’ te: già vivo un grande dramma, poi ammetto le mie colpe in giro e gli altri pensano che io scherzi… ç__ç

  2. Lucyyy, ma insomma…. niente niente questo principe azzurro…. hummm qesto Mario…

    Beh… alla sera di un raduno con i fratellozzi che tu sai è successo più o meno lo stesso, un’odissea!

    Un bacio

    L’astrina sloggata

  3. I fiori mandateli pure a me! Sissì! Glieli farò arrivare! Giuro!
    Però intanto mandateli a me, ché io adoro i fiori… ;)
    :P :P

    E… ma nooo, Astrid!
    A parte che “Principe Azzurro” in questo contesto era l’altro (ma anche Mario ha il titolo a buon diritto, comunque: sono loro i due gentleman universalmente riconosciuti :P)… a parte quello, semmai è stato gentile con Andrea nel voler fare la strada assieme a lui: io che c’entro? :P
    Anzi: niente niente, questo principe azzurro non mi vorrà più vedere per il resto della sua vita, sospetto, dopo le sofferenze che la mia sola presenza gli farà ricordare :P :P

    E comunque… sì, è una cosa molto triste.
    E poi ci chiediamo perché i Principi Azzurri sono in via d’estinzione.
    Giacciono tutti a letto squassati dai colpi di tosse.
    Una persona normale avrebbe detto “arrangiati” alla signora bloccata in macchina; “vattene per i fatti tuoi” a Andrea e alla commercialista… e tutto si sarebbe risolto più felicemente.
    Lo so.
    E’ dura essere personaggi delle fiabe nel mondo di oggi, soprattutto se piove.

  4. sorè ti sei accorta che con yahoo avatar se cambi la lingua ti spuntano aggiornamenti su tagli/abiti/sfondi ? La parte italiana sembra andata in ferie da mesi °_°

    comunque come vedo non sono l’unica che aspetta notizie su un tuo principe azzuro xD

  5. Torinese, Torinese, Paprika88! Trapiantata a Pavia, ma… Torinesissima, fino al midollo! :D

    kcMao… ehm, no, in effetti non me n’ero assolutamente accorta! Grazie per la dritta: ho dato un’occhiata, e… è verissimo!
    Quanto al Principe Azzurro… non so che dirti/vi: aspetta e spera… anzi, smetti proprio di sperare, vah :P

    P.S. Mi dite, voi lettori, se lo sfondo chiaro del nuovo blog è troppo chiaro nel momento in cui si “deve” leggere un post lungo? Ho scurito il colore dei caratteri in modo che ci fosse più contrasto con lo sfondo, e mi pare che così possa andare, ma non vorrei che desse fastidio agli occhi di qualcuno…

  6. In effetti sì, volevo mettere quello delle fragole ma poi ho visto che usava i css: non si poteva fare sostanzialmente nessuna modifica, e io avrei avuto piacere, ad esempio, di cambiare il colore dei link. E poi, così, insomma, non imito troppo Korny… ;)

    kcMao, io il tuo template lo vedo benissimo! Così va proprio bene :)
    E, comunque… sì, ho provato a leggere qualcosa qui, su questo blog, e non mi pare che i colori diano fastidio… Meno male: nella versione originale erano scritte gialline su sfondo giallo – da cavarsi la vista O.o

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