Lifestyle cristiano, Personale

Moda etica e Fashion Revolution – perché non basta che una gonna sia al ginocchio per farmela dire pienamente “cristiana”

true-cost locandinaNon so che cosa mi aspettassi esattamente. Non sono mai stata così ingenua da pensare che i miei vestiti low-cost a 10 euro il pezzo fossero confezionati da operose sartine indiane appena diplomate alla scuola di modisteria, orgogliose e liete di poter finalmente mettere i loro talenti a disposizione della fashion industry internazionale.
Che dietro al mondo della moda ci fossero sfruttamento, e lavoro minorile, e retribuzioni salariali al limite della povertà, lo sapevo da tempo come lo sanno tutti: grazie tante.
Quindi in effetti non saprei ben spiegare perché io abbia ricevuto un tale pugno nello stomaco dalla visione di The True Cost, un bel documentario di Andrew Morgan che indaga il “vero costo” (umano, morale, sanitario…) di quei vestitini tanto bellini che affollano i nostri armadi.

Mi sono imbattuta in The True Cost qualche tempo fa, e in realtà so benissimo perché la sua visione mi abbia colpita così tanto. Era il periodo in cui stavo progettando il “nuovo corso” del mio blog, e, tra le idee che mi ronzavano per la testa, c’era anche quella di dedicare un po’ più di spazio al tema della “modest fashion”. Ma (ammesso e non concesso che si possa parlare di “regole di abbigliamento per cattolici”), la visione di The True Cost mi ha posto una domanda molto prepotente: ma la “cristianità” di un guardaroba si misura solo in centimetri di pelle scoperta, o magari bisognerebbe anche tenere in conto i bambini sottopagati che muoiono di cancro per confezionarmi la gonna?
È stato un salutare pugno nello stomaco. Ed è stata la ragione per cui, da quel giorno, ho cominciato a interessarmi alla “moda etica”.

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I vestiti nuovi del consumatoreNon sono un’esperta di industria tessile, né tantomeno di finanza internazionale. I miei bignamini per addentrarmi in questo mondo misterioso sono stati il summenzionato documentario The True Cost (che trovate comodamente in catalogo se siete abbonati a Netflix) e il libretto I vestiti nuovi del Consumatore. Guida ai vestiti solidali, biologici, recuperati: per conciliare estetica ed etica nel proprio guardaroba (Deborah Lucchetti, edizioni Altreconomia).
È ovvio che, non essendo in grado di dare un apporto personale a queste indagini, mi limiterò a un pedestre “relata refero”… riferendo però alcuni dati oggettivi, che, non so a voi, ma a me hanno fatto riflettere.

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Tutto comincia, a quanto pare, il 1° gennaio 2005.
In quella data, decade la validità del cosiddetto “Accordo Multifibre”, che, a partire dal 1974, regolava gli scambi del tessile secondo un sistema di quote assegnate a ciascun Paese. L’effetto più evidente di questa regolamentazione era imporre restrizioni alla quantità di prodotti che i Paesi in via di sviluppo potevano esportare verso l’Occidente.
Ora, io non so se questo Accordo Multifibre fosse un bene o male per l’economia. L’ho già detto: di ‘ste cose non ci capisco niente; se i big del mondo hanno deciso di abolirlo, probabilmente avevano pure le loro ragioni. Fatto sta che, nel 1994, un General Agreement on Tariffs and Trade decide per l’appunto di eliminare tutte le restrizioni preesistenti, portando, nell’arco di dieci anni, a una completa liberalizzazione del settore (e a un’invasione di magliette Made in China).

È una felice coincidenza e nulla più, ma nel 2005 io ero al liceo, avevo da poco stretto amicizia con un paio di compagne di classe, e nei dintorni della nostra scuola stavano aprendo quei grandi store di moda low-cost che prima non c’erano dalle nostre parti (…o, se c’erano, io, bambina, non li conoscevo).
Ricordo quei primi giri di shopping come una esperienza nuova ed elettrizzante: comprare vestiti con le mie amiche, e non con mia mamma, mi faceva sentire improvvisamente molto “adulta”. Inoltre, era piuttosto galvanizzante scoprire di avere un potere di acquisto molto più alto rispetto al solito: facendo il confronto coi prezzi dei negozi di quartiere, in cui avevo sempre fatto shopping fino a quel momento, Zara la vinceva su tutta la linea.

Le “prime volte” dell’adolescenza sembrano sempre sconvolgimenti epocali… ma, col senno di poi, questo lo era davvero.
Nel preciso momento in cui cadono le limitazioni preesistenti, il mondo della moda – giustamente – si adegua alle nuove normative. La legislazione appena entrata in vigore permette ai grandi brand di tagliare i costi, cosicché si sviluppa vertiginosamente il mondo della moda low-cost: quello dei vestitini che costano poco, non durano molto, ma intanto ti permettono di avere un guardaroba che lèvate.
Contestualmente, si sviluppa anche il mondo della fast fashion, cioè la moda dell’ultimo minuto che ti permette di seguire i trend del momento. Se, fino a qualche anno fa, tutti i grandi marchi della moda avevano una collezione “primavera estate”, una “autunno inverno”, e mai si sarebbero sognati di svilupparne altre cinquanta intermedie, adesso il trend è completamente cambiato. Se Kate Middleton ci incanta un martedì mattina con un look fuori dal comune, potete star certi che – tempo due o tre settimane – le vetrine delle grandi catene pulluleranno di vestiti che si ispirano apertamente all’Abito del Momento. È la sirena della fast fashion, che, da un lato, incanta il consumatore permettendogli di avere esattamente ciò che vuole quando lo vuole; dall’altro, lo incatena spingendolo a fare shopping regolarmente (“ma questo vestito bellissimo che c’è in vetrina, non ce lo avevano la settimana scorsa!”) e a comprare istantaneamente tutto ciò che gli piace (“fantastica, ‘sta maglietta! La compro immediatamente, perché settimana prossima non la trovo più!”).

Ora.
Effettivamente, dovrebbe essere piuttosto evidente a tutti che se il brand X, nell’arco di due settimane, riesce a ideare, disegnare, commissionare, tagliare, confezionare, importare e mettere in esposizione su un manichino un vestitino proprio come lo vuoi tu (perdipiù venduto a prezzo stracciato, e neanche poi tanto malaccio quanto a qualità)… beh: o il brand X lavora nel Paese del Bengodi, o sta succedendo qualcosa di poco chiaro.

Il “qualcosa di poco chiaro” è in realtà di una semplicità lampante, se solo ci si pensa sopra. Nel momento esatto in cui sono caduti i limiti alle quote di import-export tra Stati, i grandi marchi della moda hanno delocalizzato tutto il delocalizzabile. Come spiega Deborah Lucchetti,

tutte le funzioni ad alto valore aggiunto come ideazione, ricerca & sviluppo, marketing e distribuzione sono [rimaste] nelle mani dei grandi gruppi internazionali, mentre le funzioni ad alta intensità di manodopera e basso valore aggiunto sono esternalizzate a fornitori e sub-fornitori, che possono offrire eserciti flessibili di lavoratori a basso prezzo insieme a facilitazioni fiscali e ambientali.

E infatti, Paesi come

Cina, Macedonia e India […] hanno aumentato le loro esportazioni verso USA e Europa rispettivamente del 73%, del 56% e del 45%

Per contro, “nella parte fortunata del mondo” succede qualcosa che mi urta ancor più di queste statistiche, perché mi tocca direttamente. E cioè: l’industria della moda ha un fatturato che cresce di anno in anno… e, di anno in anno, abbassa esponenzialmente i prezzi.
Sempre Deborah Lucchetti porta come esempio un paio di jeans modello base della catena inglese ASDA, che nel 1999 era venduto a 23 euro. Tre anni dopo, con l’acquisizione di ASDA da parte di Wal-Mart, lo stesso jeans (stesso taglio, stesso modello) costava 9 euro; nel 2010, il prezzo di cartellino era sceso a 4.

I grandi gruppi della distribuzione hanno acquisito un forte controllo sulle catene di fornitura, sulla formazione dei prezzi e sulla localizzazione dei siti produttivi, […] spingendo i prezzi dei prodotti sempre più in basso per attirare masse crescenti di consumatori.  […] Il consumatore deve trovare il prodotto che cerca al minor prezzo possibile, e quindi tutta la catena di fornitura deve essere tesa a garantirlo

Il che, per il consumatore, è bellissimo e seducente e molto vantaggioso. Ma di nuovo: cosa c’è dietro?
Come faceva osservare in The True Cost un imprenditore bengalese, a capo di una delle tante società che confezionano vestiti per conto terzi, non puoi avere contemporaneamente prodotti di qualità, pronti in tempo record, economici al massimo grado, e confezionati da lavoratori felici e ben remunerati. “Su qualcosa devi tagliare”, osservava l’imprenditore, “e spesso si taglia sugli stipendi e sulla sicurezza dei lavoratori”.

Esattamente quattro anni fa, a Dacca, in Bangladesh, collassava su se stesso un edificio ad otto piani in cui operavano una banca, alcuni negozi, e una fabbrica tessile che confezionava capi di abbigliamento per conto di marchi come Mango, Benetton e Primark (per citare solo i più famosi).
Nei giorni immediatamente precedenti al crollo, erano apparse sullo stabile delle evidenti ed inquietanti crepe, sicché le autorità bengalesi avevano ordinato lo sgombero immediato dell’edificio. La banca e i negozi locali obbedirono immediatamente, ma i lavoratori tessili furono costretti a rimanere sul posto: i manager non volevano assolutamente bloccare il lavoro, col rischio di perdere commesse e scontentare i big della moda.
La conclusione della storia è tragicamente prevedibile: l’edificio crolla su se stesso provocando 1138 morti e oltre 2500 feriti gravi.

Per parare al disastro di immagine che stava per abbattersi su di loro, i marchi come Mango & compagnia bella hanno sostenuto di non avere colpa alcuna nella tragedia: in fin dei conti, loro avevano solo esternalizzato a terzi la produzione; i veri colpevoli sono i manager della fabbrica tessile che aveva sede nel palazzo.
Indubbiamente c’è del vero in questa affermazione, così come c’è del vero nelle repliche di chi dice: ok, ma se tu imprenditore esternalizzi parte dei processi produttivi, non sarebbe quantomeno carino assicurarsi che la gente che lavora sul tuo prodotto non sia relegata in condizioni di semi-schiavitù?

***

Quando ho aperto il mio guardaroba per la prima volta dopo queste riflessioni, ho fatto scorrere il mio sguardo sulle decine di vestiti appesi in fila indiana sulle grucce. E poi mi sono chiesta: ma perché?
No, sul serio: perché?
Perché
, sapendo tutto quello che sta dietro alle mie magliette a 5 euro l’una, continuo insistentemente a comprarle lasciandomi attirare dal prezzo basso, dal modello carino, dalla stampa oh-così-graziosa proprio come piace a me?

Famo a capisse: non è che io abbia bisogno di dieci T-shirt diverse. I nostri nonni avevano molti meno vestiti di noi e se la cavavano benissimo (e dovevano pure fare il bucato a mano). Se noi accumuliamo abiti su abiti, è perché ci piace sfoggiare look diversi invece di andare in giro sempre vestiti uguali: una piccola vanità che, nelle giuste dosi, può anche essere una innocua vezzosità… ma che diventa un po’ più allarmante se comincia a prevalere su tutto il resto.

Con che faccia – mi sono chiesta – io continuo a portare in cassa quella magliettina tanto carina in offerta speciale, di cui in fin dei conti non ho nemmeno bisogno, sapendo che sto alimentando un’industria neanche poi tanto dissimile da quella che si basava sul lavoro degli schiavi negri nelle piantagioni di cotone?
Con che faccia posso nascondermi dietro a un “va beh, ma io che c’entro?”, quando non posso nemmeno illudermi di star scendendo a patti con un male minore? Non è che non ho altra scelta, oh: l’altra scelta sarebbe non comprare quella maglietta, che in fin dei conti non mi serve, e ha come unica funzione quella di appagare il mio senso estetico. Voglio dire: non è che se non la compro mi prendo una polmonite perché non ho nient’altro al mondo con cui proteggermi dal freddo.

E.. no. Personalmente, non credo di essere pronta a lasciar correre su questi temi solo per soddisfare una mia futile vanità.
Lavoratori sottopagati dai paesi del Terzo Mondo ce ne sono, purtroppo, in ogni settore, ma il problema della moda low-cost mi colpisce particolarmente perché, su di me, batte là dove il dente duole. Non tollero di sentirmi una donna così tanto attaccata all’estetica da accumulare vanità a casaccio, senza manco chiedermi  – che so – se qualcuno è morto per confezionarmele.
Non so voi, ma io lo trovo un atteggiamento troppo à la Maria Antonietta per i miei gusti.

***

Da un po’ di tempo a questa parte, quando compro qualche capo di abbigliamento lo faccio con quell’attenzione in più. E devo dire che esco dal negozio col cuore più leggero, rasserenata dal sapere che la mia sessione di shopping non è andata a discapito di povere ragazzine indiane la cui vita sembra uscita da un romanzo di Charles Dickens.
Spendo più di prima, per inseguire questi ideali? Un pochino sì, anche se
– non basta comprare vestiti costosi per essere certi che non ci sia dietro questo schiavismo;
– sareste probabilmente sorpresi dallo scoprire che spendo sì un po’ di più… ma non così tanto come credete.
Last but not least, vi dirò pure che sono addirittura felice di spendere un po’ di più, se un prezzo a due cifre sul cartellino mi spinge a pesare ogni acquisto e a comprare in maniera più consapevole. È un antidoto meraviglioso alle insidie del consumismo.

Se interessa a qualcuno tornerò ancora su questi temi, magari svelando i miei trucchetti per un guardaroba “cristiano, etico e pudico”. Per il momento, mi interessava introdurre l’argomento in concomitanza con la campagna internazionale “Fashion Revolution”, che ogni anno, dal 24 al 30 aprile, “chiama a raccolta tutti coloro che vogliono creare un futuro etico e sostenibile per la moda”, chiedendo anzitutto “maggiore trasparenza lungo tutta la filiera fino al consumatore”.

Il punto della campagna è: ok, non possiamo rivoluzionare dal nulla il mondo della moda, e realisticamente non possiamo nemmeno pretendere che tutti i nostri vestiti siano confezionati in gradevoli atelier da sarte professioniste profumatamente retribuite.
Ma che i grandi ci dicano quali sono concretamente le condizioni di lavoro di chi confeziona le nostre magliette… questo sì: possiamo senz’altro chiederlo. Che il consumatore sia messo nelle condizioni di informarsi sulla filiera produttiva che porta a lui la sua T-shirt, è senz’altro una richiesta ragionevole.

E dunque, la campagna online, alla quale ho scelto di aderire, punta a fare un garbato pressing alle grandi industrie della moda, per sottolineare che una fetta di clienti si pone davvero queste domande. Se qualcuno di voi volesse per caso aderire,

basterà indossare gli abiti al contrario, con l’etichetta bene in vista, fotografarsi e condividere le foto attraverso i social media con l’hashtag #WhoMadeMyClothes.

WhoMadeMyClothesSe poi ci fosse qualcuno che si è davvero appassionato al tema, sappiate che, nel corso di questa settimana, in giro per le città d’Italia potreste trovare tanti eventi ad hoc organizzati da Altromercato, la famosa cooperativa che gestisce i prodotti del commercio equo e solidale. Dateci un’occhiata perché ci sono eventi interessanti, soprattutto a Milano (…e, un po’ in tutti i punti vendita, sconti del 20% sulle linee di abbigliamento e accessori etici).

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E voi, cosa ne pensate?
Avevate mai riflettuto su questi argomenti?
Siete sensibili a questi temi?

Per chi di voi fosse interessato (…e so che qualcheduno c’è), saluto con la promessa di ritornare di tanto in tanto su questi argomenti (senza per questo snaturare il blog, ça va sans dire)… e anche con un link che potrebbe interessare. Da tempo, l’ottimo blog “Fresh Modesty” di Olivia Williams è nel mio blogroll; oggi, lo rilancio con particolare verve perché incarna perfettamente tutti gli ideali che stanno a cuore anche a me nel parlare di moda “cristiana”. Una moda che sì deve essere “casta” (Oliva nasce come fashion blogger di modest fashion)… ma non solo: una moda che deve essere anche (…o innanzi tutto?) etica.

Personale, Pillole di Storia

La vera storia dell’animalier, da segno di raffinatezza esotica (?) a icona della fluidità di genere (?!)

Fatemi indossare tutto, ma non pantaloni jeans o tessuti animalier.

Quella dei jeans, con tutta evidenza, è una mia idiosincrasia: l’essere una donna d’altri tempi ti fa pure di questi scherzi, tipo spingerti a considerare i Levi’s un ottimo capo di abbigliamento per quando devi fare lavori manuali, e perciò inadatto a qualsiasi altro utilizzo che non includa la tua presenza all’interno di un cantiere edile.
(Oh, ognuno c’ha le sue fissazioni…).

L’antipatia per l’animalier è già un po’ meno impopolare – nel senso che la gente tende a percepirla come una scelta stilistica degna di rispetto, e non come un sintomo inequivocabile di degenerazione mentale. In fin dei conti, l’animalier è uno stile che non passa inosservato, e che è tendenzialmente associato, nell’immaginario collettivo, a quel concetto di “panterona sexy” con cui uno può, legittimamente, non volersi identificare.

E siccome a me l’animalier non piace proprio, ho coerentemente deciso di trascorrere Pasquetta nel bel mezzo di una mostra dedicata a questo stile.

Locandina mostra JungleEbbene, sì. Quando ho saputo che, alla Reggia di Venaria, sarebbe stata inaugurata una mostra dedicata al ruolo dell’animalier nella Storia della moda, mi sono ripromessa di visitarla quanto prima.
Conoscete già la mia passione per la Storia della moda e del costume, e l’animalier ha molto a che fare sia con l’una che con l’altra. Se oggigiorno è socialmente lecito che una donna rispettabile vada in giro con un top maculato senza per questo sembrare una prostituta, ciò non sarebbe senz’altro stato possibile nel passato. E io ero sinceramente curiosa di scoprire: chi diamine è stato il primo stilista a “sdoganare” il leopardato nei guardaroba delle signore bene?

A seguire, una mezza digressione storica e una mezza recensione della mostra torinese, che è stata inaugurata mercoledì scorso e resterà aperta fino al 3 settembre (tutte le informazioni su questa pagina).

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Betty Page
Una Betty Page all’epoca non ancora famosissima, in un animalier che ha fatto la Storia

La mostra fissa la data di nascita dell’animalier al 12 febbraio 1947, data in cui Christian Dior fa sfilare per la prima volta un completo “imprimé jungle” e “decorato bambù”. In realtà, aggiungo io, questa è la data di nascita dell’animalier nel mondo dell’alta moda, perché non è che, fino a quel momento, non si fosse mai-mai-mai visto un vestito confezionato con tessuto a stampe animali. Nei primi anni ’30, i costumi di scena di Tarzan l’uomo scimmia avevano contribuito a far sì che gli occhi si abituassero ad audaci tessuti maculati; nel 1940, la modella Betty Page aveva destato scalpore facendosi ritrarre in una tenuta semi-adamitica al fianco di belve feroci.
Ma Tarzan e una pinup specializzata in scenografie bondage avevano evidentemente ben poco a che vedere con la Moda con la M maiuscola – e perché l’animalier faccia irruzione in questo universo dobbiamo appunto aspettare la sfilata di Dior del ‘47.
Col produttore di seta Bianchini-Férier, lo stilista francese sviluppa in esclusiva un tessuto a stampa Jungle che applica a tre modelli della sua collezione. La sfilata è un successo e l’animalier entra nel mondo dell’alta moda, aggiudicandosi il suo posto nell’empireo della haute couture quando Marlene Dietrich, poco tempo più tardi, decide di indossarlo.

061e874ee41a40f0eac1046ce2bf3c30E qui, la mostra torinese mi riserva la prima sorpresa, nel senso che, quando l’animalier si fa strada sulle prime passerelle, non è così provocante come è invece al giorno d’oggi.
Audace, sì, ma niente di straordinariamente osè, e in effetti su Internet si trovano prove inoppugnabili a sostegno di questa tesi. Io non me la vedo proprio, al giorno d’oggi, una Melania Trump in total look leopardato in una visita ufficiale a fianco del marito: eppure, Jackie Kennedy lo ha fatto senza problemi. E in effetti, a giudicare dagli abiti esposti in mostra, pare proprio che i primi animalier fossero sì audaci, sì “di rottura”… ma non necessariamente corredati da quei sottintesi da panterona sexy che ha assunto successivamente.
All’epoca di Dior, l’animalier aveva tutt’al più un nonsocché di seduzione esotica, toh. Ma niente di sfrontato.

Passeggiando tra le installazioni della mostra, si scopre che è solo a partire dagli anni ’60 che l’animalier diventa apertamente trasgressivo: Ken Scott (prima) e Valentino (poi) cominciano ad utilizzarlo su capi di taglio maschile, proposti a donne che, ormai, non solo lottavano per la parità dei sessi, ma si avviavano a rapidi passi verso la rivoluzione del ’68. Più o meno nello stesso periodo, ai tessuti animalier succede una cosa che proprio non mi aspettavo: cominciano ad essere utilizzati dall’alta moda maschile, per suggerire concetti di fluidità di genere.

Brad Withford
(Beh, in effetti…)

A quanto pare, tutto parte nella Londra degli anni ’60 con la cosiddetta “peacock revolution”, che invita gli uomini ad abbandonare i classici completi giacca-e-cravatta nei soliti toni del grigio-nero-blu, per adottare uno stile più colorato e disinvolto. Dice la mostra – e conferma anche il web – che “l’animalier al maschile rivela appieno la femminilizzazione del maschio, il sovvertimento di un ordine consolidato sin dall’Ottocento” per cui l’uomo borghese, rinunciando a qualsiasi velleità estetica, aveva adottato uno stile sobrio, pratico, rimasto sostanzialmente immutato nei decenni. Solo a partire dagli anni ’60 l’uomo-consumatore ha cominciato “ad avventurarsi in territori di prerogativa femminile, come la moda”, per “sfidare e ridefinire provocatoriamente il concetto di virilità e mascolinità”.
E proprio a partire dalle stampe animalier doveva lanciare ‘sta sfida, l’uomo? Apparentemente sì (contento lui…)

Tornando a noi (cioè all’universo femminile) è solo negli anni ’90 che i tessuti maculati assumono quella valenza apertamente sexy da “catwoman” che me li rendono così tanto invisi. Anche se, in fin dei conti, esci dalla mostra domandandoti: ma alla fin fine, l’animalier è proprio solo questo?
Ho trovato particolarmente significativo, in una installazione che mostrava fotografie scattate a caso in mezzo alla strada a gente che indossava tessuti animalier, il primo piano di una attempata signora musulmana… pudicamente avvolta in un hjiab sfacciatamente leopardato.

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Vivetta, Collezione P/E 2016

E probabilmente è proprio vero che è ingiusto pensare all’animalier come a una seduzione esotica e niente più. Anche perché a un certo punto la mostra è riuscita in quello in cui riescono veramente in pochi, e cioè scardinare dal profondo le mie certezze. All’interno dell’esposizione non era possibile scattare foto, quindi ho cercato su Google alcuni scatti di repertorio, per meglio illustrare il mio choc nel momento in cui i curatori della mostra hanno cominciato a sbattermi in faccia dei vestitini deliziosisissimi, deliziosissimi!!!, datemi l’intera collezione P/E 2016 di Vivetta perché la voglio TUTTA!!! Ma aspetta un attimo, che ci fanno i Vestitini dei Miei Sogni all’interno di una mostra sullo stile che repello più di tutti al mondo?

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Vivetta, Collezione P/E 2016

Ebbene: se anche voi avete in antipatia il leopardato, tenetevi forti perché sto per darvi un grave trauma: all’interno del macrocosmo dell’animalier (o, per meglio dire, dell’animal print) a quanto pare si inseriscono non solo quei tessuti che imitano il manto di un animale, ma anche quei tessuti le cui stampe raffigurano animali.
Anche tutti interi, eventualmente.

Avete presente il pigiamino con gli orsetti, l’elegante abito da cerimonia con farfalle ricamate sopra, la cover per cellulare che imita le piume del pavone, o quei deliziosi vestitini estivi con pesciolini guizzanti e rondinelle stilizzate? Ecco: tecnicamente, pure questi rientrerebbero nell’universo degli animal print, in modo non poi così diverso dal toppino leopardato della modella sexy anni ’90.

È la mostra stessa ad ammetterlo: alla luce dei molteplici modi con cui la moda attinge all’universo animale, voler rinchiudere questa infinità di stili all’interno di uno/due termini precostituiti è senza dubbio ardito e riduttivo.

Che si tratti dei classici maculati rivisitati o di nuovi ibridi che ci confondono, tutto porta a sfidare i limiti di una visione di stampo positivista, storicamente conclusa, in cui gli esseri umani sono al centro di un preciso ordine gerarchico,

si legge su uno dei tabelloni illustrativi.

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A quanto pare, la collezione F/W 2016 di Stella McCartney è piena di stampe con questo motivo. Non dico che voglio rifarmi il guardaroba con questa stoffa, solo perché son già piena di vestiti con motivi molto simili.

Sarà. Io continuo a sentirmi gerarchicamente superiore a un ghiro (e pure a disdegnare le aggressive stampe leopardate), ma non toccatemi i miei abitini con le rondinelle disegnate sopra. Alla fin fine è proprio vero che non c’è solo il nero e il bianco ma che l’universo è fatto di infinite sfumature di grigio (ironico, dirlo in un articolo dedicato al mondo della moda!).

E così, dopo aver scoperto di avere l’armadio pieno di abiti che si inscrivono in uno stile che detesto (?) e che perdipiù è una specie di caposaldo della gender fluidity (?!), me ne sono tornata a casa turbata e meditabonda – che è sempre un ottimo modo di uscire da una mostra.

***

P.S. Siccome nell’esposizione non era consentito scattare fotografie, sappiate che in questo post non vi ho “spoilerato” niente: se decidere di visitare la mostra, vedrete abiti completamente diversi da quelli che ho proposto io.
E ovviamente scoprirete un sacco di cose in più – e potreste anche trovare un catalogo molto ben fatto, che, se siete appassionati del genere, non può mancare nella vostra libreria.

Personale, Quaresima

“Come si digiuna il Venerdì Santo? Ve lo spiega Lucyette” (reblog da ‘Breviarium’)

TrenoRomaTorinoA un certo punto, ieri notte, quando il Frecciarossa ha cominciato a rallentare avvicinandosi alla stazione di Torino, mi sono girata indietro e ho scattato una foto al vagone semivuoto, con i (pochi) passeggeri vicini alle porte e già pronti a scendere.
Credo che ricorderò a lungo questo strano viaggio, e credo che serberò per sempre la memoria di questo strano Giovedì Santo in cui ho (provato a) vegliare assieme a Gesù, non nel buio di una chiesa spoglia inginocchiata davanti all’ostensorio, ma nel silenzio di un vagone del Frecciarossa Roma-Torino, in mezzo a (pochi) passeggeri stanchi con la testa che ciondolava nel sonno, mentre il treno sfrecciava nella notte buia.

Costretta a saltare la Messa in Coena Domini, ero convinta che avrei odiato le circostanze. E invece no: è stata una notte strana, silenziosa, riflessiva, che credo ricorderò a lungo in maniera tutta speciale.
Cosa ci facevo nella notte del Giovedì Santo su un treno AV Roma-Torino?
Tornavo a casa dagli studi di Tv2000, dove ero stata invitata a parlare di astinenza dalle carni e digiuno del Venerdì Santo.

A tutti quelli che sono curiosi di sentire cos’ho detto, a tutti quelli che oggi stanno digiunando, e a tutti quelli che magari non lo stanno facendo ma sono ancora in tempo per lasciarsi “tentare”, la registrazione della puntata di ieri pomeriggio e un – bel – commento, con qualche noticina a margine da teologo, dal blog di Giovanni Marcotullio.

https://youtu.be/CAALaQqBKrs

Breviarium

di Giovanni Marcotullio

Venerdì santo. E come ogni santo giorno di digiuno comandato arriverà qualcuno a chiedere: «Ma che s’intende per “digiuno”?».

Di sicuro si deve intendere “qualcos’altro”, qualcosa di diverso da quello che la parola così sfacciatamente sembrerebbe dire.

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Cose cristiane, Lifestyle cristiano, Personale, Tradizioni e folklore

Cinque insegnamenti de “La Bella e la Bestia” originale che non troverete mai nei suoi adattamenti Disney

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Niente da dire: La Bella e la Bestia, con Dan Stevens e Emma Watson, è indubitabilmente il film del momento. Io non posso che sorriderne: i miei lettori di più vecchia data ricorderanno forse di come io “sia stata” Belle per lunghissimi anni su queste pagine. Dovendo scegliere una immagine-profilo che mi rappresentasse, avevo deciso di identificarmi proprio nella principessa Disney. Una scelta molto cliché, per una ragazzina dai lunghi capelli castani che studiava da bibliotecaria… ma, tant’è: per lunghissimi anni, io e Belle siamo state un tutt’uno.
E insomma, mi sembrava doveroso omaggiare questa vecchia amica in occasione della sua uscita cinematografica. Così, ho deciso di raccontarvi le cinque ragioni per cui amo tanto questa storia… anche se, in realtà, la versione che piace a me è quella del romanzo originale, non quella dell’adattamento Disney.

Forse non tutti sanno che La Bella e la Bestia non nasce come fiaba per bambini, ma bensì come romanzo per adulti a firma di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve. Siamo nel 1740, e La Belle et la bête è un tomo di cento e passa pagine, per la maggior parte dedicate a intricate vicende politiche del mondo delle fate che non c’entrano niente coi due protagonisti della storia così come la conosciamo adesso.
Circa quindici anni più tardi, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont cura una riduzione per bambini de La Bella e la Bestia. La sua versione è comunque molto diversa dall’adattamento Disney, ma presenta già molti punti di contatto con la storia che abbiamo tutti nelle orecchie.

Ma quindi: qual è la storia originale di La Bella e la Bestia?
Quali sono i temi che – come da titolo – mancano totalmente nella versione Disney (che comunque non mi dispiace affatto, sia chiaro)?
Tantissimi. Ad esempio, questi cinque.

1. La sessualità è una cosa grande, da trattare con cautela. Se usata male, può distruggere; se usata bene, può cambiarti la vita

Oh: ve l’avevo detto che la versione originale è pensata per un pubblico di lettori decisamente adulti!
Sorprendentemente, l’uso (e l’abuso) della sessualità hanno un ruolo di un certo rilievo, nel mandare avanti il racconto e/o nel delineare i rapporti tra personaggi.
In un certo senso, un appetito sessuale drammaticamente mal gestito sta proprio alla base della storia intera. Se, nella versione Disney, la Bestia viene trasformata in mostro a causa della crudeltà mostrata verso una maga (che se l’attacca al dito), nella versione della Villeneuve la pora bestia è una vittima innocente della situazione. Sua unica “colpa”: aver incrociato il suo cammino con quello di una fata ninfomane che si invaghisce di lui e tenta di sedurlo. Incapace di accettare un garbato rifiuto, la fata scaglia contro il principe la famosa maledizione che lo trasformerà in mostro (dopodiché, continua ad aggirarsi per il romanzo in preda ai bollenti spiriti, andando avanti a complicar la vita della gente).

Ben diverso è l’approccio alla sessualità che hanno i due protagonisti della love story.

Nella versione di Villeneuve, la Bestia è sorprendentemente esplicita circa quello che vuole da Belle: e cioè, portarsela a letto.
Giuro!
La maggior parte delle interazioni tra la Bella e la Bestia, nel romanzo, ruotano attorno al mostro che domanda “Belle, vuoi venire a letto con me?”.
Molte traduzioni dal Francese preferiscono l’eufemismo pudico “vuoi sposarmi?”, ma il testo originale è chiaro: la Bestia vuole anzi tutto coucher assieme a Belle, per spezzare la maledizione che lo affligge.

La prima volta che il mostro se ne esce con questo exploit (peraltro dopo cinque-minuti-cinque di conversazione con la ragazza…), Belle, comprensibilmente, ci perde dieci anni di vita, ed esclama atterrita “oh no! Sono perduta!”.
Ed è qui che la Bestia si mostra per il Principe Azzurro che è, pronunciando le due parole che ogni donna vorrebbe sentirsi dire in quel frangente: “niente affatto”. E la invita a rispondere serenamente sì o no, in tutta sincerità e senza farsi prendere dalla paura.

Sapete perché Belle comincia ad apprezzare la Bestia?
Perché la Bestia le porta rispetto.
Peraltro, nella versione originale del racconto, la maledizione che avvolge il castello consente alla Bestia di trascorrere solo pochi minuti al giorno in compagnia della sua ospite. Quindi non è che Belle avesse tutto ‘sto tempo a disposizione per formarsi un’opinione completa sul carattere della Bestia. Una parte molto significativa del loro percorso di conoscenza è proprio il teatrino che si ripete uguale, ogni sera, per mesi: “vuoi venire a letto con me?”. “No, Bestia, non voglio”. “E allora, poiché hai deciso così, ti auguro la buonanotte, Belle”.

Non è un caso. La versione originale di La Bella e la Bestia è – fra le altre cose – una forte critica ai matrimoni combinati. Palesemente, l’autrice (andata incontro a un matrimonio combinato estremamente infelice) riteneva che uno degli aspetti più sgradevoli di questa vita fosse il doversi concedere a comando a un individuo per cui non si provava il minimo sentimento.
La pazienza con cui la Bestia accetta stoicamente mesi e mesi di notti in bianco (nonostante la sua salvezza sia tutta legata al “sì” di Belle) è ciò che spinge il lettore ad affermare “wow! Questo sì che è un vero Principe Azzurro!”.

E, tutto sommato, è ciò che conquista Belle – e, di conseguenza, spezza la maledizione.

2. La bellezza non è tutto. Ma manco l’aMMMore è tutto-tutto

Le signore dall’animo romantico probabilmente ci rimarranno male, ma, nella versione originale della storia, non è che belle sia proprio tanto innamorata della Bestia. Non è per innamoramento che accetta di sposarlo.
Anzi: per tutto il corso del romanzo, Belle è cotta di un bellissimo principe che le appare in sogno tutte notti, e la seduce con amorosi conversarii. Ça va sans dire, il principe altri non è che la Bestia, che in sogno può manifestarsi a Belle con il suo vero sembiante. Ma, ovviamente, Belle non ne ha la più pallida idea, e anzi crede che il principe sia nascosto da qualche parte nel castello, prigioniero della Bestia così come lo è lei.

Col passar del tempo, Belle comincerà sì a provare stima, gratitudine, affetto, nei confronti della Bestia… ma niente più. È il bel principe quello che lei desidera; la Bestia è decisamente relegata nella friend zone, come direbbero i ragazzini.

Ma allora, come mai Belle si decide a sposare la Bestia?
Colpo di scena: la decisione non è totalmente sua. Durante una visita in famiglia, Belle si confida con il padre, ed è proprio lui a farla ragionare. “Quante ragazze sono costrette a sposare uomini che non conoscono affatto, e che si dimostrano molto più bruti della tua Bestia?”, le dice testualmente (e probabilmente con il tono esasperato di un genitore che vede la figlia rovinarsi la vita sentimentale pur di inseguire uno stupido sogno). “La tua Bestia, se è brutta, lo è solo nell’aspetto, ma di certo non nei sentimenti e nelle azioni”.

E quindi, Belle ci pensa su e decide che, pazienza per il bel principe dei suoi sogni, ma, tutto sommato, la sua vita non potrà essere infelice, al fianco di una Bestia che si è sempre dimostrata così premurosa e paziente. Il vero happy ending arriva qualche pagina più tardi, quando, a cose fatte, l’incantesimo si spezza e Belle scopre con gioia che la Bestia e il suo grande amore sono in realtà la stessa persona. Ma fino a quel momento, non si può proprio dire che Belle sposasse la Bestia perché ne era innamorata.

All’epoca del All you need is love, è molto impopolare scrivere che questa critica all’amore romantico a me piace tantissimo. Eppure, basterebbe anche solo sfogliare qualche pagina di cronaca per avere un vasto campionario di tristi storie in cui, se lei fosse lasciata guidare un po’ meno dai sentimenti, sarebbe probabilmente stata meno cieca nello scegliere un compagno per la vita.

La bellezza non è tutto, ci insegna La Bella e la Bestia.
Ma manco le dolcezze di un innamoramento possono essere tutto-tutto.

3. La ricerca dei soldi e del potere può distruggerti

Conoscendo l’estrazione sociale dei due protagonisti della storia, uno si aspetterebbe che sia il principe maledetto quello a cui la bramosia di potere ha rovinato la vita: no?
E invece no.

Nella versione originale della storia, il padre di Belle, lungi dall’essere un inventore un po’ pazzerello che vive ai margini del paese, è un ricchissimo (ricchissimo) mercante. A un certo punto, le navi su cui aveva investito tutti i suoi averi naufragano, lasciandolo in ristrettezze economiche. L’uomo è costretto a vendere la casa e a trasferirsi in campagna assieme ai suoi figli, che mal accettano questo mutamento nel loro tenore di vita. L’unica che riesce a fare di necessità virtù, adattandosi alla nuova condizione, è la figlia minore, Belle, che con la sua serenità nell’affrontare la povertà si attira peraltro le ire delle sorelle maggiori. Quest’ultime, prima avvelenano col loro rancore tutti i rapporti familiari, poi si accasano in matrimoni molto convenienti sulla carta, ma che, alla prova dei fatti, le lasciano profondamente infelici, alimentando ancora di più il loro livore.

Il padre di Belle fatica ad abbandonare il suo vecchio amore per il lusso, ma, alla fine del romanzo, ce la fa: ricevuti in dono dei soldi dalla Bestia, a mo’ di dote, li investe in maniera oculata in modo tale da procurarsi un onesto guadagno. Quanto a lui, continua a condurre uno stile di vita dimesso nonostante il suo conto in banca gli permetta ora qualche piccolo (o grande) lusso: l’uomo ha ormai capito che non è quello che conta, nella vita.

Il suo atteggiamento è in tutto e per tutto simile a quello mostrato dalla Bestia nei confronti delle sue immense ricchezze. Il fantastico castello incantato (in cui, per la cronaca, non esistono servitori incantati à la Lumière, ma in compenso troviamo la nonna magica della… televisione!) è vissuto dalla Bestia (e anche da Belle) come un piacevole mezzo per rilassarsi – ma non certo come un fine. Alla Bestia non gliene può importar di meno delle ricchezze che lo circondano, e sul finire del romanzo anche Belle si mostra molto disinteressata a tutto ‘sto ben di Dio.
Ma c’è di più: a un certo punto, la Bestia si dichiara pronta a rinunciare a tutto (ivi comprese le sembianze umane appena riacquistate) pur di vivere con Belle, ‘due cuori e una capanna’. E ancora: dopo il matrimonio, i due sarebbero intenzionati ad abdicare per vivere serenamente una vita quieta e dimessa, e sono i loro sudditi a pregarli di restare per governare rettamente.

Insomma: il potere e il denaro non sono un  male di per sé, ma lo diventano per chi ne abusa e si lascia prendere dalla bramosia. Il che non è poco, come morale. 

4. Talvolta, i veri nemici sono all’interno della famiglia

L’unico che si salva è il padre di Belle, legato alla figlia da un rapporto di sincero affetto. Per il resto, è davvero interessante studiare le dinamiche familiari in La Bella e la Bestia: sembra che l’autrice voglia lasciarci il messaggio che certi parenti è meglio perderli che trovarli.

La famiglia della Bestia è un fallimento su tutta la linea: il padre è morto, vivaddio; la madre abbandona il figlio alle cure di una nutrice, essendo troppo occupata a combattere una guerra per difendere i confini del regno. La nutrice (cioè, la vera figura materna per la Bestia) è la fata ninfomane che si invaghisce del principino, cerca di portarselo a letto, e, rifiutata, gli lancia contro la maledizione. A incantesimo opportunamente spezzato, la madre della Bestia si ricorda di avere un figlio, torna al castello, e non trova niente di meglio che cominciare a piantar grane perché non accetta che il suo bambiiino sposi una donna di origini borghesi.

Se la povera Bestia arriva da una famiglia palesemente disfunzionale, la nostra Belle non sta messa molto meglio. Eccezion fatta per il padre, tutto il resto della famiglia è composta da individui gretti, attaccati al soldo, rancorosi e pieni di invidia. In particolar modo, le sorelle maggiori inizialmente gioiscono nello sbarazzarsi di Belle, mandandola a vivere da un mostro che presumibilmente la ucciderà. Nella seconda metà del romanzo, dopo aver realizzato che Belle vive perfettamente lieta in compagnia della Bestia (…e sicuramente molto più lieta di loro, profondamente infelici nei loro matrimoni “perfetti”), si pongono una missione: distruggere la felicità della sorella.

In questo, amo moltissimo la versione della Beaumont (cioè, il primo riadattamento del romanzo) che indugia a lungo nel mostrare come le due donne siano pronte a ogni mezzo pur di rovinare la love story della ragazza. Uno dei più sottili, è il ricatto emotivo.
Scoperto che la Bestia ha concesso a Belle di visitare la sua famiglia, ma con la promessa di tornare al castello tassativamente entro il giorno X, i due geni del male decidono di posticipare in ogni modo la partenza della sorella. In questo modo – sperano – la Bestia si arrabbierà con Belle, e, in preda all’ira, gliela farà pagare cara.
E qui entra in scena appunto il ricatto emotivo: infilandosi cipolla tritata negli occhi per farli lacrimare, si aggrappano alle sottane della sorella piantando su piagnistei sulla linea di “ti preeeeego, resta con noooooi, non vedi come soffriaaaaaamo, non tornare dalla Bestia, non lo sopportereeeeeemmo…”.
Turbata da questa lacrimosa seppur inconsueta manifestazione d’affetto, Belle decide di ascoltare le suppliche e di rimanere con la sua famiglia. Da lì ha inizio tutto il patatrac che crea tensione nella storia: la Bestia non si capacita del comportamento di Belle, si sente tradito nella fiducia, piange fino a decidere di lasciarsi morire… eccetera eccetera eccetera.

Una roba del genere non si trova facilmente nelle fiabe, eppure è tristemente vera (oltre che narrativamente molto forte). Anche qui, non sarebbe difficile trovare storie atte a dimostrare che certi amori in realtà non sono altro che forme indirette di egoismo, come riflesse in uno specchio oscuro.

5. Credersi al di sopra degli altri è molto rischioso – anche per l’amor proprio

La Bella e la Bestia in versione originale è una critica feroce alla società francese del Settecento, così attenta alle gerarchie sociali e alle distinzioni tra classi. Nel corso del romanzo, tutti i personaggi si sentiranno “al di sopra” di qualcuno, per poi scoprire che semmai era tutto il contrario:

  • la famiglia di Belle, arrogante per le sue sterminate ricchezze, si troverà a vivere in povertà dopo un dissesto economico;
  • Belle, prigioniera di un mostro ripugnante, scoprirà che non solo la Bestia è una brava persona, non solo è un principe, ma addirittura è il principe dei suoi sogni;
  • le sorelle di Belle, andate in sposa a gente che sulla carta sembrava senz’altro un miglior partito rispetto al mostro disgustoso, ci metteranno poco a capire che si può essere mostri anche se si è apparentemente l’uomo perfetto;
  • la madre della Bestia, dopo aver piantato grane perché non voleva che suo figlio principe si sposasse con una borghese, verrà a sapere che Belle è cresciuta in una famiglia adottiva: in realtà è nata dall’unione tra un re e una fata;
  • contemporaneamente, la regina così arrogante scopre che i genitori di Belle sono stati costretti ad abbandonare la figlia… a causa di un’altra famiglia piantagrane. Emerge che popolo delle fate disprezza profondamente l’umile razza umana, e ritiene totalmente indegno che uno spirito etereo si abbassi a sposare un uomo: l’unione interrazziale i genitori di Belle deve assolutamente essere spezzata. Ma quindi, Belle, che è fata per metà, appartiene in realtà a una classe infinitamente superiore rispetto a quella della regina e del principe!

Questo specifico aspetto del costante ribaltamento delle classi sociali si è totalmente perso negli adattamenti successivi della storia. Nella Francia della Rivoluzione, la storia di un’umile ragazza borghese, che con la sola forza della volontà riesce a sposare un principe scavalcando le gerarchie sociali, era ben più ghiotta di una critica sarcastica alla società Ancien Regime, al termine della quale scopriamo peraltro che abbiamo solo scherzato, perché tanto pure Belle è una donna di sangue blu.
Eppure, non sono così convinta di preferire la versione moderna e selfhelpista. Indubbiamente più vicina al nostro vissuto e ai nostri valori, finisce col privare La Bella e la Bestia di un sarcasmo così impietoso e godibile…

Lifestyle cristiano, Personale, Quaresima

Cinque “safe place” in cui mangiare sereni, se vai al fast food ma è un venerdì di Quaresima

Mettiamo caso che siate cattolici e che sia un venerdì di Quaresima.
Oppure: mettiamo caso che Google vi abbia indirizzato su questa pagina perché è un motore di ricerca molto propositivo, ma voi siate semplicemente vegetariani e/o appartenenti ad altre religioni che vietano il consumo di carne, o di certi tipi di carne.
In ogni caso, amici che mi leggete, condividiamo un grattacapo ecumenico: abbiamo un menù necessariamente limitato rispetto alla media, e non è sempre facilissimo individuare un locale in cui sai che puoi andare “a colpo sicuro”, per uno spuntino al volo.

Non so voi, ma io, in certi frangenti, ho trovato difficoltà.
Il mio problema più grosso erano, nei miei anni da studentessa, i pasti fuori nei canonici quarantacinque minuti di pausa tra una lezione e l’altra – peggio ancora, se volevo mangiare assieme a compagni di università.
Troppo poco tempo per andarsi a sedere in pizzeria, ma decisamente troppo tempo per un trancio di pizza dal panettiere da mangiare al volo.
E poi, sai com’è. Magari hai bisogno di usare i servizi.
Magari sei stanco e vorresti allungare le gambe sotto a un tavolo, e financo scambiare due parole con gli amici.

È la classica situazione in cui la gente normale sceglie i fast food… ma, ahimè, non tutti i fast food offrono grandi alternative a chi non può o non vuole ordinare un hamburger. Ok, McDonald’s ha le insalatone e si è inventato il Filet-O-Fish pensando espressamente ai cattolici in Quaresimaperò

Ecco invece cinque locali in cui in Quaresima entro a cuor leggero, consapevole di andare “a colpo sicuro” perché mi vedrò presentare un menù ricco di alternative.
Bonus numero uno: questi locali sono presenti in quasi tutte le grandi città.
Bonus numero due: non credo che siano così popolari. Ci sta che oggi scopriate qualche posto nuovo che ignoravate!
Bonus numero tre: parliamo di posti in cui piatti meatless non sono un’opzione per estrosi confinata al fondo del menù. C’è davvero tanta ampia scelta!
Bonus numero quattro: potete proporli alla comitiva senza passare per l’originale che condanna tutti gli altri a mangiare sbobbe improbabili. Sono locali normalissimi e alla moda, dove c’è cibo per tutti i gusti… compreso il vostro.

EXKI

EXKI

Questa catena di fast food nasce in Belgio nel 1999. Verso il 2004-2005 era già arrivata a Torino, aprendo un locale non distante dal liceo che frequentavo. Con ciò, Ekxi è diventata per anni LA mia meta d’elezione tutte le volte che in Quaresima mi capitava di mangiar fuori: sì, perché questo fast food eco-bio ha un menù veramente strapieno di proposte basate sulla verdura (e sulla frutta) (di stagione).
Potete ordinare un panino al volo o potete scegliere un pasto completo (con la massima libertà, perché il servizio è a self service). Quanto al menù, io ho l’impressione che nei primi tempi Ekxi ne adottasse uno quasi esclusivamente vegetariano; recentemente, hanno fatto capolino molti piatti di carne (o con affettati), il che riduce un po’ la scelta per chi si impone un menù di magro.
Comunque, è una bella catena che amo frequentare, anche per alcune sue piccole attenzioni in campo etico: il caffè proviene dalla filiera fairtrade; il cibo invenduto a fine giornata viene dato in beneficenza.

Mister Fruit & Juice Bar

MrFruit

Quando ne ha aperto uno vicino a casa mia, la prima reazione è stata: “boh?”.
Apparentemente, sembrava un enorme locale, con tavolini e sedie e seggioloni per bambini, interamente dedicato alla vendita di frullati (??).
Non mi capacitavo di come un locale del genere potesse, non dico esistere, ma anche solo esser stato pensato. Poi, mi sono resa conto che i Juice Bar non vendono solo succhi di frutta: al contrario, propongono dei menù interamente composti da frutta (e verdura), con portate che spaziano dai frullati alle zuppe calde. Insomma: vanno benissimo per una merenda nutriente, ma, volendo, ci si fa un pasto completo.
Pare che stiano riscuotendo un crescente successo e che stiano aprendo in varie località d’Italia, perlopiù sotto il marchio “Mister Fruit” o “Juice Bar”. Ho serii dubbi che sarà una moda duratura, ma finché esiste… si può sempre approfittarne.

Veggy Days

Veggy Days

C’è poco da dire: per quanto possa fare strano ritrovarsi in locali popolati da rasta no global che raccolgono firme per l’abolizione della caccia (storia di vita vissuta) (…ma non a Veggy Days), se non vuoi mangiare carne, un bar vegano è evidentemente la scelta migliore.
Ce ne sono tantissimi, qui mi limito a elencare un franchising che ha già alcuni locali (soprattutto nel Centro Italia). Ma sicuramente esisteranno bar vegani anche nella vostra città (Torino è letteralmente piena)… e potete star certi che il menù sarà tutto dalla vostra!

The King of Salad

King of Salad

Mi direte: abbella, non è che hai scoperto l’acqua calda – pure da MacDonald’s ti vendono l’insalatona.
Indubbiamente: però, a me, certa insalata fa abbastanza schifo.
La rucola mi piace, con la lattuga mi sembra di essere una mucca al pascolo; condimenti come tonno e olive sono graditi, ma i semi di mais e le noci te le tiro dietro con disgusto. Per me non è facilissimo entrare in un locale e trovare un’insalata che può piacermi. Anzi: nella maggior parte dei casi, non ci riesco proprio (…e se un’insalata non è di mio gusto, fatico davvero a buttarla giù).
Ecco perché mi trovo bene con King of Salad, che:
a)     è interamente dedicato alle insalate (con qualche incursione di altri piatti vegetali) quindi ha un menù molto più vasto rispetto alla media;
b)    ti offre la possibilità di personalizzare la tua insalata, selezionando di persona gli ingredienti che deve avere. Il top!

Subway

subway

Wikipedia ti dice che “alla fine del 2010 è diventata la più grande catena di ristorazione monomarca del mondo per numero di ristoranti, superando McDonald’s”, poi esci dal lavoro e ti trovi un Subway dietro l’angolo…e cosa pensi? Che Subway sia molto diffuso anche in Italia, no?
E invece no: mentre controllavo il sito della catena prima di scrivere questo post, ho scoperto con un certo stupore che Subway è sì diffuso in tutta Italia… ma la maggior parte dei locali sono all’interno delle basi militari NATO (ce ne sono parecchie sulla penisola, per chi non lo sapesse).
Va beh: i pochi civili che hanno la possibilità di accedere a un Subway, vadano comunque a darci un’occhiata. La formula è sostanzialmente quella del McDonald’s, con la differenza che: Subway è più buono; vende baguettes farcite, non hamburger; ha una scelta maggiore se parliamo di panini vegetariani… e ti offre la possibilità di personalizzare al 100% il tuo panino. Il che, ad esempio, può anche voler dire togliere il salame da quel panino lì, che se non fosse per quel dettaglio ti ispirerebbe proprio tanto, sostituendolo – che so – con ampie dosi di formaggio fuso.
E anche questo non è poco!

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Biancomangiare!

Cos’è il biancomangiare?
Un dolce tipico siciliano, sì, ma molto, molto di più. Basterebbe la sola lettura della pagina di Wikipedia per farci suonare nella testa un metaforico campanello d’allarme, nel momento in cui l’enciclopedia online ci spiega come questo dolce della contea di Modica si trovi anche in Sardegna (…?) e Val d’Aosta (?!), con minime differenze di preparazione.

E infatti, il biancomangiare non è solamente un dolce.
“Biancomangiare” è una dieta, una tecnica di cottura, una filosofia gastronomica che assurge quasi a “stile di vita”.
E, sorprendentemente, non è una moda da fricchettoni new-age, ma bensì una dieta con origini antichissime, che affonda le sue radici nei secoli centrali del Medio Evo.

***

E quindi, ripartiamo: cos’è il biancomangiare?
Il biancomangiare è, nel Medio Evo, un regime alimentare basato sul consumo di alimenti che hanno colore chiaro. Del tutto candido, o comunque tendente al bianco.
Insomma: un tripudio di riso, carne bianca, mandorle, zucchero, latte, pesce a polpa chiara. Ammessi funghi, patate, e tutte le verdure sui toni del bianco; severamente banditi gli alimenti di colore scuro… e soprattutto le carni rosse, nemico giurato del blanc manger.

Madeleine Ferrières, che in un “gustoso” libro sulle paure alimentari nella Storia analizza tante di queste fissazioni gastronomiche, stenta a capitarsi di questa bianco-mania:

Gli storici, che hanno studiato il simbolismo cromatico associato a una quantità di oggetti, non spiegano perché in cucina, ma soprattutto nei prodotti del mercato, il bianco sia così valorizzato [nel Medio Evo]. Non vi è alcuna corrispondenza oggettiva fra colore bianco e valore nutritivo, anzi. Un pane bianchissimo, senza glutine, un vino bianco, senza i polifenoli del rosso, sono meno salutari di un pane o di un vino colorati.

Eppure, è la stessa Ferrières a proporre per questo fenomeno una chiave di lettura: nel Medio Evo, il blanc manger va di moda per ragioni squisitamente mediche, tutte collegate alla “medina galenica” in voga a quel periodo.

Secondo la teoria del medico greco Galeno, l’organismo umano si compone di quattro elementi (più propriamente detti “umori”): sangue, flegma, bile nera, bile gialla.
La proporzione di questi elementi all’interno del corpo umano tende ad alterarsi naturalmente a seconda delle età, del tempo atmosferico, del momento della giornata e così via dicendo. Piccole variazioni nella proporzione degli umori sono dunque perfettamente accettabili, ma quando l’equilibrio dei quattro elementi viene alterato in maniera pesante, ecco allora insorgere la malattia – fisica e non solo: un eccesso di questo o quell’altro elemento può persino comportare degenerazioni caratteriali.

Tra i quattro elementi, uno in particolare era da tenere sotto controllo con particolare attenzione (un po’ come noi teniamo sotto controllo e il colesterolo): la bile nera, temutissima fra tutte. Si trattava di un umore particolarmente insidioso, innanzi tutto perché era quello che si “sballava” con maggior facilità, soprattutto in chi svolgeva lavori che comportavano poca attività fisica.
In secondo luogo, era proprio la bile nera a portare, in caso di alterazioni, le conseguenze fisiche più dannose.Il medico catalano Arnaldo da Villanova, morto nel 1311, definiva senza mezzi termini la bile nera “nemica della gioia e della franca espansione, parente della vecchiaia e della morte”.

Ecco dunque l’assoluta necessità di contrastare in ogni modo gli squilibri della bile – anche a costo di ricorrere a diete particolari, tutte basate sul principio dell’allopatia (cioè: l’assunzione di sostanze che hanno azione contraria rispetto alle cause della malattia).
E allora – giacché la bile nera è un umore freddo, secco… e nero, per l’appunto – prende piede la convinzione che un’utile strategia per combatterla sia quella di introdurre all’interno dell’organismo sostanze calde, umide… e bianche.

Secondo Marsilio Ficino, ad esempio, a tal scopo

vanno bene tutti i latticini, in particolare latte, formaggio fresco, e le mandorle dolci. Si adattano bene le carni di uccelli, galletti, quadrupedi lattanti; le uova da bere, in maniera particolare, e, tra le parti degli animali, particolarmente il cervello. Inoltre vino leggero, chiaro, soave e odoroso.

È quasi sicuramente a partire da questi precetti medici (accompagnati da una certa moda del momento, come ce ne son tante anche per le nostre diete salutiste…) che nasce, nei secoli centrali del Medio Evo, un nuovo trend alimentare. E cioè, il biancomangiare: un intero menù (se possibile), o come minimo una portata (vero must in tutti i pasti di un certo livello) interamente a base di ingredienti bianchi.
Le cucine europee lo propongono in innumerevoli varianti: dolci, salate, neutre; come portata principale, come piatto di contorno. Nei pranzi signorili, il biancomangiare era quasi sempre una portata a sé, proposta dopo il secondo e prima del dessert, con funzioni simili a quella dell’odierno sorbetto servito a metà pranzo: dare agli ospiti un momento di pausa con un boccone fresco e leggero, stimolando la digestione per le portate successive. In questa accezione, il biancomangiare è proposto da tutti i ricettari medievali in una variante “di grasso”, a base di petto di pollo, e una variante “di magro” con polpa di pesce, e perciò adatta al consumo in Quaresima.

Per chi volesse cimentarsi con un autentico biancomangiare old-style, riporto qui la ricetta originale di Maestro Martino de Rubeis, famosissimo e popolarissimo cuoco italiano del XV secolo. Traggo la ricetta, e soprattutto il suo adattamento, da quella delizia di libro che è A tavola nel Medioevo. Con 150 ricette dalla Francia e dall’Italia, edizioni Laterza: davvero un piccolo tesoro per tutti gli appassionati (…e i semplici curiosi).

Ma prima di lasciarvi alla ricetta, vi avviso che ci si rilegge sotto…

Biancomangiare di Maestro Martino

…e ci si rilegge sotto, come promesso, perché qui mi sono sbizzarrita (o: sono definitivamente uscita di testa), e ho provato ad adottare la strategia del biancomangiare per comporre il menù di un pranzo d’oggi, con ricette d’oggi… rigorosamente, a regime quaresimale!

Beh: i medievali approverebbero. Se la dieta del biancomangiare era adottabile in ogni periodo dell’anno, i benefici di questo regime alimentare diventavano particolarmente evidenti nei tempi forti.
L’eccesso di bile nera – l’ho già detto – poteva causare non solo sofferenza fisica (che, tanto quanto…), ma anche pericolose degenerazioni caratteriali. Malinconia, ansia, inibizione della vita di preghiera, irritabilità: tutte queste erano potenziali conseguenze di uno scompenso di bile nera (e vorrei farvi notare che un’eco di queste convinzioni mediche rimane ancora nel nostro linguaggio, quando diciamo che “oggi sono di umore nero”).

E… beh: non è bello affatto, essere di umore nero. È soprattutto pericoloso lasciarsi sprofondare in un gorgo di melanconica tristezza, che ti induce a ripiegarti su te stesso abbandonando ogni interesse per il prossimo tuo.. e per Dio. Ecco perché la dieta del blanc manger era particolarmente gettonata nei tempi forti dell’anno liturgico: se un alimento di colore bianco può in qualche modo “detossicarci” da tutto ciò che non va nel nostro carattere… beh: perché no?!

Ligia a questo precetto medievale, io mi son divertita a creare tre menù quaresimali per chi volesse giocherellare a servire una cena tutta in bianco. Siccome sono io “la padrona di casa” virtuale, vi adattate necessariamente alle mie scelte: niente carne, niente alcool, niente dolci. Vuolsi così in casa mia (ove non vedreste mai in Quaresima un pranzo composto da così tante portate, ma… mettiamocele tutte, per amor di discussione).
Ebbene, le mie scelte proposte per il blanc manger sono queste: ognuno rimanda a una ricetta che ho trovato sui siti di food blogger. Ognuno può divertirsi a comporle come meglio crede per creare il suo menù ad hoc… e se qualcuno si cimenta davvero con questa cena albo-quaresimale, me lo faccia sapere… e soprattutto mandi le foto!!

Antipasto

  • Spiedini di una bianca e pecorino: ricetta qui, via La regina dei fornelli
  • Tagliata di primosale: ricetta qui, via Clara Pasticcia
  • Focaccia di Recco: ricetta qui, via Aria in cucina (NB la amo – la focaccia, non la blogger – ho provato a ricrearla infinite volte, e non m’è mai venuta come la si mangia in Liguria. Metto le mani avanti e avviso che secondo me è una preparazione particolarmente insidiosa)

Primo piatto

  • Ravioli di ricotta, noci e pecorino: ricetta qui, via Ogni riccio un pasticcio
  • Risotto al moscato e crema di stracchino: ricetta qui, via Streghetta in cucina 
  • Pasta al pesto di pistacchi e asparagi bianchi: ricetta (del pesto) qui, via La mia Cucina Rossa 

Secondo

  • Insalata di polpo: ricetta qui, via Lo spicchio d’aglio
  • Calamari fritti con mandorle e riso soffiato: ricetta qui, via Il cucchiaio d’argento (…che, con ogni evidenza, non è un food blogger, ma passatemela ché ho fatto una fatica boia a trovare ricette di pesce, all white, che cucinerei davvero. L’ho già menzionato che a me fa schifissimo, il pesce?)
  • Arrosto di rana pescatrice con pistacchi e carciofi: ricetta qui, via Sale e Pepe (vedi sopra ,circa il non essere Sale e Pepe un food blogger esordiente. Però la segnalo come la mia rivista di cucina preferita, che ritengo nettamente al di sopra di tutte le altre in circolazione

Contorni

  • Patate al vapore, semplici ma efficaci: ricetta qui, via Il ricettario di Valentina
  • Cavolo alla piemontese con noci e mandorle (ma senza uvetta, evidentemente: non è bianca!): ricetta qui, via Una blogger in cucina
  • Cupole di cavolfiore alle mandorle: ricetta qui, via Barbie magica cuoca, con nota di merito per il suo contenere quello che era l’ingrediente principe del blanc manger medievale: la mandorla!, cibo dalle virtù benefiche per eccellenza (secondo i medici dell’epoca)

Robe di frutta vagamente dolci da servire in sostituzione ai dessert 

  • Smoothie alla banana: ricetta qui, via Cappuccino e cornetto 
  • Mela cotta al burro (ma non da caramellare, secondo i miei standard quaresimali): ricetta qui, via Jul’s Kitchen
  • Macedonia di uva (bianca), mela e pera: ricetta qui, via Il cucchiaino di Alice 

***

Vi dirò: non escludo di organizzarla davvero, prima o poi, questa cena con blanc manger attualizzato.
Conoscendo la storia che sta dietro a questo menù cromatico… potreste far partire la conversazione a tavola con uno spunto non comune!

Cose cristiane, Lifestyle cristiano, Personale

Elogio del digiuno quaresimale

Amo il digiuno e l’astinenza quaresimali con la stessa dedizione e lo stesso entusiasmo con cui ho amato la castità prematrimoniale. In entrambi i casi, c’è la sensazione di custodire gelosamente un piccolo tesoro che, con metodica costanza, viene ignorato, sminuito, ridimensionato e villipeso dalla società che ci circonda (…e, spiace dirlo, anche da molti religiosi, adagiatisi un po’ troppo sullo spirito dei tempi).
E invece, il digiuno e l’astinenza sono belli, belli davvero. Dovremmo riscoprirli per quel tesoro che sono, invece di dipingerli come bizzarre pratiche old-style per cattolici retrò con una particolare inclinazione ascetica.

Prima di proseguire, credo che valga la pena chiarire meglio cosa intende la Chiesa con “digiuno ed astinenza”, e come interpreto io queste sue indicazioni di massima.

In base alla Santa Romana Chiesa, il digiuno è obbligatorio, il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo, per tutti i cattolici dai 18 ai 60 anni compiuti. Non obbligatorio, ma fortemente consigliato, proseguire il digiuno del Venerdì Santo anche per tutta la giornata di sabato, in modo da spezzarlo durante la Veglia di Pasqua.
Si considera digiuno un unico pasto (sobrio) nel corso della giornata, cui è possibile accompagnare un piccolo spuntino mattino e sera, a patto che sia per l’appunto piccolo (la somma dei due snack non deve equivalere a un secondo pasto).

L’astinenza è obbligatoria, per tutti i cattolici che abbiano compiuto 14 anni, nei giorni di digiuno e in tutti i venerdì di Quaresima. Non obbligatorio, ma fortemente consigliato, praticare l’astinenza anche in tutti i venerdì dell’anno. (Qualora questo non si potesse/volesse fare, il fedele è tenuto a “compensare” con un’altra mortificazione o opera di carità).
Si considera astinenza il rifiuto di tutte le carni e di qualsiasi altro cibo che, a prudente giudizio del fedele, sia da considerarsi particolarmente ricercato e costoso.

“Questo è quello che prescrive la Santa Romana Chiesa”, mi sembra di sentirvi dire. “E allora cos’ha da interpretare Lucia, se non attenersi scrupolosamente a queste prescrizioni?”.

Beh.
Non è che io contraddica le prescrizioni della Chiesa, per carità. Sol per quello, non contraddico nemmeno la prescrizione per cui è obbligatorio confessarsi una volta all’anno.
Purtuttavia, penso che siamo tutti d’accordo nel dire che la Chiesa, in certi frangenti, ci prescrive per legge degli obblighi minimi sindacali… però non è che ci anatemizza se facciamo un po’ di più!

Indi per cui, nel mio modo di interpretare questi comandamenti, il digiuno è quanto più possibile integrale, compatibilmente con l’età, lo stato di salute e le attività che ci attendono quel giorno (non facciamoci del male fisico, per carità).
L’astinenza, oltre ad essere praticata ogni venerdì dell’anno, a casa mia dura per tutti i quaranta giorni della Quaresima, ed è formulata in maniera da essere la mia penitenza per eccellenza (cioè: me la studio in maniera tale che mi pesi proprio).

Evidentemente, non lo dico per vantarmi (anche perché è così facile rispettare questi principi e poi andare avanti per inerzia tutta la Quaresima, sentendosi tanto a posto…).
Lo dico perché, in base alla mia esperienza, il digiuno e l’astinenza, praticati in questo modo abbastanza “vigoroso”, danno alla Quaresima un enorme valore aggiunto. E mi sembra che questo messaggio rischi di essere un po’ trascurato, in un’epoca in cui sono sempre più frequenti i richiami a digiuni “alternativi” (tipo: per quaranta giorni, astinenza dallo smartphone; per quaranta giorni, digiuniamo dal pettegolezzo).
Rispettabilissime penitenze alternative, che indubbiamente fanno (molto) bene; però, mi spiacerebbe molto se prendesse piede la tendenza a scartare a priori le mortificazioni alimentari old style.

Curiosi di sapere perché?
Per quanto mi riguarda, per cinque motivazioni fondamentali.

1)  Perché siamo fatti di anima e di corpo

E, povero corpo, non è che lo si possa sistematicamente trascurare perché “naaaa, l’importante è quello che ti senti dentro”.
Indubbiamente è importante quello che senti dentro; nel caso specifico, il digiuno quaresimale diventerebbe una dieta dimagrante, se non fosse sostenuto da una reale convinzione interna.
Eppure, siamo fatti di anima e di corpo, ed è stupendo che la Chiesa ci proponga forme di penitenza che ci consentono di mettere alla prova sia l’una che l’altro, contemporaneamente.
È bellissimo (‘nsomma. Quantomeno, è molto fruttuoso) sentire lo stomaco che brontola a metà giornata, o scoprire che ti viene letteralmente l’acquolina in bocca quando ti passa davanti un piatto pieno di quel cibo che desideri con ogni fibra del corpo, ma che non puoi avere.

Auspicabilmente, tutto questo non succede quando il tuo digiuno quaresimale è – poniamo – l’astinenza dai social network. Ed è così tanto bello mettere alla prova il 100% di noi stessi; anche perché…

2)  Perché solo il sacrificio che ti pesa nella carne mette davvero alla prova la tua forza di volontà

Qui non c’è nemmeno bisogno di dilungarsi troppo in spiegazioni. Vogliamo seriamente paragonare la voglia che ti prende (magari, a stomaco vuoto) davanti a un cibo che desideri fortissimamente eppure non puoi toccare, con il sacrificio di rinunciare per quaranta giorni a [smartphone / TV / musica leggera / vattelappesca?].
Nel secondo caso,  la rinuncia mette in esercizio “solamente” la nostra forza di volontà (che non è poco, eh!). Ma nel primo caso, a remare contro ai nostri buoni propositi non ci sono solo le debolezze umane, ma anche i più puri istinti fisici.
E ritengo che le due cose non siano neanche lontanamente paragonabili.

Immaginate di essere di fronte a un amico che è nella più nera disperazione, perché il medico gli ha prescritto per alcuni mesi una dieta rigidissima che impone privazioni di ogni tipo, togliendogli peraltro tutti gli alimenti che amava di più. Lo confortereste dicendo “life sucks amico, ti capisco perfettamente: pensa che io ho finito i giga e non posso whatsappare fino al mese prossimo”?

Ecco, appunto.

3)  Perché la Quaresima non è l’unico frangente in cui ci viene chiesto di “lottare” contro il nostro corpo

Lo dico molto chiaramente: sono fermamente convinta che la castità prematrimoniale non sarebbe stata una sfida così facile da vincere, se io non fossi stata allenata da anni ed anni di estremo rigore quaresimale.
Prendetemi per scema, ma nulla mi schioderà da questa ferma convinzione… che peraltro non è solamente mia: molti pensatori vedono una stretta correlazione tra le mortificazioni alimentari e la pratica della castità. In fin dei conti tutte e due ci chiedono di lottare, apparentemente senza motivo, contro un desiderio viscerale, di per sé buono e secondo natura.

Ma, ovviamente, non è solamente una questione fisica. Dire “no” a qualsiasi vizio, mollezza, peccatuccio, tentazione, sarà (secondo me) tanto più facile quanto più ci saremo allenati in questa “palestra per l’anima” che è la Quaresima.

È certamente possibile rifiutare la tentazione anche se ci scofaniamo la bistecca alla fiorentina ogni venerdì. Per carità.
Però, secondo me, rifiutare la tentazione è un po’ più facile se ci siamo abituati a rifiutare anche la bistecca. Come in un percorso composto da tanti piccoli passi, alcuni dei quali talmente lievi da sembrare insignificanti… eppure, non così inutili come potrebbe sembrare a prima vista.

4)  Perché il digiuno ha senso se rinunci a qualcosa di buono e lecito, non se rinunci a un peccato o una dipendenza

Qualche Quaresima fa, ho sentito un parroco raccomandare ai bimbi del catechismo “per la Quaresima, come fioretto, rinunciate a dire le bugie, a fare i capricci, a disubbidire a mamma e papà, a trattar male i fratellini…”.
Ehm.
Lodevolissimo proposito, e comunque “sempre meglio che uno spunto in faccia”, ma vorrei debolmente far notare a quel sacerdote che tutte le azioni che aveva elencato  erano peccati (peccatucci da bambino, ‘nsomma), cioè cose che in linea teorica non si dovrebbero fare mai, in nessuno dei giorni che il Signore manda in terra.

Se mi dici che la Quaresima è il periodo propizio per liberarsi di quel vizio, di quella cattiva abitudine, di quella triste tendenza che ti porta a peccare sempre lì… mi trovi ovviamente d’accordo, e non ci piove.
Ma non è che adesso possiamo prendere la nostra lotta contro il peccato e trasformarla in un fioretto quaresimale: sarebbero due cose un po’ diverse, non so se mi spiego.

Bellissimo e santo profittare della Quaresima come periodo in cui dire un secco “no” a quel tuo peccato ricorrente o a quella tua cripto-dipendenza (e qui penso a chi decide di rinunciare ai social, allo smartphone, ai videogiochi, perché si rende conto di averne abusato nei mesi precedenti).
Bellissimo e santo e lodevole finché volete, ma questo è sfruttare la Quaresima per abbandonare una cattiva abitudine che doveva essere abbandonata comunque.

Il che è meraviglioso; ma non è una mortificazione.
Né tantomeno una penitenza.

5)  Perché la “mia” Quaresima mi mette unisce idealmente a tutto il resto della cattolicità – in ogni punto del tempo e dello spazio

Oh, il catechismo è chiaro su questo punto. Fatto salvo il periodo di Quaresima, io sarei liberissima di mangiarmi un chilo di salame ogni venerdì, basta compensare con un’altra opera di penitenza.

Accantoniamo per amor di discussione la questione dello slippery slope, per cui le prime volte magari la fai pure, la penitenza di compensazione, ma, dagli e dagli, alla fine puoi star certo che dopo qualche anno mangerai carne senza manco ricordare che c’erano dei vincoli.

Accantonata la questione per puro amor di discussione, resta il fatto che io traggo un gioia meravigliosa nel pensare che la mia piccola penitenza quaresimale (o del venerdì) si incasella vicino a quella di tanti fratelli, in un’esperienza internazionale e bimillenaria che si ripete, sempre uguale, da generazioni e generazioni, in ogni remoto angolo del mondo.

In ogni epoca storica, ad ogni latitudine, tutta la cristianità ha chinato il capo in penitenza in questo periodo dell’anno, sottoponendosi alla legge dell’astinenza e del digiuno. Da duemila anni a questa parte, in ogni sperduto puntolino sul mappamondo, miliardi di cristiani hanno sentito lo stomaco brontolare durante la Quaresima, e si sono privati della carne in ogni venerdì del calendario.
E non sarò io a interrompere questa bellissima catena che mi lega all’intera comunità dei discepoli di Cristo.

Potrei mangiare carne nei venerdì non di Quaresima.
Potrei adottare, nel corso della Quaresima, privazioni di vario tipo ma di natura non alimentare.
Potrei, per carità. Potrei farlo indubbiamente.

Ma sento che, così facendo, mi starei privando di una meravigliosa dimensione collettiva grazie a cui vivo questo periodo in una comunione di fede  che – se mi consentite un po’ di retorica – mi lega a tutto il resto della cattolicità superando i confini del tempo e dello spazio. E questa cosa mi emoziona tantissimo, mi dà la carica, mi commuove, e mi fa davvero sentire parte di un solo corpo che da sempre vive e si muove in sincrono con me.

***

Insomma, l’avete capito: il digiuno quaresimale, per me, è qualcosa di molto fisico. Magari accompagnato (perché no?) da penitenze “spirituali”… che però devono appunto accompagnare, non sostituire.
Poi magari voi avete un modo di far Quaresima che è mille volte più fruttuoso del mio, per carità!, ma in un’era in cui crescono gli appelli ai “digiuni quaresimali alternativi” io, appunto, sentivo l’esigenza di sottolineare quanto sia bello il caro vecchio digiuno old-style.

E siccome ho da poco scoperto Canva e mi sto divertendo come una cretina con tutte le possibilità che offre (l’ho usata per farmi la lista della spesa, non sto scherzando) vi lancio pure un’infografica con dieci spunti per un’astinenza quaresimale… come quelle che piacciono a me.

Ce n’è qualcuna che vi ispira?

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