Alla scoperta degli Acquariani, i paleocristiani astemi che si rifiutavano di consacrare il vino

Per chi non conoscesse questa mia caratteristica, dovete sapere che io sono astemia. E, sebbene non abbia nulla in contrario a un sano e moderato consumo di alcolici (ci mancherebbe), spesso mi diverto scherzosamente a prendere in giro i miei amici “beoni”, più che altro in reazione alle scherzose prese in giro che puntualmente arrivano a noi astemi, notoriamente “affetti da una brutta malattia” e con “qualcosa da nascondere”.
Dunque, dall’alto di questa mia ormai decennale posizione in stile “gli astemi sono er mejo e conquisteranno il mondo”, non sono proprio non riuscita a non scoppiare a ridere (a voce alta. Nel bel mezzo della biblioteca) quando, pochi giorni fa, ho scoperto l’esistenza di una eresia che a questo punto s’è conquistata un posto tutto speciale nel mio cuore… e cioè, l’eresia degli Aquariani.
E cioè, (paleo)cristiani così integralmente astemi che si rifiutavano di consacrare il vino per la Comunione.
Io credo già di amarli, questi pazzi.

Pasto Divino CarocciLa loro avvincente e tristemente fallimentare storia ci viene raccontata da Anselm Schubert in Pasto Divino: Storia culinaria dell’eucaristia, una recentissima pubblicazione dell’editore Carocci (che, peraltro, a me è piaciuta davvero davvero tanto. Consigliatissima a tutti, senza esclusioni!).

Ebbene. Venendo al fulcro di questo mio articolo, vi pregherei di non prendermi per scema se vi dico che, nella primissima Chiesa cristiana, apparentemente c’era un bel po’ di confusione su cosa caspita si dovesse consacrare.
Non chiedetemi come sia possibile ‘sta cosa, perché anche io sono abbastanza interdetta: a me sembrava che Gesù fosse stato abbastanza chiaro, nel momento dell’Ultima Cena.
Ma, ehm, evidentemente no: non lo è stato abbastanza. Oppure, il canone dei quattro Vangeli era ancora troppo poco diffuso, e c’erano ancora tante comunità che si basavano su Vangeli apocrifi con idee vaghe e confuse. Non ne ho idea, non chiedetemelo: ma, a quanto pare, c’è voluto un bel po’ di tempo prima che riuscisse a imporsi in maniera univoca la tradizione canonica di pane e vino.

Non ci credete? Volete un po’ di esempi? Ebbene, ecco a voi una carrellata di esempi: cominciamo da Teodoto, seguace dell’eresia valentiniana, che nel II secolo consacrava pane e olio nel corso delle sue celebrazioni.
Attorno al 375, Epifanio di Salamina accenna all’esistenza degli artotiriti, che consacravano pane e formaggio (ricollegandosi, probabilmente, a usanze locali più antiche: ché pane e formaggio erano i tipici cibi sacrificali dell’Antica Grecia).
Nelle Omelie pseudoclementine (datate alla metà del III secolo) si parla di celebrazioni battesimali in cui venivano consacrati pane e sale.
Nel 397, il concilio di Cartagine vieta ai sacerdoti di consacrare latte o miele al posto del vino.
E persino san Tommaso Apostolo (!!), se dobbiamo dar retta ai suoi Atti (che sono, in realtà, un testo apocrifo con sfumature gnostiche) doveva essersi distratto un po’ quella sera del Giovedì Santo, giacché pare che avesse l’abitudine di celebrare l’eucarestia consacrando pane indiano, olio, verdure e sale.

Al di là dell’ironia, in questa rassegna dell’assurdo c’è, probabilmente, una qualche logica, seppur malata. Anselm Schubert sottolinea come, agli albori dell’esperienza cristiana, la cena eucaristica fosse una letterale cena, cioè un ritrovo di persone che davvero mangiavano assieme, consumando le specie consacrate al termine del pasto, dopo altre portate. Leggere di cristiani che se magnavano ostia, caciocavallo e verdure grigliate con ‘na spolverata d’olio, più che altro ci fa pensare – per citare le parole di Schubert – “a un ‘cristianesimo a più velocità’, che in alcune sue parti aveva già realizzato una separazione tra pasto comune ed eucarestia e in altre invece no”.

Eppure, il mistero non si può dire risolto qui. Anche perché, se ci fate caso, tutte queste tradizioni, così diverse tra di loro, hanno in comune un’unica cosa, che però è una costante: il rifiuto di usare il vino per la comunione. Non a caso Epifanio di Salamina e Agostino d’Ippona ravvisavano, in queste pratiche, la presenza di elementi astetici – come se davvero ‘sti svirgolati fossero dei moralisti astemi hardcore, che schifavano il vino per ragioni di puntiglio. E, in quest’ottica, probabilmente non è un caso che, fra tutte le eresie di questo tipo, quella acquariana (e cioè, quella hardcore per eccellenza, che rifiutava il consumo di vino a favore dell’acqua) sia stata quella più diffusa in assoluto.
Diffusa, e, oltretutto, in costante crescita. Se, nel 180, soltanto gli ebioniti erano noti per il consacrare l’acqua in vece del vino, nel 200 seguono le loro orme anche i marcioniti, e poi gli gnostici; nel 383, anche gli idroparastati.
Attorno alla metà del II secolo, il teologo Taziano il Siro (allievo di San Giustino martire, anche se poi avvicinatosi allo gnosticismo) rinuncia al piacere del vino nell’ambito di un suo cammino di ascesi, e, nel suo Diatessarion (una sorta di “amalgama” dei quattro Vangeli canonici, uniti in un’unica narrazione) elimina ogni cenno al fatto che Gesù abbia mai bevuto alcolici.
Negli Atti apocrifi dedicati alle gesta dei vari apostoli, veniamo a sapere di varie tradizioni secondo cui Giovanni, Andrea e Tommaso celebravano l’eucarestia consacrando acqua. Negli Atti di Tommaso, addirittura, ci viene detto che solo i pagani bevono il vino – e, globalmente, in molti scritti dei primi secoli appare una vera e propria tendenza ascetica all’astemia, piuttosto diffusa e radicata, secondo cui chi indulge nei piaceri del vino sarà prono anche alle tentazioni della carne.
Per contro, attorno al 200, la comunione a base di pane e acqua doveva già essere giudicata negativamente, almeno da certi gruppi cristiani. Probabilmente è proprio in quest’ottica che dobbiamo leggere l’esilarante episodio, citato negli Atti di Pietro, in cui san Paolo viene scoperto a consacrare un bicchiere d’acqua e proprio a causa di ciò è amaramente costretto a cedere posto al suo storico “rivale”.

Non dovrò essere io a sottolineare che questi testi apocrifi sono apocrifi per buone ragioni: interessantissimi e ricchi d’elementi utili per lo studioso… ma, chiaramente, da non tenere in conto sul piano religioso.
La cosa veramente interessante e curiosa, però, è che troviamo tracce di consacrazioni acquariane anche in testi assolutamente ortodossi, che riguardano personaggi insospettabili.
Ad esempio: San Giustino martire. Nei suoi scritti, sembrerebbe far riferimento a una comunione senza vino.
Oppure: San Pionio, martire in Turchia. In questo caso, gli atti del suo martirio sono decisamente chiari nel sottolineare come il sacerdote, in carcere, abbia celebrato l’eucarestia usando pane e acqua. Atto di rispetto verso un prete marcionita (e dunque eretico) che era incarcerato assieme a lui? Banale mancanza di risorse, in un carcere dove probabilmente l’aguzzino non ti serviva la Barbera, ma una brocca d’acqua non si negava a nessuno? Va a sapere. Però: tant’è.
Del resto, San Cipriano, vescovo di Cartagine, pur condannando duramente questa eresia, ci informa con una sorta di depressa rassegnazione di come persino interi collegi vescovili adottassero allegramente questa pratica – particolarmente diffusa, a quanto pare, nella sua zona.
A onor del vero, San Cipriano ravvisa nelle gesta dei suoi conterranei non tanto un intento consapevolmente ereticale, quanto più un atto di pavidità umana. Gli acquariani del Nord Africa, a suo dire, non erano asceti, tant’è vero che nella vita privata consumavano vino senza problemi. Rifiutavano di consumarlo nel corso della celebrazione eucaristica (che si teneva, tradizionalmente, alle prime ore del mattino) per paura che l’odor di vino nel loro fiato, a un’ora così improbabile, ne denunciasse in qualche modo l’appartenenza religiosa. Un pericolo mortale, ovviamente, in epoca di persecuzioni.
Tuttavia, agli occhi di Dio, una pavidità di questo tipo è non meno odiosa di una eresia conclamata e aperta, scrive Cipriano. Chi vuole appartenere alla Chiesa di Cristo deve anche essere pronto al martirio (e in questo lui non mancò di dare il buon esempio, accettando la morte pochi anni più tardi). E, soprattutto, chi vuole appartenere alla Chiesa di Cristo non può permettersi di fare di testa sua: ché celebrare un’eucarestia senza vino è come schifare il sangue di Cristo mediante il quale siamo stati salvati.

Ci vorrà un bel po’, come accennavo, perché la tradizione “canonica” di consacrare col pane e col vino riesca ad affermarsi su quelle eretiche o pseudo-ereticali. Grossomodo, dobbiamo aspettare la fine del IV secolo per trovare unità nella Chiesa anche sotto questo punto di vista. Sparito il pericolo di persecuzioni (quelle che intimorivano tanto i conterranei di Cipriano) e resosi ormai lontano il ricordo di usanze antiche o pre-cristiane che in qualche modo avevano influenzato la mentalità dei primi secoli, la Cattolicità era ormai pronta per andare avanti.

Anche se…  qui l’ho detto e qui ripeto. ‘sti svirgolati così tanto attenti al buoncostume da considerare immorale anche solo il far la Comunione a Messa hanno ufficialmente conquistato il primo posto nella mia top ten delle eresie del cuore.
Cioè, ma dai: non li trovate così cariiiini?!

3 risposte a "Alla scoperta degli Acquariani, i paleocristiani astemi che si rifiutavano di consacrare il vino"

  1. sircliges

    Bellissimo post, molto plausibile la spiegazione della pavidità sociale (nihil novi sub sole…)

    che anche dei Santi possano aver “celebrato” con acqua non mi scandalizza, chiaramente prima che la Chiesa definisse certi dogmi come tali, vi era la possibilità di sbagliare in buona fede.

    Se qualcuno se lo stesse chiedendo: ma perché Cristo è così restrittivo sul fatto che la materia base della transustanziazione debba essere necessariamente il pane e il vino? La mia ipotesi (immagino già e meglio esposta da ben altri cervelli) è che il pane e il vino siano stati scelti perché essi non sono semplicemente prodotti naturali, come l’acqua che ci si offre bella e pronta, ma richiedono un lavoro umano. Il grano deve essere lavorato per diventare pane e l’uva deve essere lavorata per diventare vino. In questo modo l’opera dell’uomo concorre al grande miracolo, che in fondo è la sintesi di tutta la storia della Chiesa.

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  2. Laurie

    Mai sentiti questi!! 🙂
    A me viene in mente una spiegazione, ma non so se può reggere: la Consacrazione di Pane e Vino viene dritta, dritta dalla cena di Pesah, quindi la loro sacralità poteva essere chiara in un ambiente di derivazione ebraica (o, quantomeno, in contatto), mentre altrove all’epoca il vino era centrale nei baccanali di Dioniso/Bacco, i cui riti non erano propriamente edificanti, quindi poteva essere un maldestro segno di rispetto? oppure, visto che, come dici, altri ‘cibi’ erano quelli delle offerte ad alcune divinità pagane, poteva essere un tentativo, sbagliato, di far comprendere meglio la sacralità del gesto? (però mi pare di ricordare che, almeno in ambiente greco, anche il vino era una componente delle offerte agli dei).
    In ogni caso, questi, poco ma sicuro, se venivano derisi per essere astemi, non rispondevano che il primo miracolo che Gesù ha fatto è stato trasformare l’acqua in vino! (questa è un’ottima risposta che mi ha suggerito un’amica per zittire quelli che mi prendono in giro, tipo “haha… tu non bevi perché sei di chiesa!”, perché, non sono astemia, ma bevo pochissimo) 🙂

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