Olga di Kiev, la virago più implacabile del martirologio

Nel 2003, indirizzando una lettera alla municipalità di Pskov in occasione di un anniversario, Vladimir Putin volle sottolineare le gesta di eroismo e di intrepido coraggio di cui si erano ammantati, nel passar dei secoli, molti condottieri provenienti da quella città russa. A detta di Putin, era “molto simbolico che siano stati proprio i territori di Pskov a dare i natali a sant’Olga di Russia. Che possano i suoi discendenti preservarne la beata memoria”.

Io non so se Putin abbia memoria di quest’episodio, ma al posto suo comincerei a sudare freddo: vista l’aria che tira, attirare l’attenzione di sant’Olga di Kiev definendola una “russa” e trattandola come roba mia è grossomodo l’ultima cosa che vorrei fare al mondo se fossi uno che sta minacciando di mettersi in guerra con l’Ucraina.
Ma perché dico ciò?
E soprattutto: chi è sant’Olga, variopinto personaggio in grado di sfoggiare un’iconografia su queste linee

la cui statua campeggia a Kiev davanti al Ministero degli Affari Esteri, guardando il mondo con l’espressione di chi sta lanciando l’inequivocabile messaggio “a me non devi rompere le scatole, non mi devi scocciare proprio”?

Personaggio storico realmente esistito, Olga nasce sul finire del X secolo nei pressi della città di Pskov, che in effetti (Putin ha ragione) si trova attualmente in Russia, a pochi chilometri dal confine ucraino.
E tuttavia, ai tempi di Olga, Pskov faceva parte della Terra di Rus’, uno stato che oggi comprenderebbe Ucraina, Bielorussia, Polonia, Ettonia, Estonia e Lituania, più una piccola fetta di Russia occidentale. A capo di questo stato vi era Igor di Kiev, un condottiero di origine vichinga che prese Olga come sua sposa.

Ai confini con la Terra di Rus’ era insediata da tempo immemore la tribù dei Drevljani, una popolazione di origine slava che si auto-governava in un piccolo principato indipendente. Ma i piccoli principati (si sa) fanno spesso gola ai governanti con velleità di espansioni – ed era già da un bel po’ di tempo che la Terra di Rus’ tentava un’annessione, usando la strada della diplomazia. I Drevljani, che non avevano la minima intenzione di piegarsi, avevano accettato per qualche tempo di pagare tributi alla Terra di Rus’, comprandosi con questi la loro indipendenza. Ma nel 912 avevano smesso di versarli, ingenerando un clima di crescente tensione diplomatica che, nel 945, spinse di Igor di Kiev a recarsi nelle terre dei Drevljani per risolvere personalmente la questione.
Pessima idea. I Drevljani lo ammazzarono senza far troppi complimenti.

A questo punto, la nostra Storia inizia a virare pericolosamente verso il leggendario. Ciò che sappiamo per certo è che, dopo della morte del marito, Olga divenne reggente delle Terre di Rus’: suo figlio, l’erede al trono, era un bambino di tre anni. Di fronte alla palese provocazione dei Drevljani, il governo di Olga agì con massima durezza dichiarando guerra al principato; dopo una campagna militare durata circa un anno, riuscì infine a conquistarlo e annetterlo alle sue terre.

Tutto il resto è leggenda, o quantomeno: è storia che ci viene descritta da un’unica fonte, la Cronaca degli Anni Passati, un testo redatto nel XII secolo da un certo monaco di nome Nestore.
Il nostro amico ha inventato tutto di sana pianta? Oppure c’è un fondo di verità in quegli accadimenti, che del resto lui presenta come veri?
Solo Dio lo sa, come si suol dire – ma intanto, noi andiamo avanti a raccontare.

Secondo la Cronaca di Nestore, Olga venne a sapere di esser diventata vedova ricevendo la notizia direttamente per bocca degli assassini del suo amatissimo marito. Una piccola delegazione di ambasciatori provenienti dal principato dei Drevljani si presentò infatti alla corte di Kiev chiedendo alla donna un’udienza privata. E quando i funzionari furono rimasti soli con Olga, le comunicarono quietamente che era rimasta vedova, e che era una vedova con dei guai grossi come una casa.
Giovane donna, ormai senza sostegno, priva di formazione politica o di esperienza di governo, era davvero convinta che sarebbe riuscita a farsi accettare come reggente dal suo popolo? L’erede al trono aveva tre anni appena, e ci sono tante brutte cose che possono succedere a un bambino di tre anni: era davvero sicura di poter affrontare una reggenza così lunga, ammesso e non concesso che l’erede al trono arrivasse alla maggiore età?
Olga non doveva però disperare, perché gli ambasciatori erano lì per proporle una soluzione vantaggiosa per ambo le parti: la reggente di Kiev avrebbe potuto andare in sposa al principe dei Drevljani, unire in tal modo le dinastie, porre fine alla guerra tra le due nazioni e – di fatto – annettere alle sue quelle terre che Rus’ aveva sempre desiderato.

Messa di fronte alla prospettiva di sposare l’assassino di suo marito per impedirgli di massacrare tutto il resto della famiglia, Olga chiuse gli occhi e prese un respiro profondo. Poi sfoderò il migliore dei suoi sorrisi e docilmente comunicò agli ambasciatori che in effetti era un’ottima idea, in fin dei conti suo marito non sarebbe certo risorto dai morti e lei avrebbe in ogni caso dovuto siglare un nuovo matrimonio di interesse. Le condizioni proposte dai Drevljani le sembravano tutto sommato oneste, ma Olga aveva una sola richiesta: non voleva che ai suoi sudditi fosse palese la sua posizione di debolezza, con un accordo matrimoniale siglato a porte chiuse in una situazione di quasi-ostaggio. Al fine di conservare le forme, desiderava che gli ambasciatori tornassero a palazzo l’indomani, con una solenne processione, vestiti dei loro più lussuosi abiti di festa: Olga avrebbe fatto buon viso a cattivo gioco, li avrebbe accolti con onore, avrebbe gestito le trattative matrimoniali alla presenza di tutti i suoi funzionari, e avrebbe così trasmesso ai suoi sudditi una immagine di donna libera, pienamente sicura della bontà di ciò che stava facendo.
Ai Drevljani parve ragionevole: del resto, aveva senso che la reggente mirasse innanzi tutto a salvaguardare il suo buon nome. Come richiesto, se ne andarono senza fare storie, inviarono al loro principe un messaggero per informarlo dell’esito positivo delle trattative e, l’indomani mattina, si ripresentarono al palazzo di Kiev con la tenuta delle grandi occasioni.
Salvo che: avete presente le Nozze Rosse di Game of Thrones?
Ecco, tipo.
Non appena i Drevljani varcarono le porte del palazzo, Olga diede ordine alle guardie di assalirli, incatenarli e poi scaraventarli in una grossa buca che aveva fatto scavare nottetempo sul retro del palazzo. “Seppelliteli vivi”, ordinò allora a denti stretti; e stette a guardare, mentre i soldati cominciavano a riempire la buca con palate di terra. Dei Drevljani ormai si vedeva solo più la testa, quando Olga domandò loro con una smorfia: “allora, vi piacciono gli onori che vi ho riservato?”.

***

Una vendicatrice sanguinaria ma mentalmente equilibrata si sarebbe probabilmente fermata qui. Ma Olga era evidentemente una psicopatica: non appena si furono spenti i gemiti disperati degli ambasciatori sepolti vivi, la donna mandò al principe dei Drevljani la sua ambasciata. Comunicandogli in prima persona di aver accettato la proposta di matrimonio, come certamente gli era già stato detto dai suoi funzionari ospiti a palazzo, la donna aggiungeva di non voler perdere tempo e di essere intenzionata a mettersi in viaggio per condurre personalmente le trattative. Conseguentemente, richiedeva che un drappello dei più valenti nobili del luogo la raggiungesse a Kiev per scortarla lungo il viaggio: del resto, i Drevljani le avevano appena massacrato il marito, Olga sentiva il bisogno di qualcuno di influente a garantirle la sua sicurezza mentre attraversava le terre ancora formalmente nemiche.

Al futuro sposo, la richiesta parve sensata. Sicché, inviò a Kiev un manipolo dei suoi più valenti cavalieri, che in effetti furono accolti a palazzo con grandi sorrisi e con mille sfolgoranti progetti per il futuro. Mentre discuteva con loro dell’itinerario da seguire durante il viaggio, Olga si informò discretamente su quale fosse la città in cui era morto suo marito: le sarebbe piaciuto sostare per qualche tempo nel luogo. Magari, anche onorare la memoria del defunto con un solenne funerale al quale invitava fin d’ora alcuni rappresentati del popolo drevljano – naturalmente, sempre al fine di salvare le apparenze.

I nobili inviarono in patria un dispaccio che recava notizia di questa richiesta, dopodiché andarono a prepararsi per la festa che Olga aveva organizzato quella sera in loro onore. Affinché potessero agghindarsi come si confà prima dei grandi ricevimenti, la donna era stata così gentile da mettere a loro disposizione la sua sauna, per permettere loro di ritemprarsi dopo la lunga cavalcata.
Ciò che i Drevljani non avevano preso in considerazione è che le saune sono costruite in legno e che hanno un’unica porta, che può facilmente esser bloccata dall’esterno. Non appena i suoi ospiti si furono accomodati, Olga sprangò il portone, diede fuoco alla struttura e se ne stette a guardare in lontananza, godendo delle loro urla disperate.

Ma la nostra storia non finisce qui.

Con la calma implacabile di chi non ha ancora finito la sua vendetta, Olga si mise effettivamente in viaggio verso la città drevljana di Iskoroten, quella in cui – come aveva appena appreso – era stato ucciso suo marito. Alle porte della città, come da programma, era stato organizzato un solenne funerale che fu seguito, secondo i costumi dell’epoca, da una grande festa funebre con abbondanti libagioni in onore del defunto. Peccato che Olga avesse incaricato gli uomini del suo seguito di drogare discretamente le suddette libagioni: profittando dello stordimento che ne conseguì, ebbe agile gioco nel passare a fil di spada tutti i presenti.

A quel punto, i più valenti cavalieri drevljani erano morti nella sauna, i funzionari di medio livello erano stati ammazzati al funerale e i membri del ramo diplomatico se ne stavano sottoterra. Fronteggiando le mura di Iskorosten, Olga gridò la sua sdegnata dichiarazione di guerra. Dopodiché prese un cavallo, tornò al galoppo a Kiev e lì si mise a capo di una armata che, nel frattempo, aveva già avuto comodo di prepararsi. Entro poche settimane, l’esercito di Olga era alle porte di Iskorosten.

Per un lungo, interminabile anno le truppe di Kiev tennero in assedio la città (attuale Korosten, Ucraina). E per lungo, interminabile anno la città resistette strenuamente, completamente isolata dal resto del mondo da una morsa che non dava stregua, piagata ma non piegata dalla fame, dalle malattie e dagli stenti di un assedio durissimo e crudele. A un certo punto, Olga si rese conto che in questo modo non si poteva andare avanti, sicché richiese un incontro con le autorità cittadine e in particolar modo… col suo ex, se così vogliamo chiamarlo.

Quando fu al cospetto del principe dei Drevljani, Olga gli domandò a brutto muso quale fosse la causa di tanto masochismo. Tutte le altre città del principato avevano ceduto e accettato di pagare tributi alla Terra di Rus’: perché il loro principe si ostinava invece a combattere, in una guerra che ormai non aveva più nessuna speranza di vincere? Perché non accettava semplicemente di dichiararsi sconfitto, donando finalmente la pace ai suoi sudditi?

Il principe, con una buona dose di franchezza, rispose che i Drevljani avevano maturato la vaga impressione che Olga fosse un tipo un tantinello vendicativo. E a nessuno degli abitanti di Iskorosten sfuggiva il dettaglio per cui erano stati proprio “loro” a uccidere suo marito, assassinato proprio entro quelle stesse mura. La popolazione non voleva arrendersi perché, banalmente, era terrorizzata e preferiva la morte per consunzione all’idea di finire nelle mani di Olga.

Messa di fronte a tanta ostinazione, Olga chiuse gli occhi e prese un lungo respiro profondo. Poi sfoderò il migliore dei suoi sorrisi e dolcemente comunicò al principe che, suvvia, ormai era acqua passata. Una donna deve fare ciò che una donna deve fare: un anno fa era in condizioni difficili ed era stata costretta a dare una prova di forza. Ma ormai il suo potere si era ben affermato, i sudditi stravedevano per lei e la chiamavano “la regina condottiera”: non aveva intenzione di fare altri giochetti, anzi era nell’interesse di tutti chiudere in modo dignitoso quella guerra. Se i Drevljani avessero accettato di sottomettersi a Rus’ e di pagare a Kiev quel benedetto tributo annuale, Olga avrebbe liberato la città dall’assedio e ritirato immediatamente le sue truppe. Se poi gli abitanti di Iskorosten avevano esaurito soldi a causa del lungo assedio – aggiunse, per tendere loro la mano – si sarebbe persino accontentata di un tributo simbolico, per quella volta. Tutto, pur di porre fine a quella guerra inutile.

Credendo ingenuamente di intravvedere un barlume di speranza in fono a quel tunnel di cupo orrore, i Drevljani accettarono il patto e le proposero di pagare il tributo in miele e pellame, sostanzialmente le uniche due cose che ancora abbondavano in città. Olga ci pensò su per qualche istante e poi decretò che non se ne faceva niente di tonnellate di miele, il solo trasporto le sembrava alquanto scomodo; al limite ‘sto miele potevano rivenderlo per ricavarne moneta sonante: che se lo tenessero. A lei sarebbe bastata una tassa simbolica: tre piccioni e di tre passeri per ogni famiglia residente nella città. Era pure a costo zero, bastava andare a caccia.

E a caccia andarono, gli abitanti di Iskorosten, accumulando nell’arco di qualche giorno una sterminata quantità di volatili che provvidero infine a far recapitare a Olga in mille voliere gigantesche. La reggente di Kiev annuì graziosamente e in effetti ordinò alle sue truppe di lasciare le posizioni di smantellare le armi da assedio.

Il problema è che, mentre i carriaggi dell’esercito si allontanavano con lena francamente sospetta e gli uomini di Iskorosten sperimentavano increduli la ritrovata libertà, Olga e i suoi più stretti collaboratori se ne stavano all’interno delle voliere legando alle zampe dei piccioni dei lunghi nastri di stoffa, al termine dei quali era stato cucito un piccolo sacchettino pieno di zolfo.
Nel cuor della notte Olga fece rilasciare gli uccelli. Non prima di aver dato fuoco allo zolfo che penzolava dalle loro zampette.

Seguendo il loro istinto, i piccioni tornarono verso i luoghi in cui avevano sempre vissuto – cioè i tetti delle case di Iskoroten. E non appena si posarono su di loro, il sacchettino di zolfo infuocato appiccò fuoco alle tettoie, alla paglia di cui erano imbottiti i solai, alle sottili mura di legno con cui erano costruite le case.
Fu un massacro.
Non fu neanche lontanamente possibile spegnere tutti gli incendi che scoppiavano istantaneamente in punti diversi della città, nel bel mezzo della notte buia, senza neppure che gli abitanti di Iskoroten riuscissero a capire cos’era a causarli. Quando lo capirono, era ormai troppo tardi – ché il fuoco, risalendo lungo il nastrino legato alle zampe degli uccelli, aveva trasformato le povere bestiole in agghiaccianti palle di fuoco volanti che con strepiti strazianti attraversavano impazziti i viottoli della città, aumentando in un tutt’uno il panico globale e – inesorabilmente – la conta dei danni. Nell’arco di una singola notte, la città di Iskoroten fu rasa al suolo; furono pochissimi, gli uomini che riuscirono a salvarsi, e quei pochi rimpiansero di non essere morti prima.
E solo a quel punto, contemplando di lontano la città che ardeva nelle fiamme, Olga sorrise vittoriosa e dichiarò conclusa la sua vendetta.

Immagine trovata in Rete; purtroppo non sono riuscita a risalire all’autore per i credits.

Aehm. Come la vogliamo definire, questa storia?
Più che altro, sembra il riadattamento in salsa agiografica (?!) di quelle saghe nordiche in cui l’eroe animato da giusto sdegno porta avanti la sua vendetta con crudele astuzia. Ma che Olga di Kiev abbia veramente fatto tutto ‘sto macello nell’ambito della sua guerra contro i Drevljani… è cosa altamente dubbia, se non altro perché stiamo parlando di scene di sadismo al confronto delle quali Vlad Dracul era un bimbetto timido e pieno di paure. Una guerra condotta seguendo questa strategia avrebbe dovuto lasciar traccia in ben più di una singola fonte.

Secondo lo storico Boris Akunin, è abbastanza facile isolare in questa storia gli elementi più implausibili: assodato che i Drevljani furono realmente sconfitti in guerra (un dato di fatto che nessuno mette in dubbio), sicuramente questa storyline alla George Martin non è in alcun modo verosimile, nel suo complesso. Ammesso e non concesso che Olga abbia davvero agito spinta da propositi di vendetta, possiamo tutt’al più ipotizzare che abbia massacrato con l’inganno un unico gruppo di persone: quello degli ambasciatori inviati in avanscoperta. Se proprio. Kiev e Iskosorsten distavano solo due giorni di cavallo (e probabilmente i Drevljani non erano tutti completamente idioti): ammesso e non concesso che un massacro abbia avuto luogo, Olga non sarebbe mai riuscita a tenere nascosta la notizia per il tempo necessario a portare a termine il resto del piano.

E allora, da dove spunta tutto il resto?
Secondo l’ipotesi più frequentemente avanzata dagli storici, attorno al XII secolo – quando le Terre di Rus’ erano già diventate una potenza degna di farsi valere sul panorama internazionale – alla dinastia regnante piacque l’idea di poter annoverare tra i suoi antenati una figura battagliera dai connotati eroici. La memoria delle conquiste militari realmente compiute dalla loro antenata Olga si arricchì dunque di episodi straordinari che diedero alla sua vicenda un sapore epico, come ben si confà al mito fondativo di una dinastia.

Mi direte (e a buon diritto) che una storia di vendetta costellata di massacri tende però a stare poco bene all’interno di una agiografia. A dirla tutta, Olga di Kiev divenne santa solamente dopo gli episodi trattati: la tradizione colloca la sua conversione al cristianesimo attorno all’anno 955, una decina d’anni più tardi rispetto alla guerra che ho descritto. Formalmente, le Terre di Rus’ abbracciarono il Vangelo solo nel 988, quando Vladimiro I (figlio del figlio di Olga) ricevette il battesimo e dichiarò il cristianesimo religione di stato. Ma, secondo la tradizione, fu Olga a cominciare sottotraccia quel grande lavoro di evangelizzazione che suo nipote si limitò a portare a termine – e in virtù di questo nel 1547 fu canonizzata dalla Chiesa Ortodossa, che la festeggia l’11 luglio.

Da quel momento in poi, sant’Olga godette di cospicua venerazione… anche se non riuscì mai a diventare una santa veramente popolare, forse a causa della “concorrenza” costituita dai santi Boris e Gleb, il cui culto era in forte crescita proprio in quella stessa epoca. La devozione nei confronti di sant’Olga ebbe fiammate di grande popolarità nei momenti di instabilità politica e nei momenti in cui i confini nazionali erano minacciati da potenze estere (e direi per buone ragioni); nel XVI secolo fu composta la Steppenaya kniga, una nuova versione della sua agiografia, nella quale si dava un rilievo ancor maggiore agli aspetti più combattivi di questa regina guerriera. In particolar modo, grande enfasi era posta sul come la santa avesse avuto la forza necessaria per rigettare la debolezza “tipicamente femminile” e sostituirla con la forza coraggiosa e mascolina che è propria dei grandi condottieri. Agli occhi di quei religiosi, Olga incarnava alla perfezione il topos agiografico della mulier virilis, che oggi farebbe inorridire molti credenti e che invece era molto caro alla spiritualità dell’epoca.

A inizio Novecento, l’avvento del comunismo sembrò cancellare il ricordo di questa donna coraggiosa. In realtà, dopo la dissoluzione dell’URRS, furono in molti i comitati nati dal basso col fine di ristabilire in Ucraina la memoria della santa. E verrebbe da dire che uno dei più ardenti fan di sant’Olga abitasse, in quegli anni, dalle parti di San Pietro: per volontà di Giovanni Paolo II, il nome della santa figura oggi anche all’interno del martirologio romano.

A giudicare da sondaggi condotti negli scorsi anni tra la popolazione ucraina, i cristiani che risiedono in quelle terre non apprezzano in modo particolare la leggenda di Olga regina guerriera, preferendo piuttosto ricordare la santa nelle sue vesti di convertita e di evangelizzatrice. La storia della vendicatrice retta e spietata sembra invece aver fatto colpo sull’immaginario occidentale: la leggenda che la riguarda tende a esser presentata per vera dagli autori che periodicamente la raccontano, spesso sottolineando le origini vichinghe della protagonista e dipingendola come una specie di shield-maiden. La mia navigazione in giro per il web mi porta anche a osservare che alcuni siti cristiani descrivono la storia di Olga con un certo goduto compiacimento, come a dire che, quando la misura è colma, anche gli uomini di Dio possono perder la pazienza (…omettendo di notare che, tecnicamente, Olga era tutto fuorché cristiana all’epoca dei fatti e che, al limite, stiamo leggendo la descrizione di una guerra combattuta nel nome del dio Thor).

E per quanto agli Ucraini non piaccia un granché indulgere sui lati più belligeranti di questa storia, trovo comunque eloquentemente significativo che la popolazione abbia voluto piazzare una gigantesca statua di sant’Olga proprio davanti al Ministero degli Affari Esteri.
A più di mille anni dalla sua morte, la reggente di Kiev se ne sta ancora lì: solenne, accigliata, mortalmente seria, con l’aria di chi non è minimamente scalfita dagli eventi. Mettiamola così: non mi stupisce che il popolo ucraino l’abbia voluta proprio lì, e proprio in quella posizione.

Per approfondire: Mulieres Suadente. Persuasive Women: Female Royal Saints in Medieval East Central and Eastern Europe, di Martin Homza

2 risposte a "Olga di Kiev, la virago più implacabile del martirologio"

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