Tocca utilizzare un bel po’ di fantasia per immaginarsi la chiesa parrocchiale di Kilchattan così come doveva essere nei suoi periodi di massimo splendore. Oggi, a un osservatore superficiale verrebbe la tentazione di etichettarla come un cumulo di macerie che forse forse sarebbe anche il caso di demolire per ragioni di decoro urbano, e avrebbe anche la sua quota di ragione: oggigiorno, la chiesetta è un rudere di pietra con tre muri superstiti (‘nsomma), erosi dal vento, dall’aria umida e dalla salsedine delle Ebridi. Si trova sull’isola di Luing, nell’Argyll and Bute, lungo la costa occidentale della Scozia: un’isoletta piccina, appartata, periferica oggi così come lo era in passato. Ben di rado quel piccolo scampolo di terra in mezzo al mare riuscì a ritagliarsi un posto sui libri di Storia, se non grazie al suo porto che forniva riparo e rifornimenti alle navi mercantili che costeggiavano la Scozia. Stiamo parlando, insomma, d’un villaggio costiero dalla vita semplice e quotidiana, che conserva ancora le tracce di una comunità che per secoli ha campato grazie alla pesca, ai commerci, alla navigazione e alle piccole cose di ogni giorno: proprio quel tipo di semplicità ordinaria che tende a garbare molto agli storici di oggi.
La chiesa parrocchiale di Kilchattan risale probabilmente alla fine del XII secolo: gli appassionati di agiografia si compiaceranno nel sapere che era dedicata a san Cathan, un santo irlandese del VI secolo. Con ogni probabilità rimase in uso fino al 1735, quando una nuova chiesa fu costruita in un altro punto del villaggio – e, del resto, la chiesetta medievale era davvero poca cosa, probabilmente ormai pericolante o troppo piccola per contenere tutta la popolazione. Si trattava d’una piccola aula rettangolare lunga poco più di dodici metri e larga poco più di cinque, con due finestrelle minuscole, un’unica porta e, nelle adiacenze, un cimitero che rendeva poco praticabile ogni tentativo di espansione: insomma, uno di quegli edifici che fisiologicamente prima o poi vengono abbandonati all’incuria, senza che nessuno se ne crucci troppo perché, tutto sommato, ci sta. Se non fosse che la chiesa di Kilchattan ha una particolarità non da poco: in un periodo imprecisato del tardo Medioevo, sulle sue mura esterne, qualcuno fece dei graffiti. Un botto.
Sono graffiti a tema navale, che la stampa britannica ama etichettare come “graffiti di navi vichinghe” perché i Vichinghi, si sa, fanno sempre notizia. All’atto pratico, non sono graffiti vichinghi nel senso stretto, cioè non fanno riferimento alle incursioni vichinghe dell’VIII secolo con tutto il loro corredo di scorrerie, scontri di civiltà e biondoni mezzi nudi con l’elmo cornuto d’ordinanza (che poi non è mai esistito per davvero, ma questa è un’altra storia). Con buona probabilità, i graffiti di Kilchattan datano al XIII secolo, in un contesto che, più che vichingo, dovremmo definire “norreno” o “scozzese-norvegese”. Fino al 1266, le Ebridi erano state sotto il controllo diretto di re Haakon di Norvegia.
A ogni buon conto, il corpus di graffiti comprende un gran numero di disegni a tema navale, distribuiti su ognuna delle tre pareti esterne che sono sopravvissute fino ai giorni nostri. Un singolo graffito è stato rinvenuto anche in quello che era un tempo il muro interno della chiesa. Complice l’effetto di ottocento anni di intemperie, non tutte le immagini sono ben leggibili, anzi parecchie sono tornate alla luce solo di recente grazie all’uso di fotogrammetria e RTI. La stragrande maggioranza dei graffiti, in ogni caso, raffigura navi, e navi anche variegate. Alcune mostrano un albero centrale, con prore e poppe alte; in almeno due casi, compaiono sulla prora elementi decorativi in forma di animale. In un singolo caso, sulla nave è presente quello che gli archeologi ritengono possa essere un segnavento – accessorio che indicherebbe quindi una nave d’una certa ricchezza, in mano a un armatore di tutto rispetto. In molti casi, accanto alle imbarcazioni sono incise anche delle croci, di cui una così tanto elaborata da aver fatto pensare a un qualche segno apotropaico più che a un “normale” crocifisso devozionale (senza voler scartare a priori, ovviamente, l’ipotesi di un devoto dalla vena artistica particolarmente pronunciata).
Insomma, materiale archeologico interessante – vieppiù interessante per un altro dettaglio, e cioè quello per cui i graffiti se ne stanno tutti quanti molto in basso, a circa 90-100 centimetri dal suolo. Che è un’altezza strana: chi è che si mette con uno scalpellino a fare graffiti (peraltro brutti, ma ci torniamo) sulle mura di una chiesa, in un punto così basso che un passante rischia pure di non notarli?
Verso la metà del Novecento – epoca in cui l’archeologia era ancora, a tratti, francamente ingenua e si lasciava sedurre senza troppo sforzo dalle mode del momento – un’ipotesi seducente (appunto) si affacciò agli occhi degli studiosi. Se i graffiti sono così in basso, vuol dire che a disegnarli è stato qualcuno di molto basso. Tipo… dei bambini discoli scappati al controllo delle mamme per trasformarsi in piccoli graffitari pronti a vandalizzare a cuor leggero le mura della chiesa?
A prima vista, l’ipotesi non sembra(va?) implausibile. D’accordo, i disegni erano provvisti di dettagli che denunciano una conoscenza di prima mano col mondo navale – ma di certo non ci sorprende che un bambino medievale abbia ben presente com’è fatta la barca del babbo, sulla quale magari anche lui è salito mille volte per aiutarlo con le reti da pesca. Per contro, i graffiti so’ brutti come la morte, a volerla dire garbatamente – cioè, sono fortemente stilizzati, fatti chiaramente da graffitari amatoriali. Guardate anche solo il graffio qui sopra. Di certo vien difficile pensare a un corpus figurativo commissionato a un artista locale allo scopo di decorare la chiesa, ché persino lo scalpellino più scrauso sul mercato sarebbe riuscito a produrre ben di meglio. E poi, chi è che paga uno scalpellino per disegnare navi sulle mura di una chiesa?
Na. Per un po’ di tempo, gli archeologi ebbero ben pochi dubbi: quei disegnetti graffitati in malo modo sul muro della chiesa dovevano essere senz’altro stati tracciati da bambini. E lo scenario, diciamolo, era a dir poco poetico: un villaggio costiero nel Medioevo; dei ragazzini che giocano attorno alla parrocchia mentre gli adulti sono occupati altrove; il capobanda, intraprendente, che tira fuori una pietra appuntita e inizia a disegnare sul muro della chiesa le navi che vede ogni giorno nel mare di Luing; gli altri piccini che gli vanno dietro, in una marachella collettiva. E poi, magari, l’esecrazione delle mamme nel realizzare cosa hanno combinato i discoli; gli scappellotti, le reprimende del parroco, la moda che nonostante tutto si diffonde e diventa segno di ribellione giovanile. Ditelo: non è vero che la vostra fantasia sta già galoppando?
Sicché, la chiesetta medievale che era stata graffitata con “navi vichinghe” “disegnate dai bambini” destò all’epoca un certo clamore e godette d’una discreta fama, almeno tra gli addetti ai lavori. Ma siamo davvero sicuri che le cose siano andate così?
Meh. Già nel 1983, un team di archeologi incaricato d’analizzare i reperti fece notare che, sì, è indubbiamente vero che se oggi guardiamo i graffiti li vediamo a circa 90 centimetri dal suolo, ma questo elemento in sé e per sé non basta ad affermare automaticamente che a tracciarli furono dei graffitari alti un soldo di cacio. Magari a tracciarli era stato un adulto che s’era seduto per poter lavorare meglio, che ne sai (scalfire la pietra non è proprio come imbrattare i muri con una bomboletta spray). Magari, nel corso dei secoli, la morfologia della zona è cambiata (cosa possibilissima, specie a ridosso di un cimitero, dove per definizione si scava molto), e nel Medioevo il piano di calpestio era molto più in basso rispetto a quello che vediamo oggi. Finché nessuno farà indagini sulle fondamenta dell’edificio, non potremo sapere quanto in profondità scendano quei tre muri scalcagnati che sono rimasti in piedi: magari salta fuori che c’è un altro mezzo metro di muro sottoterra e che i graffiti erano stati originariamente incisi a un’altezza perfettamente normale per un osservatore adulto.
Non che l’archeologia ignori in toto graffiti e scarabocchi lasciati da bambini: sono noti diversi casi, uno più tenero dell’altro. Ma, oggigiorno, prima d’attribuire un graffito a una mano infantile, l’archeologia esige una convergenza di indizi forti: la posizione del disegno “ad altezza bambino” resta senz’altro un grande segnale indicatore, ma ormai il metodo impone di guardare anche alle dimensioni del segno grafico, alla forza del tratto, alla scelta dei soggetti da disegnare, al modo in cui l’illustrazione è stata composta (non è che i bambini disegnino male punto e basta: disegnano secondo dei pattern che risultano abbastanza riconoscibili a chi si occupa dello sviluppo infantile). Emblematico in questo senso è il caso recente di Pompei: nel 2024, nella casa del Cenacolo Colonnato, gli archeologi hanno individuato disegni con gladiatori, scene di caccia, sagome di mani e figure che giocano a palla. Prima di attribuirli “con buona probabilità” a bambini di sei-sette anni, il direttore del parco archeologico di Pompei ha richiesto una consulenza al dipartimento di psicologia dell’Università Federico II, che ha confermato la plausibilità di questa ipotesi.
Deliziosi sono anche gli scarabocchi infantili rinvenuti sul manoscritto trecentesco di un trattato astronomico custodito al Kislak Center for Special Collections, Rare Books and Manuscripts dell’Università della Pennsylvania: i disegni hanno un’aria così attuale che, in tutta onestà, ero convinta che la notizia fosse un fake prima di trovare su PubMed un articolo che li analizza approfonditamente; e tenerissimo è il caso dei segni tracciati da manine infantili nelle grotte paleolitiche di Rouffignac e Gargas, in Francia. Studiando larghezza dei solchi, distanza tra le dita, altezza dei segni e caratteristiche anatomiche del gesto, gli archeologi sono arrivati ad attribuire alcune di queste tracce a bambini anche molto piccoli, perfino di due anni, talvolta forse tenuti in braccio dagli adulti.
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Ok, ma il caso di Kilchattan? Se non sono stati bambini alti un metro a fare quei disegni a così poca distanza dal suolo, chi è stato e perché?
Al netto delle considerazioni già espresse circa il fatto che, a oggi, non abbiamo modo di sapere quale fosse realmente il piano di calpestio attorno alla chiesa, nel Medioevo, oggigiorno è un’altra l’ipotesi che, sempre più di frequente, viene proposta dagli studiosi: ammesso e non concesso che i disegni siano davvero stati tracciati a 90 centimetri dal suolo, non sembra affatto implausibile pensare che a tracciarli siano stati degli adulti… inginocchiati.
Inginocchiati, più che seduti, perché il contesto su cui i graffiti sono stati tracciati (sul muro esterno di una chiesa) ci autorizza ragionevolmente a pensare che il contesto che li ha prodotti fosse di natura devozionale. Magari un ex voto, per ringraziare Dio d’una spedizione navale ben riuscita; o magari anche un ante voto, se mi passate il termine improprio, cioè un disegno votivo scolpito sulla roccia a mo’ di preghiera contro pericoli futuri. Del resto, gli ex voto marinari esistono per davvero: nella chiesa di St. Nicholas a Blakeney, nel Norfolk, sono documentate almeno trenta immagini di navi, concentrate attorno alla nicchia che conteneva la statua del santo, patrono dei naviganti. A Notre-Dame de Dives-sur-Mer, in Normandia, gli ex voto a tema nautico sono più di quattrocento; e in area baltica la nave votiva appesa in chiesa è una tradizione ben censita.
Il problema delle barchette di Kilchattan è che sono bruttarelle forti, detto fuori dai denti; e che sono state tracciate in un punto – le mura esterne di una chiesa – che noi moderni associamo istintivamente al vandalismo dei writers di passaggio. È stato così per secoli: molti graffiti storici sono stati liquidati come ragazzate, atti vandalici, marachelle di scolari e chierichetti annoiati. In parte lo erano davvero: il mondo è sempre stato pieno di cafoni che scrivono il proprio nome dove non dovrebbero, per graziare il mondo della preziosa informazione per cui lorsignori son passati da lì. Ma le nostre categorie mentali non sono necessariamente quelle medievali: e se oggi nessun fedele sano di mente si sognerebbe (spero) di prendere una bomboletta spray per imbrattare la facciata della sua parrocchia come atto di devozione, non necessariamente la gente medievale avrebbe guardato al gesto col nostro stesso orrore. E in un mondo in cui il sacro era così parte del quotidiano da far sfumare un po’ di quel rispetto reverenziale che invece ci prende oggi quando entriamo in una chiesa (voglio dire: nel Medioevo la gente dormiva sopra le reliquie e ogni tanto le prendeva pure a mozzichi – di che stiamo parlando?), allora sì: è possibile che quelle navi scarabocchiate sulle mura di una chiesa da uno che a malapena sapeva tenere uno scalpello in mano fossero un atto di devozione dei più sinceri, e non una marachella da bambino dispettoso.
Probabilmente ci rimarrebbe anche di sasso, quel povero disegnatore medievale, a sapere che per anni è stato immaginato come un piccolo vandalo che imbratta le mura della chiesa senza rispetto, perché sennò che altra spiegazione c’è per disegni così amatoriali. E forse la presunzione (termine da leggere in ognuna delle sue accezioni possibili, in questo caso) parla di noi molto più che di lui. Noi, moderni moralisti un po’ barbosi, sempre pronti a scambiare per vandalismo e ignoranza bruta tutto quello che, semplicemente, è diverso da ciò a cui siamo abituati.
Per approfondire:
Canmore / Historic Environment Scotland, Luing, Kilchattan, Old Parish Church (record n. 22552)
Trove / Historic Environment Scotland, Luing, Kilchattan, Old Parish Church
Royal Commission on the Ancient and Historical Monuments of Scotland, Argyll: An Inventory of the Ancient Monuments (RCAHMS, 1975)
F. S. Mackenna, Kilchattan (Luing) Graffiti – An Addition in: The Kist, n. 26/1983
Scottish Archaeological Research Framework, Marine and Maritime Panel Report. Source to Sea (ScARF, 2012)

