La vera storia del gatto nero e degli altri famigli delle streghe

Spiace dire che le streghe non si circondano di mici perché sono delle gattare che amano la compagnia degli animali domestici: secondo il folklore, è ben più oscura la ragione che le lega a gufi, felini, rospi e altri famigli di vario tipo.

Il tema è analizzato diffusamente da Ronald Hutton nel suo saggio The Witch, che stra-consiglio a chiunque voglia farsi una cultura sul modo in cui il fenomeno della stregoneria è stato inteso dalle varie culture attraverso i secoli.
Ebbene: l’associazione tra stregoneria e animali che fanno cose strane è, curiosamente, antichissima e trasversale: la si trova tra gli Assiri, nel folklore della Roma antica e in molte altre culture mediorientali. I Romani credevano nell’esistenza delle strigi, donne-uccello dai tratti vampireschi capaci di tramutarsi in esseri alati attraverso una magica metamorfosi. Altre culture tendevano a immaginare le streghe come donne normali (non certamente in grado di mutarsi in uccello)… le quali però s’accompagnavano a piccoli minions che erano innocui solo all’apparenza. Erano in realtà spiriti cattivi, che lavoravano al fianco di quelle donne malfamate per danneggiare gli innocenti; e poiché uno spirito non ha forma, questi assumevano frequentemente l’aspetto di un animale domestico… per ragioni di praticità. Voglio dire: se sei una strega e devi tenerti in casa uno spirito maligno, è più comodo fargli assumere la forma di un gatto o di un cagnolino che non quella d’un golem fiammeggiante alto trenta metri.

La convinzione che gli spiriti malvagi potessero assumere forma animale fu ereditata dal Cristianesimo, che fin da subito cominciò a parlare di demoni intenti a minacciare la brava gente… agendo “sotto copertura”. L’episodio più celebre (o quantomeno, quello a cui va dato il merito di aver cementato la convinzione nell’immaginario popolare) è citato nella Vita sancti Antonii, là dove si legge che il pio abate era costantemente tormentato da demoni che venivano a lui assumendo le sembianze di vipere, lupi, aspidi e leoni.

Dunque i diavoli sono in grado di assumere un aspetto animale, se lo ritengono utile ai loro sordidi scopi! Attraversando i secoli, la convinzione influenzò in maniera significativa i processi che nel Medioevo furono intentati contro gli eretici (e badate: per il momento parlo proprio di “eretici”, non di gente accusata di aver praticato le arti magiche).
Nel 1022, una setta ereticale di Orléans fu accusata di (aver compiuto un mucchio di robe strane, ivi compreso il fatto di) aver adorato Satana che – a quanto pare – si manifestava ai suoi adepti assumendo una forma animale, sempre diversa di volta in volta. Quello di Orléans fu il primo processo a citare questo dettaglio; entro il XII secolo, si era già diffusa capillarmente la convinzione che tutti i riti ereticali fossero presieduti da un demone che vi si presentava assumendo le forme di un animale (talvolta senza neppure rivelarsi ai convenuti, che restavano così convinti di essere nel giusto).

Ma allora, se i diavoli hanno il costume di sorvegliare gli eretici, vuoi mica che non riservino le medesime attenzioni anche a quelle donne che erano destinate a diventare le serve di Satana per eccellenza?
Naturalmente sto parlano delle streghe, e naturalmente la risposta alla mia domanda rasenta la banalità. Anzi: si cominciò ben presto a mormorare che le streghe fossero sorvegliate giorno e notte da piccoli “diavoli custodi” che vivevano con loro sotto mentite spoglie e che Satana inviava alle sue serve al fine di farle perseverare nell’errore. Doveva trattarsi di una convinzione diffusa, calcolando che già appare in quello che è da molti considerato il primo processo ascrivibile al fenomeno della caccia alle streghe. Siamo in Irlanda, nel 1324, e una certa Alice Kyteler viene accusata d’aver compiuto riti magici con l’ausilio di un demone che le stava sempre al fianco, assumendo alternativamente l’aspetto di un gatto nero, di un cane dal manto scuro oppure di un uomo di colore (ehm, relata refero). Del resto, se sei un diavolo, vuoi mica essere d’un colore diverso da quello che è oscuro per eccellenza?

Ma allora, il gatto nero che tradizionalmente s’accompagna alle streghe è niente meno che un demone in incognita! Il folklore dell’Europa tardomedievale si uniformava insomma alle convinzioni che erano già state espresse dalle civiltà del Medioriente antico: gira e rigira, gli animali che vivevano con le streghe erano in realtà quegli stessi spiriti cattivi che conferivano alla donna i suoi poteri magici. Oppure, un agevole mezzo di locomozione, avrebbero aggiunto timorosamente gli abitanti dell’Europa medievale. Sì, perché, mentre in Occidente andava diffondendosi la convinzione che le streghe si recassero nottetempo ai sabba, la gente cominciava a interrogarsi su come materialmente si potesse compiere quel prodigioso volo notturno di cui si mormorava.

“Beh, viaggiavano sui manici di scopa!” diranno sicuramente i miei lettori… probabilmente, stupendosi nello scoprire che in realtà non è questa la risposta giusta. Il volo notturno a cavallo dei manici di scopa compare in epoca relativamente tarda; ben più precoce è invece la convinzione che le streghe si recassero sul luogo del sabba… standosene a cavalcioni di un demone che le trasportava in volo. Che, se vogliamo, è anche una spiegazione più ragionevole rispetto a quella che mette in campo delle saggine misteriosamente antigravitazionali.

Curiosamente, fu in Italia che le streghe sperimentarono per la prima volta questo mezzo di locomozione. O quantomeno: era di Todi la donna che, nel 1428, confessò di essersi recata più volte al sabba cavalcando un demone che talora assumeva la forma di un caprone e talora quella di un moscone gigante (eccheschifo!) evidentemente abbastanza grosso da poter ospitare una donna sulla sua schiena. Dieci anni più tardi, una confessione analoga fu raccolta da un imputato che fu inquisito a Vaud; nel 1440, il tema del volo notturno a cavallo del demone in forma animale fu ripreso anche nel popolare poema Le Champion des Dames, contribuendo a cementare la convinzione nell’immaginario collettivo.

Dando ormai per acclarata l’evidenza secondo cui i demoni “al servizio” di una strega erano soliti assumere una forma bestiale, vi furono persino dei teologi che si interrogarono sul perché di questa bizzarra tendenza.
Alcuni la motivarono con ragioni essenzialmente pratiche: in forma di cane, un demone può seguire la sua serva senza dar troppo nell’occhio; in forma di caprone, può trasportarla ai sabba; in forma di gatto o di uccello, può agilmente intrufolarsi nelle case delle sue vittime, senza essere notato, per dar via ai suoi loschi piani. Altri teologi, invece, videro queste continue metamorfosi animali come un segno dell’irrequietezza e della perenne insoddisfazione dei demoni, incapaci di trovare quiete nel loro stato e amanti del caos e di tutto ciò che è fallace e menzognero.

Insomma: dietro a ogni corvo, a ogni gufo, a ogni gatto nero posseduto dalle streghe, si cela in realtà un pericoloso demone pronto a sussurrare i suoi terribili consigli alle orecchie della sua “padrona”?
Apparentemente sì, o così almeno ci avrebbero assicurato tra tardo Medioevo e prima età moderna. Col passar dei secoli, questa convinzione si fece meno salda: oggigiorno, quando pensiamo ai famigli delle streghe, tendiamo a immaginarli come semplici animali, amici pelosi un po’ sui generis, spesso dipinti dalla narrativa come gli unici affetti di queste donne ribelli e solitarie.

Se sono questi gli occhi con cui li guardiamo, è inevitabile che la nostra immaginazione voli subito a quelle specie che è plausibile tenere in casa come animali da compagnia. I gatti la fanno da padrone, accompagnati da corvi e gufi portalettere (con l’aggiunta eventuale di rospi e pantegane, che fanno un po’ schifo come animali domestici ma ehi: magari, alle streghe piacciono!).
Di tutta quella vasta umanità demonialità composta da lepri, caproni, insetti e cinghiali, ormai s’è decisamente persa la memoria; eppure, una volta, ogni strega che si rispettasse aveva attorno a sé un vasto serraglio di animali, mutevoli e cangianti.

Poveri gatti neri! Ad oggi, sono rimasti gli unici a subire le conseguenze di questa convinzione antica!

14 risposte a "La vera storia del gatto nero e degli altri famigli delle streghe"

  1. Umberta Mesina

    Ah, il moscone gigante mi mancava. Ha perfettamente senso che un nemico si trasformi in qualcosa di quotidiano, come un cane o un gatto, ma un moscone gigante…
    Sai che cosa ho letto qualche anno fa, riguardo alle streghe e all’iconografia con gatto, scopa e calderone?
    Che quell’immagine deriverebbe dall’immagine delle birraie medievali.
    Secondo quell’articolo (https://www.cbc.ca/news/canada/kitchener-waterloo/halloween-witch-beermaker-1.3289646), nel Medioevo la birra si faceva in casa e però si vendeva anche; ed erano le donne a produrla e a venderla. Quando la birra era disponibile, ne segnalavano la presenza con la scopa fuori dalla casa. Quanto ai gatti, c’erano sempre, per via dei topi.
    A un certo punto, dopo il 1300, gli uomini si conivolsero sempre più nell’industria della birra e decisero di far fuori la concorrenza femminile “demonizzando” l’immagine quotidiana della donna con il calderone, la scopa e il gatto intorno ai piedi.
    La cosa non mi aveva convinto del tutto, però ero incuriosita e avevo anche raccolto un po’ di materiale, ma sono stata troppo pigra per lavorarci. Nei tuoi libri c’è scritto qualcosa in proposito? L’articolo che ho letto io è del 2015.

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    1. Lucia

      😅

      Ma sì, ‘sta cosa l’ho letta anche io più volte, ma per il momento solo su Internet, nel senso che (fino ad ora) non ne ho trovato alcun riscontro in nessuno dei miei saggi storici, e per ragioni di studio ultimamente ne sto leggendo parecchi. Ma ‘sta cosa delle streghe come mastre birraie d’un tempo spazzate via dal predominio maschile e dunque demonizzate… mah. A me lascia fortemente perplessa e puzza di bufala, però per il momento posso solo limitarmi a dire quello e sottolineare che ‘sta cosa non l’ho mai letta in nessuno dei miei libri di studio.

      Posso provare però in futuro a chiedere a qualche esperto con cui sono in contatto, la cosa incuriosisce parecchio anche me!

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      1. Umberta Mesina

        Grazie 🙂 Anche io non sono convinta, ma avevo deciso di approfondire perché l’articolo è scritto dalla curatrice di un museo, insomma, da una che dovrebbe sapere come muoversi e non contar balle (si spera).

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        1. Lucia

          Sì, infatti!
          Ho visto solo oggi per la prima volta l’articolo che mi hai linkato, di solito avevo visto questa storiella girare millemila volte, senza fonte, in forum o gruppi di discussione dedicati al folklore. E sai, in quelle circostanze si fa in fretta a derubricare tutto a “fake news”. In effetti, che le considerazioni provengano da una curatrice museale fa già guardare la cosa con altri occhi.

          Però resta il fatto che, no, non ho mai trovato riscontri di questa cosa nei miei libri. Ma proverò a indagare 👀

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        2. Lucia

          Ciao Umberta!

          Ho testé interpellato sul tema Andrew Sneddon della Ulster University, nel corso di una sua conferenza sull’iconografia della strega. Sneddon non si era mai imbattuto in questa storia, e leggere la teoria espressa dall’articolo che gli ho linkato l’ha lasciato piuttosto perplesso. Non ha idea di come abbia potuto essere nata, e con undestatement tutto anglosassone ha detto che gli sembra “troppo culturalmente specifica” (laddove invece l’iconografia della strega con cappello a punta e manico di scopa è diffusa trasversalmente in tutta Europa). In definitiva, “non si sente di poter approvare questa interpretazione”.

          E direi che a mio giudizio la causa è chiusa: se non la approva lui, che si dedica specificamente alla ricerca su questo tema… 😉

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          1. Umberta Mesina

            Grazie mille! Questo è definitivo, sono d’accordo.
            Non sapevo che fosse un’inconografia diffusa in tutta Europa. Mi è sempre sembrata una cosa molto americana e molto moderna. Buona festa di Tutti i Santi!

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  2. Pingback: Il volo prodigioso di san Giovanni di Novgorod, che si librò in cielo alla stregua d’un mago – Una penna spuntata

  3. Murasaki Shikibu

    Qua non si riesce più a mettere un “mi piace”, anche se riconosce il mio account (la rete è un posto sempre più strano). Comunque mi appunto questo bel post per linkarlo in una delle giornate del gatto nero, che è un animale molto bello e magico ma se le mie due son state mandate da Satana per sorvegliare il mio operato, mi sa che si annoiano a morte. Magari sono state mandate da me perché molto pigre e disinteressate a sorvegliare alcunché, vai a sapere; sta di fatto che o dormono o sono in giro per fatti loro.
    Due domande si impongono:
    1) Cosa si era fumata o bevuta quella poveretta per prendersi come cavalcatura un moscone gigante invece di qualcosa di più comodo?
    2) Tra tutti questi animali da sorveglianza non sono mai attestate volpi? In oriente c’è tutta una letteratura sugli spiriti-volpe, tutt’altro che benevoli, e le volpi da noi son sempre state merce comune nonché animali dotati di furbizia ma spesso anche di una certa dose di cattiveria nelle favole. Tra l’altro sono anche domesticabili e pure loro cacciano i topi…

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  4. Elena

    Ne il Maestro e Margherita, Margherita/strega vola a cavallo di uno spazzolone mentre Natasha/strega vola a cavallo di un altro personaggio opportunamente trasformato in verro… chissà se Bulgakov ha avuto memoria di queste note storiche oppure se è un caso…

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  5. Ago86

    Non sapevo che in qualche zona del mondo il gatto nero fosse di buon augurio. Oltre al New England dov’è che portano fortuna?

    Sul tema “i gatti neri portano sfortuna” ho sentito (in un forum, peraltro non di storici) che erano la bandiera dei pirati saraceni, e per questo avvistare delle vele con un gatto nero era segno di guai in arrivo. Al di là della sua veridicità, qualcuno di voi aveva già sentito questa spiegazione?

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