Come scrivere una perfetta lettera d’amore, nel Medioevo

‘sti pazzi s’erano inventati dei letterali manuali di seduzione che promettevano di insegnare le mosse giuste per far cadere ai tuoi piedi ogni tipo di donna, anche la più difficile.
Avevano la presunzione di poter insegnare l’impossibile, vuoi mica che tralasciassero di insegnare quelle poche cose che, nel corteggiamento, possono effettivamente essere apprese dai libri e con buon profitto?

Ma naturalmente no. E fu così che i retori medievali cominciarono a comporre dei manuali sulle linee di: Come scrivere la perfetta lettera d’amore. Ne parliamo oggi nella nostra rubrica

Un Flirt Cortese
Guida di seduzione per l’uomo medievale
che non deve chiedere mai

L’ars dictamini, anche nota come ars dictandi, era la disciplina che nel Medioevo si occupava di dettare le regole che sottostavano alla composizione delle lettere.

Originariamente, si trattava di lettere di lavoro. Acquistavano un manuale di ars dictandi i mercanti e i “piccoli imprenditori” che non volevano fare la figura degli illetterati nel comporre lettere commerciali, e anzi speravano di far colpo sui clienti grazie a un accorto sfoggio della retorica. Ancor più di frequente, frequentavano le scuole di ars dictamini gli individui che ambivano a lavorare nelle cancellerie: cancellerie che in quel periodo spuntavano come funghi, giacché ogni comune si stava dotando di quell’apparato che gli era necessario per comunicare con il mondo e deliberare a norma di legge.
La disciplina nasce nel 1080 con il Breviarum di Alberico di Montecassino; negli anni immediatamente successivi, registra un notevole impulso a Bologna e da lì si diffonde a macchia d’olio, con un tripudio di manuali che insegnavano a strutturare la lettera nel modo corretto e suggerivano una vasta gamma di frasi pronte all’uso da adattare a seconda del contesto.

Generalmente, i “modelli” di lettera presentati da questi manuali non erano suddivisi per argomento; al contrario, erano suddivisi sulla base delle relazioni che intercorrevano tra i due scriventi. Vale a dire: il manuale illustrava il protocollo da seguire nel caso in cui un vescovo avesse voluto scrivere una lettera al papa; esaurita la materia, apriva un altro capitoletto in cui si esemplificavano i toni che un vescovo avrebbe dovuto usare scrivendo ad un suo pari; nel capitolo successivo, ci si domandava invece in che modo la cancelleria pontificia avrebbe dovuto porsi nell’atto di scrivere a un imperatore.
E così via dicendo, in una casistica dettagliatissima che presto cessò di occuparsi esclusivamente di corrispondenza istituzionale. Attorno alla metà del XII secolo, i manuali di ars dictandi cominciarono a includere con sempre maggior frequenza modelli di lettere d’amore, da utilizzarsi nella corrispondenza tra coniugi lontani o nella fase del corteggiamento. Esistono addirittura alcune opere di ars dictamini esclusivamente dedicate a questo tema: è ad esempio il caso della gustosissima Rota Veneris, opera giovanile di Boncompagno da Signa.

Questo tipo di manuali è stato oggetto di studio da Martha Carlin e David Crouch in Lost Letters of Medieval Life, da Barbara Newman in Making Love in the Twelfth Century. “Letters of Two Lovers” in Contex e da Etienne Wolf in La lettre d’amour au moyen age. Quanto all’Italia, è stata Elisabetta Bartoli ad aver scritto parecchio sul tema, curando l’edizione di diversi manuali di ars dictandi.

Ma allora vediamoli un po’ più nel dettaglio, questi modelli di lettere d’amore medievali. Lettere d’amore che, innanzi tutto, avevano la capacità di adattarsi a tutte le occasioni. Potevano essere, insomma, brevi biglietti tra innamorati utilizzati per richieste puntuali o per comunicazioni di servizio, come è ad esempio il caso di questa breve

Lettera di un innamorato ad una donna che desidera avere

L’innamorato alla sua dolcissima amata invia la gioia del suo petto, tutto sé stesso e tutti i saluti che si possono mandare. [...]
Per il desiderio del tuo amore non rifiuterei di espormi alla morte né di uccidere qualcuno, né di varcare i monti o nuotare per tutti mari. Emergi infatti tra le altre donne, sei la più bella di tutte, per i fianchi e per tutta la tua figura sei la più aggraziata, edotta nei modi cortesi, gli occhi, i capelli e la dolcezza del tuo eloquio sono proprio come si conviene. Se vuoi che io sopravviva mandami per il latore di questa lettera un segno del tuo amore e indicami senza indugio in quale modo potrò venire da te di notte.

(Maestro Guido)

Per contro, i manuali di ars dictamini mettevano gli aspiranti retori nelle condizioni di scrivere epistole molto complesse, talvolta veri e propri trattati composti sottoforma di lettera e indirizzati alla donna che si intendeva conquistare, con lo scopo evidente di colpirla con uno sfoggio di erudizione. Si potrebbe far rientrare in questa categoria il Bestiario d’amore, un trattato di fenomenologia amorosa che Richard de Fournival dedica e indirizza alla donna amata:

Questo scritto, rispetto a tutti quelli che vi ho mandato finora, è una sorta di estremo bando. Poiché come un re, quando va a guerreggiare fuori del suo regno, conduce con sé una parte dei suoi uomini migliori e ne lascia una parte ancor maggiore a difendere le terre, ma quando si accorge che il contingente che ha portato non gli è sufficiente fa venire tutti gli uomini che aveva lasciato a casa, e in tal modo emette il suo estremo bando: così è necessario che faccia anch’io. Infatti, se vi ho recitato e mandato molti bei componimenti senza che riuscissero a procurarmi vantaggio, in quest’ultimo scritto è necessario che io emetta il mio estremo bando e parli meglio che posso. […] Perché se anche non mi amaste, si tratta di cose che l’occhio dovrebbe trovare un gran diletto nel leggere.

***

Ma scendendo un po’ più nel concreto, come doveva essere composta questa perfetta lettera d’amore?
Importante, innanzi tutto, era impostare correttamente la propria epistola secondo una struttura prestabilita desunta dalla scansione ciceroniana dell’orazione. Così sintetizza Etienne Wolff:

Ecco come si presenta la lettera di un uomo che cerca di sedurre la donna: formula di saluto appropriata (salutatio), elogio della dama e descrizione obbligatoria della sua bellezza (captatio benevolentiae), effetti del suo fascino sull’autore della lettera ed evocazione delle sofferenze di quest’ultimo (narratio), il quale chiede alla dama di accordargli in cambio i suoi favori o almeno il suo amore, cosa che lei può fare perché egli non è privo di meriti (petitio); egli spera fiducioso che lei avrà pietà di lui, ricorda che un dono accordato rapidamente ottiene una riconoscenza maggiore, sgombra il campo da eventuali obiezioni, aspetta in ogni caso una risposta, promette di amarla sempre anche se lei rifiuta, ecc. (conclusio)

Ma non basta saper strutturare correttamente una lettera per poter esser certi di aver fatto colpo. Quasi tutti i manuali di ars dictamini suggeriscono all’innamorato di abbellire la sua epistola con i cosiddetti colores, elementi in grado di far colpire l’immaginazione della destinataria o sfoggiare l’erudizione dello scrivente.
Molto spesso, le pennellate di colores passavano attraverso l’utilizzo accorto di figure retoriche come l’iperbole o l’adynaton. In altri casi, ad abbellire la lettera era uno sfoggio di erudizione utile allo scrivente per raccontare qualcosa di sé e dei suoi interessi (oltre che, evidentemente, per mostrare la sua cultura). Nel caso in cui i due scriventi avessero già un minimo di confidenza che permetteva loro di attingere a un patrimonio di conoscenza condivisa, non era infrequente il ricorso alle metafore e alle allegorie, tecnica che aveva il bonus aggiunto di rendere il contenuto della lettera difficilmente comprensibile a chi non ne era il destinatario.

***

E questa è la teoria.
Ma la pratica?
I manuali di ars dictamini, del resto, erano composti per la maggior parte di formulari con frasi pronte all’uso da rimescolare alla bisogna. E allora, vediamo alcuni di questi modelli, a partire dall’elemento che inevitabilmente viene per primo:

SALUTATIO

Attenzione a non esagerare e a non volare troppo basso, raccomanda Boncompagno della Signa nella Rota Veneris. In fin dei conti, il saluto è letteralmente la prima cosa che si legge di una lettera, dunque sarà il caso di non irritare la destinataria fin dal primo rigo.
Se si scrive a una donna che si sta ancora cercando di conquistare, sarà bene ricorrere a formule distaccatamente affettuose tipo “alla nobilissima e saggissima signora [NOME], i miei saluti e il mio servizio”. Se il cuore della donna è già stato conquistato, sarebbe colpa grave proseguire sugli stessi toni; sarà meglio omaggiare l’amata “col vincolo di un amore indissolubile”, oppure portare “saluti a colei che è la metà della mia anima”.

Un altro pomposo esempio di saluto ci viene offerto dal Magister Bernardo:

Alla nobile signora [o all’amica carissima], unita a me dall’indissolubile dolcezza dell’affetto [o legata a me da un amore indissolubile], B. manda tutto sé stesso e tutto quello che ha, manda l’amore di Paride per Elena e quello di Piramo per Tisbe; manda insomma tutte le cose più gradite: l’impareggiabile unione di una grande dolcezza, l’intimo affetto e l’unione di un intimo amore.

Meglio ancora era la tecnica di utilizzare saluti dotti tratti dalla letteratura per mostrare immediatamente d’essere una persona istruita. Curiosamente, ebbe una gran fortuna nelle lettere d’amore medievali una citazione tratta da una epistola di sant’Ambrogio. Il vescovo di Milano, evidentemente, non stava cercando di corteggiare donne; eppure, estrapolata e adattata al nuovo contesto, parve estremamente efficace la frase che recitava come segue:

Neppure i luoghi più distanti separano chi è unito dalla particolare affinità della mente; la più grande distanza fisica non allontana affatto coloro che sono divisi nel corpo ma uniti nell’anima.

Un altro autore classico che fu spesso citato un po’ a sproposito fu Cicerone, i cui affettuosi saluti ad Attico furono rielaborati come segue:

A [NOME DI LEI], carissima amica, [NOME DI LUI] augura qualunque cosa desideri, anche sé stesso. Infatti, come dice Tullio, il vero amico è un altro sé stesso. Per cui chi guarda una amica, è come se guardasse a fondo sé stesso; infatti la fedeltà della vera amicizia fa sì che due intendimenti diventino uno.

CAPTATIO BENEVOLENTIAE

Poco da dire, lo spiega il nome stesso: questo è il punto in cui bisogna sfoderare tutta la propria ars retorica per inorgoglire la donna che legge.
La più scontata e banale forma di captatio benevolentiae si appellava all’esaltazione delle doti fisiche della dama, compiuta attraverso una descrizione minuziosa in cui nulla poteva essere lasciato al caso: si cominciava dall’alto scendendo verso il basso, vale a dire si elogiavano innanzi tutto i capelli, poi la fronte alta, poi gli occhi splendenti, poi i denti allineati e dritti…
Ma, a mio giudizio, i più interessanti esempi di captatio benevolentiae sono quelli che trascurano l’aspetto fisico per focalizzarsi invece sulle doti morali. Ne troviamo un esempio nella lettera che Balderico di Bourgeil indirizza alla contessa Adele:

Figlia di un così grande padre, e di valore non minore se non per il fatto che non porta le armi di un cavaliere. Eppure porterebbe armi, se il costume non glielo impedisse; d’altra parte non sarebbe lecito opprimere sotto il peso d’una armatura le sue membra delicatissime.

Un’altra tecnica molto gettonata era quella di informare la dama che lo scrivente non aveva mai amato nessuna donna prima di lei, o quantomeno non ne aveva amata nessuna con pari intensità. Scrive Marbodo di Rennes in una lettera indirizzata a una interlocutrice sconosciuta (o forse proprio inesistente: l’epistola potrebbe essere un puro esercizio di retorica):

Te lo confesso sinceramente, amatissima fra le creature: non conobbi finora il vero significato dell’amore. E non perché la mia anima sia stata colpita ora per la prima volta da quella freccia, ma perché non ho mai sopportato una freccia così grande. Ho amato, riamato anch’io, qualche fanciulla, ma ho amato in modo tale che ciascuna di loro ha sentito prima o poi un “Beh, vattene pure!”; e se l’amata è andata altrove, il dolore non mi ha sopraffatto. […] Ma ora in me sento morsi crudeli, una ferita atroce e un Vesuvio in fiamme.

Gli fa eco Balderico di Bourgeil scrivendo a una certa Muriel (…con buona pace della contessa Adele di cui sopra):

Un solo fatto smussa la punta alla mia penna, e cioè che non sa penetrare nelle dimore delle fanciulle. Finora nessuna, tranne te, ha ricevuto i miei versi. A nessuna fino a questo momento la mia pagina ha porto il suo saluto. Ho scritto a compagni, ho scherzato molto con amici ma nessuna fanciulla ha mai scambiato con me facezie. Ma tu mi induci a calcare un sentiero ignoto, e io non disdegno di andare là dove mi suggerisci.

NARRATIO; PETITIO

Beh, questo è il cuore della lettera: è il punto in cui si giunge al vivo e si spiega la ragione per ci si è messi a scrivere.
È raro che una lettera d’amore medievale contenga solo ed esclusivamente una lode della dama e una descrizione del sentimento amoroso. Quasi sempre, la lettera s’accompagna a una petitio, una richiesta. Poteva essere la richiesta di un regalo simbolico, da intendersi come pegno d’amore:

Ti prego, secondo il tuo costume, che mi auguro simile al mio, di mandarmi un segno del tuo affetto insieme a un piccolo dono

(Silloge Veronese)

Anche se c’era pure chi aveva la faccia tosta di avanzare richieste molto specifiche in materia:

Non esitare ad inviarmi un segno del tuo amore, un anello o un drappo di tessuto frigio

(Maestro Guido)

Talvolta, molto molto specifiche:

Dunque, contessa, posa gli occhi sul tuo poeta che parla e porta in premio a lui che scrive, o signora, un mantello, un mantello ricoperto di luccicante oro frigio, un mantello che orni di gemme il petto che circonda, perché il petto ti abbia presente mentre questo mantello rivestirà il corpo.

(Balderico di Bourgeil. Scrivendo ad Adele, se ve lo steste domandando)

Frequentemente, la petitio riguardava un dono del tutto immateriale. Scrivendo, a ‘sto giro (!), a una certa Beatrice, Balderico le domandava nulla più di un po’ d’attenzione:

Appena ricordo che mi diede un’occhiata, quella fanciulla, che non si degnò di rispondermi nulla, per quanto fu più volte sollecitata. Spesso la pregai di declamare i suoi versi, o i mei, e non le mancavano né questi né quelli. Ma, taciturna fuor di misura, si pose il dito davanti alla bocca e quasi si nascoste, stendendo davanti il suo velo. […] O è troppo orgogliosa, o è diventata insensibile; o forse questi due atteggiamenti in lei si sono congiunti. Oppure ancora ella era rimasta senza parole, che io le avevo tolto con la mia presenza?

Rivolgendosi a una donna sconosciuta, Marbodo di Rennes la implorava:

Ti supplico, non distruggere un infelice, o bellissima creatura perché tu mi distruggi del tutto se davvero decidi di partire così presto. Non ti chiedo di lasciare per sempre la tua casa (anche se… magari, Dio mi concedesse quella fortuna di poterti essere più caro della casa!), ma prego che si possa rimandare la tua partenza; ritorna qui presto, lo chiedo come un gran regalo. Resta qui ancora un po’, se non vuoi distruggermi del tutto.

Nel migliore dei casi, la petitio consisteva nella richiesta di un incontro galante, così come immaginava il Maestro Guido componendo il modello di una epistola con cui una dama dava appuntamento a un cavaliere:

Al più bello tra i giovani e tra gli altri il più notevole, [NOME DI LEI], senza forze per il suo affetto, invia l’abbraccio del suo amore e di sé stessa, e tutto ciò che [NOME DI LUI] desidera avere.
Mio soldato bellissimo, come mi auguro notte e giorno, potrò presto mostrarti almeno un po’ l’amore sincero del mio cuore, e potrò mostrarti che questo è la gioia del mio petto, il grande sollievo e l’immenso rifugio di tutta la mia vita, dal momento che per l’amore che ti porto rifiuterei come amici perfino duchi, marchesi, conti e altri uomini di nobile stirpe.
Per questo prego che, prudente, decidendo di passare giovedì notte davanti alla casa di mio padre, tu bussi cautamente alla porta della camera di dietro. Io infatti, aspettandoti sveglia in trepida attesa, ti accoglierò a braccia nude sotto coperte di pelli e cercherò in ogni modo di darti tutte le cose per te più dolci, finché ti vorrai mantenere a me fedele.

La petitio era l’occasione perfetta per fare sfoggio della propria cultura. Era auspicabilmente con l’intenzione di buttarla sul ridere che, nel suo Bestiario d’amore, Richard de Fournival si dichiarava sofferente a causa del mal d’amore e supplicava la dama di donargli un po’ di ristoro, proprio come secondo il mito fa il pellicano che, squarciandosi il petto col becco, nutre di sangue i suoi pulcini.
Ebbene, scriveva Richard:

Se solo voleste aprirmi il vostro dolce petto fino a irrorarmi della vostra buona disposizione e donarmi il caro dolce cuore che giace dentro a questo petto, mi risuscitereste.

Leggetela come volete ma, a un livello letterale, la richiesta suona molto come un “slacciati il bustino e fammi vedere il petto”, aehm.
Ma la menzione d’onore per l’uso più esilarante della retorica amorosa va senza dubbio all’anonimo autore dell’operetta Mare amoroso. Questo individuo, che evidentemente si dedicava allo studio delle arti occulte e/o era appassionato di romanzi fantasy, non perde occasione per sottolineare d’essere uno che ne sa:

Se voi vi degnaste di abbracciarmi, io mi sentirei, nel cerchio delle vostre braccia, più sicuro e protetto del negromante che sta dentro il cerchio tracciato con la spada.

Al momento di elogiare la sua donna con la captatio benevolentiae, il nostro amico ricorre alle metafore astrologiche:

Il Sole vi donò fascino e nobiltà interiore, la luna moderazione e mansuetudine, Saturno dignità ed elevati pensieri, Giove ricchezza e potere, Marte il coraggio e l’ardire, Mercurio grande senno e conoscenza, Venere benevolenza e sublime bellezza.

Il meglio, però, è il bizzarro tentativo di seduzione che nella petitio alla dama si sviluppa come segue:

Vorrei potermi procurare una piccola imbarcazione simile a quella che Aglentine ricevette in dono da Merlino, in grado di andare senza remi e senza vela via terra come via mare; vorrei saper fabbricare un filtro identico a quello che bevve Isotta e ve lo offrirei, anche solo un sorso, per far sì che i vostri pensieri e la vostra volontà si accordino interamente con il mio amore; vorrei avere un poco di quel frutto che nutre con il suo solo profumo il popolo degli Astomi che vive al di là del mare, e non assaggia altro nutrimento e bevanda. A quel punto, salirei con voi su quella barchetta e non cesserei di navigare prima di aver oltrepassato lo stretto denominato Saufì, dove si trova una statua che reca sulla mano la scritta “Nessuno vada oltre” perché chi prosegue è destinato a non fare più ritorno; e finalmente mi fermerei, per abbandonarmi in pace e senza preoccupazione a dilettosi giochi d’amore che ho a lungo agognato.

Abbandonarsi a dilettosi giochi d’amore, digiuna da giorni, sopra a una barchetta lasciata alla deriva sul ciglio dell’Oltretomba, in compagnia di uno che t’ha appena drogata: il sogno di ogni donna. Non so voi, ma io pagherei oro per sapere com’è proseguita la corrispondenza.

CONCLUSIO

Non necessariamente le lettere d’amore si concludevano con una vera e propria formula di saluto. Più frequentemente, si preferiva una chiusa a effetto, come quella a cui ricorre l’inquietante corteggiatore con strane fantasie a tema nautico-necromantico:

Se non volgerete verso di me il vostro sguardo pietoso, in tal caso non basteranno a sottrarmi a una morte crudele i più autorevoli esponenti della Scuola Medica Salernitana. […] Condannarmi a morte, visto che il mio amore è così grande, non sarà quindi una tremenda sciagura, un atto smisuratamente malvagio, oltre che una grande offesa al Signore? Il vostro nome, che è Dea, si cambierà in Giudea a ricordo di Giuda che tradì Gesù Cristo con un bacio. Dio non voglia che io debba vedere un giorno così nefasto!

Anche se la conclusio più commovente si trova secondo me in una delle lettere galanti composte da Marbodo di Rennes e indirizzate a una sconosciuta (forse immaginaria) interlocutrice. Evidentemente stufo di tutta questa retorica, di tutte queste frasi fatte, di tutto questo sfoggio di sapienza che non dà nulla a chi riceve la lettera ma serve solo a chi la scrive: frustrato, Marbodo sospirava

La retorica simula la verità e cambia il significato delle parole; c’è chi ti chiama “caro” eppure non sa amare abbastanza. È nel momento in cui spingono qualsiasi indole alla passione, che l’abilità unita alla cultura simulano al massimo. Ti chiedo di non fare questo, di non diventarmi un retore mostrando per l’ennesima volta che sai simulare tanto bene. Non amarmi esibendo la tua cultura, ma amami con tutte le tue fibre; con quello spirito con cui io ti amo, amami tu, o degna del cielo.

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