Cercar moglie, nel Medioevo

Con tutto questo parlar di famiglie, si trascura (ovviamente; perché appunto è un’ovvietà) l’elemento che di più di tutti – più di mille “grazie” “prego” “scusa”, attese pazienti e compagnia cantante – è alla base del successo per una buona famiglia.
Quale? Beh, ma ovvio: crearsi una famiglia con la persona giusta.

Mi par di sentirvi: “e grazie al cavolo”. Non esiste un vademecum del partner perfetto, né tantomeno esiste il vademecum di come andarselo a cercare. Trovare l’anima gemella è una questione di sentimento, di fortuna, un evento raro come il perfetto allinearsi degli astri in cielo, e…
…e, ‘nsomma, nì.

Se non esiste un vademecum per la ricerca del partner perfetto, oggi, per l’uomo del 2000, è senz’altro vero che di vademecum simili ne sono stati scritti millemila nel corso dei secoli – quando cioè la scelta del partner aveva ben poco a che fare col sentimento, ed era dettata perlopiù da lucidi ragionamenti fatti a tavolino. All’epoca sì che ognuno diceva la sua, per esortare il nubendo a far la scelta più saggia!
E per quanto nessuno auspichi, ovviamente, un ritorno ai matrimoni combinati del tempo che fu, possono comunque essere a loro modo utili strumenti di riflessione le raccomandazioni che venivano fatte, un tempo, a coloro che si accingevano a cercar moglie. Ne estrapolo alcune dal bel saggio di Silvana Vecchio, La buona moglie, edito nell’interessantissima Storia delle donne della Laterza.
E ne estrapolo alcune scegliendole non tanto tra le raccomandazioni degli economi attenti a fare un buon affare con le nozze giuste, ma bensì tra le raccomandazioni dei religiosi, attenti già da allora ad orchestrare un  matrimonio… che fosse anche sacramento.

E dunque: cosa suggeriva il prete al giovanotto medievale che stava cercando moglie?

1) Non anteporre la dote a tutto il resto

Non nascondiamoci dietro a un dito: la ricchezza della dote era un requisito fondamentale per la scelta di una buona sposa, ed era anche “giusto” che fosse così, considerato il ruolo che il matrimonio aveva in quel periodo. Però, senza nulla togliere all’importanza del dato economico, i predicatori medievali sottolineavano, concordi, come questo fosse un elemento da posporre ad altri ben più importanti.
Quali?
Beh: lasciando da parte le doti squisitamente religiose, vi erano infinite “virtù laiche” da ricercare in una moglie, prima ancora di guardare al suo conto in banca. Ad esempio un buon carattere, una reputazione immacolata, la quantità delle sue amicizie (indice di una capacità di interessere buoni rapporti col mondo esterno).
Poi, ma solo in subordine, può anche entrare in gioco un discorso di tipo economico.

2) Scegline una alla tua portata

Sai: i soldi (e magari qualche pater familias poco attento ai desideri delle sue figlie) possono fare miracoli. Era cosa relativamente facile che un vecchiaccio storpio e con la gotta prendesse in sposa una ragazzina tra le più piacenti sul mercato.
Sconsigliato, dicono i predicatori: ma non tanto per pietà nei confronti della piacente fanciulla! Si suggerisce, piuttosto, che la moglie sia sostanzialmente pari al marito, sia per età che per aspetto esteriore, proprio a fini buona riuscita del matrimonio.
Secondo Peraldo, domenicano lionese, l’omogeneità della coppia (anche proprio a livello fisico!) è elemento indispensabile per la sua stabilità nel lungo periodo. Jacopo da Varagine gli fa eco suggerendo all’uomo-medio una donna “della porta accanto”, giusta via di mezzo tra una bruttezza eccessiva che ti fa salir la depressione addosso e una bellezza dirompente che genera spesso ansie e gelosie.

3) Ricorda il detto “tale il padre, tale il figlio”

Troppo spesso noi moderni consideriamo il matrimonio solo ed esclusivamente come una cosa alla “due cuori e una capanna” – come se poi, oltre la porta della capanna, non ci ritrovassimo con tutta la famiglia d’origine del nostro ammmore che, giustamente, ci suona al campanello.
Gli antichi tenevano questa circostanza senz’altro in maggiore considerazione: ovvio, in un’epoca in cui il matrimonio non era tanto una scelta d’amore, quantopiù un’alleanza tra due famiglie.

Bene: i predicatori medievali concordano in massa sul detto che “la mela non cade lontano dall’albero”. Prima di scegliere una sposa, dunque, si studi attentamente tutta la sua famiglia: non solo perché, giustamente, è con quella famiglia che ti stai imparentando, ma anche perché… beh: dal comportamento dei genitori, si comprendono tante cose sui figli. Jacopo da Varagine suggerisce di stalkerare a lungo la potenziale suocera per farsi un’idea di quale possa esser stata l’educazione ricevuta dalla figlia. Paolo da Certaldo guarda ancora più lungo, e non disdegna occhiate indagatrici addirittura alle nonne (!) della futura sposa.
La mela non cade lontana dall’albero: e se suoceri di buon carattere possono essere una rassicurante consolazione, suoceri scostanti ed immorali dovrebbero essere un enorme campanello d’allarme – indipendentemente dalla vastità delle terre che portano in feudo.

4) Meglio una vergine alle prime esperienze che una donna consumata

Ma non per una questione puramente sessuale, anzi! Nel Medioevo era frequente che una donna rimanesse vedova dopo qualche anno di matrimonio, infelicissima situazione dalla quale era senz’altro auspicabile che la signora venisse sollevata. Nessuno si sarebbe mai sognato di rifiutarla solo perché la tapina non era più illibata sessualmente, giusto per capirci.
I predicatori, però, suggeriscono di andare sempre molto cauti quando si prende in considerazione l’idea di sposare una vedova. Per una ragione molto semplice: la poveretta porta con sé un bagaglio emotivo che potrebbe essere difficile da gestire. Ella è già stata padrona di casa, ella è già stata moglie ; ella, forse, addirittura è già stata madre (e Dio non voglia che i suoi figlioletti rifiutino di vedere in te il nuovo capofamiglia!). A differenza della vedova, che arriva alle seconde nozze forte di abitudini già consolidate – tutti elementi di potenziale tensione nella quotidianità d’un matrimonio – la ragazza “alla sua prima storia” si getta nelle braccia dello sposo come una tabula rasa, sulla quale sarà più agevole scrivere assieme la propria storia famigliare.

5) Prega, prega, (e non pretendere l’impossibile).

Non è facile creare (e mandare avanti) un buon matrimonio. Anzi è difficile, difficilissimo: anzi, è proprio impossibile, se si pensa di poterlo fare con le sole forze umane!
Proprio per questo, secondo Peraldo, la principale occupazione di colui che sta cercando moglie dovrebbe essere pregare, in maniera non dissimile da chi, in noviziato, cerca di discernere la sua vocazione: pregare, implorare lo Spirito per un’illuminazione, e solo dietro assistenza divina scegliere la propria metà.
Che, si badi bene, non sarà mai perfetta, perché la perfezione non è di questo mondo. Il domenicano inglese Giovanni Bromyard è molto esplicito su questo punto: feconda o sterile, bella o brutta, la moglie è comunque, e inevitabilmente, fonte di problemi, prima o poi. Il partner perfetto non esiste, così come non esiste affatto il Matrimonio Perfetto.
Esiste semmai il Matrimonio Meno Imperfetto Possibile… ed è su quello che tocca lavorare, per farlo funzionare al meglio.

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“A Medieval Couple at their Wedding Feast”, Mary Evans Picture Library

Un matrimonio “come da tradizione”

E così, mi sono sposata.

Il fatto di aver organizzato il matrimonio in non più di due settimane, mi ha impedito (o messa in salvo?) dallo svolgere tutte quelle normali attività pre-matrimoniali che, in dose omeopatiche, immagino possano anche essere divertenti: scelta delle partecipazioni, confezionamento della bomboniera, ricerca dell’abito da sposa… eccetera eccetera eccetera.
Esistono addirittura dei libri e delle riviste (!), per accompagnare le mogliettine durante questi preparativi. I wedding planner più rinomati prendono da parte la futura sposa e le spiegano cos’è in e cos’è out, e quali sono le tradizioni che vanno assolutamente rispettate nel’organizzazione di un buon matrimonio.
Io, con molta evidenza, i libri dei wedding planner non li ho letti; però, un giro su qualche sito a tema me lo son fatta. E, arrivata all’immancabile punto “tradizioni da rispettare”, sono stata presa dall’immancabile attacco di ridarola.
Sì, perché… avete presente, le Tradizioni Nuziali?
Quegli Elementi-Immancabili-In-Un-Matrimonio, che ci sono sempre stati e di cui assolutamente non si può fare a meno?

Niente di male se una coppia vuole inserirli nel suo matrimonio, per carità, ma accettiamolo come un dato di fatto: la maggior parte di queste tradizioni non sono tradizionali proprio per niente.
Se potessimo saltare su una macchina del tempo e andare a imbucarci a qualche matrimonio di inizio ‘900 (e non mi spingo in epoche più antiche, solo perché diventerebbe difficile far paragoni…) potremmo essere molto, molto stupiti nel vedere il modo in cui era organizzata la giornata.

Curiosi di saperne di più?
Ecco a voi le dieci più pervicaci “leggende metropolitane” a tema matrimoniale… con tanto di debunking da parte della sottoscritta!

1. Maggio è il mese delle spose

Che, oggigiorno, la gente tenda a sposarsi durante la bella stagione, è cosa ovvia e ragionevole: le foto vengono meglio, i vestiti si alleggeriscono, gli alberi sono fioriti… che vuoi di più dalla vita?
Quello che però va bene per noi, che lavoriamo attaccati a un computer, decisamente non poteva andar bene per i nostri trisnonni, che lavoravano attaccati all’aratro.
Maggio (e, in generale, primavera, estate e inizio autunno… cioè i mesi più gettonati per i matrimoni d’oggi) erano, in passato, i periodi di massimo lavoro. Questo valeva – ovviamente – per i campagnoli, ma valeva, in una certa misura, anche per chi abitava in città: basti pensare che, a Torino, le scuole elementari andavano avanti a tener lezioni fino a inizio agosto. Era proprio il calendario lavorativo (e… mentale, se capite cosa intendo) ad essere diverso.

In condizioni normali (senza che ci fosse una grave urgenza), nessuna persona sana di mente avrebbe pensato di sposarsi a maggio (o in estate, o in primavera). Nella stragrande maggioranza dei casi, le coppie si sposavano in pieno inverno: dopo le feste di Natale, e prima che iniziasse la Quaresima. Questo permetteva agli sposi di prendersi un po’ di tempo per se stessi, ma soprattutto permetteva loro di preparare la casa e il trasloco senza l’assillo del lavoro pressante.
I matrimoni primaverili erano – davvero –  una rarità.

2. Il fidanzato (che poteva permetterselo) suggellava la sua promessa con un anello di diamanti

Intanto, sfatiamo un mito: la consuetudine di regalare l’anello di diamanti in occasione dei fidanzamenti, nasce verso la fine degli anni ‘30 (del ‘900) grazie a un’aggressiva campagna marketing condotta negli Stati Uniti dalla compagna De Beers.
Prima di quella data, era certamente comune che il fidanzato facesse regali alla futura sposa… ma non necessariamente le regalava gioielli; né men che meno anelli, né men che meno solitari con diamante. Lasciando la parola alla Marchesa Colombi, autrice, nel 1887, di un godibilissimo galateo (che, peraltro, trovate anche online), il regalo che il fidanzato faceva alla sposa consisteva in

una  schiera  di  buste  di  velluto,  colle  iniziali  del  nuovo  nome  che  la  sposa  sta  per assumere, cioè del suo nome e del cognome dello sposo. Sono: i brillanti, ereditari o nuovi, che lo sposo può offrirle; un finimento completo d’oro e pietre; parecchi anelli; insomma i gioielli più o  meno  sfarzosi,  a  seconda  della  ricchezza  e  generosità  dello  sposo,  fra  i  quali  primeggerà  la famosa catena coll’orologio.

Evidentemente le spose borghesi dovevano accontentarsi di molto meno, ma persino nel caso dei ricchi era questo il dato di fatto: il fidanzato regalava numerosi gioielli, fra cui anche qualche anello (perché no?)… ma non era di certo l’Anello di Fidanzamento a farla da padrone in questa sfilata di doni.
Anzi: come si legge con molta chiarezza, il regalo più pregiato e più “in vista” era un orologio a catena, che la sposa avrebbe appuntato sul suo abito da sposa.

E l’avrebbe appuntato “di lì a poco”, per la precisione: sì, perché questi regali di fidanzamento non venivano consegnati in occasione del “vuoi sposarmi?”. No: venivano consegnati molto tempo più tardi, nell’imminenza del matrimonio vero e proprio.

3. Le partecipazioni vengono inviate prima del matrimonio

No no no: proprio no!
Oggigiorno, noi moderni facciamo una gran confusione, ma le partecipazioni non erano l’invito al matrimonio, e non venivano spedite prima delle nozze.
Distinguiamo.
L’invito al matrimonio era – appunto – il biglietto con cui si invitava Tizio a prendere parte alla cerimonia nuziale. Veniva inviato a un numero di persone abbastanza ridotto (sicuramente più ridotto rispetto alla media d’oggi, per capirci), e le persone munite di invito facevano esattamente ciò che era chiesto loro: si presentavano al momento stabilito, e prendevano parte alla festa di nozze.
Le partecipazioni erano una cosa completamente diversa: venivano inviate, una decina di giorni dopo il matrimonio, alla quantità di persone più vasta possibile. Non servivano a invitare la gente al matrimonio, ma servivano a parteciparla (cioè, a metterla a parte) del fatto che che il matrimonio era stato celebrato. E basta.

Per dirla di nuovo con la Marchesa Colombi, erano né più né meno

circolari  coll’annuncio  che  il matrimonio ha avuto luogo.
Le partecipazioni dopo le nozze sono di primissima necessità, e si deve essere larghi nel distribuirle anche alle lontane conoscenze. È un riguardo che lo sposo deve a sua moglie, per non esporla  ad  incontrarsi,  essendo  al  suo  braccio,  con  qualche  compagno  di  gioventù  di  lui,  che  la prenda in fallo, o con qualche signora che esiti a salutarla. Tutte le  conoscenze  dello  sposo debbono essere informate.

Casomai qualcuno dovesse imbattersi nella sposa che, sola con un uomo, si abbandona ad atteggiamenti di confidenza intima, tutto il mondo deve sapere che la sposa non è una donnaccia. Quell’uomo è suo marito: la signora agisce così nel suo pieno e totale diritto!

In secondo luogo: le partecipazioni venivano inviate dopo il matrimonio, e non prima, anche per evitare che le nozze diventassero “un caso”… o, peggio ancora, un caso capace di suscitare curiosità morbosa.
Nessuna donna, credo, vorrebbe andare incontro alla sua prima volta sapendo che c’è mezzo mondo che sogghigna pensando “ah! Questa è la prima notte di nozze della signorina! Chissà cosa prova!”.
Per cui: inviti, a pochi intimi, prima del matrimonio; partecipazioni, all’intero globo terracqueo, qualche tempo dopo la celebrazione.

4. Perché il matrimonio venga celebrato, è indispensabile il consenso dei genitori

Questo valeva per i protestanti: Lutero era stato molto chiaro, su questo punto.
La Chiesa Cattolica, invece, era molto più permissiva: già nel 1563, con l’emanazione del Decreto Tametsi, i vescovi riuniti in concilio a Trento sdoganavano i matrimoni “clandestini”, contratti cioè senza l’approvazione delle famiglie.

Tutta quella ritualità che è presente nei matrimoni d’oggi (con la sposa accompagnata all’altare da suo padre e il padre che “consegna” la figlia nelle mani del futuro genero) si sviluppa in realtà in area anglosassone, dove questi gesti avevano effettivamente lo scopo di sottolineare “visivamente”, simbolicamente, il consenso dei genitori.
In ambito cattolico, invece, il consenso dei genitori contava poco o niente, e, di conseguenza, anche la ritualità ne risentiva: gli sposi, ad esempio, entravano in chiesa per i fatti loro.
Nei casi in cui la sposa voleva che fosse il padre ad accompagnarla all’altare (in genere, per sottolineare la continuità dinastica o cose del genere), lo sposo le veniva dietro percorrendo la navata… al braccio di sua suocera.
Che giustamente era rimasta senza accompagnatore (visto che il marito scortava la figlia) e quindi uno chaperon doveva pur rimediarlo da qualche parte!
Ma la cosa moriva lì, per l’appunto: tutti quei gesti tipo “madre dello sposo che accompagna lo sposo all’altare; padre dello sposo che accompagna la sposa all’altare” non hanno mai fatto parte della nostra tradizione.

5. “La sposa era raggiante”

Se oggigiorno la sposa si sente in dovere di sorridere a trentadue denti per tutto il giorno, sennò sembra brutto, una volta sembrava brutto che la sposa non si mostrasse in balia della più nera e agghiacciante disperazione.

Cito ancora una volta la Marchesa Colombi, perché in questo passaggio è davvero esilarante:

Una volta era, se non un obbligo, un’abitudine per la sposa, di sciogliersi in lacrime nell’andare all’altare.
Gli occhi umidi ed accesi, le labbra tumide, il naso rosso come una ciriegia, facevano parte della tenuta di rigore per una sposina ammodo. Lo sposo, se non altro per amore di simmetria, non doveva mostrarsi lieto, in faccia a tanto dolore; si atteggiava al più profondo compianto, dinanzi alla lacrimevole situazione della fanciulla. Il sacerdote, compreso della necessità di mettersi all’unisono, recitava un predicozzo straziante ai due sventurati giovani, e tutte le signore lacrimavano nelle pezzuole ricamate. Se un indiano fosse entrato in una chiesa durante la cerimonia nuziale, al vedere il pubblico, e specialmente la sposa in quello stato di desolazione, l’avrebbe creduta una suttie, da ardere sul rogo del marito estinto.
La prima sposa giovane che fu veduta maritarsi senza piangere, fu la principessa Margherita. […] Ed infatti la cronaca assi cura che quando si sposarono non si presentarono cogli occhi gonfi e col naso rosso. Fin d’allora dunque le lacrime furono messe da banda, a grande soddisfazione degli sposi, che s’accomodavano male di quelle scene in cui facevano la parte di necrofori.

La causa di tutta questa lacrimevole disperazione?
Beh, una forma di riguardo degli sposi verso i genitori: anche nei matrimoni d’amore più felici, era considerata buona norma che i colombelli andassero all’altare con pose da melodramma, come a dire a mamma e papà “oh, quanto mi spiace abbandonarvi e andar via di casa! Vi voglio bene!”.

6. La sposa vestiva di bianco per simboleggiare che era vergine

…ma veramente no, non foss’altro che per una banalissima ragione: anticamente, la purezza sessuale era simboleggiata dal colore azzurro, non dal colore bianco.
Il bianco, semmai, simboleggiava l’assenza di peccato: i neonati – loro sì – venivano condotti al fonte battesimale indossando un vestitino candido. Ma la purezza sessuale non era, e non è mai stata, simboleggiata dal colore bianco: semmai, nei quadri, veniva indicata col colore azzurro.
Il vecchio adagio inglese che invita le spose a indossare, nel giorno del loro matrimonio, something blue (assieme a something old, borrowed e new) trae le sue origini proprio da qui: se una sposa voleva andare all’altare sottolineando la sua verginità, si vestiva di blu. O di azzurro.
Certamente non di bianco.

7. L’abito da sposa è di colore bianco

Mi par di sentirvi: “ma se l’abito bianco non simboleggia la verginità, allora perché la sposa dovrebbe vestirsi di bianco?”.
Eh. Infatti.
In assenza di una valida motivazione, le spose del passato se ne son sempre infischiate del bianco, indossando abiti di tutti i colori dell’arcobaleno.
Le donne che volevano puntare su un’eleganza semplice sceglievano, in genere, un abito nero (il little black dress, evidentemente, andava già di moda). Le donne che volevano dare nell’occhio inserivano qualche accessorio rosso fiammante; le donne ricche, che potevano permettersi un guardaroba più fornito, prediligevano i colori chiari e le tinte pastello. Ma l’abito da sposa candido NON era una tradizione, fino al momento in cui la regina Vittoria non lanciò una nuova moda decidendo di andare all’altare in un inconsueto abito bianco.

Consentitemi un omaggio a Downton Abbey - uno dei miei telefilm preferiti - nel sottolineare il lavoro egregio svolto dai costumisti: ecco qui due spose, di diversa estrazione sociale, indossare abiti decisamente colorati nel giorno del loro matrimonio
Consentitemi un omaggio a Downton Abbey – uno dei miei telefilm preferiti – nel sottolineare il lavoro egregio svolto dai costumisti: ecco qui due spose, di diversa estrazione sociale, indossare abiti decisamente colorati nel giorno del loro matrimonio

Peraltro: le nuove mode – si sa – possono riscuotere consensi, ma anche critiche.
Mentre la consuetudine dell’abito bianco si imponeva rapidamente in certa aristocrazia, molti “conservatori” storcevano il naso, di fronte a quella che consideravano una moda sciocca e pacchiana. Investire in un abito di colore bianco equivaleva a buttare i soldi dalla finestra: una gonna bianca ti si rovina con un niente, è difficile da riparare, e comunque è roba da ragazzina, poco adatta ad essere riutilizzata nella vita quotidiana di una donna adulta.
Per dire: ricordo un passo di L’età dell’innocenza di Edith Warthon in cui si lancia una stoccatina alle spose di bianco vestite, accusate di aver scelto il colore chiaro solo e unicamente per far sfoggio della loro ricchezza (“toh! Io ho tanti soldi, e quindi posso permettermi di sprecarli in un vestito che non userò mai più!”).

(Piccola curiosità: in questo, la mia famiglia è evidentemente vittima di uno strano loop spazio-temporale. Ad eccezione di mia cugina, che, pochi anni fa, ha scelto di indossare il classico abito bianco, tutte le donne della mia famiglia, sia da parte di madre che di padre, sono andate all’altare con abiti colorati. Persino mia madre e le mie zie, in tempi “non sospetti”, hanno bypassato gli abiti bianchi e si sono sposate indossando abiti di altri colori, che hanno poi riutilizzato in diverse altre occasioni. I soloni di metà ‘800 sarebbero fieri di noi).

8. Durante la Messa,gli sposi si scambiavano gli anelli nuziali

Vale lo stesso discorso che valeva per il consenso genitoriale: questo era vero in altre zone del mondo ma non nei paesi a tradizione cattolica, dove l’anello nuziale non veniva scambiato per il semplice fatto che era solamente uno.

Sorpresi?E invece è proprio così: fino alla riforma liturgica del post-concilio, durante i matrimoni cattolici veniva benedetto un anello: uno solo. Citando il Rituale Romanum de Sacramento Matrimonii,

l’anello prescritto per il Rito è unico. È quello che lo sposo mette all’anulare sinistro della sposa.

Ergo, la sposa usciva dalla chiesa indossando un anello nuovo di pacca, mentre lo sposo continuava allegramente ad andare a spasso a mani nude. Un’eco di questa usanza risuona ancora nella ritualità della Chiesa Anglicana (il cui Messale, con buona pace dello scisma, deriva ovviamente da quello cattolico): ancor oggi, i maschi che vanno all’altare hanno la possibilità di scegliere se indossare o no la fede nuziale. Il principe William, ad esempio, aveva creato un po’ di maretta nei media, decidendo di rinunciare alla sua fede nuziale (che, infatti, indossa solo Kate).

Come mai questa distinzione fra sessi?
Citando ancora il rituale romano,

L’anello nuziale è, secondo Tertulliano, l’immagine della fedeltà; ma è anche il Sigillo, dice Clemente di Alessandria, che significa la dignità della sposa cristiana, regina e padrona del focolare. Ella ha il diritto di sigillare cioè di disporre di tutte le proprietà quanto suo marito. Per questa dignità la Chiesa benedice solo l’anello della sposa: annulum hunc, dice il Rituale.

Man mano che passa il tempo, diventano sempre più pressanti le richieste dei fidanzati cattolici: i mariti vorrebbero indossare anche loro un anello nuziale; perché non permetterglielo?
Su esplicita richiesta dei sacerdoti, la Chiesa Cattolica alla fine lo permette, ma a una condizione: l’anello del marito non dev’essere benedetto. La vera fede nuziale benedetta dalla Chiesa, è solo una, ed è quella della sposa; quanto allo sposo, se proprio vuole un anello en pandant,

si metta da sé l’anello non benedetto. Se questi lo dovesse porre sul piatto [predisposto per la benedizione] con quello della sposa, non per questo bisogna mettere al plurale le parole annulun hunc. Lo sposo dovrà riprendersi il suo anello solo dopo di aver messo l’altro al dito della sposa.

9. Dopo la Messa, c’è una grande festa con parenti e amici

A parte il fatto che dovremmo intenderci sul significato di “grande festa”: il pranzone di nozze nel ristorantone cool è un’invenzione dei tempi moderni.
Ma a parte quello, qui entra in gioco un discorso di tempistiche: una volta, il matrimonio non si festeggiava dopo la Messa!

Una volta, a ben vedere, non esisteva il un matrimonio solo.
Nel periodo di tempo che stiamo prendendo in esame, non esistendo (almeno in Italia) il matrimonio concordatario, ci si sposava due volte: una volta in comune, per il matrimonio civile, e una seconda volta in chiesa, per il matrimonio sacramentale.

Essendo – ovviamente – reputata più importante la celebrazione del matrimonio in chiesa, gli sposi tendevano a “liberarsi” il prima possibile dalle impellenze burocratiche. Ovverosia: andavano in municipio di prima mattina (vestiti normalmente: la sposa in abito da viaggio, lo sposo in completo da lavoro). Mettevano le firme, venivano dichiarati marito e moglie, e tornavano alla casa di lui, ove trovavano ad aspettarli tutti gli invitati al matrimonio. Seguiva ricca “colazione di nozze” (ai nostri giorni, sarebbe una specie di brunch); dopodiché la sposa si cambiava d’abito, e tutti quanti, dopo aver festeggiato assieme, andavano in chiesa per la cerimonia religiosa. (Che non necessariamente veniva inserita all’interno di una Messa – dunque, non vi stupisca l’idea di gente che va a sposarsi, a inizio secolo, senza essere a digiuno: molto banalmente, non faceva la comunione).

Qualora i due matrimonii non si svolgessero lo stesso giorno (es. matrimonio civile nel pomeriggio del giorno X; matrimonio religioso alla mattina del giorno dopo), la grande festa continuava comunque ad essere legata alla celebrazione del matrimonio civile. Dopo il matrimonio in chiesa si festeggiava, sì, ma in maniera molto discreta, e con un numero di invitati molto ridotto rispetto a quelli invitati alla festa del giorno prima.
Talmente tanta era l’importanza attribuita al matrimonio religioso che si tentava di non aggiungere ulteriori distrazioni alla sacralità di quel momento…  tantopiù che c’era sempre la possibilità di festeggiare in pompa magna in occasione dell’altro matrimonio!

10 Il viaggio di nozze è una consuetudine bella e desiderabile

Io vi dico solo questo: il viaggio di nozze, di solito, si faceva con la suocera.
Anzi, peggio ancora, con le suocere al plurale: il viaggio di nozze nasce tra le famiglie aristocratiche dell’800, a mo’ di tour post-matrimoniale volto a presentare i parenti acquisiti a tutti i membri della famiglia.
In particolar modo, a tutti quei parenti che abitavano lontano, e che (ovviamente, non essendoci ancora i Frecciarossa e Ryanair) non avevano viaggiato per chilometri e chilometri al solo scopo di assistere a una Messa nuziale.
No, era molto più comoda per tutti la soluzione inversa: dopo il matrimonio, i due colombelli sarebbero saliti sul primo treno a disposizione, per cominciare un lungo tour che li avrebbe portati in visita nelle case di tutti i loro parenti più lontani.
‘no spasso, insomma; uno spasso che diventa ancor più spassoso se calcolate che, in molti casi, gli sposi non viaggiavano da soli, ma erano accompagnati – per l’appunto – dalle loro famiglie d’origine.

Verso la fine del secolo, questa mesta usanza aveva già cambiato forma: gli sposi, talvolta, decidevano di partire per una “luna di miele”… che includeva però destinazioni turistiche, e non la casa della vecchia prozia Abelarda.
Insomma, nasceva il viaggio di nozze così come lo intendiamo oggi… sennonché questa pratica era invisa alla maggior parte della popolazione.
Gli esperti di etichetta rabbrividivano scandalizzati: come osservava nel 1907 la marchesa Plattis – Maiocchi,

Il viaggio di nozze è assurdo, inopportuno, barbaro. I più cari e tumultuosi ricordi vengono dispersi nelle volgarità degli hotels e delle pensioni!

I moralisti erano ancora più espliciti: ma è mai possibile che l’iniziazione sessuale di una povera donna debba avvenire in una stanza d’hotel, praticamente sotto gli occhi di tutti? I novelli sposi hanno bisogno di intimità, di privacy: che è, questa nuova moda di farli partire per un viaggio di nozze, in cui sarà palese a tutti – ivi compresi valletti d’albergo e incolpevoli viaggiatori – che quei due lì sono due piccioncini nei loro primi giorni d’amore? Ma che imbarazzo, ma che mancanza di contegno!
I medici, dal canto loro, si univano al coro con argomentazioni ancor più inquietanti: per una giovane sposa, che in teoria potrebbe rimanere incinta da un momento all’altro, è di fondamentale importanza poter godere di riposo e quiete. Altro che traversate oceaniche e viaggi da turista! Queste pratiche deplorevoli potrebbero nuocere gravemente alla salute della donna, e – Dio non voglia – anche a quella del bambino, che, per quanto ne sappiamo, potrebbe già essere nel suo grembo.

 ***

‘nsomma, noi ci diamo tanto da fare per organizzare un matrimonio comme il faut, da tradizione… ma i nostri trisnonni probabilmente inorridirebbero, di fronte al più classico dei matrimoni d’oggi.
Probabilmente applaudirebbero invece, e con entusiasmo, di fronte a quello che noi moderni consideriamo un matrimonio non convenzionale.
Ah: i corsi e i ricorsi (e gli scherzi adorabili) della Storia!

L’usuraio di Liegi

No”.
“…in che senso, no?”.
“Nel senso di no. Il contrario di sì”.
Il Santo Padre inarcò le sopracciglia, lanciando un’occhiata a quella donnetta gracilina che lo guardava storto, con i pugni stretti sui fianchi, e che si permetteva di rispondergli così (!). Si sentì molto confermato nella sua vocazione al celibato, anche.
“Figlia mia”, disse molto cautamente: “ma se il tuo parroco e il tuo vescovo hanno deliberato in questo senso…”.
“Non mi interessa”, replicò la donna con voce ferma. “Mica ho fatto appello alla Santa Sede perché non sapevo come passare il tempo. Santità, io vi imploro in ginocchio: permettete che i resti di mio marito vengano trasferiti in terra consacrata”.
Il Papa si passò una mano tra i capelli, tradendo un moto di esasperazione. “Ma figlia mia diletta. Dalle informazioni in mio possesso, a me risulta che tuo marito fosse un usuraio…?”.
“Sì, purtroppo questo è vero”, annuì la donna senza scomporsi.
“Un pubblico peccatore, dunque?”, insisté cautamente il Papa.
“Indubbiamente, Santità”.
“E mi risulta”, aggiunge il Papa, con moltissima cautela, “che tuo marito sia morto senza confessare i suoi peccati…?”.
“Purtroppo, è vero anche questo”.
“E allora, figlia cara, che cosa vuoi che possa farci, io?”, esclamò il Santo Padre con una nota di esasperazione. “Lo sai bene che è la prassi. Stiamo parlando – scusa la franchezza – di un pubblico peccatore, che, dopo aver portato avanti per decenni pratiche contrarie alla legge di Dio, e dopo aver mandato in rovina centinaia di famiglie innocenti, è morto rifiutando la confessione sacramentale, allo stesso modo in cui, in vita, ha sempre rifiutato la conversione. Scusa la franchezza, ma mi spieghi quale sarebbe il senso di permettere il trasferimento della sua salma in terra consacrata?”.
“…perché la misericordia del Signore è infinita…”.
Il Papa sospirò, passandosi di nuovo una mano tra i capelli. “Quello che dici è vero”, disse molto lentamente, “ma devi anche renderti conto che, purtroppo, la condotta di tuo marito, il suo stile di vita, le circostanze in cui è morto, non lasciano ben sperare…”.
“Ne sono perfettamente consapevole, Santità”, ribatté la donna, con voce ferma. “Ma io sono qui nella convinzione che non si possa neanche smettere, di sperare. Mi è stato insegnato, signore, che il marito e la moglie sono una cosa sola, e che, secondo l’Apostolo, l’uomo infedele può essere salvato dalla donna fedele. Io, che sono parte del corpo di mio marito, farò volentieri al posto suo ciò che egli ha omesso di fare in vita. Sono pronta a farmi reclusa, per lui, e a offrire a Dio, con le mie preghiere, il riscatto per i suoi peccati”.
Nella sala delle udienze calò il silenzio per qualche secondo; poi, fra i cardinali, cominciò a correre un mormorio.
La donna fissò negli occhi il Papa, e si inginocchiò al suo cospetto. “Vi prego. Rinuncerò a tutto quello che ho, rinuncerò alla mia stessa vita, ma non date per scontato che mio marito non possa salvarsi”.

Così prosegue la storiella, tratta dal Dialogus miracolorum Cesario di Heisterbach (1180 – 1240 ca.):

Cedendo alle preghiere dei cardinali, il Papa fece riportare il morto al cimitero. La moglie elesse domicilio presso la sua tomba, si richiuse in clausura e si sforzò giorno e notte di placare Dio per la salvezza dell’anima del marito, mediante elemosine, digiuni, preghiere e veglie.
Sette anni più tardi, il coniuge le apparve, vestito di nero, e la ringraziò: “Dio ti renda merito per quello che stai facendo. Grazie alle tue prove, sono stato sottratto alle pene terribili delle profondità dell’Inferno. Se tu mi presterai questi servigi per altri sette anni, sarò liberato del tutto”. La donna lo fece, e, allo scadere dei sette anni, il marito le apparve di nuovo – ma, questa volta, era vestito di bianco, e aveva l’aria beata. “Grazie a Dio, e grazie a te, perché oggi sono stato liberato!”.

È una storiella sorprendente per molti versi. Ad esempio, pare sconcertante che un peccatore pubblico e così incallito venga salvato “dalle profondità dell’Inferno” solo perché aveva una moglie devota (e che è?). Infatti, il redattore ci tiene a precisare subito dopo che, evidentemente, il peccatore non era poi così incallito: sul punto di morte, doveva sicuramente aver provato contrizione per i suoi peccati.

Ma il punto non è nemmeno quello, sapete?
In fin dei conti, di storie simili è piena l’agiografia: Tizio, peccatore incallito, muore in circostanze molto poco promettenti, e viene salvato in extremis dall’intervento misericordioso della Beata Vergine.
La Madonna, nel Medioevo, era specializzata in questo tipo di salvataggi!
La cosa sconcertante è proprio questa: in questa storia, il peccatore viene salvato non dall’intervento della Vergine Maria, ma dall’intervento di… sua moglie.

L’autore di questo aneddoto è un monaco cistercense, e gli studiosi concordano nel dire che forse non è un caso: a Citeaux si sentiva molto forte il legame comunitario tra i vari membri dell’ordine. Che un monaco potesse (e dovesse) pregare per i suoi confratelli, evidentemente nella speranza di essere esaudito, era un concetto abbastanza acclarato.

Ma l’usuraio del nostro racconto, con molta evidenza, non è un monaco; né men che meno lo è la sua coraggiosa moglie.
Siamo nella prima metà del ‘200, e la Chiesa stava lottando con forza per sottolineare davanti agli occhi dei  fedeli lo straordinario quantitativo di grazia racchiuso in un matrimonio sacramentale. Al vincolo coniugale – unico, sacro, eterno e indissolubile – viene riconosciuto un potere talmente grande da ammettere che ci si possa salvare anche attraverso il sacramento matrimoniale. Addirittura, anche attraverso le azioni del proprio coniuge.

Ed è roba forte, eh, calcolando che tutto ciò viene detto in un monastero di inizio Duecento!

Con tanti auguri commossi per Giovanni e Francesca,
che questa grazia stanno per sperimentarla

Darwin comanda: “uomo, sii casto!”. La Società della Purezza di lady Ellice Hopkins

Qualche tempo fa, parlavo al mio fidanzato dell’ultima, strabiliante trovata dei chastity speaker americani: l’orsacchiotto di peluche da portarsi a letto, nell’attesa di potersi finalmente portare a letto il coniuge.
Il mio fidanzato (evidentemente, niente affatto turbato all’idea che io possa ritenere un orso di peluche un valido sostituto alla sua persona) sottolineava piuttosto un aspetto non da poco: “ok, questa è l’ennesima iniziativa di cui parli, che palesemente è destinata alle ragazze. Ma di iniziative analoghe pensate appositamente per i maschi, ce ne sono?”.

…bella domanda.
La mia percezione, evidentemente, è falsata dal fatto che sono una donna, e quindi conosco in special maniera le iniziative proposte a un pubblico femminile. Però, in effetti, non mi risulta che, oggigiorno, ci sia grande abbondanza di iniziative pro-castità per soli uomini.
Che però sarebbero decisamente opportune – anche perché, su questa tematica, è ovvio che i due sessi abbiano sensibilità realmente molto diverse!

Se voi conoscete iniziative di questo tipo, “per soli uomini”, fatemelo sapere ché son curiosa. Nel frattempo, io vi racconto qualcosa circa l’unico programma di questo genere di cui io abbia mai letto: dobbiamo tornare indietro fino al 1883, e fare conoscenza con una bizzarra femminista dell’Inghilterra vittoriana.

***

Presente, l’Inghilterra vittoriana? Quella dove la gente era così sessuofoba che si traumatizzava a vedere le gambe del tavolo e bla bla bla?
Beh: che molti individui dell’età vittoriana avessero qualche lieve problema nel rapportarsi con la sessualità, è cosa acclarata. Per contro, però, c’era anche un sacco di gente che questi problemi non se li poneva affatto.
…e, così facendo, creava problemi agli altri: nell’Inghilterra vittoriana, il racket della prostituzione (molto spesso, minorile) aveva assunto dimensioni realmente molto inquietanti. E, ovviamente, lasciava dietro di sé una scia interminabile di tragedie – fra cui, la diffusione delle malattie veneree. Ché a noi, adesso, la cosa può anche far ridere; ma, nell’800, certe malattie potevano anche far morire.

Per avere un’idea precisa della gravità della situazione, pensate che, nel 1864, un rapporto degli ufficiali medici del regno di Sua Maestà segnalava con orrore come il 30% dei soldati britannici fosse affetto da gonorrea e/o sifilide.
Punto primo: il 30% è una percentuale altissima, si stava rasentando l’epidemia.
Punto secondo: a livello d’immagine, a ‘sto punto ci si giocava il buon nome dell’esercito.
Punto terzo: al di là di tutto, una situazione simile era preoccupante per davvero. Anche perché questi galantuomini frequentatori di bordelli, dopo aver contratto la malattia, la trasmettevano a tutte le donne con cui andavano (che, presumibilmente, non eran poche), e oltretutto, poi tornavano a casa, e contagiavano pure la loro sposa.
E continuo a ricordarvi che di sifilide si muore, in assenza di un’adeguata terapia…

ellice hopkinsDi fronte a questo dato, oggettivamente molto inquietante, il governo britannico reagisce all’impazzata emanando una serie di norme volte a contrastare la prostituzione. La Chiesa anglicana si aggrega all’iniziativa, e si pone a capo di una serie di lodevoli programmi assistenziali che mirano a togliere le donne dalla strada e a dare loro una seconda chance.
Sforzi condivisibili, ci mancherebbe; ma, in mezzo a tutta questa frenesia anti-prostituzione, comincia a farsi sentire la voce di una bizzarra lady dell’aristocrazia inglese. Stiamo parlando della signorina Jane Ellice Hopkins, bizzarro personaggio che potrei descrivere così: anglicana fervente; darwiniana convinta; zitella incallita; femminista infuocata.

Soffermiamoci per ora sul concetto di “femminista infuocata”, e forse capiremo meglio le critiche che la Hopkins muoveva a queste politiche anti-prostituzione.
Politiche lodevolissime ma insufficienti, sostieneva la signorina – nel senso che tu puoi contrastare la prostituzione finché vuoi, ma non riuscirai mai a sconfiggerla del tutto.
L’unico modo per annientarla, è usare un un approccio del tutto opposto. Tipo: il modo migliore per combattere la prostituzione sarebbe convincere gli uomini a non andare a prostitute.
(Sconvolgente, vero?).

Le iniziative volte a promuovere la purezza sessuale fra le donne serviranno a ben poco – dice la Hopkins – finché non ne verranno organizzate di analoghe… rivolte però a un pubblico maschile.
E badate: la lady non si riferiva solamente alle politiche anti-prostituzione. Parlando in senso generale, lei riteneva inutile insistere tanto sul concetto di “purezza” e “buoncostume”, se questa insistenza riguarda solamente chi indossa la gonnella.
Finché ci saranno uomini disposti a pagare per il sesso, le prostitute, ovviamente, continueranno ad esercitare, indipendentemente da tutti i sermoni sulla purezza che possono aver ascoltato da ragazzine. Ma il problema è generalizzato: anche le servette continueranno a concedersi ai padroni finché i padroni le ricatteranno, “o questo, o il licenziamento”. Anche le ragazze da marito continueranno a piegarsi alle richieste del loro amato, se il giovanotto continuerà a insistere e a far pressioni.
E il dramma – osserva la Hopkins – è che i maschi sono liberi di spassarsela come meglio credono, senza dover sopportare alcun tipo di conseguenza. Alle loro spalle, si lasciano uno sfacelo: gravidanze indesiderate; ragazze da marito ormai “compromesse”; donne che perdono il lavoro, e, assieme a quello, anche la rispettabilità.
“Ciò che bramo”, scrive la lady inglese, “è instillare negli uomini una forte e appassionata coscienza di quanto sia miserabile degradare in questo modo le donne, infliggendo loro una maledizione che i maschi non condividono minimamente”.

Unica soluzione possibile a questo dramma? Predicare la purezza sessuale anche e soprattutto ai maschi: perché, senza il loro coinvolgimento, tutto il resto inevitabilmente cade.

***

“Eh, ma i maschi son pieni di testosterone”, dirà qualcuno: “non è mica facile parlare a loro di purezza sessuale. Cominciamo invece a educare le donne, che son più inclini…”.
Ma col cavolo”, risponde la Hopkins, che adesso devo qualificare con un altro degli aggettivi che avevo usato in apertura: darwiniana convinta. “Col cavolo”, insiste la Hopkins, di fronte a quelli per cui ‘eh, ma i maschi…’. “Col cavolo”, ribatte: “state forse affermando un’inferiorità biologica dell’uomo rispetto alla donna, nel definire l’uomo come una specie di bruto incapace di controllarsi?”.
Una convinzione simile – sostiene lei – va contro le più banali leggi di natura: non s’è mai visto un animale maschio mostrare cattiveria immotivata nei confronti delle femmine della sua specie. Semmai, i maschi del branco tendono a proteggere le femmine e i cuccioli.
Nemmeno un orango abuserebbe di un cucciolo di scimmia giusto per togliersi lo sfizio, sapendo che così facendo costringerà la scimmietta a una vita di stenti. O peggio ancora: sapendo che, tornando alla tana dopo questa violenza, l’orango stesso esporrà al pericolo di morte la femmina con cui s’accompagna, e tutta la sua cucciolata.
Manco un orango.

Ma soprattutto: se a qualcuno fosse sfuggito questo piccolo dettaglio – insiste la Hopkins – l’essere umano non è un orango.
Se l’uomo si è evoluto dalle scimmie diventando un essere superiore, non si capisce perché debba regredire a certi degradanti livelli di animalità non appena gli capita l’occasione di slacciarsi la patta dei pantaloni. È assurdo, insiste la lady: da un essere umano di sesso maschile ci aspettiamo il pieno controllo di tutti i suoi istinti più animaleschi (aggressività, possessività, e così via dicendo…), ma non del suo impulso sessuale.

E qui la Hopkins lancia il suo carico da novanta: peraltro, anche le femmine sarebbero dotate di impulso sessuale. Quindi, è veramente ridicolo scandalizzarsi quando una ragazza si allontana dall’ideale di ‘casa e chiesa’, e poi sghignazzare ammiccanti quando un ragazzo racconta le sue prodezze amorose. O ammettiamo con chiarezza che stiamo usando due pesi e due misure, o stiamo dicendo che pretendiamo dai maschi un minore autocontrollo, perché riteniamo per davvero che i maschi siano meno capaci di controllarsi.
Il che vorrebbe dire che i maschi sono più animaleschi e brutali del gentil sesso – qualcuno potrebbe addirittura pensare che i maschi siano rimasti fermi a un gradino inferiore della scala evolutiva.
E i gentiluomini dell’Inghilterra vittoriana non vorranno mica darci modo di credere a siffatta assurdità, nevvero…?

Secondo la Hopkins (che secondo me aveva strane idee in fatto di biologia, ma era un genio della retorica):

seguendo il loro istinto naturale, gli uomini mostrerebbero lo stesso pudore, la stessa sensibilità e lo stesso dominio di sé che mostrano le donne, se le loro migliori inclinazioni non fossero spazzate via dai diktat della società moderna e dalle basse aspettative che l’opinione pubblica sembra nutrire verso di loro.

Insomma: non è affatto vero che l’uomo fa più fatica a trattenersi rispetto a quanta ne facciano le donne, dice la Hopkins. Se solo volessero, anche gli uomini ce la farebbero, con la stessa identica fatica con cui ce la fanno anche le donne.
Il punto è che le donne sono culturalmente più inclini al pudore, perché si tratta di un valore che è sempre stato insegnato loro. Le donne sanno che la purezza è importante, perché la cosa è stata ripetuta loro millemila milioni di volte, e quindi le ragazze si comportano di conseguenza.
Ma un insegnamento analogo, ahimé, non è mai stato impartito ai maschi (con la stessa incisivtà). Anzi: i ragazzi hanno imparato fin da piccoli a sghignazzare per quella palpatina alla servetta, per quello sguardo nella scollatura, per quell’avventura di una notte che la moglie non ha mai scoperto…
Ma allora è questione di educazione ricevuta, non di impossibilità biologica a controllare i propri istinti (dice la Hopkins).
Ma allora sono le istituzioni (la Chiesa, la famiglia, la società…) che dovrebbero fare di più per responsabilizzare i maschi in tal senso, fin dalla più tenera infanzia.

Nasce così, nel 1883, la Società della Purezza.
Cos’era?
Parlando in termini altolocati, questa Società si definiva “l’organo ufficiale della Chiesa d’Inghilterra per promuovere la purezza tra i maschi, e prevenire la degradazione di donne e bambini”.
Parlando in termini molto terra a terra, il tutto si presentava come una specie di club maschile, sull’impronta di quelli che all’epoca accoglievano i ragazzotti altolocati. Insomma, un posto in cui i giovanotti potessero riunirsi per divertirsi, coltivare nuove amicizie, scherzare goliardicamente…
…e, in questo caso, aiutarsi l’un l’altro nel perseguire ideali di rettitudine e purezza.

Insomma: un posto dove fare le amicizie giuste, e grazie al quale (aiutarsi a) diventare adulti in maniera seria e responsabile. L’astinenza sessuale prima del matrimonio e la fedeltà coniugale dopo le nozze diventavano così un obiettivo coune da porsi, una battaglia da condividere, un ideale in cui credere e per cui combattere senza vergogna… e non una fissazione degli stupidotti che non sanno come godersi la vita.

Perché è abbastanza facile perdere di vista le ragioni per cui ti viene chiesto di fare (o non fare) X, se si tratta di un argomento su cui non ti soffermi mai perché “non sono discorsi da uomini”.
E invece, la sfida della Hopkins è proprio quella di proporre agli uomini i più alti ideali di purezza sessuale, partendo dall’assunto che… altroché se son discorsi da uomini!
Anzi: son discorsi da uomini onesti, da gentleman, da galantuomini responsabili e con la testa a posto.
Perché un vero uomo non va a prostitute, non abusa della sua sposa, non insidia ragazze da marito con il rischio di comprometterle.Perché un vero uomo è capace di fare quello che è giusto, di fermarsi prima di andare troppo oltre; è capace persino di accantonare certe sue voglie, se capisce che si tratta di desideri disonesti.
C’è anche una forte componente di cavalleria, nell’impostazione che la Hopkins aveva dato alla sua Società della Purezza. L’uomo deve essere puro perché è così che si comporta un uomo virtuoso e saggio, e anche perché è suo dovere “di cavaliere” tutelare in ogni modo il sesso debole.
Date un’occhiata alle cinque promesse che tutti i giovani dovevano impegnarsi a rispettare, prima di entrare a far parte della Società della Purezza:

1.    Rispettare tutte le donne, e impegnarsi a proteggerle dal male;
2.    Respingere il linguaggio osceno e le barzellette sporche;
3.    Impegnarsi a far sì che i principi della purezza sessuale siano considerati ugualmente importanti sia per gli uomini che per le donne;
4.    Diffondere questi principi fra amici e colleghi, e impegnarsi ad aiutare i propri fratelli più giovani;
5.    Utilizzare ogni mezzo possibile per soddisfare il comandamento: “mantieni puro TE STESSO”.

C’è anche una forte componente di cavalleria, come dicevo.
Messa così, sembra la dichiarazione d’intenti di un cavaliere senza macchia e paura – uno di quelli che tutte noi vorremmo avere al nostro fianco. O no?

***

Non è tutto oro quello che luccica, per carità: la Hopkins (oltre a non conoscere esistenza e effetti del testosterone…) aveva anche idee molto bizzarre su determinati aspetti della morale sessuale. Era leggermente ossessionata dall’incesto, sostenendo che tutti i fratellini che dormono assieme finiranno prima o poi col fare sesso (???), e quindi col battere le strade (???). Si era fatta portavoce di campagne assai poco condivisibili volte a strappare i figlioletti alle madri prostitute, perché i bambini sarebbero cresciuti molto meglio in un orfanotrofio. Anche all’interno della Società della Purezza, calcava molto la mano sul senso di colpa, istituendo addirittura dei comitati di sorveglianza incaricati di spiare (!) i vari membri del gruppo, e punire quelli sorpresi ad avere comportamenti non appropriati.
Insomma: andiamoci molto cauti prima di esaltare la signorina, perché di cose parecchio equivoche ne ha fatte molte pure lei.
Come si suol dire, nessuno è perfetto. Ma resta il fatto che, leggendo alcuni stralci dei suoi scritti, io ho trovato anche delle frasi e delle argomentazioni che sarebbero da incorniciare e da custodire come cosa cara.

E poi… c’è niente da dire: a me, l’idea che sta dietro alla Società della Purezza piace tantissimo, altroché.
Anzi: non so cosa ne pensiate voi, ma io trovo che, nel suo genere, sia piuttosto geniale.

Ma Satana può innamorarsi?

San Valentino Diavolo

Tant’è.
Se qualcuno decidesse di farmi gli auguri di San Valentino mandandomi un biglietto di questo genere, io sarei quantomeno molto perplessa… ma evidentemente il mondo non la pensa come me: dalle mie parti, le vetrine sono piene di diavoletti di peluche abbracciati a grossi cuori color porpora.
A questo punto potrei far partire un predicozzo sulla degenerazione dei tempi moderni, ma invece no – io sono una persona con seri problemi, e quindi mi domando: ma i diavoli lo festeggiano, San Valentino?

Okay: che un diavolo festeggi la memoria di un santo, mi sembra un po’ improbabile. Riformuliamo la domanda: i diavoli la festeggiano, la festa dell’ammmore?
I diavoli si innamorano?
Satana potrebbe innamorarsi?

Siete liberi di non crederci ma purtroppo è la verità: i teologi medievali si arrovellavano veramente su questi temi.
Siete liberi di non crederci ma purtroppo è la verità: c’è una povera medievista che ha provato a fare il punto della situazione pubblicando un contributo il cui titolo è già tutto un programma: Love in the Time of Demons: Thirteenth-Century Approaches to the Capacity for Love in Fallen Angels.
Giungendo a un risultato alquanto sorprendente: secondo l’uomo medievale la risposta era sì – Satana, in teoria, potrebbe innamorarsi.

I diavoli, in effetti, possono provare sentimenti positivi – financo amore.
I teologi medievali erano giunti alla sconcertate conclusione analizzando un episodio specifico: la ribellione di Lucifero. Sappiamo tutti com’è finita: il demone precipita “nelle viscere della terra” assieme a tutti gli angeli che, invece di restare fedeli a Dio, avevano scelto di unirsi alla ribellione.
Ecco: lasciamo perdere per un attimo Lucifero, e concentriamoci sugli angeli che avevano deciso di appoggiarlo. La domanda è: ma, a loro, chi glielo faceva fare?
Lucifero, okay: era così potente e così ambizioso da sperare di potersi sostituire a Dio Creatore. “Buon” per lui.
Ma gli altri angeli?
Di sicuro, non avevano la stessa ambizione di uguaglianza con Dio.
La cosa è abbastanza evidente, se ci pensate; punto primo: se proprio avessero avuto lo stesso folle sogno di Lucifero, si sarebbero ribellati ognuno per i fatti suoi (sotto questo punto di vista, mica di guadagnavano un granché, nel passare da “sottomesso a Dio” a “sottomesso a un altro”).
Punto secondo: l’ambizione di sostituirsi a Dio poteva essere “ragionevolmente” nutrita, tutt’al più, da un angelo molto in alto nella scala gerarchica. Chessò: un Lucifero, un san Michele. Ma gli angiolucci “comuni” che hanno osato ribellarsi a Dio? Loro – se avevano un minimo sindacale di senso pratico – mica potevano essere mossi dallo stesso desiderio!
D’accordo, Lucifero potrebbe aver promesso grandi ricompense ai suoi seguaci (non risulta, comunque, che abbia promesso loro l’autogestione…), ma qualsiasi creatura sana di mente avrebbe dovuto rendersi conto che, alla bisogna, Dio Onnipotente avrebbe potuto elargire ricompense ben maggiori (e ben più certe).

E dunque?
Si può dire tutto, degli angeli, tranne che siano rincretiniti: perché mai un angelo sano di mente avrebbe dovuto appoggiare Lucifero in questa folle ribellione, che – non ci voleva un genio per capirlo – aveva fra l’altro buone probabilità di insuccesso?
Le opzioni sono due: o Lucifero ha costretto gli altri angeli a supportare il suo folle piano, o Lucifero li ha convinti ad unirsi alla rivolta. I teologi concordavano nel ritenere valida la seconda opzione, e Tommaso d’Aquino arrivava ad ipotizzare che Lucifero avesse “conquistato” i suoi sostenitori facendo una specie di… comizio elettorale.
Ma resta comunque da capire come mai ‘sti angeli siano stati così sprovveduti da dar retta a Lucifero e non a san Michele. E poi dici l’intelligenza angelica…!
Arrivati a questo punto della riflessione, alcuni teologi sganciavano la loro bomba: gli angeli ribelli hanno appoggiato Lucifero… perché gli angeli ribelli volevano bene a Lucifero.

Non uso il termine “amare” perché sennò ci vengono in mente immagine di orge gay tra demoni, ma… sì: in un certo senso, si potrebbe dire che gli angeli ribelli amassero Lucifero.
Lo amavano di un amore fraterno, lo amavano di amicizia sincera: lo amavano – suggerisce Olivi – persino più di quanto amassero Dio, perché Lucifero era “un loro pari”: una presenza costante e vicina nella loro quotidianità. Al confronto, Dio sembrava già più “lontano”, più “infinitamente altro”.
Gli angeli amavano Lucifero – insiste Olivi – più o meno nello stesso modo in cui dovevano amarsi Adamo ed Eva: non è non volessero bene a Dio… ma volevano ancor più bene al loro consimile. Proprio perché consimile: sempre vicino, fatto come te; presenza rassicurante e concreta della tua vita.
Da qui, il grande dramma di Lucifero e delle sue schiere, cadute per amore: cadute per aver amato troppo, e nella maniera drammaticamente sbagliata.

Se Lucifero ha peccato amando se stesso più che Dio, gli altri angeli ribelli sono caduti in una trappola terribilmente insidiosa: hanno amato il loro amico più che ancora che il Creatore. “Hanno amato il primo tra gli angeli andando ben oltre la misura lecita, e hanno amato se stessi in lui e nella loro relazione con lui. Si sentivano orgogliosi del suo orgoglio e si glorificavano della sua gloria, proprio come se fosse stata la loro”, spiega Olivi. “Era come se – mediante l’amore che li univa – tutti loro fossero una cosa sola”.
Nel momento in cui Lucifero diede il via alla sua ribellione, “l’idea di separarsi da lui parve ai suoi amici del tutto contraria al legame che li univa – e contraria, del resto, anche alla loro stessa volontà”. E quindi, alcuni dei suoi amici più stretti scelsero, drammaticamente, di seguire lui, anteponendo i loro sentimenti alla lealtà verso Dio Creatore.

***

Già così, la vicenda è abbastanza straziante, ma la cosa è (intuibilmente) destinata a peggiorare ulteriormente.
Perché… okay: gli angeli amici di Lucifero scelgono, per troppo amore, di sostenere la sua battaglia, e assieme a lui precipitano nelle viscere infernali.
E va bene.
Ma il punto è: secondo voi, l’Inferno è un posto particolarmente ricco di buoni sentimenti?
I diavoli si trovano ogni sera a mangiare una pizza alla Giudecca, scambiandosi bacini e abbracci e trascorrendo la loro eternità in una gioiosa atmosfera di quieta armonia?
Ehm: mi sembra abbastanza evidente che la risposta è no – quindi ci dev’essere qualcosa che è andato drammaticamente storto, in questa ribellione all’insegna del “volemose bene”, tipo famigliola del Mulino Bianco con l’unica differenza che il babbo è Satana.

Torniamo alla domanda di partenza: un diavolo può amare?
La risposta è “tecnicamente sì”, l’abbiamo visto sopra, ma a questo punto dobbiamo porci un’altra domanda: precisamente, cos’è l’amore?
No, sul serio, cerchiamo di definirlo.
La medievista di cui sto ripercorrendo la ricerca porta come esempio la distinzione fra i vari tipi di amore operata dal teologo domenicano Vincenzo di Beauvais.
L’amore, innanzi tutto, può essere inteso come una naturale inclinazione verso sentimenti di amore (cioè, un qualcosa del tutto involontario), o può essere inteso come un vero e proprio atto di volontà (cioè, un qualcosa su cui possiamo intervenire, che possiamo scegliere di fare o di non fare).
L’essere umano ha una naturale inclinazione verso l’amore, e, dunque, può senza dubbio capitare che una donna si innamori “spontaneamente” di un uomo – a livello puramente istintuale, dico; “di pancia”. La stessa donna, però, può anche decidere che vuole amare (chessò: per recuperare faticosamente un matrimonio in crisi), e può persino decidere che non vuole amare (chessò: l’amore della tua vita ti molla, e tu che fai? Mica puoi restare eternamente innamorata di uno che non ti si fila: in qualche modo devi uscirne, e superare la rottura).
Dunque: un conto, è l’amore come naturale inclinazione del proprio animo; un conto, è l’amore come atto di volontà di amare.

Torniamo ai diavoli: loro – secondo l’esempio di Vincenzo di Beauvais – sono naturalmente inclini a provare amore: e infatti, un tempo hanno amato.
Ma quanto all’amore inteso come atto cosciente, di volontà? Gli angeli caduti potrebbero amare: ma scelgono di amare?

“A livello puramente istintuale”, dice il teologo, “ogni diavolo è incline a provare amore: amore verso se stesso, e anche amore verso Dio. Si tratta di un impulso totalmente naturale”. Ma quando si passa all’amore inteso come atto di volontà, “allora, razionalmente, i diavoli odiano Dio. Vorrebbero addirittura che non esistesse, se questo fosse possibile; e allo stesso modo odiano anche qualsiasi essere creato, con l’unica eccezione di se stessi”, perché in questo sono spinti dall’istinto di auto-conservazione.

Sì: c’è stato un tempo in cui i diavoli – prima di diventare tali – si sono amati (ancorché in maniera drammaticamente cieca, peccaminosa e folle).
Ma – come spiega Guglielmo d’Alvernia – dopo la caduta, quell’amore malato che regnava fra di loro è stato destinato inevitabilmente a spegnersi, soffocato “dal rancore, dal disprezzo, dall’odio, dalla superbia, dall’invidia e da ogni altra venefica passione di questo tipo”… insomma, da tutti i sentimenti che i diavoli dovettero provare, dopo aver capito di essere stati sconfitti. Per sempre. E per una ragione così stupida.
Il teologo ipotizza che sia capitato agli angeli caduti la stessa identica cosa che capita, talvolta, anche a noi esseri umani. Tutti noi abbiamo in mente qualche drammatico caso di famiglia disfunzionale: lui e lei legati a doppio filo, consapevoli di aver sbagliato tutto nella vita, ma senza più strumenti per rimediare. E allora arrivano le accuse, il risentimento, l’astio, l’odio violento. Nel caso dei demoni, è ancora peggio: “la malvagità di questi spiriti è di proporzioni tali che non permette loro di desiderare il bene, di augurarlo ai propri consimili, o anche solo di contemplarlo”.
Per citare di nuovo Vincenzo di Beauvais: si è arrivati al punto che “ogni demone, riguardo ai suoi consimili – così come del resto riguardo a qualsiasi altro essere creato – vorrebbe semplicemente che non esistessero. Eppure, in un certo senso, si compiace anche della loro esistenza, perché questo gli dà la possibilità di farli soffrire. Per questa ragione, i demoni applaudono i loro consimili e si compiacciono della loro capacità di causare sofferenze; ma in realtà, ognuno di loro odia i suoi compagni, e, più in generale, odia tutto ciò che lo circonda”.
Del resto, conclude Guglielmo, “se neppure l’immensa e indicibile bontà di Dio Creatore è sufficiente a suscitare nei demoni sentimenti di amore, come è possibile pensare che [i loro consimili], creature infinitamente inferiori a Dio, possano indurli ad amare?”.

Perché il punto è tutto qui: solo in Dio c’è il vero amore. Solo dall’amore per l’infinitamente amabile può nascere, di riflesso, l’amore per le sue creature. Solo chi ama Dio può amare il prossimo suo, in Dio; chi – come i demoni – rifiuta con così tanta decisione di amare Dio Creatore, non potrà mai sperare di provare amore per le sue creature. Tutt’al più potrà amare se stesso, toh: ma giusto come volontà di dominio sul prossimo, come mero istinto di auto-conservazione.

***

A questo punto, ci sarebbe ancora da parlare dell’amore (o quantomeno dell’amor carnale) tra il diavolo e le creature umane (cioè: chi glielo fa fare, a Satana, di andare a far sesso con le streghe ai sabba? È lui che ha il testosterone alto? Son le streghe che hanno voglia, e lui poveretto si concede?). Ma questo papiro è già fin troppo lungo, quindi rimandiamo la cosa a un altro post.
Vi anticipo solo che, nonostante quello che potrebbe sembrare a prima vista, fare “l’amore” con Satana è un’esperienza assai spiacevole (aehm: relata refero).
Quindi, fin d’ora: io, comunque, sconsiglierei.

[Pillole di Storia] Per una lettura cattolica del pianto notturno del neonato

Il De vita sua di Gilberto di Nogent è un’opera su cui varrebbe la pena di tornare anche in futuro, perché costituisce un raro (e piacevolissimo) esempio di autobiografia… di monaco medievale.
Gilberto nasce nel 1055 in una famiglia della piccola nobiltà francese, e nel venire alla luce per poco non manda al Creatore se stesso e la madre, avendo avuto la bella pensata di vedere cosa succede se provi a percorrere il canale del parto non di testa, non di piedi, ma bensì di schiena.
(Lo considero invero un interrogativo di grande interesse, tant’è che, a suo tempo, anch’io avevo deciso di tentare lo stesso esperimento. È finita con me che, come primissima azione della mia vita, prendevo violentemente a calci il ginecologo – facendogli pure male, riporta sconcertato il ginecologo! – reo di avermi fatto nascere attraverso taglio cesareo, impedendomi così di realizzare l’esperimento che con tanta cura avevo progettato per nove mesi. Umpf).

A differenza della sottoscritta, a cui la scienza medica moderna ha disgraziatamente tarpato le ali, il piccolo Gilberto riesce a compiere il suo esperimento… e ne deduce che farsi partorire di schiena è veramente una pessima idea. Tuttavia, scopre altresì che talvolta si sopravvive lo stesso, soprattutto se la partoriente si affida alla Madonna e Lei decide di compiere il miracolo.
A mo’ di ex voto, la mamma di Gilberto consacra suo figlio alla Vergine Maria, promettendo che, una volta fattosi adulto, il bambino diventerà monaco. E così è: Gilberto, in effetti, seguirà il cammino di Benedetto, e a un certo punto diventerà anche abate di una piccola abbazia a Nogent, in Piccardia.

In questo post, però, non ho intenzione di parlare di Gilberto, bensì di sua mamma, una donna bellissima, forte, intelligente, ferma nelle sue decisioni, che aveva avuto la disgrazia – o forse la fortuna – di rimanere vedova dopo pochi anni di matrimonio.
Dico “fortuna” perché di certi uomini è bene liberarsi in fretta, e il padre di Gilberto non era propriamente un gran campione di virtù. Proprio per questo è molto interessante notare il modo in cui si sviluppa – in vita e dopo la morte – il rapporto fra la donna e suo marito: un individuo violento, infedele (anzi: proprio donnaiolo incallito), e vizioso in tutti in sensi.

Un bel dì, la madre di Gilberto, ormai vedova, si assopisce dopo la recita del mattutino, ed ecco che la volontà divina la rende oggetto di una singolare grazia: la donna si trova infatti a visitare il Purgatorio, incontrando le anime di molti suoi conoscenti che ivi scontano le loro pene.
Le appare, fra i tanti, anche il defunto marito, che le si presenta come una specie di zombie, con un corpo che per metà è normale e per l’altra metà è “completamente sfregiato da innumerevoli ferite, tali che alla loro vista chiunque sarebbe preso da orrore e da una commozione viscerale”. Non solo: questa anima purgante è costantemente accompagnata da un gemito acuto, insistente, squillante, simile al pianto di un bambino.
La moglie fissa il marito e fa qualche domanda sulle linee di “ma che è ‘sto schifo?” – al che il marito le risponde (con toni di assai scarso rincrescimento, debbo aggiungere!) che quella è la pena che è costretto a scontare per aver abbandonato suo figlio neonato.

No, non il monaco Gilberto, un altro: un figlioletto nato da un rapporto occasionale che il brav’uomo aveva avuto con una fra le sue tante amanti. Dopo un po’ di tempo dal fattaccio, la donna s’era scoperta incinta, aveva chiesto aiuto al padre del bambino… e il padre del bambino aveva bellamente fatto spallucce. Col risultato che il bambino, nato negli stenti, era morto poco dopo il parto e senza nemmeno esser stato battezzato: colpa gravissima, questa, che ricadeva tutta sulle spalle dell’adultero insensibile.

Lo smembramento del fianco, quindi, rappresentava la rottura della fedeltà coniugale; le urla di quella voce insopportabile, invece, erano la dannazione del bambino procreato nel male.

Come reagire di fronte a tale scoperta sul passato di tuo marito?
Molte di noi probabilmente direbbero “ben ti sta” e tornerebbero serenamente alle loro occupazioni di vedova – ma la madre di Gilberto era invero una santa donna, e decide di dover fare qualcosa per alleviare le pene del defunto coniuge.
Messe, elemosine e preghiere per i defunti sono preziosissime ma sono come una goccia nell’oceano, spiega (…con una notevole faccia tosta, debbo aggiungere!) l’anima del marito. Servirebbe qualcosa di più, una qualche offerta più incisiva…

…e così, la povera donna (cornuta e mazziata, ma non importa, perché un vero matrimonio cristiano sopporta anche queste quisquilie) comincia ad arrovellarsi sull’annosa questione: come riparare i misfatti di un’anima purgante il cui più grande peccato è stato quello di aver abbandonato il figlio neonato, se il figlio neonato è morto?
Agendo per analogia, la pia donna decide di espiare le colpe per conto terzi prendendosi cura di un altro neonatino abbandonato. Uno a caso, per compensare il male commesso con una buona azione totalmente simmetrica: e così, la vedova fedele decide di accogliere in casa sua un bambino di pochi mesi, rimasto privo dei genitori.

E qui inizia, signori che mi leggete, la parte più straziante del racconto.
Perché io non ho figli, ma non serve aver passato centinaia di notti in bianco per riuscire ad empatizzare con il dramma di questa povera donna: un dramma testualmente descritto con tali parole in un manoscritto medievale del primo XII secolo.

Il diavolo era invidioso della pia intenzione e della non meno religiosa azione, e, mentre di giorno il bimbetto stava tranquillo, passando il tempo a giocare o a dormire, torturava però tutte le notti mia madre e le serve con vagiti e clamori talmente alti che a nessuno era consentito dormire.
Ho saputo con sicurezza da mia madre che le nutrici erano colmate di premi affinché tutte le notti non smettessero di agitare il sonaglietto davanti al viso di quel povero bambino, stranito non a causa della sua natura, ma a causa di un istigatore nascosto. Tuttavia, a nulla valse l’astuzia femminile per scacciare colui che tormentava il neonato.
La pia donna era afflitta da un immenso dolore, poiché, tra tutti quegli stridori, non c’era niente che valesse a calmare le tormentate ore notturne – e nemmeno una persona con la testa vessata e stanca sarebbe riuscita a abbandonarsi al sonno, quando sopraggiungeva il nemico ad aizzare tutto il furore del bambino, stimolato dall’esterno.
Mia mamma dunque trascorreva le notti insonne: tuttavia, mai fu trovata impreparata agli offici divini che si tengono di notte, […] né scacciò mai il bambino dalla sua casa né si mostrò meno premurosa nei suoi confronti. Anzi, decise di subire serenamente qualsiasi discordanza nascesse, qualsiasi sofferenza il diavolo le imponesse, non dubitando di contribuire così alla purgazione del suo sposo.

E ditemi voi se questo quadretto di maternità medievale non è deliziosamente attuale e deliziosamente consolante.
Lasciamo perdere il marito fedifrago e indirettamente omicida, e la sua moglie fedele anche dopo la morte, che, nonostante tutto, desidera salvare l’anima del suo sposo.
Lasciamo perdere quello, e concentriamoci invece sul neonato inconsolabile che, invece di piangere come un ossesso perché ha le coliche notturne, tiene sveglio tutto il castello perché è posseduto dal demonio. Perché il demonio è spaventato dal bene che fiorisce in una famigliola che cresce un figlio e cerca in tutti i modi di sfiancare la madre, scardinando le sue certezze e mettendo in crisi tutti i suoi buoni propositi.

Sì, insomma! Amica (o amico) che mi leggi: hai gli occhi lucidi per il sonno e la disperazione, dopo che il tuo pupetto adorato ha pianto per tutta la notte per l’ennesima notte consecutiva, e ti vien da singhiozzare e domandarti “ma cos’ho fatto di male per meritare tutto questo??”.
Non hai fatto niente di male: anzi, a quanto dice il teologo medievale, stai facendo molto bene. Così bene che il demonio ce l’ha con te, e cerca in tutti i modi di deprimerti e sfiancarti.
Ma non temere: da qualche parte c’è scritto che non prevalebunt! E prima o poi anche ‘sto benedetto bambino riuscirà a farsi una notte di sonno tutta filata. Il Male non prevarrà: è parola di Dio!!

(“Beh”, commentava una mia amica mommy-blogger, quando l’ho messa a parte di questa lettura teologica delle notti in bianco: “è migliore di molte altre spiegazioni in cui ho avuto la ventura di imbattermi. Spiega anche le coliche, credo, e la temuta Varicella Il Giorno Prima Di Partire Per Le Vacanze”.
“E anche il perché i bimbi facciano immancabilmente la cacca mentre mamma e papà stanno cenando!”, commentava un’altra mamma che mi legge, a sua volta colpita da questa incontestabile ermeneutica).

Il contadino della Boemia

Contadino della Boemia

Quando la Morte gli si presentò – terribile, maestosa; uno scheletro imponente di un bianco innaturale, avvolto in un mantello nero simile ad ali di pipistrello – il contadino non tremò. Anzi: accecato dall’odio, per un attimo sentì l’impulso di aggredire la Signora Morte – di strapparle di mano quella lunga falce insanguinata, piantargliela nel cranio con tutta la forza che aveva in corpo, e insistere, e insistere, fino ad aver ridotto quello scheletro maledetto a un cumulo informe di ossa spezzettate.
Ma il contadino della Boemia riuscì a controllarsi: e del resto, quale uomo potrebbe mai uccidere la Morte?
Aspettava questo momento da troppo tempo, per rovinarlo con qualche insensato atto di violenza. Non riusciva nemmeno più a ricordare quante notti avesse passato nel tentativo di evocare la Morte; non avrebbe nemmeno più saputo nominare tutti i libri e tutti i sapienti che aveva consultato, nella speranza di riuscire a trovarsi infine a faccia a faccia col Tristo Mietitore.
E adesso che la Morte era finalmente lì, davanti a lui, il contadino della Boemia non poteva lasciarsi scappare quell’occasione. Trattenendo con un fremito il suo sdegno e la sua rabbia, l’uomo puntò i suoi occhi, gelidi, nelle orbite vuote del teschio che si ergeva di fronte a lui. E poi gli sputò addosso, e scandì lentamente: “nel nome di Dio Onnipotente, Signora Morte, io ti maledico”.
E poi restò immobile, cercando di nascondere i brividi che gli gelavano la schiena, e soprattutto cercando di venire a patti con quello che aveva appena fatto. Una maledizione nel nome di Dio Onnipotente. Alla Morte. Wow.

Al gesto seguì qualche secondo di silenzio, che parve un’eternità.
Il teschio vuoto della Signora Morte sembrava in qualche modo trasmettere una sensazione di sorpresa, e si udì un lieve scricchiolio di ossa mentre il Tristo Mietitore abbassava leggermente la testa, come a voler guardare meglio il tale che gli aveva appena sputato addosso.
Tu”, scandì lentamente, rivolta al contadino – e c’era come un’incredulità beffarda, nel tono in cui parlava. “Tu hai appena maledetto me? La Morte?”.
Il contadino della Boemia si sentì improvvisamente molto stupido, ma lottò per non darlo a vedere. Mentre le gambe gli si facevano molli, lui si schiarì la gola e sollevò il capo con un guizzo d’orgoglio, replicando: “proprio così, Signora. E finché avrò vita – e anche dopo la mia morte, per tutta l’eternità – giuro sulla mia stessa anima che sarò il tuo nemico più spietato e il tuo avversario più feroce”.
La Morte rimase immobile per qualche istante, come a voler soppesare le parole di quel bizzarro mortale. E poi, senza abbandonare il suo ghigno beffardo, domandò: “posso dunque conoscere il nome di un tanto acerrimo nemico, e sapere cosa anima tanta acrimonia nei miei confronti?”.
Quel tono irrisorio fece montare la rabbia del contadino. “Mi chiamo Johannes, e vengo dalla Boemia. E la ragione del mio odio”, aggiunse con ferocia, riuscendo a stento a controllare il tremito della voce, “è che tu hai distrutto la mia vita, hai portato via tutto ciò che avevo, e hai svuotato di senso la mia esistenza”.
La Morte si allontanò di un passo e il mantello fluttò attorno alle sue ossa; lei sembrò soppesare le parole del contadino. E poi, il suo teschio si illuminò come di un ghigno. “Margaretha?”.
”, ruggì il contadino, e probabilmente avrebbe anche aggiunto qualcos’altro, se improvvisamente non si fosse bloccato, attonito, nel vedere la Morte scoppiare a ridere.
“Oh, sì, ora capisco”, commentò lo scheletro, e adesso il suo tono era beffardo al di là di ogni ragionevole dubbio. “La ricordo bene: chi non lo farebbe? È raro anche per me incontrare una donna del genere: pura, fedele, onesta, casta, devota. Immagino di star parlando con il suo vedovo affranto: immagino lo sgomento che alberga nel tuo cuore, al pensiero del suo corpicino roseo, delle sue labbra carnose, delle sue dolci guance piene che adesso si abbandonano nel mio abbraccio, e piano piano si fanno ce…”.
Stavolta, il contadino non riuscì a controllarsi e tirò un pugno in faccia alla Morte. Naturalmente non successe un bel niente, sennonché la Morte si mise a ridere ancor più forte.
“Sì, sono il suo vedovo”, gridò l’uomo con un misto di rabbia e di disperazione: “lei era la mia stella polare, il mio bastone, il mio scudo, il mio tesoro. E io ti maledico nel nome di Dio Onnipotente e di tutte le tue creature: che Nostro Signore possa ridurti in cenere, costringerti a un’eternità di dannazione, e liberare il mondo dal tuo impero!”.

La Morte smise di ridere, e stette immobile per qualche istante contemplando il contadino. “Povero, piccolo uomo senza cervello”, disse poi, lentamente. “Tiri in ballo il Signore Dio, senza nemmeno capire quello che stai dicendo. Parli del mio potere sul mondo, senza nemmeno renderti conto di cosa implichi veramente. Spiegati, allora: cosa vorresti? Che io, andando contro il progetto stesso del Creatore, scomparissi improvvisamente da questo mondo?”.
Il contadino avrebbe voluto ribattere qualcosa, avrebbe voluto con tutto il suo cuore, ma si trovò improvvisamente senza parole e con gli occhi lucidi di lacrime.
“Ti rendi conto di cosa dici, piccolo imbecille arrogante senza criterio? Cosa vorresti: una vita eterna senza morte, per tutta l’umanità? Con uomini costretti a uccidere e a divorare a vicenda i propri simili, spinti dalla mancanza di cibo, di spazio e di risorse con cui sostenersi?”. Tacque per un attimo per poi ricominciare, e stavolta c’era una nota di rabbia nella sua voce: “parli del mio potere sul mondo, e non sai nemmeno quello che dici. Ti rendi conto che l’intero mondo potrebbe essere mio impero, se solo lo volessi? Quale re, quale papa, non mi donerebbe all’istante la sua corona, se solo io gli garantissi di non tornare mai più a fargli visita, di non bussare mai più alla sua porta per reclamare la sua vita?”.
Il contadino aprì la bocca per ribattere, ma la richiuse senza esser riuscito a dire niente. La Morte puntò contro di lui un dito scheletrico, accusatore. “Piccolo, stupido omuncolo che parli senza capire! Dovreste ringraziarmi, tu e i tuoi simili, per il lavoro che svolgo ogni giorno e per volontà del Padre Eterno, senza chiedere nulla in cambio, trattando tutti come pari, e senza mai abusare del mio potere”.
Johannes sentì gli occhi che gli si riempivano di lacrime, e gridò: “ma lei era mia! Era la mia moglie adorata!”.
“Lei era tua?”, ripeté la Morte, incredula. “Sei tu che l’hai creata dal fango, che hai soffiato dentro di lei il soffio della vita, che hai scritto il suo destino negli astri?”.
“Non era ancora il momento!”, gridò Johannes. “Era giovane, era bellissima, era nel fiore della sua vita: l’hai strappata dalle mie braccia quando era appena diventata mia sposa, non avevi alcun diritto di portarla via adesso – non…”.
“Come se un bel corpicino dovesse farmi indietreggiare in preda all’orrore, come se dovessi rimandare la mia venuta solo per concedere vani sprazzi di piacere a voi creature mortali”, commentò la Morte con sarcasmo. “Piccolo uomo stolto ed ignorante: nel momento stesso in cui l’uomo riceve da Dio il dono della vita, in quel preciso istante egli è già abbastanza vecchio per poter restituire questo dono al suo Creatore”.
Non nominare il nome di Dio!”, gridò Johannes singhiozzando. “Non nominarlo!! Se Dio è veramente buono, allora non è lui a richiedere la morte dei bambini, dei giovani, degli innocenti! Anche Dio ti maledice per quello che tu fai: e lo ripeto – che Dio possa annientarti, umiliarti, privarti di ogni tuo potere, e costringerti a un’eternità di strazio e sofferenza!”.

La Morte indietreggiò. L’uomo la vide stringere la mano scheletrica sulla sua falce, e improvvisamente un tuono squarciò il silenzio della notte. La Signora ringhiò “tu non puoi parlare così all’emissario del Signore”, e stese il suo braccio verso il contadino, e Johannes sentì le dita scheletriche e gelide della Morte stringersi attorno al suo collo e sollevare lentamente il suo corpo da terra.
E poi fu tutto buio, e poi vi fu una grande luce, e Johannes riaprì gli occhi per trovarsi in una specie di grande aula di tribunale, luminosa e totalmente altra da qualsiasi cosa lui avesse mai visto – e la Morte era ancora al suo fianco.
Il contadino della Boemia posò il suo sguardo sul giudice che sedeva, austero, sullo scranno davanti a lui, e all’istante crollò in ginocchio. Davanti a lui stava il Signore Dio Onnipotente, assiso in trono.

Dio guardò il contadino, e poi la Morte. Poi ancora il contadino.
Scosse il capo e sospirò, come un padre deluso per le marachelle dei suoi figli, e poi cominciò a parlare. “Voi vivete la vostra esistenza come se la vita, la morte, fossero di vostra proprietà. Come se vi fossero dovute. Tu, contadino, sei rabbioso per la tua perdita, e non ti fermi a riflettere sul fatto che, così facendo, consideri tua moglie come uno qualsiasi dei tuoi beni, di cui potevi disporre come volevi e che adesso ti è ingiustamente stato sottratto. Ma tua moglie, Johannes, non è mai stata tua: è, e sarà per sempre, innanzi tutto mia. E tu non hai nessun diritto a lamentarti del modo in cui io dispongo di un mio bene, che ti era solo stato affidato in custodia”.
Con la coda dell’occhio, Johannes vide la Morte sogghignare – ma Dio, quasi con rabbia, puntò su di lei il suo scettro. “E tu, Signora Morte, commetti l’errore uguale e opposto. Lodi il tuo potere e il modo in cui lo amministri saggiamente, ma dimentichi che questo potere non è tuo, e non sarà per sempre. Anche nel tuo caso, ti è solo stato affidato in custodia, e assolutamente non ti appartiene”.
“In ogni caso”, concluse Dio con un sospiro, “la vostra disputa non è del tutto infondata. Il contadino della Boemia, umanamente schiacciato dal dolore, rivendica il suo diritto a lamentare la sua perdita; e la Signora Morte, di fronte alle accuse ingiuste del contadino, rivendica il suo diritto a difendersi e dire le cose come stanno. E la mia sentenza è questa”, concluse l’Onnipotente, rifulgendo di luce maestosa: “al contadino Joannes, l’onore delle armi; e, alla Signora Morte, la vittoria in questa battaglia. Ma badate” – e tacque per un istante. “Ho detto: in questa battaglia”.

***

Si conclude con questa morale Der Ackermann aus Böhmen, un’operetta tedesca risalente al primo Quattrocento, anche nota come Il contadino boemo – traduzione letterale del titolo – o Disputa fra il contadino e la morte.
L’operetta – che sembrerebbe essere una pietra miliare della letteratura tedesca medievale in prosa – è stata composta verso il 1401 da tal Johannes von Tepl, all’epoca rettore della scuola di Latino di Saaz, in Boemia.
Una pura opera letteraria fine a se stessa, a mo’ di utile meditazione sui temi della morte? Ahimè no: nel momento in cui Johannes lavorava al suo scritto, stava ancora affrontando il lutto per la morte di Margaretha, la sua amatissima moglie che era scomparsa nell’agosto dell’anno precedente. Der Ackermann aus Böhmen – che, peraltro, contiene fra le righe un non-troppo-consueto elogio dell’amore coniugale, calcolando l’epoca in cui è stato scritto – di conseguenza può anche essere considerato un vero e proprio lavoro di introspezione psicologica; un tentativo disperato di elaborare il lutto e di dare un senso a una morte crudele e inattesa, per molti versi inspiegabile.

In effetti, l’ultimissimo capitolo dell’opera contiene una preghiera che il contadino Johannes rivolge a Dio Onnipotente, dopo aver ascoltato la Sua sentenza e dopo aver sentito decretare la sua sconfitta. E, nella sua semplicità, la trovo una preghiera così bella che penso valga la pena di riproporla:

Dio di tutte le cose, potente signore Gesù: accogli misericordiosamente l’anima della mia amata moglie. Donale l’eterno riposo, bagnala con la rugiada della tua grazia, custodiscila e proteggila all’ombra delle tue ali. Accoglila nel tuo regno di ricchezza, dove anche il più piccolo trova la soddisfazione dei potenti, e consentile di vivere per sempre con te in compagnia dei beati.
Soffro per la morte di Margaretha, la donna che mi era stata destinata in sposa. Signore ricco di misericordia, consenti che lei possa specchiarsi e rimirarsi eternamente nella tua grazia – e fa sì che mi aiutino tutti coloro che riposano nella tua pace, affinché io un giorno possa dire, dal profondo del mio cuore: Amen; sia fatta la tua volontà!