Di come nacque il Perfetto Cavaliere e di come un destino avverso lo costrinse a una vita grama

“Ma grazie, sei proprio un cavaliere!” ci troviamo a esclamare noi donne ancor oggi, quando un uomo ci apre la portiera della macchina o ci sorprende con un gesto galante.  

Ma siamo sicuri che l’uomo che fa queste cose si stia realmente comportando come un vero cavaliere?

In effetti: cosa faceva, nel Medioevo, il vero cavaliere? Ma soprattutto: esisteva realmente?

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Il casto amor cortese nato nelle terre catare

“Sarebbe meglio se smettessi di cantare”, scriveva nel 1292 Guiraut Riquiet scuotendo il capo di fronte alle nuove mode letterarie che avevano stravolto l’antica idea di amor cortese: “nessun mestiere è meno stimato a corte della bella arte del poetare; ormai, la gente preferisce gustare atti frivoli e ascoltare storielle scandalose”.

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Asag: la dimensione feudale dell’amor cortese

Se siete uomini e siete coniugati, vi siete inginocchiati nel momento clou in cui avete chiesto “vuoi sposarmi?”.
Se l’avete fatto, sappiate che avete ricalcato il gesto che Lancillotto compì davanti a Ginevra e che mille cavalieri dopo di lui hanno ripetuto di fronte alla loro signora: quella che per noi è solo una tradizione galante, per un uomo medievale era un gesto dal valore simbolico fortissimo.

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C’è un sacco di magia, nei romanzi d’amor cortese!

Secondo Tara Williams, “magia” e “amor cortese” vanno quasi sempre a braccetto, nella misura in cui “i prodigi causati dalla magia forniscono un metodo efficace per mettere alla prova le virtù dei protagonisti in un contesto extra-ordinario”.

Vale a dire: il prode cavaliere s’è comportato bene nella vita di ogni giorno, ma il suo atteggiamento sarà altrettanto impeccabile quando si troverà di fronte a un drago? A una fata seduttrice? A un oggetto incantato che potrebbe dargli ogni potere?

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