Il posto giusto per innamorarsi: il cimitero di San Rocco a New Orleans

Casomai padre Peter Leonard Thevis, giovanissimo sacerdote nativo della Germania, fosse stato sfiorato dal pensiero ancorché fugace per cui “tutto sommato, questo trasferimento a New Orleans non è poi così male”: beh, sarebbero bastati pochi mesi nella città americana, per spingerlo a cambiare radicalmente idea.
Senza offesa per la Louisiana ma, nel 1868, New Orleans non era un gran posto dove vivere. A un’epidemia di colera, che andava e veniva indisturbata, s’era aggiunta da pochi mesi una violenta ondata di febbre gialla. La gente moriva male vomitando l’anima, o alternativamente vomitando sangue, a seconda della malattia; senza contare poi i poveretti che pativano gli stenti o che erano ancora costretti a vivere – di fatto – in stato di schiavitù.

Per padre Thevis, sacerdote proveniente dal paesello tedesco di Langbroich, il trasferimento a New Orleans dovette essere uno shock sotto molti punti di vista. Il suo vescovo l’aveva spedito in terra di missione nel 1867, quando il religioso aveva appena compiuto trent’anni; e il destino gli aveva dato pochi mesi per acclimatarsi e fare conoscenza coi suoi nuovi parrocchiani, prima che quella caterva di disgrazie sottoforma di malattie epidemiche cominciasse a stringere la sua presa sulla città.
Contemplando sgomento uno scenario che davvero sembrava esser degno di una piaga biblica, padre Thevis fece l’unica cosa ragionevole da fare per un sacerdote cattolico del 1868: iniziò a pregare disperatamente. E, pregando, si affidò in particolar modo a un santo tra tutti: l’amatissimo san Rocco, che da secoli in Europa veniva invocato a protezione delle pestilenze. Al santo di Montpellier, padre Thevis fece un voto: se i suoi parrocchiani fossero stati risparmiati dalle epidemie, lui avrebbe fatto edificare in suo onore una chiesa tra le più maestose.

Naturalmente, le fonti ci assicurano che nel piccolo gregge di padre Thevis non ci fu neanche una perdita; tutti i suoi parrocchiani riuscirono ad attraversare indenni quei mesi di contagio, come protetti da un invisibile scudo celeste. E così, al termine dell’emergenza sanitaria, padre Thevis si diede da fare per far erigere per davvero quella chiesa; e per farlo scelse un luogo che, probabilmente, era già carico di significato per la gente di New Orleans. Fonti d’epoca, infatti, ci raccontano di come il sacerdote avesse coperto con un grande crocifisso quello che, fino a poco prima, la popolazione autoctona riteneva essere un “pozzo dei desideri”, capace di esaudire le richieste di chi vi s’approcciava con fiducia.
“Se si hanno richieste di grazia”, dovette pensare padre Thevis, “molto meglio rivolgersi a un santo che a un pozzo pieno d’acqua”. E così, su quella terra ‘sacra’, fece edificare la sua maestosa chiesa, che fu inaugurata il 16 agosto 1876 e che divenne in breve tempo una frequentatissima meta di pellegrinaggio per tutti i cittadini che richiedevano la grazia di una guarigione.
La chiesa esiste ancora, al numero 725 di St. Roch Avenue, e ha conservato intatta attraverso i secoli l’atmosfera che doveva avere un tempo. Chi ha vissuto l’esperienza in prima persona mi dice che addentrarsi all’interno della cappella di san Rocco è qualcosa che non si dimentica: su semplici mura malamente intonacate, se ne stanno appesi centinaia di ex voto di fattura popolare; tra stampelle dismesse, sacri cuori d’oreficeria e riproduzioni malfatte di parti anatomiche dolenti e ormai guarite, quella chiesetta sembra davvero essere uscita dal set di un film.

Ma la parte più intrigante di questa storia, in realtà, si svolge al di fuori delle mura della chiesa – e prende corpo tra le ordinate file di tombe che si snodano attraverso il camposanto che le è annesso. Sì, perché quella che evidentemente era già terra ‘sacra’ alla popolazione locale (ricordate, il pozzo dei desideri?) continuò a esserlo, indisturbata, anche dopo il lavoro di padre Thevis.

La popolazione locale di New Orleans, a quell’epoca, era composta in percentuale significativa da neri provenienti dalle colonie francesi in Africa: individui che, arrivati in America e andati incontro a un processo di inculturazione evidentemente frettoloso, avevano mostrato la curiosa tendenza a sincretizzare i santi cattolici con le figure mitologiche proprie della cultura africana. Da questa tendenza nascono il vudù, l’hoodoo, la santeria, l’obeah e una miriade di altre religioni para-sincretiche tipiche dell’America meridionale; e da questa tendenza nasce anche il curioso fenomeno di folklore che ancor oggi ha luogo attorno alla chiesa di san Rocco a New Orleas. Sì, perché il santo di Montpellier cominciò presto a essere sincretizzato con Babalù Aye, l’orisha che le popolazioni africane dello Yoruba invocavano contro le malattie e a tutela della salute.
Diciamo pure che san Rocco e Babalù Aye avevano effettivamente un comune expertise nella cura dei malati; e tuttavia, a differenza del castissimo pellegrino di Montpellier, l’orisha degli Yoruba si caratterizzava anche per una dirompente energia sessuale (del resto, segno di vigoria e buona salute).

Obtorto collo, san Rocco si vide attribuire dai neri di New Orleans quella medesima prestanza fisica; sicché, il patrono contro le pestilenze cominciò a essere invocato anche da tutte quelle persone che dovevano risolvere problemi d’amore. Entro pochi anni dall’inaugurazione della chiesa di san Rocco, era già attestata tra i neri di New Orleans la consuetudine di raccogliere un po’ di terriccio dal cimitero della chiesa, da utilizzare nell’ambito di riti d’amore. Mescolato ad acqua, il terriccio veniva versato sulla testa delle ragazze che cercavano marito (e che certo l’avrebbero trovato, grazie all’intercessione di san Rocco!); entro la fine dell’Ottocento, la ritualità iniziava a diffondersi anche tra i bianchi, grazie alle nere che suggerivano questo rimedio alle loro padroncine in età da marito.

E, siccome la Storia ama stupire: entro le prime decadi del Novecento, i cattolici di New Orleans avevano sincretizzato il sincretismo cominciando a loro volta a guardare a san Rocco come a un intercessore che val la pena di interpellare per problemi di cuore. Le brave ragazze cattoliche in cerca di marito venivano incoraggiate a rivolgere al santo di Montpellier le loro preghiere, visitando con devozione la cappella di san Rocco e accendendo una candela in suo onore. E, se questa era la raccomandazione “ufficiale” che i sacerdoti facevano dal pulpito, correva di bocca in bocca la diceria per cui le ragazze più impazienti potessero assicurarsi una grazia garantita attraverso uno speciale atto di devozione che aveva luogo il Venerdì Santo. La fanciulla che, in quel giorno sacro, avesse visitato nove chiese cittadine lasciando un’offerta in ognuna delle nove, e avesse poi concluso il suo pellegrinaggio recitando la Via Crucis nella chiesa di san Rocco, avrebbe avuto la certezza di incontrare a breve la sua anima gemella. O quantomeno: non sarebbe arrivata nubile alla Pasqua successiva – lo assicurava la tradizione!

Oggigiorno, a New Orleans, sono ben pochi quelli che saprebbero ancora recitare le preghiere d’amore che (in maniera più o meno ortodossa) venivano rivolte un tempo al santo di Montpellier. Ma la memoria di questa tradizione antica sopravvive in un dettaglio di costume che mi si dice essere ancora abbastanza popolare: secondo la tradizione locale, è dolcemente pericoloso avventurarsi nel cimitero di san Rocco in compagnia di un individuo dell’altro sesso. Se un uomo e una donna camminano fianco a fianco nel momento in cui varcano la soglia del cimitero, non c’è antipatia o legame pregresso che tenga: prima o poi, in un modo o nell’altro, i due finiranno certamente con lo sposarsi.


Immagine di copertina di Charlotte Smith Hamrick su Flickr; alcuni diritti riservati
Per approfondire: New Orleans in Golden Age Postcards di Matthew Griffis

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