Tristano e Isotta, Cligès e Fenice: l’ambiguità della magia d’amore

Paolo e Francesca, Lancillotto e Ginevra… e sto citando solo i più famosi. Diciamolo onestamente: gli amori più famosi della Storia medievale sono in gran parte adulterini: ridi e scherza, ‘sti innamorati dell’epoca di mezzo erano una banda di zozzoni. L’amor cortese è quasi sempre extraconiugale: sono rarissimi i romanzi medievali che ci parlano di quieti affetti “come Dio comanda”, sviluppatisi entro il sacro vincolo del matrimonio.

È pur vero che la finzione letteraria rispecchiava una triste realtà sociale: in un’epoca in cui ci si sposava per interesse, era inevitabile che prima o poi nascesse un feeling verso qualcuno che non era tuo marito.
Però ‘nsomma: un conto è sorridere con comprensione all’amica che ti confessa la sua infatuazione per l’idraulico; un conto è scrivere un intero romanzo che normalizza e idealizza la liason.

Siamo pur sempre nel Medioevo, e che cavolo.
L’adulterio è pur sempre peccato e reato.

E così, gli autori che scrivevano d’amor cortese si inventano degli stratagemmi narrativi per rendere un po’ più giustificabili questi amori sbagliati e irrituali.
Il primo degli stratagemmi l’abbiamo già visto: se l’amore è un male contagioso, che addirittura può alterare le facoltà cognitive di chi ne è affetto, va da sé che innamorarsi non è una colpa (è pura jella!) e neppure si può condannare con troppa durezza chi si abbandona… alla sintomatologia, aspettando che la malattia faccia il suo corso.
Il secondo degli stratagemmi lo vediamo oggi – ed è quello che tira in ballo la magia d’amore. In fin de conti: se ti invaghisci di uno perché t’hanno fatto un incantesimo d’amore, è chiaro che sei la vittima e non certo il carnefice.

Ma allora, la magia d’amore può essere legittimamente utilizzata al fine di impalmare una pulzella, secondo i canoni dell’amor cortese? Ne parliamo oggi in una nuova puntata di

Un flirt cortese
Guida di seduzione per l’uomo medievale
che non deve chiedere mai

Merlino direbbe “sì” senza dubbio alcuno; anzi se fosse vostro amico probabilmente vi spronerebbe proprio in questa direzione: i romanzi del ciclo arturiano sono pieni di amori che si realizzano grazie al provvido (?) intervento del mago. Lo stesso Artù è il frutto di un rapporto adulterino, che si concretizza nel momento in cui, con la magia, Merlino fa sì che il padre del futuro re assuma le sembianze del legittimo sposo della donna di cui è invaghito e con cui vuole giacere.

Ma quella operata da Merlino non è, tecnicamente, una magia d’amore: più che altro, mi verrebbe da definirla una magia finalizzata al rendere possibile lo stupro di una poveretta raggirata con l’inganno.
Parliamo invece di magia d’amore in senso stretto, cioè di quella magia che fa sorgere nel cuore del suo bersaglio una passione che prima non c’era: parliamo, insomma, di quel tipo di magia che segnò il destino di Tristano e Isotta.

La storia è celebre, ma non farà male ricapitolarla per sommi capi: Isotta, figlia del re d’Irlanda, è promessa in sposa a Marco, re di Cornovaglia. Tristano è il nipote del re, anche se qualcuno potrebbe definirlo “quasi un figlio”: era stato Marco a crescere il bambino, quando il piccoletto era rimasto solo dopo la morte dei genitori.
Ebbene, Marco ordina a Tristano di salpare per l’Irlanda per condurre in Cornovaglia la giovane Isotta. E sicuramente tutto andrebbe molto bene, se un imprevisto non facesse andare tutto drammaticamente male: quando Isotta si mette in viaggio per la Cornovaglia, non sa di avere un’arma potente all’interno del suo bagaglio.

Povera ragazza, non deve esser bello andare in sposa per ragioni politiche a un individuo che non hai mai visto prima: la madre di Isotta doveva saperne qualcosa; del resto, anche lei era moglie di un re. Nella speranza di preservare a sua figlia quei dolori che evidentemente doveva aver sofferto in prima persona, la donna aveva fatto infondere in una bottiglia di vino certe erbette magiche capaci di far sorgere la passione in chi le beveva. Aveva poi consegnato il filtro nelle mani di Brangien, la dama di compagnia di Isotta, incaricandola di far bere quel vino ai due sposi, prima della loro notte di nozze.

Sarebbe stato un piano perfetto, una magia a fin di bene di una madre premurosa. Eppure, l’imprevisto è dietro l’angolo: nel corso del viaggio verso la Cornovaglia, Brangien lascia la bottiglia incustodita nella sua cabina. Isotta la vede, pensa che sia una normale bottiglia di vino e decide di bersela assieme a Tristano, per ingannare il tempo durante la navigazione.
Ahimè, per i due è l’inizio della fine: la pozione d’amore li fa ardere della più violenta delle passioni, una passione che viene consumata prima e dopo la celebrazione del matrimonio tra Isotta e Marco. I due amanti iniziano così una vita di sotterfugi, che tuttavia non impedirà loro di essere scoperti infine. L’epilogo varia a seconda delle versioni del romanzo (su questa storia, popolarissima, si cimentarono diversi autori).
In una delle tante versioni, i due innamorati muoiono malissimo dopo aver inutilmente tentato di separarsi; in un’altra, i due amanti fuggono assieme nella foresta adottando uno stile di vita alla “due cuori e una capanna” che li appaga fino al momento in cui sono sotto l’effetto della magia. I cui effetti svaniscono però, tutto d’un colpo, a tre anni dall’assunzione del filtro magico: orripilati per ciò che hanno fatto, e ancor più per tutto ciò che hanno perso nella loro folle fuga d’amore, i due innamorati cercano il perdono divino. E l’otterranno: ma per quello umano, ormai, è troppo tardi.

E a questo punto sarebbe anche interessante chiedersi: quale giudizio morale diamo, noi lettori, alla madre di Isotta e alla sua scelta di ricorrere alla magia?

Evidentemente, col senno poi, sarebbe stato mille volte meglio non mettere in valigia quel filtro maledetto: e tuttavia, la pozione era stata creata con le migliori delle intenzioni. In fin dei conti, potrebbe dir qualcuno, che c’è di male nell’usare un trucchetto magico per far sorgere l’amore tra due individui già sposati, e per rendere meno spiacevoli gli oneri coniugali che i due sarebbero comunque tenuti a corrispondersi?
Certo: la magia è potente e pericolosa, e sarebbe il caso di non delegarne l’uso a una dama di compagnia evidentemente incapace di custodirla come si deve. Eppure, a parte il tragico imprevisto che fa andare tutto a schifìo: la definiremmo cattiva o buona, la magia utilizzata dalla madre di Isotta?
Una domanda da tenere a mente, che ci servirà per il futuro.

Sicuramente, a un livello meta-letterario, la magia ha la funzione di rendere buoni i due amanti, dando loro una assoluzione morale. L’esempio eclatante è La Tavola Ridonda, una delle molte versioni della storia, nella quale l’autore ci mette tutto il suo impegno a sottolineare che la passione del giovani era del tutto incolpevole: la pozione magica aveva un potere così forte da “forzare la natura”, “annullare completamente la ragione” e “unire in tutt’uno e per sempre un centinaio di diverse nature: poteva far amare leoni e serpenti, oppure cristiani e saraceni”. Persino la dama di compagnia di Isotta sente nascere in sé un indefettibile affetto verso i due innamorati per il solo fatto di aver inalato il profumo del vino stregato. Peggio ancora va al cagnolino di Isotta, che lecca alcune gocce della pozione cadute in terra: giuro che non sto scherzando se vi dico che, nel Sir Tristem, tanto basta per far sì che la povera bestiola senta l’impulso a unirsi ai due giovani nei loro giochi d’amore (!!).

E, del resto, quando nel Tristano di Béroul due ragazzi rinsaviscono e cercano il perdono di Dio tramite un eremita che vive nel bosco, saranno molto espliciti nel professare la loro innocenza. Più che a una confessione, la loro assomiglia a un’autoassoluzione: “noi non avremmo mai fatto niente se non fosse stato per la pozione!”, proclamano con candore. E il sant’uomo, in effetti, se lo fa andar bene: è chiaro che i due giovani non hanno colpa alcuna.

…ma è proprio così?

Certo: possiamo immaginare che sia ben difficile rimanere lucidi quando si è sotto l’effetto di una magia che obnubila il giudizio. Eppure, la narrativa medievale ci offre l’esempio di una coppia che, nella situazione esattamente identica, ebbe reazioni esattamente opposte (guadagnandosi alla fine un happy ending). Sto parlando dei due protagonisti del Cligès, romanzo prodotto dalla abile penna di Chrétien de Troyes (tra l’altro: uno dei miei scrittori preferiti, autore di romanzetti agilissimi tradotti in Italiano: lo consiglio molto, a chi volesse approfondire il genere).

Non è un caso che il Cligès sia stato citato spesso come un “anti-Tristano”: l’autore, che non ha mai fatto nulla per nascondere la sua antipatia nei confronti della dimensione adulterina dell’amor cortese, cita apertamente e a più riprese il romanzo della tradizione inglese, capovolgendone la trama. Ché, in effetti, la storia di Cligès e della sua Fenice è sostanzialmente identica a quella di Tristano e Isotta… se si escludono tre differenze principali.

Uno: anche Cligès e Fenice ardono del più violento degli amori, eppure in questo caso la magia non c’entra – i ragazzi si sono innamorati “per cause naturali”, per così dire.
Due: nonostante il sentimento, i due ragazzi non cedono mai alla passione e conservano il controllo di se stessi per tutta la durata del romanzo, determinati sì a concretizzare il loro amore, ma in un modo che sia retto ed onorevole.
Tre: la magia d’amore torna in scena, ma viene utilizzata con una funzione del tutto opposta rispetto a quella che le aveva dato la madre di Isotta.

Non a caso, la storia di Isotta è citata apertamente dalla bella Fenice, che lo dice proprio a chiare lettere: lei non ha la minima intenzione di fare la stessa fine della principessa d’Irlanda. E dire che il rischio ci sarebbe eccome: quando Fenice incontra Cligès, e tra i due divampa la passione, lei è già stata promessa in sposa allo zio di lui.
Minacciata dallo stesso destino di Isotta, la ragazza non ambisce a cadere nella trappola: lei vuole certamente concretizzare il suo amore per Cligès, ma vuole farlo senza dannarsi l’anima e senza perdere l’onore.

Anche in questo caso, sarà la dama di compagnia a rendere possibile la love story, interpretando il ruolo di mezzana. Ma con una differenza non da poco: a differenza della cameriera di Isotta, l’ancella di Fenice conosce bene il potere della magia. Donna originaria della Tessalia (terra in cui la magia è oggetto di studio in tutte le scuole, ci spiega l’autore), dama Thessala ascolta benevola le confidenze della sua signora e tranquillizza Fenice con un metaforico “ghe pensi mi”. E si mette a lavorare a una pozione esattamente identica, eppure del tutto opposta, a quella che era stata preparata per Isotta: il suo scopo non è far nascere il desiderio di un amore, ma bensì dare l’illusione di un amore corrisposto. Quando Fenice somministra la pozione a suo marito, in quella che dovrebbe essere la loro prima notte di nozze, il povero re Alis precipita in un sonno profondo e pieno di sogni, che gli danno l’illusione – al risveglio – di aver effettivamente consumato il matrimonio.

Ma il matrimonio non è consumato affatto, il che dà a Fenice un doppio vantaggio: non solo quello di non doversi concedere a un uomo che non ama… ma anche e soprattutto quello di non essere sposata. Ché il matrimonio “rato ma non consumato” può sempre essere sciolto (il diritto canonico lo dice a chiare lettere): solo l’unione fisica dei due sposi porta a compimento le promesse matrimoniali. Esse sono poco più che parole al vento, senza valore, in assenza di un rapporto carnale tra i due coniugi.

Sposata sulla carta, ma orgogliosamente illibata nella vita vera, Fenice ha le sue buoni ragioni per considerarsi formalmente ancora single. E mentre il marito, notte dopo notte, sprofonda in quel sonno magico e allucinatorio che allontana da lui anche l’ombra d’un sospetto, la ragazza si confronta apertamente con Cligès. Gli confida il suo amore, gli descrive nel dettaglio il bizzarro stato del suo pseudo-matrimonio, gli conferma di essere una donna libera da ogni vincolo, a norma del diritto canonico. Cligès le propone a questo punto di scappare insieme, ma Fenice inorridisce al sol pensiero: non vuole dare scandalo con una fuga clamorosa: in fin dei conti, il resto del mondo la ritiene una donna sposata. Meglio sarà per lei inscenare la sua morte, ovviamente con l’aiuto delle arti magiche di Thessala: quando il momento si fa opportuno, Fenice ingerisce una pozione che la trasforma in cadavere… almeno all’apparenza.

E così, i due innamorati fuggono lontano, pronti a rifarsi una vita sotto falso nome. Nessuno conosce la loro identità, nessun vincolo morale impedisce alla giovane di contrarre un nuovo matrimonio e di consumarlo con passione, questa volta. La ciliegina sulla torta, per così dire, è la morte improvvisa di re Alis (poveraccio): a quel punto, Cligès ritorna a corte reclamando il trono che gli spetta a buon diritto. Vedere al suo fianco la regina rediviva avrà probabilmente destato perplessità tra i cortigiani, ma in fin dei conti Fenice è ormai vedova e nulla le vieta di prendere come suo sposo l’erede al trono: e tutti vissero felici e contenti, come nella migliore delle fiabe.

E a questo punto sarebbe anche interessante chiedersi: quale giudizio morale diamo noi lettori all’ancella di Fenice e alla sua scelta di ricorrere alla magia?

Apparentemente, saremmo tentati di considerare le arti magiche di Thessala una manifestazione della Provvidenza celeste, o poco meno. In effetti, è unicamente grazie a questo inganno che la castissima Fenice riesce a conservarsi pura nell’anima e nel corpo, libera di contrarre un nuovo matrimonio con l’uomo che veramente ama.
Eppure, Santa Madre Chiesa potrebbe non essere esattamente dello stesso avviso. Da Incmaro di Reims fino a papa Alessandro III, intere generazioni di teologi avevano sanzionato con la massima gravità tutte quelle pratiche e quei malefici posti in essere con l’intenzione di causare l’impotenza nel marito, o comunque una generica impossibilitas coeundi.
Tecnicamente, la “benevola” magia di Thessala sarebbe stata considerata peccato grave, sanzionato da almeno cinque anni di penitenza secondo i Penitenziali meno rigidi. Per assurdo, molto meno grave era la colpa di chi, come la madre di Isotta, utilizzava sortilegi per far nascere un amore, a patto che non si trattasse di un amore adulterino. Nel caso di Isotta l’adulterio ci fu per davvero, anche se causato da un tragico imprevisto… ma certo non era nelle intenzioni della donna, che voleva solamente dare un aiutino a due legittimi sposi.

E allora verrebbe da chiedersi, con un po’ di malizia (che di certo non sarà sfuggita al lettore medievale proveniente da ambienti colti!): se dovessimo decidere quale tra le due donne è la maga buona… saremmo poi così sicuri su chi etichettare come fata madrina e su chi ridurre al ruolo di villain?

***

Anche se, a dirla tutta, il vero villain di queste storie è chiaramente uno, e indiscusso: l’aristocrazia. Oppure “il sistema”, se così vogliamo chiamarlo.
Non è un caso che tutti questi testi (e molti altri sullo stesso tema) vengano composti suppergiù negli anni ’70 del XII secolo. Mentre i romanzieri si mettevano a tavolino scrivendo commoventi storie di amori contrastati, nello stesso periodo i canonisti si riunivano per dibattere sull’importanza del libero consenso nel matrimonio.

Era, all’epoca, un tema di scottante attualità politica, di cui si discuteva a livello eccesiale e legale. Come spesso capita, il dibattito si era aperto a causa d’un fatto di cronaca che aveva causato lo sdegno generale: Maria Comnena, la giovane figlia dell’Imperatore di Bisanzio, era inseguita da uno stuolo di corteggiatori il cui numero e il cui profilo stava, francamente, sfiorando il ridicolo. Più che a una trattativa diplomatica che fosse dignitosa per tutte le parti coinvolte, i tentativi di impalmare la ragazza stavano cominciando a somigliare a un’asta al rialzo al mercato del pesce.

“Ma è davvero possibile andare avanti così e trattare una donna come merce di scambio, nel palese disinteresse di quale sia il suo volere?”.
Se lo chiesero in molti, in quel periodo, e la Chiesa rispose con un secchissimo “no”, elevando il libero consenso dei due nubendi a elemento imprescindibile per rendere valido il matrimonio secondo la legge canonica.
E tuttavia, tristemente la Storia dimostra che l’aristocrazia non si curò un granché di questo diktat, contentandosi tutt’al più di consensi puramente simbolici da far pronunciare pro forma al momento giusto.

Ciò nonostante, davvero sarà utile riflettere sul contesto politico in cui nascono questi romanzi, per comprendere meglio il loro messaggio. Attraverso il medium letterario della magia d’amore che eleva il conflitto alla massima potenza, questi racconti sembrano porre al lettore una domanda ben precisa: in caso di dissidio, cosa deve prevalere? La ragion di Stato, o le ragioni del cuore?

E mi pare che il successo secolare di queste storie abbia reso piuttosto evidente da qualche parte tendiamo a far pendere l’ago della bilancia.

13 risposte a "Tristano e Isotta, Cligès e Fenice: l’ambiguità della magia d’amore"

  1. sircliges

    « saremmo poi così sicuri su chi etichettare come fata madrina e su chi ridurre al ruolo di villain? »

    Eh! Non è mica una risposta così facile. Però è un interessante quesito di etica. Molto interessante. Così interessante che ho preparato questo sintetico specchietto di confronto per ogni virtù, per capire quale sia “la maga più buona”.

    Virtù teologali:

    1. FEDE
    Direi che stanno malmesse tutte e due, perché la magia è sempre peccato, in quanto uso di poteri soprannaturali senza il permesso di Dio. Però la pozione d’amore della madre di Isotta era “meno magica”, perché volta ad ottenere qualcosa che senza intervento magico si poteva anche produrre per via naturale (l’amore tra gli sposi Marco e Isotta). Invece le due pozioni di Thessala producono dei risultati (le allucinazioni di Alis e la morte apparente di Fenice) che difficilmente si potevano ottenere per via naturale – forse sì oggi con le moderne cognizioni chimiche, non certo nel medioevo.

    2. SPERANZA
    Le pozioni magiche in che modo potevano facilitare od ostacolare la salvezza dell’anima di chi doveva assumerle?
    A favore della madre di Isotta si può considerare che, se la pozione fosse stata effettivamente bevuta da Marco e Isotta (anziché da Tristano e Isotta), allora i due avrebbero avuto un matrimonio pieno d’amore, buon viatico per la salvezza dell’anima. Invece, se Isotta avesse vissuto tutta la vita come sposa infelice non amante e non amata, la cosa poteva fare crescere in lei risentimento verso il sacramento e ostacolare la sua salvezza.
    Però le pozioni di Thessala hanno come effetto quello di evitare che sia consumato un matrimonio sostanzialmente, sul piano naturale e soprannaturale, non valido: perché il matrimonio in mancanza di consenso è comunque nullo. E questo in effetti aiuta la salvezza dell’anima di Fenice. Farla scappare con il trucco della morte apparente, poi, la aiuta ancora di più, e non è un torto verso il marito, che per quanto ne sapeva credeva di essere vedovo e dunque poteva risposarsi (senza che il “secondo” matrimonio fosse nullo per bigamia, perché il primo non c’era stato proprio).
    Direi che se la giocano alla pari.

    3. CARITÀ
    La carità è fare del bene a qualcun altro, non come atto dovuto, ma proprio come amore gratuito e sacrificando del proprio. La madre di Isotta non rischiava niente, invece Thessala è meritevole perché rischiava il collo in prima persona, se Alis avesse scoperto la faccenda, mi sa che la pena di morte non gliela toglieva nessuno. Allora qui prevale Thessala.

    Virtù cardinali:

    4. PRUDENZA
    E qua vince a mani basse Thessala. Non c’è confronto. Commisurazione di mezzi a fini: perfettamente eseguita.
    La madre di Isotta invece ha provocato un macello tremendo, avrebbe dovuto quantomeno chiudere la bottiglia in una scatola con lucchetto e avviso “IMPORTANTE – BERE SOLO ALLA PRIMA NOTTE DI NOZZE” (al massimo avrebbero pensato che fosse una specie di Viagra per giovani coppie). La servetta sciagurata poi non ne parliamo proprio, il licenziamento sarebbe il minimo, ma ci stanno pure i danni morali e le sanzioni corporali!

    5. GIUSTIZIA
    Se giustizia è dare a ciascuno ciò che gli spetta, allora qual è stato l’atto più virtuoso? Direi quello di Thessala, che voleva dare a Fenice ciò che le spettava (la libertà nubendi). Invece la madre di Isotta voleva dare a Isotta l’amore… Ma quello non spetta a nessuno, perché è gratuito per definizione: nessuno ha *il diritto* di essere amato! (e qui ci si potrebbe scrivere un trattato intero di teologia e antropologia…)

    6. FORTEZZA
    Perdono tutte e due, perché nessuna delle due ha operato per incoraggiare nella rispettiva protetta la forza per resistere alle avversità. Infatti, se si tira in ballo la magia, allora questa non è forza, questo è barare. È doping spirituale!

    7. TEMPERANZA
    Beh: un filtro d’amore, potente al punto che il cane ne beve un paio di gocce e vuole fare pure esso le cose zozze, direi proprio che non incoraggia la temperanza! Direi che qua la madre di Isotta non ha proprio nessunissima possibilità.
    Magari anche la pozione magica data a re Alis lo incoraggiava a fare cose intemperantissime, ma questo non lo sapremo mai, visto che la cosa succedeva solo nei suoi sogni.
    Direi che vince Thessala, ma fondamentalmente per deficit dell’altra.

    Punteggio finale (considerando tutte le virtù sullo stesso piano, in realtà si potrebbe anche dire che le teologali sono più importanti, ma quanto? 2x? 3x?)

    Madre di Isotta:
    1 + 1 + 0 + 0 + 0 + 0 + 0 = 2

    Thessala:
    0 + 1 + 1 + 1 + 1 + 0 + 1 = 5

    Giudizio finale, vince per 5 a 2 Thessala, la fedele ancella di Fenice!

    "Mi piace"

    1. Lucia

      E chi lo dice che la magia è sempre peccato in quanto uso di poteri soprannaturali? 😛

      Tu, uomo moderno, ma – ad esempio – non di certo santa Ildegarda di Bingen dottore della Chiesa, che nel suo lapidario scrive cose “mettiti in casa un pezzo di ambra ed essa di proteggerà dai ladri” (come la definiamo? Magia? Superstizione?). Per non citare Marbodo, vescovo di Rennes, che nel suo lapidario elenca almeno cinque sostanze che possono essere utilizzate proficuamente per far sorgere l’amore, giusto per restare in tema.

      In realtà, fino alla grande rivoluzione scientifica del XII secolo, i concetti di “magia”, “scienza” e “religione” formavano tre insiemi con parecchi punti di contatto, che davano origine a un’area grigia che gli storici di oggi definiscono alternativamente “magia naturale” o “scienza occulta” (o, ossimoricamente, “magia cristiana” nel senso che non era mai stata condannata dalla Chiesa, anzi la maggior parte delle nostre fonti per lo studio di questo fenomeno è costituita da manoscritti conservati nelle biblioteche monastiche).

      Ma, fino al XII secolo circa, quelle pratiche che noi oggi definiremmo “magiche” e che si basavano sulla manipolazione di erbe, metalli ed elementi naturali, erano semplicemente considerate una branca della scienza. Una branca molto raffinata ed elitaria della scienza. Però scienza.

      Vale a dire: così come si sapeva che dalla corteccia di salice, lavorata nel modo corretto, è possibile ottenere una sostanza utile per abbassare la febbre; allo stesso modo, si riteneva che fosse perfettamente possibile ottenere dal magnete, se lavorato nel modo corretto, una sostanza utile per far nascere l’attrazione tra due persone.
      Ma era considerata “scienza”, non “magia” (anche se noi ovviamente adesso la considereremmo tale), e non era nemmeno considerato un qualcosa di “soprannaturale” e che “andava contro la volontà di Dio” (chi credi che ce le abbia messe, nel salice e nel magnete, queste proprietà?, ti avrebbe detto un monaco medievale).

      Tutto cambia a partire dal XII secolo, quando il progresso delle scienze rende chiaro che molte di queste convinzioni erano totalmente prive di fondamento, e allora sì: diventa chiaro che certe pratiche sono nulla più che superstizione, condannabile in quanto tale dal punto di vista morale.

      Ma fino a quel momento, una signora che armeggiava con le erbe per creare “pozioni d’amore” aveva tutte le ragioni per sentirsi pienamente a posto con la coscienza, perché stava semplicemente seguendo quella che all’epoca era ritenuta una branca della scienza.

      Una attività che poteva eventualmente essere sanzionabile dal punto di vista morale per altre ragioni (es. non è carino violare il libero arbitrio delle persone; oppure: se usi questa scienza per causare dolore ad altri, evidentemente stai commettendo peccato tanto quanto lo commetteresti se avvelenassi uno con la cicuta). Però, di per sé, all’epoca, certe pratiche che noi definiremmo “magiche” non erano considerate magiche affatto, e/o comunque non di certo peccaminose in sé e per sé 😛

      Piace a 2 people

    2. Lucia

      E aggiungo: l’unica forma di magia che all’epoca era sempre considerata peccaminosa era la magia “studiata”, quella che non si basava sulla manipolazione di sostanze naturali ma prometteva di dare poteri mediante l’invocazione di angeli/demoni/entità non meglio precisate/etc.

      Quella sì, era tendenzialmente considerata malvagia anche se utilizzata a fin di bene, proprio perché attingeva a poteri normalmente preclusi all’uomo. Però, all’epoca di cui stiamo parlando, la sua pratica era poco diffusa anche perché questa forma di magia si basava su testi ebraici/greci/arabi che all’epoca erano praticamente sconosciuti in Occidente (arrivano dopo, anche loro attorno al XII secolo circa).

      A voler essere pignoli, si potrebbe dire che quella da guardare con sospetto, in questo senso, era Thessala, che arrivava dalla Grecia e che *aveva studiato a scuola* le arti magiche. Volendo, questi potrebbero essere interpretati come forti indizi del fatto che le sue arti magiche avevano origini potenzialmente dubbie: in quel caso, sì.

      Piace a 1 persona

      1. sircliges

        Allora dobbiamo dare 1 un punto a entrambe per la virtù della fede, perciò vince Thessala con un stacco ancora maggiore, sei a due.

        A parte gli scherzi, l’argomento è molto interessante e spero che sia ripreso con maggiori dettagli. Io ci vedo – ma io sono strano, non faccio statistica – una interessante analogia con la storia del prestito a interesse, che in estrema sintesi prima era considerato sempre immorale in quanto automaticamente interesse = usura, poi a un certo punto è considerato morale (a volte) perché si scopre che esistono anche prestiti a interesse non usurari, dunque leciti.
        La cosa interessante è che la morale resta immutata, cioè l’usura è male, quello che cambia è il fatto a cui si applica la morale. Ma se uno non osserva questa sottigliezza, pensa che sia cambiata proprio la morale.

        Se ho capito bene, qui la faccenda è molto simile: l’uso di poteri soprannaturali senza permesso divino è sempre immorale (quando avvengono con il permesso divino invece è un carisma o un miracolo), ma certi poteri ed effetti, che noi oggi sappiamo non essere naturali, all’epoca erano considerati naturali. Perciò un’azione che oggi noi consideriamo immorale, o quantomeno assai problematica, all’epoca era considerata lecita e morale. Ma non è cambiata la morale, è cambiata la conoscenza dei fatti a cui si applica la morale.

        "Mi piace"

  2. Celia

    Io mi chiedo anche: se Isotta si fosse poi sposata ed innamorata effettivamente del marito, dopo tre anni quante volte avrebbe battuto la testa al muro per esser stata incastrata con l’uomo sbagliato, senza neppure esserne cosciente?

    "Mi piace"

    1. Lucia

      Domanda interessante e che mi sono posta anch’io, concludendo però che secondo me ci stiamo ponendo un falso problema. Per almeno tre ragioni:

      1) Isotta si sarebbe trovata incastrata con l’uomo sbagliato a prescindere, visto che era comunque stata promessa in sposa a un re straniero per ragioni politiche. Pozione magica o no, il suo destino era quello di diventare la regina di Cornovaglia punto e basta: in quell’ottica, scoprendo che i suoi primi tre anni di matrimonio erano trascorsi sotto l’effetto della magia d’amore, penso che Isotta avrebbe solamente potuto accendere un cero alla Madonna per grazia ricevuta. Alla fine, la magia aveva “solo” la funzione di rendere molto piacevoli i doveri coniugali che, volente o nolente, avrebbe comunque dovuto svolgere. Cioè, non è che avesse molte alternative la poverina (a parte darsi alla fuga e vivere come una barbona in mezzo ai boschi appunto, ma ‘nsomma… E comunque, sempre a rischio di far scoppiare una crisi diplomatica tra i due Stati).

      2) Per come la vedo io, la funzione principale della pozione d’amore era quella di far nascere una forte attrazione fisica, un forte desiderio sessuale. Ma chissà: magari, tre anni di idillio amoroso sono sufficienti per far nascere davvero tra i due sposi un sentimento di affetto reciproco.
      Nel senso: se io sto per tre anni con uno, ci faccio dei figli che sono la luce dei nostri occhi, lo amo come non ho mai amato nessuno al mondo e condivido con lui un idillio di amorosi sensi… meh: dici che davvero finisce tutto di punto in bianco, se dopo tre anni svanisce la passione? Secondo me, ci sono buone chance che questo carico di belle esperienze condivise abbia comunque fatto nascere un affetto, toh: magari non necessariamente un amore in senso stretto, ma qualcosa che non necessariamente è odio e guerra aperta 😛
      Non è detto eh, ma io la vedo così personalmente.

      Ma soprattutto…

      3) Secondo me, la madre di Isotta sarebbe stata ben felice di continuare ad aiutare sua figlia grazie al ricorso alle sue arti magiche, in condizioni normali. Vale a dire, se dopo tre anni Isotta le avesse scritto “eh mannaggia mamma, le cose non sono più come una volta, il nostro matrimonio è in crisi”, non ho dubbi che la madre avrebbe trovato il modo di farle arrivare nuovamente il suo aiuto.
      L’unica ragione per cui Tristano e Isotta non possono “fare il richiamo” 😛 è che hanno fatto perdere le loro tracce (per non essere inseguiti dal marito di Isotta giustamente irritato), e quindi nessuno dei loro parenti sa con esattezza dove trovarli. Ma in condizioni normali, non dubito che la madre sarebbe di nuovo intervenuta in caso di bisogno.

      In teoria il suo era un buon piano secondo me, è stata la dama di compagnia a mandarlo a schifio essendo una idiota 😂

      Piace a 1 persona

  3. Pingback: Godeliève: una coraggiosa moglie sfortunata – Una penna spuntata

  4. Pingback: C’è un sacco di magia, nei romanzi d’amor cortese! – Una penna spuntata

  5. Pingback: Apologia dell’amore adultero (secondo i teorici dell’amor cortese) – Una penna spuntata

  6. Pingback: Apologia dell’amore adultero, secondo i teorici dell’amor cortese – Una penna spuntata

  7. Pingback: Il casto amor cortese delle terre catare – Una penna spuntata

  8. Pingback: Il casto amor cortese nato nelle terre catare – Una penna spuntata

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...