Apologia dell’amore adultero, secondo i teorici dell’amor cortese

Concedetemi, vi prego, di indulgere al gossip per qualche istante, perché certe storielle succose meritano d’esser raccontate. E allora: gente, voi lo sapevate che Morgana è innamorata cotta del prode Lancillotto?

In effetti è una domanda seria: lo sapevate?
Sono curiosa, perché ho l’impressione che questo dettaglio tenda a non emergere, negli adattamenti moderni dei romanzi del ciclo arturiano. E invece, nei testi medievali, il tema è ben presente e ha anche una sua rilevanza, essendo utilizzato per giustificare l’odio feroce che Morgana nutre nei confronti di Ginevra, rea di averle strappato l’uomo dei suoi sogni (e oltretutto senza averne alcun diritto, ché ‘sta zozzona era già sposata!).

Tanto moralista col prossimo suo quanto indulgente con se stessa di fronte ai piaceri della carne, Morgana cercherà più volte di far uscire allo scoperto la reazione tra Ginevra e Lancillotto (ovviamente, nella speranza che Artù separi i due amanti). Nessuno dei suoi tentativi avrà successo, e verrebbe quasi da aggiungere “purtroppo”: in fin dei conti, la maga innamorata non aveva neanche tutti i torti, nel condannare come ingiusta la relazione adulterina che si consuma alle spalle del cornuto.
O no?
In effetti, la domanda merita un approfondimento: se l’adulterio è disonorevole e peccaminoso, perché i testi di amor cortese pullulano di amori clandestini? Ne parleremo oggi in una nuova puntata di

Un flirt cortese
Guida di seduzione per l’uomo medievale
che non deve chiedere mai

Cosa fa una maga innamorata quando vuole far uscire allo scoperto una liason clandestina? Ovviamente, usa la magia – e infatti, nel Tristano in Prosa, cogliamo Morgana nell’atto di incantare un corno (di quelli che all’epoca si usavano a tavola, a mo’ di bicchiere).
Ma attenzione: da questo corno incantato, potrà bere solamente l’uomo che non è mai stato tradito dalla moglie! Morgana lo invia a Camelot come dono per Artù, evidentemente nella speranza di far scoppiare un putiferio nel momento in cui il re si fosse reso conto d’essere un cornuto. Sfortunatamente per Morgana, il corriere a cui ha affidato il pacco si rivela inaffidabile: scoperte le proprietà magiche dell’oggetto che trasporta, costui capisce che nulla di buono potrà arrivare da un oggetto simile e decide di dirottarlo verso il regno confinante, governato dal buon re Marco.
Ve lo ricordate, il povero re Marco? Era quello che Isotta cornificava da mesi con allegria, avvinta dal suo folle amore per Tristano. Il re prova a bere dal calice, non ci riesce, viene informato della magia che avvolge quell’oggetto e ovviamente scoppia il quarantotto: purtroppo per Morgana, il suo piano non è giunto a compimento; l’amore proibito di Lancillotto è ancora al sicuro.

Curiosamente, qualche tempo prima, era stato proprio Lancillotto a beneficiare di un oggetto magico dalle proprietà identiche. Nel Lanzelet, infatti, ricorre allo stesso identico sortilegio la maga Viviana (la famosa dama del lago per cui Merlino si prenderà una cotta di magnitudo colossale).
Mossa dall’urgenza di far affermare in società il suo amatissimo figliolo (un giovane dalle oscure origini e dall’identità incerta che Viviana aveva preso con sé quando era ancora un neonato), la maga lo metterà nelle condizioni di procurarsi un feudo per via matrimoniale, orchestrando il suo innamoramento con la nobildonna Yblis.
Il feudo ormai c’è; a Lancillotto non resta che guadagnarsi l’ammirazione dei suoi parigrado. Il cavaliere si presenta assieme alla moglie alla corte di re Artù; di lì a poco Viviana fa arrivare a Camelot un mantello della castità: esso si lascerà indossare solamente dalla donna che non ha mai tradito suo marito. Divertiti, i cavalieri lo fanno provare a turno alle proprie spose… giungendo infine alla scoperta sconfortante che non esiste a palazzo una singola donna che non sia una fedifraga. Ma quando arriva il turno di Yblis (magia!) il mantello la veste alla perfezione – istantaneamente, Lancillotto si guadagna l’ammirazione e la benevola invidia di tutti i cavalieri: è raro trovare a Camelot qualcuno che possa dire di non essere un cornuto!
(Pensa un po’ come stavano messi male ‘sti poracci…).

Quando sarà invece Lancillotto a decidere che è giunta l’ora di darsi all’adulterio, la sua madre adottiva interverrà mandando a corte un secondo oggetto magico. In questo caso, si tratta d’uno scudo riccamente decorato, che viene regalato a Ginevra: sarebbe un manufatto di incredibile bellezza, se non fosse che un taglio verticale lo squarcia da parte a parte deturpandolo. Con ammirevole nonchalance, la dama di compagnia della maga Viviana spiega a Ginevra che quello scudo, così bello ma così incompleto, simboleggia il sentimento tra lei e Lancillotto – un sentimento che i due innamorati si sono già confessati, ma che esitano a consumare per riguardo ad Artù.
Ma è davvero giusto che un sentimento così bello e puro debba essere soffocato solo (!) perché uno dei due è già sposato? Viviana sembra suggerire un deciso no – e infatti, nella notte in cui Lancillotto e Ginevra consumano infine il loro amore, lo scudo si ripara magicamente. Tornato a piena perfezione proprio nel momento in cui giunge a pieno compimento l’amore tra i due giovani, lo scudo diventa un potente talismano che, più avanti, guarirà Lancillotto da grave malattia (ci stiamo avvicinando al concetto di bacio del vero amore!).

E a questo punto, qualcuno potrebbe anche domandare: ma che cavolo stava a dire, ‘sta banda di pazzi?
L’elogio dell’adulterio? Con re e cavalieri che hanno più corna d’un cervo? Nel bel mezzo del Medioevo? Ma che diavolo di idee doveva avere la gente, riguardo al tradimento extra-coniugale?

***

Difficile dirlo con certezza; possiamo però avanzare alcune ipotesi, partendo dal presupposto che dobbiamo operare una sospensione del giudizio e accettare l’idea di avere a che fare con una società evidentemente molto diversa dalla nostra, che si muoveva su scale di valori non necessariamente coincidenti a quelli apprezzati oggi.

L’esempio più eclatante di quanto sto per dire si trova, secondo me, nel Graelent, un romanzo cortese in cui il narratore ci descrive a un certo punto (così, en passant, come dettaglio di colore che nulla aggiunge alla trama) le singolari modalità con cui Artù era solito festeggiare Pentecoste. In quella che all’epoca era tradizionalmente considerata la festa della cavalleria e della primavera, il re di Camelot era solito premiare i suoi cavalieri permettendo loro di… guardare sua moglie nuda.
Proprio così: ordinava a Ginevra di salire sul tavolo e di spogliarsi, in un letterale strip-tease a favore di pubblico. E intanto, lui chiedeva goduto ai suoi cavalieri: allora, l’avete mai visto un corpo più bello di questo?

Georges Duby, analizzando questo episodio nel libro che ha dedicato a I peccati delle donne nel Medioevo, sottolinea che in questo caso Ginevra non ha alcuna colpa,

la dama è passiva, non è lei che decide di denudarsi. L’uomo che la tiene in suo potere la esibisce, così come, durante le grandi ostentazioni della sua potenza, fa sparpagliare attorno a sé le monete del suo tesoro, le collezioni di oggetti preziosi da cui, ogni tanto, attinge di che donare per farsi amare a causa della sua generosità e per farsi sentire meglio. La regina è il più brillante di questi oggetti, il più desiderabile. Solennemente egli mostra agli sguardi dei suoi amici le attrattive segrete di sua moglie.

È vanto, è compiaciuta ostentazione di ciò che è suo e che nessun altro potrà mai avere (…ehm, Lancillotto a parte). È un gioco d’equilibrismo sul filo del rasoio, a cui tutte le parti coinvolte possono partecipare fintantoché sono in grado di fermarsi al momento giusto.  

[Alla dama] spetta d’intrattenere con favori meticolosamente distribuiti la speranza dei cavalieri che la circondano e sognano di possederla. In cambio la servono come vassalli fedeli, ed è così che vengono addomesticati, che vengono moderati a poco a poco. La dama infatti è un’esca tra le mani del marito, il quale lascia continuare il gioco fino a quando i giocatori si scontrano contro il doppio divieto dell’adulterio e della fellonia.
Tutti i vantaggi di questo gioco toccano a lui. Quando un cavalier servente si ingegna per piacere a sua moglie, non è forse un omaggio che rende alla sua persona?

Per cercare di dare un senso a ‘sto delirio, proverò ad attualizzarlo usando un fatto di cronaca così forse ci capiamo meglio. Se un tizio che conosco cominciasse improvvisamente a comporre per me poesie piene di passione dichiarando in ogni dove il suo folle amore per la sottoscritta, io sarei ovviamente molto infastidita e suppongo che anche mio marito avvertirebbe una qual certa irritazione.
Ma se quel tizio fosse – che ne so – il famoso calciatore che ha appena fatto vincere la nostra nazionale (l’omologo contemporaneo di un Galvano o un Lancillotto) e che di fronte a tutti mi dedica la vittoria urlando “lei è la donna che amo con tutto il cuore, beato l’uomo che in questo momento stringe tra le braccia colei che io non potrò mai avere”… beh. Nel caso specifico della mia famiglia, penso aumenterebbe ancor di più l’irritazione globale, ma non fatico a immaginare che uomini dalla mentalità diversa da quella di mio marito potrebbero gonfiarsi d’orgoglio, di fronte a quell’omaggio indiretto.

Ammesso e non concesso che lo si possa chiamare “omaggio”.
Sembrerebbe di capire però che nel Medioevo si potesse, a patto che l’omaggio rimanesse nei limiti del consentito.

***

Vale a dire: l’amore adulterino non poteva mai essere consumato. Il tradimento fisico era condannato con fermezza, tanto più che metteva in dubbio la legittimità della discendenza. Solo nei romanzi poteva capitare che l’amore si concretizzasse anche a livello fisico (ed era comunque d’uopo l’uso di un qualche espediente narrativo capace di alleggerire la gravità morale del fattaccio).
Nella vita vera (cioè, ad esempio, in quella dei trovatori che cantavano il loro amore per la moglie del signore) nessuna persona sana di mente sarebbe mai arrivata a questi estremi, ben consapevole delle conseguenze che quel gesto avrebbe comportato.

Al di là di ciò che accadeva nel mondo immaginario dei romanzi, l’amore cantato dai poeti faceva parte di un gioco delle parti, nulla più. Il trovatore ostentava la sua passione per la signora dedicandole mille versi galanti (…il che, peraltro, non voleva necessariamente dire che fosse innamorato della donna per davvero). La signora si compiaceva per le attenzioni ricevute, il marito gongolava sentendosi invidiato… e ovviamente la cosa si fermava lì, nessuno degli spasimanti si sarebbe mai sognato di passare ai fatti o di andare oltre a ciò che il suo ruolo gli consentiva.
Se qualcuno, per sventura, si lasciava prendere la mano (o dava l’impressione di essere un po’ troppo preso dal sentimento), le conseguenze non tardavano ad arrivare, com’è prevedibile. Sappiamo ad esempio che il celebre Bernart de Ventandorn compose le sue prime poesie d’amore indirizzandole a Margherita di Turenna, moglie del suo mecenate. Ma evidentemente il giovane poeta non era ancora esperto del mestiere e in qualche modo oltrepassò il limite del consentito: il marito di Margherita lo prese da parte e gli disse garbatamente di sloggiare, cosa che il povero trovatore fece in quattro e quattr’otto vagando in esilio per qualche tempo prima di trovare rifugio presso la corte di Eleonora d’Aquitania.

Ma Bernart aveva avuto sfortuna, o forse era stato imprudente a causa della sua inesperienza. In condizioni normali, il trovatore sapeva perfettamente dove fermarsi; i suoi ascoltatori erano perfettamente consapevoli di non dover prendere sul serio il suo poetare, che era da intendersi come opera unicamente letteraria. Né vi sono indizi che possano far pensare che, di norma, i signori feudali fossero realmente infastiditi dagli elogi galanti che i poteri rivolgevano alle loro spose: sappiamo ad esempio che Raimbaut de Vaquerais, autore di alcune delle più belle poesie d’amore del medioevo, era notoriamente un fidato servitore dell’uomo di cui “corteggiava” la sposa.

***

Chiarito che si trattava d’un gioco delle parti e che il gioco divertiva perché partiva dal presupposto che nessuna persona sana di mente avrebbe mai osato violar le regole, qualcuno potrebbe però obiettare: oh, ma questi giocavano col fuoco!
In effetti, i trovatori non cantavano unicamente la passione (“uh che bella la mia regina, quanto vorrei andarci a letto”): i trovatori parlavano proprio di amore, sperando di riuscire a suscitare lo stesso sentimento. E penso concorderemo tutti quanti su questa cosa: un conto è essere attratti da una donna sposata che desideri di lontano; un conto è andare da quella donna, dirle che l’ami e iniziare a corteggiala nella speranza dichiarata di farla innamorare di te a sua volta.
Sarà pure stato un gioco, ma come ti viene in mente di giocare su un tema così delicato?

I teorici dell’amor cortese, con grande faccia tosta, ci avrebbero dato la seguente risposta: l’amore che si corrispondono due innamorati non ha nulla a che vedere con l’affetto stabile e maturo che provano l’un per l’altro due sposi di vecchia data! Come a dire: il corteggiatore e il marito non dovrebbero proprio sentirsi in competizione, perché in realtà occupano due ruoli diversi.

Scrive Cappellano nel trattato De Amore:

Tra marito e moglie, l’amore non può avere luogo. Pure ammettendo che i due siano legati da grande e smisurato affetto, questo affetto non può in alcun modo essere considerato amore, giacché non può essere inteso come “amore” in base alla vera definizione di questo sentimento. 

(che ricordiamo essere, secondo Cappellano, “una passione innata che procede dalla vista e dall’incessante pensiero circa la bellezza del sesso opposto, per cui sopra ogni altra cosa si vuole abbracciare l’altro e nell’abbraccio adempiere i comandamenti dell’amore”).
Insomma, dice Cappellano:

Che altro è l’amore se non lo smisurato e concupiscente desiderio di abbracci furtivi e nascosti?
Ma quale abbraccio furtivo può esserci tra i coniugi, quando è noto che l’uno possiede l’altro, e senza paura di rifiuto entrambi possono soddisfare tutti desideri e le voglie che hanno? Persino l’importantissima legge dei principi insegna che nessuno può usare una sua propria cosa con piacere furtivo.

La morale è che

tra il grandissimo amore degli sposi e il legame degli amanti corre dunque tanta differenza quanta ne corre tra il reciproco amore di padre e figlio e una profonda amicizia tra due uomini.

Sono due sentimenti diversi, egualmente nobili, ma che nessuno deve considerare in competizione: una donna, ci spiega Cappellano, può essere una moglie perfetta anche se ama un uomo che non è suo marito (!). E anzi: ipotizzando lo scenario in cui una dama dovesse rifiutare il corteggiamento di un cavaliere adducendo la bizzarra motivazione “sono già sposata”, il nostro teorico dell’amor cortese suggerisce all’uomo di argomentare come segue:

Risponde la donna: “Vi è un motivo non secondario che mi impedisce di amarvi. Infatti ho un marito che possiede ogni nobiltà, gentilezza e onestà, e sarebbe illecito violare il suo letto nuziale o il congiungermi nell’amplesso di qualche altro. So infatti che egli mi ama con tutto il cuore e io sono legata completamente a lui dalla devozione del mio cuore. E le norme giuridiche stesse comandano a me, ornata del privilegio di un amore tanto grande, di astenermi dall’amare altro”.
Ribatte l’uomo: “Certamente è vero che il vostro marito gode di ogni onestà e che, tra tutti quelli che vivono al mondo, è ornato dal godimento della felicità, lui che meritò di possedere col suo amplesso le gioie del vostro corpo. Tuttavia mi stupisco molto che voi vogliate usurpare il nome di “amore” per indicare l’affetto coniugale, che tutti quelli che sono sposati sono obbligati a nutrire scambievolmente […] In nessun modo può esistere amore tra voi e vostro marito. Perciò, dal momento che è giusto che ogni onesta donna prudentemente ami, potete benissimo, e senza sentirvi offesa, accettare le preghiere di chi chiede e premiare il richiedente col vostro amore”.

Se poi questo non bastasse, si può sempre cercare di rassicurare la donna elencando i limiti fisici che non si intendono superare nella consumazione di questo sentimento. Se l’unico scrupolo della dama è il timore di tradire carnalmente il marito, ci sono un sacco d’altri modi per divertirsi senza arrivare alla consumazione di un rapporto completo:

Io voglio chiarirvi qualche cosa d’altro che ho nella mente, e credo che rimanga ignoto al cuore di molti (tuttavia non credo che voi non lo sappiate): c’è un amore puro e un amore che si può definire misto.
Quello puro congiunge interamente i cuori dei due amanti col sentimento amoroso e consiste nella contemplazione, da parte della mente, e nel desiderio, da parte del cuore; e si spinge fino al baciare sulla bocca, allo stringere tra le braccia e al toccare castamente il corpo dell’amante nuda ma senza giungere all’estremo piacere; infatti, chi vuole amare in modo puro, quel piacere estremo non lo deve ricercare. E senza dubbio è questo quell’amore che deve coltivare chiunque faccia propositi d’amare. Infatti questo tipo d’amore cresce sempre senza fine, e non sappiamo di nessuno che si sia pentito di questo sentimento; quanto più uno ne prende, tanto più desidera di averne.
E a questo amore è riconosciuta una così alta virtù che da esso discende la nobiltà d’animo e non ne deriva nessun oltraggio; lo stesso Dio riconosce in lui una piccola offesa. Certamente da tale amore non può ricevere alcun danno o subire una menomazione della propria reputazione né una vergine, né una vedova, né una donna sposata. Io coltivo questo amore, lo seguo e sempre l’adoro, e non cesso di chiederlo a voi con insistenza.

Si definisce invece “amore misto” quello che porta a compimento ogni piacere della carne e si esaurisce nell’estremo atto di Venere. E di quale natura sia questo amore lo potete chiaramente desumere da quanto ho appena detto: questo secondo tipo d’amore, infatti, rapidamente viene meno e dura per poco tempo, e spesso ci si pente di averlo fatto; a causa sua si danneggia il prossimo e si offende il Re del cielo.

Onestamente, io temo che non resterei del tutto imperturbabile alla vista di mio marito che tocca castamente il corpo della sua amante nuda, ma che ci vogliamo fare?
Sarà che sono una donna trop non abbastanza all’antica. Nel Medioevo, i teorici dell’amor cortese argomentavano diversamente.


Per approfondire:

Georges Duby, I peccati delle donne del Medioevo, Edizioni Laterza
Annarosa Mattei, L’enigma d’amore nell’occidente medievale, La Lepre Edizioni
Henri-Iréneée Marrou, I trovatori, Jaca Book

18 risposte a "Apologia dell’amore adultero, secondo i teorici dell’amor cortese"

  1. Anonimo

    Mondo gatto, ho capito perché Tolkien diceva che la letteratura cortese non era cristiana. E pensare che Candaule, per aver fatto vedere la moglie nuda a un uomo solo, ci ha rimesso le penne!
    Credo che la nostra idea dei romanzi cavallereschi sia tutto tranne che medievale. A pensarci, perfino Ariosto rispetto ai precedenti (Boiardo e l’altro che ora non ricordo) era castigato.
    Grazie di questi articoli, Lucia, sono veramente divertenti ^^
    Ed è confortante pensare che il mondo è sempre stato pieno di svalvolati.
    (O forse mi dovrei preoccupare, mmm…)

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    1. Lucia

      Io non concordo pienamente con Tolkien, nel senso che secondo me la letteratura cortese è cristiana… ma è cristiana eretica: e infatti, molto storici sostengono non sia un caso che questo movimento letterario sia nato in zone a maggioranza catara. Parliamo di un contesto sociale in cui, sì, la società era fortemente religiosa, ma la religione “mainstream” non era quella cattolico-romana.

      Ma questo è l’argomento di uno dei prossimi post della serie, quindi per adesso mi limito a buttare lì la riflessione per svilupparla meglio tra un paio di settimane 😛

      E hai assolutamente ragione quando dici che la nostra idea dei romanzi cavallereschi sia tutto tranne che medievale. In generale, temo che sia proprio la nostra idea di Medioevo ad essere tutto tranne che medievale, in molti casi 😅

      E dirò di più: secondo me, i romanzi del ciclo arturiano nello specifico hanno pagato in maniera fortissima lo scotto della loro popolarità. L’essere stati rivisitati in mille forme diverse attraverso ai secoli ha permesso loro di essere conosciuti anche dai bambini, ma al tempo stesso ha finito secondo me con l’appiattirli in una rappresentazione un po’ stereotipata in cui non si capisce più se stai parlano del romanzo medievale, della sua rivistazione ottocentesca o della saga di Marion Zimmer Bradley.
      Ti dirò: io stessa pensavo di conoscere decentemente la materia, ma in realtà mi sono resa conto che la conoscevo molto poco quando nel primo lockdown mi sono messa d’impegno a leggere ad uno ad uno i principali romanzi (originali) della saga. Scoprendo che davvero ci sono mille sfaccettature che nel corso dei secoli sono andate perse!

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      1. Umberta Mesina

        Bene, allora aspetto ^^
        Non avrei mai collegato i due fenomeni. Ero convinta che i romanzi cavallereschi fossero nati prima dei catari e questi, poi, li ho sempre immaginati come gente semplice e solida, un po’ simili agli Amish: ottime persone, sicuramente, ma non proprio scrittori di romanzi d’amore.

        Scusa per l’anonimato dell’altro commento, ma WordPress non ricorda le credenziali e io non ricordo mai che non le ricorda. D’ora in poi firmerò con le iniziali (se mi ricordo).
        Grazie!
        UM

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      2. Ago86

        In effetti nemmeno io vedo una connessione tra il catarismo e l’amor cortese, perché a quanto ne so avevano una visione molto negativa della sessualità (oltreché del matrimonio), per cui sinceramente non vedo come avrebbe potuto un cataro conciliare l’elogio dell’amor cortese e delle passioni amorose con la sua visione gnostica della carnalità.

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        1. Lucia

          E infatti la versione originaria dell’amor cortese parlava di un amore totalmente spirituale, una comunione d’amorosi sensi tra due anime affini, che nulla aveva a che vedere col volgare commercio carnale che si tiene nel matrimonio.

          L’amor cortese ha preso la brutta piega che ho descritto quando ha smesso di essere praticato dai catari (gente tutta d’un pezzo con forte autocontrollo sulle sue pulsioni) e ha cominciato a diffondersi tra i cattolici (notoriamente 😛, zozzoni che non si limitavano all’amore di lontano ma sognavano di concretizzarlo pure).

          😛

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  2. Ago86

    Avevo letto nell’introduzione ai componimenti di Chretien de Troyes che l’autore cercò di conciliare l’amor cortese con il matrimonio. Le curatrici dell’edizione sostengono questa tesi in base al fatto che nei suoi racconti chi prova “amore” (stante la definizione di Cappellano data nel post) può avere comportamenti che arrivano al ridicolo, e affermano che per Chretien l’amore deve essere “coronato” dal matrimonio. Non so quanto questa tesi sia sostenibile (tu ne sai più di me, lascio a te il giudizio), ma se così fosse mi viene da dire che già alla sua epoca si cercava di rendere “più vitale” il matrimonio e più concreto l’amore, cercando di innestare insieme caratteristiche dell’uno e dell’altro in modo da rendere il primo più di un “contratto di collaborazione a vita” e il secondo più razionale di una “malattia a trasmissione visiva”.

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    1. Lucia

      Sulla seconda parte del tuo commento, onestamente non so fino a che punto posso concordare, nel senso che rivitalizzare il matrimonio… meh. Non saprei, su quello non mi sentirei di sottoscrivere.

      Però è certamente vero che Chrétien de Troyes (non a caso, il mio preferito tra gli autori di romanzi cortesi!) aveva una marcata insofferenza nei confronti dell’amor cortese così come l’ho appena descritto in questo post. E nel prologo al suo Lancillotto ad esempio lo dice proprio, mette le mani avanti: scrivo su commissione di Maria de Champagne che mi ha ordinato di comporre questo romanzo e ha scelto per me la materia da trattare (ci mancava solo che dicesse “a me questa storia fa schifo e mi dissocio ma son stato pagato per questo”).

      Ed è sicuramente vero che nei suoi romanzi l’amor cortese come l’ho descritto qui sopra (e cioè, come andava per la maggiore) viene fortemente ridicolizzato. Ricordo ad esempio una scena in cui Lancilotto raggiunge finalmente la torre in cui Ginevra è tenuta prigioniera da un nemico che l’ha rapita: sopraffatto dalla gioia di averla ritrovata, Lancillotto non riesce a staccare gli occhi di dosso, letteralmente, nel senso che continua a guardare Ginevra anche quando una guardia armata gli si butta addosso per duellare con lui. E’ Ginevra a un certo punto a dovergli urlare “oh cretino, ma che guardi? pensa a parare i colpi, idiota!”

      😅

      E un sacco di altri piccoli dettagli di questo tipo, che fanno comprendere come Chrétien de Troyes avesse davvero sulle scatole tutte queste teorie assurde sull’amor cortese per come andava di moda all’epoca. Del resto, anche il suo Cligès è tutta una parodia del romanzo di Tristano e Isotta, che ribalta la situazione dimostrando che lo stesso problema di fondo si sarebbe potuto risolvere in modo cattolicamente corretto senza troppe storie.

      Ma più che altro io vedo la polemica di Chrétien come quella di un buon cristiano che non ammette amori extra-coniugali né men che meno tradimenti fisici e non ne può più di questa moda insulsa che rischiava di rovinare i ggggiovini. Che critichi l’amore extraconiugale, è vero; che sia intenzionato a trasformare l’amore sponsale in qualcosa di più simile al nostro concetto moderno, meh, non saprei.

      (Per quanto uno dei suoi romanzi descriva la storia di una coppia sposata, innamorata e globalmente abbastanza felice: Erec e Enide!)

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  3. Lurkerella

    Non è che sposavi chi ti pareva, va detto. Era un accordo tra famiglie, cose di soldi, prestigio, procreazione. Amore pochino. Se ti andava di lusso, rispetto. A questo punto meglio una valvola di sfogo ritualizzata e senza conseguenze – come dire – pratiche, che perdere la testa e scappare col corrispettivo medievale del maestro di zumba

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    1. Lucia

      Esattamente. E’ quello che dicevamo in una discussione interessante che si è aperta sulla mia pagina Facebook:

      https://www.facebook.com/unapennaspuntata/posts/4575056029194763

      Copiaincollando un mio intervento di là:

      Ma in effetti sì.
      Cioè, io astrattamente riesco a capire la logica di questa follia, soprattutto se pensiamo che siamo solo noi contemporanei ad avere la bizzarra idea di dover trovare l’amore nel matrimonio. Fino a qualche secolo fa, il matrimonio era innanzi tutto un contratto tra due parti che si mettevano in società per raggiungere determinati scopi (stabilità economica, figli, etc).
      Io *davvero* credo che ci fosse tanta gente disposta a chiudere un occhio di fronte a un flirt innocente del coniuge, fintanto che questo flirt non metteva a repentaglio la stabilità economica, la rispettabilità sociale, il benessere dei figli legittimi etc.
      Come a dire, “finché mio marito mi tratta bene, è un buon padre, non porta a casa malattie e non fa mancare niente alla nostra famiglia, che problema c’è se va a prostitute?”.
      A noi ovviamente uno scenario simile fa ribrezzo, ma è pur vero che noi abbiamo un concetto di matrimonio che è COMPLETAMENTE diverso rispetto a quello che era in voga anche solo fino a tre secoli fa.

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    1. Lucia

      Grazie sempre a te :-)))

      E’ vero, del Medioevo in generale sappiamo proprio pochino, ma mi metto anche io nel mucchio eh. Nel senso che è un’epoca così vasta, così complessa, così radicalmente diversa dalla nostra anche proprio a livello di universo mentale, che penso sia molto difficile anche per i super-specialisti arrivare a un punto in cui si può dire “sì ok, mi è chiaro il quadro”.
      E’ un mondo così diverso sotto ogni punto di vista che davvero più studi più scopri cose da scoprire. (E’ quello il bello! :-P)

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  4. Murasaki Shikibu

    Tolkien aveva ragione, l’amore cortese non è cattolico. E’ quello di Paolo e Francesca, e ti porta diritto all’inferno (se ragioni in termini cattolici, naturalmente. Cosa che Dante faceva, e con notevole coerenza).
    PERO’
    ci sono diverse cose da considerare.
    Per esempio, la storia di Artù non è una storia cristiana, anche se i cristiani hanno cercato di addomesticarla. E’ una storia celtica, e i celti avevano una cultura abbastanza diversa, decisamente pagana.
    Quanto ai catari (che c’entrano senz’altro) va pur detto che non ne sappiamo molto, e presentano diverse zone d’ombra.
    Se non ricordo male, poi, il discorso che tra marito e moglie non può esserci vero amore parte dall’idea che l’Amore è un dono elargito liberamente, mentre marito e moglie si sono legati con un patto che li obbliga a concedersi, quindi il Vero Amore è solo quello tra persone non legate da vincoli legali.
    La storia di Lancillotto e Ginevra è piuttosto strana perché, si noti bene, Ginevra non ha scusanti: ha un marito bello e bravo e prode, che si è pure scelta di suo genio. Ciò nonostante lei lo tradisce, e senza mostrare pentimento alcuno. Né lei né Lancillotto mostrano particolari segni di rimorso o esitazione, e a corte nessuno trova niente di strano nel loro legame fino alla fine, quando interviene un personaggio decisamente negativo (Mordret, o come accidente si chiama) che comincia a sparlare.
    Tra l’altro l’unica volta che Lancillotto tradisce la sua regina lo fa involontariamente, per un inganno, e dopo ne ha gran rimorso. Quando Ginevra lo rimbrotta aspramente non risponde “Vabbé, tu hai tuo marito, potrò avere qualcuna anch’io?”, al contrario la sua unica preoccupazione è spiegare che è stato ingannato – e lo è stato davvero. Tra l’altro tutto l’affaire è stato architettato per far nascere Galahad. Perché né Ginevra né Isotta hanno figli.
    MA re Mark di Cornovaglia è lo zio di Tristano, il fratello della madre di lei. E il personaggio più notevole della Tavola Rotonda, dopo Artù e Lancillotto, è Galvano – il figlio della sorella di Artù. E tra i celti, almeno quelli del Mabinogion, l’erede alla corona era il figlio della sorella.

    Infine:c’è stato un periodo (il Settecento) in cui in Italia le signore di buona famiglia avevano i cicisbei, accompagnatori ufficiali, a volte stabiliti già nel contratto matrimoniale. Se ne parla poco e se ne capisce ancor meno, vengono in generale descritti come segni di decadenza ma… ecco, non è facile capire COME esattamente funzionasse la questione. Dall’esterno, devo dire, l’impressione è che fossero amanti in carica a pieno titolo.
    E i mariti come la prendevano?
    A quanto risulta, non battevano ciglio. Ma nel Settecento nell’alta società circolava una morale abbastanza… non so, vogliamo dire “tranquilla”?

    Tendiamo a vedere tutto attraverso il filtro della morale del nostro tempo, ma è probabile che quella dei tempi dell’amor cortese fosse un po’ diversa dalla nostra.
    Qualche tempo fa ho visto il video di un tale che deprecava moltissimo la storia di Ginevra e Lancillotto, sostenendo in sintesi che Lancillotto era un gran disgraziato perché andava con la moglie del suo migliore amico e quindi non poteva essere un bravo cavaliere.
    Ecco, il punto è proprio questo: nei romanzi della Tavola Rotonda Lancillotto è il migliore die cavalieri possibili, ricco di tutti i pregi e le virtù cavalleresche… e va con la moglie del suo migliore amico. Convinto di fare la migliore e la più cavalleresca delle cose, e Ginevra altrettanto convinta di ciò.
    Mi rendo conto che per l’etica moderna è una cosa piuttosto strana… ma è così, punto e basta.
    Comunque aspetto il seguito di questi post con grande interesse.

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