Kalenda Maya: cantare l’amore, nel Medioevo

Com’erano le canzoni d’amore nel Medioevo? Cosa avrebbe potuto aspettarsi un giovanotto che, per corteggiare la sua bella, l’avesse invitata ad andare a ballare in quel localino di cui parlano tutti?

Kalenda Maya di Raimbaut de Vaquerais è la risposta perfetta alle domande di cui sopra. Composta sul finire del XII secolo, questa hit di altri tempi è così godibile da avere un nutrito nucleo di estimatori anche tra i musici del terzo millennio, che infatti si divertono a reinterpretarla e inciderla con una certa frequenza.

Raimbaut de Vaquerais andrebbe giustamente fiero di questo successo così incredibilmente duraturo. E davvero avrebbe mille ragioni per compiacersi di se stesso: ché nessuno avrebbe scommesso un soldo su di lui, quando Raimbaut era nato, attorno al 1165, da una famiglia di umili condizioni (si dice che il padre avesse addirittura qualche problema mentale).
Giovanissimo, Raimbaut comincia a fare il menestrello tra le vie di Vaquerais, la cittadina provenzale che gli aveva dato i natali. Non ha mai fatto studi musicali né tantomeno ha avuto modo di formarsi alla scuola di grandi maestri, eppure la sua bravura non sfugge alle orecchie di chi lo ascolta. Attorno al 1182, è trovatore presso la corte del signore di Baux; dieci anni più tardi, arriva il salto di carriera quando Raimbaut ottiene di potersi unire al seguito di Bonifacio I, il potente marchese del Monferrato.
In quell’epoca, la corte del Monferrato era nota in tutta Europa per il mecenatismo del suo giovane signore, che amava circondarsi di artisti e intellettuali. E, non a caso, è proprio alla corte di Bonifacio che l’arte di Raimbaut ha modo di fiorire.

Per far parlare di sé, ogni trovatore medievale che si rispetti ha bisogno di costruirsi una immagine pubblica creata sui dettami dell’amor cortese: solo in tal modo potrà essere credibile mentre si strugge in versi per il suo amore irraggiungibile. Raimbaut decide di indirizzare questo amore verso la persona della splendida Beatrice, la più nobile tra tutte le dame di corte. Bonifacio I poteva chiamarla “sorella”; Enrico del Carretto s’era guadagnato il diritto di poterla chiamare “sposa”; Raimbaut, invece, la definiva “Bel Cavaliere”: un soprannome che aveva deciso di attribuirle dopo averla vista maneggiare una spada con una destrezza francamente insospettabile per una dama di corte.

È proprio a Beatrice, il “bel cavaliere”, che Raimbaut dedica Kalenda Maya. Tecnicamente, si tratta di una estampida, cioè di una poesia composta per essere cantata con l’accompagnamento di una musica ritmata e allegra, sulla quale è possibile ballare. Mi verrebbe da dire, col sorriso sulle labbra, che le estampide secondo me erano l’omologo medievale dei nostri tormentoni estivi: canzoni ritmate e molto orecchiabili, fatte apposta per essere ballate in gruppo e con un testo che risultava facilmente memorizzabile grazie all’altissimo uso di rime interne che trasformavano la lirica in una specie di filastrocca.

Una filastrocca per adulti innamorati, però. Ché le estampide trattano quasi sempre temi d’amore: e la Kalenda Maya di Raimbaut non si sottrae alla moda. È l’autore stesso a spiegare, in un cappello introduttivo, che la sua canzone sarebbe stata composta in un momento in cui il poeta aveva avuto l’impressione che Beatrice stesse cercando di prendere le distanze da lui, forse perché irritata dai pettegolezzi che stavano cominciando a girare a corte.

Nella finzione letteraria della poesia, il trovatore che canta il suo amore irrisolto è lontano dalla sua amata anche fisicamente: probabilmente è partito per un viaggio e adesso si strugge nella malinconia.

È il giorno del Calendimaggio, momento di grande gioia e festa popolare in cui si celebra lo splendore della primavera. Ma il trovatore non trae il minimo piacere da questi festeggiamenti: il profumo dei fiori lo lascia indifferente; poco ci manca che il cinguettio degli uccelli lo infastidisca. L’unica cosa che desidera davvero, l’unica cosa che sarebbe capace di dargli gioia, è il pensiero di poter rivedere Beatrice (…e di dare una bella lezione a quei pettegoli maledetti): sicché il poeta sta lì, sospeso in un limbo, senza sapere che cosa fare, nella speranza che sia lei a fare il primo passo e a mandargli quantomeno un messaggio.

E c’è pure una certa ironia in tutta questa sofferenza, ammette amaramente il poeta. È davvero possibile soffrire per l’aver perso qualcosa che non si è mai posseduto? Ha un senso, sperare che ti venga restituito qualcosa che non è mai stato tuo di partenza?
Ché mica basta essere innamorati per poter dire “questa è la mia donna” (e anzi: quando uno spasimante riesce finalmente a quagliare, la felicità gli si legge proprio in faccia). Ma lui, il poeta, non ha mai stretto tra le braccia la donna che desidera, ed è ben consapevole di non poter nemmeno dire averla conquistata in alcun modo. Semplicemente, lui la ama (“così, senza altri aiuti”), e si pone al suo servizio con la stessa dedizione con cui un cavaliere della tavola rotonda servirebbe la sua dama.

E nonostante tutto, il poeta è certo di aver fatto la scelta giusta. Davvero l’amata gli pare la donna più desiderabile di tutta la corte, anzi l’unica degna di essere desiderata nonché l’unica di cui lui sarebbe disposto a fidarsi ciecamente. Perché, sì, certo, lei è una nobildonna, ma è anche una donna capace di adornare di meriti la sua nobiltà di sangue. E infatti, ogni sua azione è mossa da scienza, pazienza e conoscenza, e nessuno potrebbe negare la sua benevolenza.

***

La cosa bella di Kalenda Maya (oltre alle liriche, niente affatto scontate) è che non è solamente il testo a essere giunto fino a noi: della canzone, si conserva anche la melodia, per la gioia di tutti i musicisti. Chi si fosse incuriosito e volesse ascoltare i versi di Rimbaut potrà bearsi di questo adattamento, che reinterpreta in chiave in moderna la lirica medievale (per una reinterpretazione più fedele all’originale, rimando piuttosto a questo o quest’altro video).
Sotto, trovate una trascrizione del testo originale accompagnato da una mia traduzione molto libera che mi costerebbe senz’altro una bocciatura a un esame di Filologia Romanza; cercando su Google ne troverete di più tecniche e letterali (ad esempio qui)

Kalenda maia | ni fueills de faia
ni chans d'auzell | ni flors de glaia
non es qe·m plaia, | pros dona gaia,
tro q'un isnell | messagier aia
del vostre bell | cors, qi·m retraia
plazer novell, | q'amors m'atraia,
e jaia | e·m traia | vas vos, | donna veraia;
e chaia | de plaia | ·l gelos, | anz qe·m n'estraia.

[Né il Calendimaggio, né le foglie del faggio, né il canto degli uccelli, né il fiore dei gladioli riusciranno a darmi qualche piacere, mia nobile e allegra signora. Non fino a quando un messaggero non mi porterà qualche buona notizia da parte vostra, capace di darmi piacere . E a quel punto, che l'amore possa spingermi da voi e che io possa abbracciarvi, signora perfetta; e che il geloso possa cadere ferito, prima che io debba lasciarvi!]

Ma bell'amia, | per Dieu non sia
qe ja·i gelos | de mon dan ria,
qe car vendria | sa gelozia
si aitals dos | amantz partia;
q'ieu ja joios | mais non seria,
ni jois ses vos | pro no·m tenria;
tal via | faria | q'oms ja | mais no·m veiria;
cell dia | morria, | donna | pros, q'ie·us perdria.

[Mia bella amica, Dio non voglia che il geloso abbia a ridere delle mie disgrazie, perché se davvero riuscisse a separare due amanti come noi, la sua crudeltà avrebbe un prezzo ben caro! Perché io non riuscirei mai più a gioire senza di voi, né la gioia potrebbe mai più essermi di qualche sollievo: prenderei una via tale da sparire agli occhi di tutti. Il giorno in cui dovessi capire di avervi perduta per sempre, signora, io ne morrei]

Con er perduda | ni m'er renduda
donna, s'enanz | non l'ai aguda?
Qe drutz ni druda | non es per cuda;
mas qant amantz | en drut si muda,
l'onors es granz | qe·l n'es creguda,
e·l bels semblanz | fai far tal bruda.
Qe nuda | tenguda | no·us ai, | ni d'als vencuda;
volguda | cresuda | vos ai, | ses autr'ajuda.

[Ma come si può perdere qualcosa che non hai mai avuto? Come si può sperare di vedersi restituire qualcosa che non è mai stato tuo? Non basta amare qualcuno col pensiero, per essere davvero il suo uomo; e anzi, quando lo spasimante si trasforma in amante, si inorgoglisce e la felicità gli si legge in faccia, sì che la gente comincia a mormorare. Ma io non vi ho mai tenuta nuda, né posso dire di avervi conquistata in altro modo: semplicemente, ho iniziato a desiderarvi e ho riposto in voi tutta la mia fiducia. Così, senza nessun altro aiuto]

Tart m'esjauzira, | pos ja·m partira
bells cavalhiers, | de vos ab ira,
q'ailhors nos vira | mos cors, ni·m tira
mos deziriers, | q'als non dezira;
q'a lauzengiers | sai q'abellira,
donna, q'estiers | non lur garira:
tals vira, | sentira | mos danz, | qi·lls vos grazira,
qe·us mira, | cossira | cuidanz | don cors sospira.   

[Bel cavaliere, non avrei più gioia se mi dovessi separare da voi in malo modo, perché il mio cuore non ha occhi che per voi e il mio desiderio non mi sospinge verso nessun'altra donna. So bene che questo scenario piacerebbe molto ai maldicenti, perché è l'unico esito che li soddisferebbe. E senz'altro qualcuno godrebbe a guardare e ascoltare le mie disgrazie, e di esse ve ne sarebbe grato; qualcuno che vi guarda pieno di speranza e vi pensa mentre gli batte il cuore]

Tant gent comensa, | part totas gensa,
na Beatritz, | e pren creissensa
vostra valensa; | per ma credensa,
de pretz garnitz | vostra tenensa
e de bels ditz, | senes failhensa;
de faitz grazitz | tenetz semensa;
siensa, | sufrensa | avetz | e coneissensa;
valensa | ses tensa | vistetz | ab benvolensa.

[Donna Beatrice, il vostro valore nasce con così tanta nobiltà e cresce fino a primeggiare su quello di tutti gli altri. Ai miei occhi, voi onorate la vostra nobiltà di sangue con i vostri meriti e con i vostri bei discorsi senza errori. Avete il merito di iniziare imprese nobili; agite sempre spinta da scienza, pazienza e conoscenza. Nessuno potrebbe negare che siete piena di benevolenza]

Donna grazida, | qecs lauz'e crida
vostra valor | q'es abellida,
e qi·us oblida | pauc li val vida,
per q'ie·us azor, | donn'eissernida;
qar per gençor | vos ai chauzida
e per meilhor, | de prez complida,
blandida, | servida | genses | q'Erecs Enida.
Bastida, | finida, | n' Engles, | ai l'estampida.	

[Donna gentile, tutti lodano e cantano il vostro valore, che è così tanto amabile. E se qualcuno vi ignora, è perché è uno scemo. Ma io invece vi adoro, distinta signora, e vi ho scelta perché vi ritengo la migliore e la più nobile tra tutte le donne; e da quel momento in poi vi ho corteggiata e servita meglio di quanto farebbe il cavaliere Erec con la sua Enide. E così, ascoltatori, la mia estampida è composta e finita]

4 risposte a "Kalenda Maya: cantare l’amore, nel Medioevo"

  1. mariluf

    Mi sono ascoltata entrambe le versioni indicate….più comprensibile la seconda… Certe sonorità si ritrovano ancora oggi nella musica popolare. Ma trovo molto bella anche la versione di Branduardi. Grazie, e complimenti per la traduzione!!!!!

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    1. Lucia

      La versione di Branduardi è stupenda, e ha sicuramente avuto il merito di farla conoscere al grande pubblico (beh occielo “grande”. Diciamo “grandicello” dai 😂) ma ha il grande difetto di tagliare quelle che secondo me sono le strofe più belle, uffa uffa uffa!

      E’ raro trovare incisa la versione completa (chissà poi perché!)

      "Mi piace"

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