La triste storia della primula, il fiore che un tempo faceva schifo pure alle fate

In una piccola nota di colore che potrebbe essere sfuggita ai non addetti ai lavori: all’aprirsi della campagna vaccinale contro il Covid-19, il ministro Dario Franceschini aveva esortato tutti gli operatori culturali a mobilitarsi in un piano di comunicazione digitale a sostegno degli operatori sanitari coinvolti nelle operazioni. Poiché la primula, come ben sappiamo, è diventata il simbolo della campagna vaccinale, gli operatori culturali erano stati invitati a invadere di questi fiori i loro canali social, valorizzando in tal modo le immagini di primule che avessero dovuto trovare nelle loro collezioni, “scolpite sui marmi, stampate su pergamene, dipinte su porcellane, catalogate in antichi erbari, descritte in scrupolosi codici botanici”.

Ricordo che, quando ho letto ‘sta cosa, ho fissato lo schermo in silenzio tombale per una decina di secondi abbondanti e poi ho ceduto a un attacco di risate. Ché le primule sono un fiore delizioso, ma ahimè i nostri antenati non le apprezzavano al par nostro. Se dovessi parlare di questi fiori facendo riferimento ai temi e all’arco cronologico che tratto abitualmente su questo blog, mi vedrei costretta a dire che le primule sono simbolo di morte, quasi sempre preannunciano una epidemia, e veder primule che spuntano in pieno inverno è presagio di sciagura per la collettività intera.

Avendo come la vaga impressione che non fosse esattamente questo il tipo di contributo auspicato dal ministro, ho prudentemente deciso di astenermi dalla partecipazione alla campagna.
O meglio, ho rimandato la mia partecipazione fino ad oggi, 30 aprile: che, secondo la tradizione popolare, è sostanzialmente l’unico giorno dell’anno in cui si può cavare qualcosa di buono da ‘sto fiore porta-scarogna.

Fatta questa premessa, unitevi dunque a me in una appassionante disamina dei

Cinque modi in cui usare una primula se vivete nel passato e volete farvi dei nemici

1. Per compromettere la schiusa delle uova

Quando improvvisamente i prati si riempiono di primule e la casa viene messa a nuovo con le pulizie di primavera, è una tentazione irresistibile quella di raccogliere un bel mazzolino di fiori e portarlo in casa: eh?
Eh: cercate in qualche modo di resistere, perché il bouquet floreale non porterebbe a niente di buono. In una tradizione popolare che, con piccole varianti, è attestata in buona parte d’Europa, portare in casa un mazzolino di primule rischia di compromettere irrimediabilmente la cova nel pollaio.

Alcune leggende comandano tassativamente “niente primule in casa prima della schiusa”. Altre, più possibiliste, suggeriscono “niente primule in casa prima di Pasqua” (o del 1° aprile, più laicamente). Gli Inglesi, che sono gente precisa, avevano evidentemente studiato a lungo la questione giungendo alla conclusione che le primule possono essere portate in casa in qualsiasi periodo dell’anno, a patto che siano in numero non inferiore a tredici.

E proprio questa precisazione ci aiuta a intuire la possibile genesi della credenza. Anticamente, era consuetudine tra i contadini far covare alle galline una dozzina d’uova per volta (le uova in eccesso, evidentemente, erano destinate al consumo alimentare). L’immaginario popolare, con ogni probabilità, associò la gialla corolla della primula, che fiorisce a inizio primavera, alle gialle piume del pulcino, che a inizio primavera esce dal guscio.
Ma allora, se a ogni primula corrispondeva simbolicamente un pulcino (e se ogni massaia sperava di ricavare dodici pulcini da ogni covata): per analogia, una casa che fosse stata abbellita con un mazzolino di primule troppo scarno sarebbe stata destinata ad avere un pollaio parimenti vuoto.

Se fosse questa la ratio dietro alla credenza popolare, si potrebbe spiegare senza troppa fatica anche il divieto totale di raccogliere primule prima della schiusa, così come era ordinato dal folklore di altre zone d’Europa. In fin dei conti, cogliere un fiore vuol dire interrompere il suo ciclo vitale – non certo un gesto di buon auspicio, se davvero vigeva nell’immaginario collettivo una analogia simbolica tra primula e pulcino.

2. Per commettere un omicidio

Va detto che, analogia o no, le primule era fiori malvisti in generale, ritenuti capaci di portare la malasorte.

Condividevano questa nomea con tutti i primi fiori di stagione, quasi che vi fosse qualcosa di peccaminoso e sanzionabile nella sfrontatezza con cui questi boccioli si permettevano di colorare i prati anzitempo. In diverse zone d’Europa, ad esempio, anche i bucaneve erano considerati portatori di sciagura (e taluni paragonavano addirittura la loro corolla a un sudario che si stringe attorno al corpo di un defunto!).
La povera primula non se la passava un granché meglio: si riteneva che riceverne una in dono equivalesse all’essere colpiti da una maledizione. Il folklore invita a diffidare dalle vecchiacce che, senza motivo, regalano primule ai bambini, magari spacciando quel gesto per un atto di gentilezza: al contrario si tratta di una terribile maledizione, che porterà entro l’anno un grave lutto nella famiglia del piccino!

3. Per atteggiarsi a Cassandra del paese, gridando che s’avvicina una epidemia

A onor del vero, la gente medievale aveva un terrore vero e proprio di tutti quegli esponenti del mondo vegetale che facevano cose strane in periodi improbabili. Fioriture fuori stagione o temperature al di fuori della media vengono citate in numerose cronache medievali come segni premonitori di una epidemia, quasi a sottolineare un progressivo stravolgimento del normale ordine delle cose.
In tal senso, veder nei campi una distesa di primule fiorite in un periodo troppo precoce sarebbe stato considerato un presagio sicuro di cattiva di sorte per tutta la cittadinanza. Del resto, lo stesso timore prendeva la brava gente anche quando si notava che la frutta stava maturando fuori stagione; e non parliamo poi dell’orrore nel vedere erba verde ai bordi delle strade il giorno di Natale. Anche in questo caso: tutti segni di una epidemia all’orizzonte!

4. Per auto-maledirsi mentre si va alla ricerca di pericolosi mondi incantati

Nelle isole britanniche e in alcune aree del nord Europa, era convinzione che le fate vivessero in meravigliosi mondi sotterranei le cui vie d’accesso, invisibili agli occhi umani, erano nascoste tra le rocce.
Pericoloso, tentare di avventurarsi in quelle terre incantate (se non altro, perché raramente si faceva ritorno): pericoloso, e tuttavia assai desiderabile: nel mondo delle fate non esiste fame né malattia.

Ebbene: secondo la credenza popolare, era possibile per un mortale guadagnarsi l’accesso a questo paese di Cuccagna colpendo con un mazzolino di primule la roccia dietro alla quale si celava l’accesso al magico mondo.
Insomma, bastava cominciare a sbattere bouquet di primule su tutte le rocce del circondario… e chissà: forse, prima o poi, tanta determinazione sarebbe stata premiata.

O forse no.

Ché le fate non sono sprovvedute, e proteggono le loro porte con… serrature magiche. Chi avesse voluto tentare l’impresa avrebbe dovuto innanzi tutto indovinare quante primule esattamente dovessero comporre il bouquet da impiegare a uso chiave. Chi avesse colpito la roccia giusta con il numero sbagliato di fiori, non solo sarebbe rimasto con un palmo di naso: avrebbe attirato su di sé lo sdegno delle fate. E, con lo sdegno, la loro maledizione.

5. Per utilizzarle come repellente per fate nella notte del Calendimaggio

‘nsomma: non so che idea ve ne siate fatti, ma le primule sono un fiore piantagrane capace di portare un mucchio di rogne – meglio tenersene alla larga, a voler dar retta al folklore popolare.
C’è un unico giorno dell’anno in cui dalle primule può nascere qualcosa di buono. E questo giorno è il 30 aprile, e cioè la vigilia del Calendimaggio.

Chi, nel giorno del 30 aprile, dovesse riuscisse a trovare delle primule ancora in fiore farebbe bene a farne tesoro e a raccoglierle con devozione. I petali di primula (e quelli di calta palustre, a sua volta colorata di giallo intenso) fungono infatti da potente repellente per tener lontani dalla propria casa gli spiritelli e i folletti dispettosi (evidentemente, fanno schifo pure a loro).
E questa non è una proprietà da sottovalutare, giacché (come assicura la tradizione popolare!) è proprio alla vigilia del Calendimaggio che gli spiritelli escono dalle loro tane e si concedono una notte di follia, dandosi alla pazza gioia nel mondo dei mortali. Latte inacidito, oggetti che si rompono, piccoli contrattempi e incidenti sul lavoro: erano tutte marachelle alla portata dei folletti dispettosi, che ottenevano per quella notte il potere sul mondo.

Un bel problema, per la gente dell’Al-di-qua. Ma c’era pur sempre un modo per difendersi, dopotutto.

E infatti, era consuetudine popolare sparpagliare sui davanzali e davanti alle porte di casa i petali delle primule e delle calte che erano state raccolte nel pomeriggio. Gli spiritelli, comprensibilmente incuriositi, avrebbero perso un sacco di tempo nel tentativo di capire perché diavolo una persona sana di mente avrebbe dovuto menomare dei fiorellini per spargerne i petali sull’uscio di casa. E così avrebbero passato l’intera notte ad arrovellarsi sulla questione, contando e ricontando i petali di fiore nel tentativo di capirci qualcosa. Sarebbe stato il suono delle campane del mattino a ricordar loro lo scorrere del tempo: ma per allora, giunta al termine quella notte magica, anche le fate sarebbero state costrette a battere la ritirata.

***

Molte di queste credenze popolari (badate bene!) erano ancora in voga all’inizio dell’Ottocento. Le cose cominciarono a cambiare in età vittoriana, e ancora una volta per merito della regina Vittoria, la quale invece apprezzava molto questo fiorellino primaverile e ne faceva ampio uso a corte. Grazie all’esempio della più grande influencer di tutti i tempi, la primula perse rapidamente tutte le sue valenze negative e anzi cominciò a essere associata a concetti come “rinascita” e “speranza”.  
In maniera assai curiosa, la pianta che, fino a poco tempo prima, veniva utilizzata per scacciare gli spiriti maligni del Calendimaggio cominciò a essere definita, nella letteratura per l’infanzia, il fiorellino capace di attirare le fate: entro la fine dell’Ottocento, si era già diffusa la convinzione che una ghirlanda di primule appesa sulla porta di casa fosse, per le fatine buone, un tacito invito ad accomodarsi e colonizzare la casa in amicizia.
Vi fu persino un breve lasso di tempo in cui la primula divenne fiore mariano: in quelle chiesette che non potevano permettersi di adornare gli altari con costosi mazzi di rose, le primule che erano state il simbolo del Calendimaggio cominciarono a contornare le statue della Vergine nel corso delle celebrazioni del mese mariano.

Che incredibile rivoluzione, per quel timido fiorellino di primavera che, per secoli, era stato guardato con sospetto e additato come simbolo di morte!

Per approfondimenti sul folklore popolare venutosi a creare attorno ai fiori:

Roy Vickery, Vickery’s Folk Flora, Edizioni Weidenfeld & Nicholson;
Alfredo Cattabiani, Florario, Edizioni Mondadori

2 risposte a "La triste storia della primula, il fiore che un tempo faceva schifo pure alle fate"

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