Per questo specifico San Valentino, chiedi in regalo una perla

Tra i miei più cari ricordi d’infanzia vi sono i sabato pomeriggio a casa di mia nonna. Si stava molto bene, con lei. Mi raccontava le vite dei santi e le più terrificanti leggende alpine; mi faceva sfogliare vecchie cartoline postali con le principessine di Casa Savoia descrivendomi com’era la vita a quei tempi… e, tra le altre cose, faceva anche questo: mi insegnava a prendermi cura delle perle.
Aveva una collana di perle, mia nonna; amatissimo ricordo di un marito che l’era stato tanto caro, e che il destino le aveva portato via effettivamente un po’ troppo presto.
Ebbene: di questa collana di perle, mia nonna si occupava con religiosa cura. Mi direte probabilmente che era ‘na fissata, e invece no: i suoi accorgimenti per “tenere in vita” il gioiello sono di quelle cose di vita pratica che una volta le ragazze imparavano come nozioni di economia domestica. Erano i tempi in cui si aveva meno, e a tutto si dava più valore; erano i tempi in cui nessuno si sognava di comprare acciaio come fosse argento solo per il gusto di sfoggiare un marchio, e la gente dava il giusto peso e le giuste cure a quanto di prezioso aveva avuto in sorte di possedere.

Ebbene: come mia nonna sarebbe stata tanto lieta di insegnarvi, le perle, come piccole creature viventi e capricciose, hanno una vasta serie di desiderata su come amano essere trattate.
Gradiscono essere indossate spesso, altrimenti immalinconiscono: sembrerebbe una credenza popolare ma non lo è. In effetti, le perle beneficiano del contatto periodico con la pelle umana, venendo “ingrassate” e nutrite dalla naturale “untosità” della nostra pelle. Abbandonate a se stesse in un portagioie, finiscono paradossalmente col rovinarsi prima.
Sono egocentriche e dunque vogliono essere indossate come ultima cosa, a mo’ di ciliegina sulla torta per completare l’outfit. In effetti, troppo alto è il rischio di graffiarle accidentalmente con la zip degli abiti, o di sporcarle con prodotti per il trucco o spruzzate di profumo che potrebbero rovinarle, con la loro acidità.
Sono gioielli con la puzza sotto al naso che non vogliono mescolarsi alla plebaglia di oro e di diamanti. Vanno conservate a parte in un sacchettino morbido, le viziate, per evitare che le gemme squadrate e il duro metallo degli altri gioielli rischi di rigarne la superficie, tutto sommato morbida.

Insomma, avere una perla in casa è una bella gatta da pelare. Non basta scartare il pacchetto a San Valentino e dire “evvai, mi hanno regalato il brillozzo, adesso sto a posto e me lo godo!”. No, col cavolo: il pacchetto regalo del premuroso innamorato è sì una conquista, ma anche un punto di partenza: la perla è un gioiello ad alto mantenimento, e, per conservarla viva come il primo giorno, devi prestarci un sacco di pazienti attenzioni quotidiane.

Forse anche per questo mi pare così efficace quel meraviglioso parallelismo che si legge spesso sui testi medievali, e che vede la perla utilizzata come simbolo di quanto più prezioso possiamo avere e possiamo vantare come nostro ornamento. E cioè, la fede in Gesù nostro Signore.

Woman with a pearl necklace
Fredrik Westin, “Woman with pearl necklace”

Il primo a lanciare questo trend è stato il Fisiologo, un’opera “naturalistica” redatta tra il II e il IV secolo da un anonimo autore, probabilmente ad Alessandria d’Egitto.
Quel “naturalistica” l’ho messo tra virgolette perché ci va già un bel coraggio ad appioppare al Fisiologo questo aggettivo. Al di là della patina da libro di botanica, in realtà, il trattato è, dichiaratamente, un’opera allegorica e moralizzante. Descrivendo in chiave simbolica animali, piante e pietre preziose, il testo vuole trasmette al lettore contenuti morali, catechetici, vagamente gnosticheggianti.

Ebbene, secondo il Fisiologo, la perla si genera all’interno della conchiglia in questo modo: alle prime ore del mattino, l’ostrica emerge dalle acque del mare e con delicatezza schiude le valve della sua conchiglia per nutrirsi della rugiada che scende dal cielo ai primi chiari dell’alba. Questa rugiada, illuminata dai più puri raggi solari, genera all’interno dell’ostrica la perla, che, nutrita dalla luce degli astri, cresce di giorno in giorno, fino a diventare lo splendido prezioso che tutti conosciamo.

Quando i cercatori di perle si imbarcano per la loro pesca, individuano le ostriche utilizzando una tecnica del tutto singolare. Alla lenza di una canna da pesca attaccano non un misero vermone come esca per i pesci, ma bensì una pietra d’agata. L’agata ha – secondo la fantasiosa ricostruzione del Fisiologo  – la proprietà di essere attratta dalle perle quasi fosse il polo di una calamita. Quando sentono la lenza tirare, ecco che i “pescatori di perle” sanno che la loro “preda” è vicina. Spogliati di tutte le loro vesti, si tuffano in mare, e, sfidando i flutti, scendono sempre più in profondità, fino a guadagnarsi il tesoretto che giace tra i fondali.

E a questo punto, il Fisiologo comincia a svelare al lettore la simbologia nascosta entro questo fatto di natura. Il mare è paragonabile alla nostra vita in questo modo. Chi vuole guadagnarsi il “tesoro nascosto” di cui parla il Vangelo deve avere il coraggio di spogliarsi di tutto ciò che è superfluo e di andare sempre più a fondo nella propria vita terrena, fino a raggiungerne l’essenza. L’agata usata dal pescatore, secondo l’allegoria, è paragonabile a Giovan Battista e a tutti coloro i quali, con il loro annuncio, sono capaci di indirizzarci al Cristo, vera “perla spirituale”. Chi saprà seguire e far fruttare queste indicazioni avrà senz’altro la chance di fare suo il tesoro prezioso che tutti bramano. Attraverso il Vecchio e il Nuovo Testamento, che custodiscono la fede cristiana come le valve dell’ostrica una perla, ecco, lì sta, bellissima e raggiante, la nostra Salvezza.

A onor del vero, non è che questa interpretazione di Cristo come vera perla sia stata accettata unanimente, così, a cuor leggero. Il Fisiologo – composto, come vi dicevo, da un autore con tendenze gnostiche – fu a lungo guardato con sospetto, tacciato di potenziale eresia. La sua diffusione, in ogni caso, fu capillare nonostante tutto, e anche la sua fortuna fu destinata a durare nei secoli.

E che vi devo dire?
Gnostica o no, questa interpretazione a me piace veramente un sacco.

Il Signore è vicino, e questo è il momento propizio per cercarlo.
Che ognuno di noi possa oggi iniziare il suo cammino per cercare in profondità quella perla preziosa che è il Regno dei Cieli.
Non sarà facile e dovremo privarci di molte cose per trovarlo… ma alla fine, quando stringeremo quel tesoro nelle nostre mani, non potremo che concordare: ne è davvero valsa la pena.

The sea has its pearls
William Henry Margetson, “The sea hath its pearls”

Il malefico, infido, verme dentale

Con molta evidenza, il mal di denti ha un potere: accomunare tutti i sofferenti in una specie di fratellanza universale di poveri disgraziati, che si stringono l’un l’altro in un abbraccio di compassione. Credo che ci siano poche altre cose al mondo capaci di far scattare un istintivo moto di solidarietà alla pari di un derelitto che ti confida “sapessi: ho un mal di denti…”.
Visti i presupposti, in effetti non mi stupisce che i miei post a tema ortodontico destino tanta curiosità. E dunque, dopo aver contribuito a propagare la devozione popolare per Il Cristo del Mal di Denti (e altri santi a cui votarsi in caso di ascessi, pulpiti ed emergenze ortodontiche di vario genere), mi appresto oggi a deliziare la blogosfera con una breve trattazione su… il verme dentale.

Verme dentale

Esattamente: proprio lui.
Il verme dentale è un piccolo verme… che vive nei denti.
Ed in essi porta magna sciagura.

Nel momento in cui il verme (probabilmente, per auto-generazione) prende vita all’interno di un dente umano, ecco che le cose cominciano a mettersi molto male, per lo sfortunato proprietario della bocca inverminita.
Lavorando dall’interno – un po’ come un tarlo del legno che infesta i mobili antichi – il verme odontalgico comincia a erodere, per l’appunto, il dente. Lo mangiucchia, lo bucherella, traendone preziosa linfa vitale; il povero dente, frattanto, comincia ad essere preda di dolori sempre più forti. Dagli e dagli, il malefico verme prosegue impietoso col suo lavoro – al punto tale che, se si osserva con attenzione un dente minato dall’infezione, si scorge su di esso un enorme buco nero: una vera e propria cavità, di colore scuro!
Fino a tal punto spinge l’operato del malefico verme!

***

Aehm: credeteci o no, ma il verme dentale non è un qualche animale immaginario del folklore medievale, alla pari di unicorno, fenice, caladrio, e compagnia bella. Il verme del dente è (stato), in verità, una reale teoria medico-scientifica, cui gli uomini del Medio Evo (…ma pure dell’età antica e della prima età moderna) tendevano a credere con una buona dose di fiducia.

Certo, certo: di teorie ce n’erano anche altre. Galeno sosteneva che il mal di denti fosse causato da una scorretta alimentazione, così sbilanciata da creare squilibri nell’organismo: lo scompenso causava l’infiammazione dei tessuti dentali, con conseguenti dolori lancinanti. Ippocrate proponeva una soluzione più o meno simile; Aristotele, addirittura, era arrivato a notare un nesso tra l’abuso di cibi zuccherini e il successivo insorgere di carie.
Sta di fatto che, però, si era sempre al livello di “teoria”: una reale spiegazione medico-scientifica sulla causa del mal di denti, era ancora di là da venire (e sarebbe arrivata solo fra Sette- e Ottocento).

E, se ci pensate, la spiegazione che tirava in ballo il verme non era nemmeno così improbabile. Sotto un certo punto di vista, doveva anche essere spiazzante, notare che in un dente prima perfettamente sano si stava formando in completa autonomia una grossa voragine nera (!).
Delle due, l’una: o qualcosa stava scavando la voragine nel dente agendo dall’esterno; oppure, qualcosa stava scavando la voragine nel dente consumando il dente dall’interno.
I pazienti col mal di denti avevano bocche tutto sommato nella norma, senza particolari sintomi che lasciassero pensare a una infestazione di sostanze capaci di scavare buchi neri nelle ossa. Quindi, era piuttosto ragionevole concludere che la causa della carie, invisibile a occhi umani, si annidasse… dentro al dente.
Nasceva così, signori e signori, la “leggenda” del verme odontalgico.

Tooth_wormNon si sa dove abbia avuto origine questa credenza. Alcuni la attribuiscono ai medici babilonesi; altri, la fanno risalire all’Antico Egitto, laddove era opinione comune che, durante la malattia, all’interno del corpo umano si formassero tanti piccoli vermi (…un po’ come succede in un pezzo di carne che sta marcendo).
Sicuramente, i medici della Roma antica conoscevano già questa teoria; la credenza sopravvive al crollo dell’Impero, e si diffonde a macchia d’olio nel pieno Medio Evo. A titolo di curiosità, posso informarvi che anche santa Ildegarda di Bingen riteneva plausibile l’esistenza del verme dentale, ma di sicuro non è un caso isolato: la teoria, in realtà, andava per la maggiore, ed era comunemente accettata in tutte le fasce della popolazione!

Solo su un punto, non c’era accordo: in che modo il verme odontalgico riesce ad entrare all’interno del dente?
Secondo alcuni, si sviluppava come “per magia”, per autogenerazione: un giorno avevi un dente sano, e il giorno dopo – zak! – ecco lì il verme malvagio.
Secondo altri, la nascita del verme era da attribuirsi a un processo di degenerazione già attivo nel dente ammalato. Come a dire: il dente si ammala, si aggrava sempre più, e, alla fine, la situazione diventa così disperata che la polpa putrescente comincia addirittura a produrre vermi.
La spiegazione più esilarante, secondo me, la produce a inizio Settecento (!), il naturalista olandese Antoni van Leeuwenhoek. Partendo dall’osservazione che la sua gentile consorte era stata colta da un atroce mal di denti pochi giorno aver mangiato una fetta di formaggio verde (tipo gorgonzola, per capirci), l’illustre scienziato aveva avanzato quest’affascinante teoria: il verme dentale, in realtò, è il verme del formaggio. Esso dimora sui formaggi stagionati, causando la classica “muffa” verdolina che ancor oggi si trova, per esempio, sulle fette di gorgonzola. Introdottosi nella bocca umana, il malefico vermone abbandona il formaggio per cercare un nuovo habitat: se riesce a farsi strada all’interno di un dente, ecco che comincia il suo processo di erosione. E quindi dolenzia, e poi dolore, e poi un grosso buco nero… e poi, tutto il resto è storia.
Tra l’altro, la presenza di un animaletto vivo all’interno del dente cariato sembrava anche giustificare il caratteristico dolore trafittivo delle odontalgie: si riteneva che i dolori fossero particolarmente lancinanti mentre il verme si muoveva all’interno del dente, rosicchiando la sua polpa. Al contrario, quando il verme riposava interrompendo il suo spuntino, ecco che il mal di denti diminuiva di intensità.

6e92688f81f904dac53768e555aa33acDetto ciò, sembrava chiaro a tutti che il modo migliore per sbarazzarsi del mal di denti era sbarazzarsi del malefico vermone… o, quantomeno, costringerlo a un riposo eterno.
Paracelso era dell’opinione che un ascesso in bocca fosse una eventualità da affrontarsi con filosofia: quando il verme avrà completamente eroso il dente malato, allora morirà da solo – infatti, soffocherà a contatto con l’aria e la saliva.
Altri scienziati, un po’ meno pazienti, suggerivano di assassinare la bestiaccia anche prima che ti distruggesse mezza bocca. A tal scopo, suggerivano al paziente frequenti suffumigi di erbe medicamentose, che, a loro dire, avrebbero affumicato il verme, finendo col farlo morire soffocato.
Un’altra tecnica suggeriva di far sloggiare il verme rendendo inospitale l’ambiente del cavo orale: avvicinando al dente malato la fiamma di una candela, la bestiaccia sarebbe stata indotta ad abbandonare il suo spuntino, ormai diventato un po’ troppo bollente.

Se tutto questo falliva, restava pur sempre l’ipotesi di un’estrazione dentale. Anche in questo caso, la medicina medievale aveva qualche trucchetto per rendere più agevole l’operazione, magari sfruttando il processo degenerativo già in atto, a causa dell’infezione vermina. Di fronte a un dente cariato, ad esempio, Avicenna adottava una terapia che potremmo sintetizzare in: “peggioriamo la situazione”. Ponendo all’interno della carie alcune larve di farvalla cavolaia (!), riteneva che il dente – aggredito, ormai, dal di dentro e dal di fuori – sarebbe andando incontro a un rapidissimo processo di auto-distruzione, cadendo da solo nell’arco di pochi giorni.

Credeteci o no, ma è solo con le nuove scoperte mediche di inizio ‘700 che gli scienziati cominciano a mettere seriamente in discussione la reale esistenza del verme dentale. Per quanto assurdo possa sembrare, fu solo nel 1728, con la pubblicazione di Le Chirurgien dentiste di Pierre Fauchard, che si cominciò a guardare alla carie nello stesso modo in cui lo facciamo noi moderni – cioè, come a un processo degenerativo di origine infettiva.

Eppure, la credenza del verme dentale sopravvisse a lungo, nella mente del popolino. Scacciato dalle pagine dei più autorevoli trattati medici, il verme odontalgico resta dell’immaginario collettivo ancora per un bel po’ – diciamo, suppergiù, fino a tutto l’Ottocento.

E infatti, potete vederlo raffigurato qui, in tutta la sua bellezza (?), in un manufatto francese di fine XVII secolo. L’anonimo artista che aveva lavorato questa scultura d’avorio rappresenta il verme dentale con una certa, cruda, eloquenza. In un dente dolorosamente spaccato in due, vediamo un verme che afferra e divora un tristo malcapitato.
Nell’altra metà del dente, assistiamo a una vivida rappresentazione del tipo di dolore provocato da un ascesso: l’artista (…probabilmente, non del tutto a torto) lo paragona alle pene provate dai dannati, mentre sprofondano nelle fiamme dell’Inferno.

toothworm

L’uccellaccio del buon augurio

GKS 1633 4º Bestiarius f.33v
Quest’oggi, su Facebook, ha riscosso un certo successo una curiosa miniatura medievale che ho pubblicato sulla mia pagina.
Tratta da un bestiario conservato alla Biblioteca Reale di Copenhagen, la miniatura, all’apparenza, rappresenta un pover’uomo col berretto da notte che se ne stava tranquillo e felice nel suo letto a farsi i fatti suoi… fino al momento in cui non viene importunato da un uccellaccio di dimensioni abnormi che gli salta sulla pancia.
Ovviamente, non ho resistito alla tentazione di avvisare in questa miniatura un antichissimo prototipo per la pubblicità dell’effervescente Brioschi…

Cinghiale Brioschi

…e, apparentemente, l’ingombrante pennuto ha riscosso un certo successo di pubblico, su Facebook.

Ma chi era e cosa voleva, questo bestione dalle irritanti abitudini notturne?
E cosa rappresentava veramente questa miniatura, al di là delle battute che ci siamo divertiti a fare?

Signori e signori, la risposta è molto semplice: siamo di fronte all’illustrazione di un caladrio.

***

Variamente noto come caladrio, charadio, caladrino, calandrello, il volatile era un animale fantastico molto popolare nel Medioevo, e, soprattutto, nel Medioevo italiano. Nel 1947, preparando una ricerca titolata The Symbolic Goldfinch, lo studioso Herbert Friedmann censiva 489 miniature rappresentanti il caladrio, e ne identificava 450 come di sicura provenienza italiana. Quindi, si può dire a buona ragione che il caladrio sia un animale fantastico tutto italiano, cosa che dovrebbe compiacere non poco il nostro orgoglio patrio.

Ma in buona sostanza: cos’è ‘sto caladrio?
Da dove sbuca?
Cosa fa?
Cosa vuole?

In un certo senso imparentato con la più famosa araba fenice, il caladrio è un uccello di grosse dimensioni… assolutamente bianco. Da testa a piedi. Bianco come le nuvole, bianco come il latte, senza nessun accenno di altro colore. Nessun’altra sfumatura ne rovina il candore soprannaturale.
“Presente nelle grandi corte dei più grandi re del mondo”, come assicuravano tutte le fonti medievali, il caladrio era di per sé un uccello marino (tanto che molti lo consideravano una specie di gabbiano). Il suo candore innaturale lo rendeva senza dubbio un interessante spettacolo per gli occhi, ma non era quella la sua caratteristica più famosa: infatti, il caladrio era particolarmente apprezzato e ricercato per la sua capacità di determinare la sorte di un ammalato.

Caladrio HarleySe veniva condotto nella stanza in cui giaceva un malato grave, il caladrio zampettava istintivamente sul suo giaciglio. Poi, lanciava una veloce occhiata all’infermo… e, in quel momento, vaticinava sul suo destino.
Se girava il capo, dando le spalle al malato, allora per l’infermo non c’era più speranza alcuna: lo attendeva una morte certa e imminente.
Se, al contrario, il caladrio riteneva che l’infermo avesse qualche possibilità di salvezza, ecco che allora fissava il suo sguardo negli occhi del malato (…guardandolo anche con un certo schifo, a quanto pare, come disgustato dalla sozzeria che albergava in quel corpo emaciato).
E rimaneva lì a fissarlo. Per lunghi minuti. E, così facendo, assorbiva dentro di sé la malattia dell’infermo: la sofferenza abbandonava il corpo del malato passando attraverso gli occhi di lui, e si trasferiva nel corpo del caladrio.

Potevano volerci minuti, anche ore, prima che il caladrio portasse a termine il suo lavoro, prosciugando il corpo del malato da ogni traccia di infermità. Solo a quel punto, l’uccello abbandonava il suo giaciglio e spiccava il volo verso il cielo: su, su, dritto verso il sole.
E il sole, con i suoi raggi purificatori, avrebbe liberato il corpo del caladrio dalla malattia che la bestiola aveva preso dentro di sé; e il miracoloso uccello bianco si sarebbe preparato a un ritorno sulla terra, dove un altro ammalato grave aveva disperatamente bisogno di lui.

***

Quali, le fonti di questa credenza?
Pare che il primo ad accennare all’esistenza del caladrio sia stato Plutarco; la leggenda, tuttavia, prende forma grazie allo scritto Sulla natura degli animali del sofista greco Claudio Eliano. Da lì, il caladrio entra a tutti gli effetti nell’immaginario popolare del Medioevo diventando una presenza immancabile in tutti i bestiarii, a partire dal famosissimo Fisiologo fino ad arrivare alle opere meno note.
…e la cosa interessante è che, in questo processo, il caladrio acquisisce, tra l’altro, una certa simbologia cristologica. Il candore dell’uccello diventa simbolo della purezza incorrotta di Gesù Cristo, che scende fra gli uomini e accoglie su di sé tutti i nostri peccati per donarci la salvezza (in maniera non dissimile da ciò che fa il caladrio con le infermità, se ci pensate).

Eppure, il caladrio non è infallibile: capita, talvolta, che, messo di fronte a un malato, giri il capo con aria quasi sdegnata, senza nemmeno tentare la sua guarigione miracolosa.
Beh, dicevano i commentatori medievali: a ben vedere, nemmeno Gesù può salvare tutti.
O meglio: neanche Gesù può salvare chi, ostinatamente, rifiuta di farsi salvare – chi, fino all’ultimo, rigetta il suo messaggio; chi, fin sul letto di morte, non fa altro che sbattere le porte in faccia a ogni offerta di aiuto, a ogni mano tesa.

E quindi, attenzione, dicevano gli uomini del Medioevo: non date niente per scontato, perché la salvezza non è automatica. Vegliate sempre, e siate preparati, per non trovarvi mai nella situazione di quel malato che, messo di fronte a un rarissimo caladrio – ultima e unica sua speranza di guarigione – guarda altrove e scrolla le spalle di fronte a quella “sciocca superstizione”, determinando così la sua sconfitta.
E – peggio ancora – che non dobbiate mai trovarvi nei panni di quel malato che decide di ricorrere ai poteri del caladrio, ma lo fa troppo tardi… e, a quel punto, vede l’uccello voltargli le spalle, con l’aria di chiedersi “…e mo’, tu che vuoi da me?”.

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