Il santo che disse al mostro di Loch Ness “non farti più vedere!”

Narra l’agiografo di come san Columba (da non confondere col più famoso san Colombano!) stesse attraversando un giorno le Highlands, in terra di Scozia, in compagnia di alcuni suoi discepoli. Quando fu arrivato nei pressi di Inverness, uno spettacolo orribile si parò ai suoi occhi: sulle sponde d’un lago, un piccolo drappello di individui in lacrime era radunato attorno al cadavere di un ragazzino, il cui corpo era stato straziato nel più orribile dei modi.
Sgomento, il missionario si avvicinò a quella piccola folla per domandare che mai fosse successo – e si sentì rispondere, tra un singhiozzo e l’altro, che quel giovane non era che l’ultima vittima di uno spaventoso mostro acquatico che viveva nelle profondità del lago. La gente del luogo ben conosceva i pericoli derivanti dal calarsi nelle acque – ma quello stupido ragazzo, con l’incoscienza che è propria della giovinezza, aveva voluto sfidare i divieti dei genitori ed era andato a farsi un bagno. I risultati di quella bravata non avevano tardato a mostrarsi: ed ecco infatti il corpo straziato del ragazzo, che il drago aveva risputato a riva dopo averne fatto scempio.

San Columba prese un respiro profondo, sollevando lo sguardo verso il cielo. Poi chiamò con un cenno uno dei suoi discepoli (un certo Lugne moccu Min, specifica l’agiografia) e, come se fosse la cosa più normale del mondo, gli ordinò di togliersi i vestiti e di farsi una bella nuotata nel lago, per favore.
Lugne, comprensibilmente, sgranò gli occhi in un’espressione di terrore puro, che si rispecchiò nello sguardo di tutti i presenti. La gente del luogo s’affrettò a precisare che la storia era drammaticamente vera, non c’era motivo di dubitarne: c’era davvero un orribile mostro che si nascondeva nel fondale e che uccideva chiunque gli capitasse a tiro!
“Sì sì, ma io non metto in dubbio, eh”, li rassicurò serenamente san Columba. E, indicando il povero Lugne, chiarì: “lui mi serve giustappunto come esca”.

L’agiografia prosegue nel descrivere il tremore con cui il monachello, del resto vincolato a voto di obbedienza, si tolse lentamente le vesti, avanzò verso il lago, provò per un’ultima volta a girarsi verso il suo abate nella speranza di un “no” in extremis, un po’ in stile sacrificio di Isacco… ma niente.
Con la morte nel cuore, Lugne si gettò in acqua e lentamente nuotò fino al largo… quand’ecco: tutt’intorno a lui, l’acqua iniziò come a ribollire. La superficie del lago si increspò, una grande onda lo travolse… e, sotto lo sguardo atterrito dei popolani che seguivano a riva quel suicidio annunciato, il mostro acquatico riemerse dagli abissi.

Se non era un drago, gli assomigliava molto. Era un orribile rettile dal colorito verde-bluastro: inspirò un paio di volte increspando le narici, allungò il suo collo in direzione di Lugne, con un ruggito spalancò le sue fauci…
…e fu allora che san Columba, a riva, gridò uno stentoreo “BASTA!”. Sollevò il braccio destro e tracciò nell’aria un segno di croce: “nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo, io ti ordino di non andare oltre! Ti ordino di non toccare quell’uomo! Ti ordino di retrocedere e di non tornare!”.
E, come se delle funi invisibili gli si fossero strette attorno per trascinarlo verso il basso (per utilizzare la vivida descrizione che viene fornita dall’agiografo), il mostro scomparve tra i flutti con orribili ringhiate di dolore, sprofondando nei fondali lacustri o forse nelle viscere della terra, chi lo sa. In virtù di quel miracolo prodigioso, la popolazione riguadagnò finalmente una vita normale: ché quella bestia infernale non osò più infastidire gli uomini e, per secoli, visse nel nascondimento.

E, in effetti, verrebbe da chiedersi se quello di san Columba fosse un miracolo a tempo, destinato a scadere dopo un tot. di secoli. Perché è impossibile raccontare questa storia senza calcar la mano su un dettaglio gustoso: l’agiografia è molto chiara nello specificare il nome del lago infestato dal mostro.
Era Loch Ness.

Se fossi una persona poco seria, potrei scrivere a questo punto: “incredibile scoperta! In un testo agiografico del 685, la prima prova dell’esistenza del mostro di Loch Ness!”.
Qualcuno, a dirla tutta, l’ha fatto per davvero (e concediamogli pure che è ben difficile resistere alla tentazione); uno storico serio, tuttavia, dovrebbe anche precisare che le agiografie di quell’epoca sono strapiene di mostri acquatici in tutti i luoghi e in tutti laghi. A mettere assieme ciò che emerge dalla lettura delle vite di santi altomedievali di area anglosassone, uno ne potrebbe trarre l’impressione che non esistesse in tutte le isole britanniche una singola polla d’acqua che non fosse infestata da un drago.

Dal 685 (anno della prima narrazione circa l’esistenza di un mostro a Loch Ness) al 1888 (anno in cui Alexander Macdonald dichiarò di aver avvistato nel lago una specie di salamandra gigante) non esistono altre testimonianze circa strani avvistamenti avvenuti in quella zona.
Insomma: pur con tutta la buona volontà del mondo, sarebbe ben difficile collegare le due cose. Se davvero fosse esistita (e fosse stata nota alla popolazione) una leggenda di origine medievale circa l’esistenza di un mostro a Loch Ness, questa credenza avrebbe sicuramente lasciato traccia nelle fonti, in un modo o nell’altro. Davvero improbabile che si tratti di un elemento di folklore che è riuscito in qualche modo ad attraversare i secoli senza lasciare la minima traccia del suo passaggio. Molto più ragionevole ipotizzare che si tratti di una pura coincidenza: quella di san Columba che uccide il drago e quella di Nessie che spunta di tanto in tanto dalle acque di Loch Ness sono due leggende distinte. Filologicamente e storicamente non sono collegate. Solo casualmente sono ambientate nello stesso lago e hanno un mostro lacustre come protagonista.

***

E tuttavia, a modo suo, quella di san Columba è davvero “una prima volta”.
Non perché costituisca la prima attestazione circa l’esistenza di Nessie, ma perché costituisce la prima attestazione di un motivo agiografico destinato a diventar famoso: quello del santo che discaccia un mostro lacustre. Soprattutto nelle agiografie nate in seno al monachesimo irlandese, il topos si presenta con regolarità e frequenza, in quella che è probabilmente una libera reinterpretazione di quel passo dell’Apocalisse in cui si parla di un drago incatenato nelle viscere della terra e di Satana che languisce in un lago di fuoco e fiamme.

Gli appassionati di musica potranno forse divertirsi ad ascoltare (a partire dal minuto 1:20) i versi dell’Altus Prosator, un inno sacro in ventitré strofe che descrive l’operato della Trinità, a partire dalla creazione del mondo e fino al tempo dell’apocalisse. L’inno, che fu effettivamente composto in quel monastero di cui san Columba era stato abate, risale probabilmente al IX secolo: checché ne dica la tradizione, è dunque impossibile che a metterlo in versi sia stato il nostro amico.

Ma la tradizione popolare (ormai lo sappiamo bene) non sempre presta troppa attenzione alla cronologia. E infatti ci assicura che fu proprio san Columba a scrivere questo inno, volendo richiamare in versi quel momento glorioso in cui, anticipando la fine dei tempi, confinò nelle viscere terra… il mostro di Loch Ness.

Immagine di copertina: Il verme marino; autore: Shutterstock; licenziatario: fornitore NTB scanpix; fonte: https://scanpix.no

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