La pietra di Scone: quella che rese grande la regina Elisabetta

Se dobbiamo prestare fede alle antiche cronache, racchiusa all’interno di questa sedia v’è una pietra di grande importanza: la stessa su cui riposò il patriarca Giacobbe quando ebbe modo d’assistere alla miracolosa discesa degli angeli

scriveva nel 1600 William Camden, il bibliotecario di Westminster Abbey, nel comporre quella che era di fatto una “guida turistica” per i viaggiatori che visitavano la chiesa londinese. In realtà, è chiaro che Camden non credesse affatto a quella bizzarra leggenda in salsa biblica, che già all’aprirsi del XVII secolo cominciava a perdere credibilità: però, le leggende strane a sfondo religioso sono la ragion d’essere di questo blog… e quindi, ecco a voi la mirabolante pietra di Scone.

Camden la descriveva – e a buon diritto – come una pietra eccezionale racchiusa all’interno di uno scranno conservato presso Westminster Abbey. In effetti, erano eccezionali anche le circostanze in cui lo scranno veniva utilizzato: stiamo parlando della Coronation Chair, una sedia in legno che veniva (e ancor oggi viene) utilizzata ogni volta che un re viene incoronato. Attenzione: non stiamo parlando del trono su cui il monarca si siede a cose fatte; la Coronation Chair era (e ancor oggi è) lo scranno su cui ha luogo la parte più propriamente religiosa della cerimonia, laddove il sovrano si spoglia degli abiti solenni, indossa una semplice tunichetta bianca e riceve l’unzione regale per mano dell’arcivescovo che invoca su di lui la protezione celeste.

Insomma: un momento ad alto tasso di religiosità. Una religiosità ulteriormente acuita dal fatto che il sovrano faccia tutte queste cose standosene seduto su quella miracolosa pietra, che – secondo la tradizione – ebbe la ventura di toccare le santissime membra del patriarca Giacobbe.

Il riferimento è a quell’episodio biblico raccontato in Genesi 28, 10-18: Giacobbe è in viaggio verso Carran quando il sopraggiungere della notte lo costringe a riposare all’addiaccio. Posa il capo su un pietrone utilizzandolo a mo’ di cuscino: e proprio quella notte, Dio gli si manifesta in sogno, mostrandogli le moltitudini degli angeli celesti e, soprattutto, consegnandogli un messaggio: “la terra sulla quale tu sei coricato, la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno, e saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra. Ecco, io sono con te e ti proteggerò dovunque andrai”. Comprensibilmente colpito da quella visione, Giacobbe si risveglia, guarda la pietra su cui ha dormito, la unge in segno di benedizione e davanti a essa giura a Dio di rendergli la decima parte di tutte le ricchezze che l’Onnipotente vorrà dargli.

Dopodiché, si rimette in viaggio verso Carran portandosi sottobraccio ‘sto pietrone, che ha deciso (così su due piedi) di voler lasciare in eredità a tutta la sua discendenza.
O, quantomeno, così racconta la leggenda inglese, secondo cui i patriarchi biblici, e poi i re di Israele, si portarono appresso ‘sto sasso nel corso delle loro infinite peregrinazioni. E così, la pietra di Giacobbe finì in Egitto, e dall’Egitto si spostò nella Terra Promessa. Dopo la caduta di Gerusalemme ritornò in Egitto, poi finì in Spagna, e lì rimase fino al momento in cui alcuni coloni spagnoli decisero di andarsi a insediare in Irlanda, in una migrazione di massa che ovviamente non ha mai avuto luogo ma che è effettivamente descritta e data per vera in un testo irlandese dell’XI secolo, il Lebor Gabála Érenn.
In Irlanda, la pietra veterotestamentaria fu benedetta da san Patrizio che la diede in eredità a san Colomba, il quale prese l’abitudine di utilizzarla come suo altare portatile. E infatti se la portò dietro anche nel suo viaggio verso la Scozia: dopo la morte del monaco evangelizzatore, la pietra fu brevemente custodita a Dunstaffnage prima di essere spostata, alla metà del XI secolo, nell’abbazia di Scone.

Per antichissima tradizione, presso l’abbazia di Scone avevano luogo le cerimonie attraverso le quali i re scozzesi inauguravano il loro regno. L’idea di includere nelle celebrazioni questa pietra dal sapore biblico dovette, evidentemente, piacere un sacco: non era forse un segno di buon augurio, che il nuovo monarca iniziasse il suo regno toccando ritualmente quel sasso su cui Giacobbe stava riposando quando Dio gli promise potere e ricchezza?

Fra l’altro, non si trattava di un’idea particolarmente innovativa. Inventandosi quel giochino della spada nella roccia per legittimare la salita al trono del suo protetto, mago Merlino non dovette lavorare troppo di fantasia: nel folklore britannico altomedievale, era frequentissima la consuetudine di legare simbolicamente la regalità a una pietra dall’aspetto straordinario. Da zona a zona, da monarchia a monarchia, poteva variare la sostanza ma non il concetto a monte: quasi sempre, i re britannici venivano incoronati nei pressi di menhir, massi erratici, pietroni dai colori strani e tutte le possibili varianti sul tema. La particolarità della pietra di Scone era quella di millantare miracolose origini bibliche, ma il duro cuscino di Giacobbe si inseriva in un vasto catalogo di massi inaugurali.

E tuttavia, non capitava tutti i giorni di vedere un masso inaugurale che era stato testimone dell’incoronazione di tutti i re di Israele. Quando re Edoardo I d’Inghilterra sconfisse, nel 1296, John Balliol re di Scozia, domandò espressamente di poter vedere quella pietra su cui il suo nemico aveva inaugurato il regno. E – evidentemente colpito dall’aura sacra che avvolgeva quell’antico sasso – diede ordine di farlo portare a Westminster, l’abbazia che già da qualche tempo ospitava (e in un contesto fortemente simbolico) tutte le incoronazioni dei re d’Inghilterra.

La pietra fu incapsulata all’interno della Coronation Chair che ho già descritto, e che adesso vi faccio pure vedere:

Inizialmente, lo scranno non aveva una seduta: vale a dire che il monarca poggiava il suo corpo direttamente sulla nuda pietra, quasi nella speranza di… assorbirne meglio la miracolosità.
Probabilmente già utilizzata nel 1308 in occasione dell’ascesa al trono del figlio di re Edoardo, la Coronation Chair, con annessa pietra miracolosa, fu la protagonista di tutte le cerimonie di incoronazione da quel momento in poi. E, ironicamente, anche di alcune cerimonie che con la monarchia non avevano niente a che vedere: nel 1657, Oliver Cromwell sentì il bisogno di sedercisi sopra in occasione della sua seconda nomina a Lord Protettore (!).

In fin dei conti, una certa bramosia era anche comprensibile: lungi dall’essere un mero reperto archeologico, la pietra di Scone era (ovviamente!) dotata di poteri soprannaturali. Benedetta dall’unzione di Giacobbe, testimone di miracoli che hanno pochi pari nella Bibbia, passata di mano in mano a tutti i grandi re dell’Antico Testamento, la pietra di Scone era intrisa di una miracolosità palpabile. Si mormorava che avesse poteri magici (o forse sarebbe meglio dire “mistici”, vista l’origine): avrebbe donato lunga vita a chiunque vi si fosse seduto sopra; ne avrebbe illuminato la mente, permettendogli di vedere ciò che è normalmente celato ai mortali; ne avrebbe dolcemente guidato le azioni, ispirandogli saggezza nei momenti di crisi. Alcuni mormoravano addirittura che quel masso non avesse origini terrene: sarebbe stato il frammento d’una stella cadente, specialissimo dono celeste (in tutti i sensi!) che Dio aveva voluto fare ai prediletti tra i suoi figli.

Durante la sua cerimonia di incoronazione, la regina Elisabetta, rivestita delle insegne regali, siede sulla Coronation Chair

Possibile che si tratti davvero di un meteorite?
No, ovviamente no; e in anni recenti, alcuni studi hanno permesso di dire qualcosa di più sulle origini di questo cimelio. Oggigiorno, la pietra di Scone appare come un grosso sasso lungo 72 centimetri, alto 28 e largo 43.5. È evidente un naturale processo di deteriorazione che doveva già essere ben visibile nel 1821, quando due barre di metallo furono aggiunte ai lati per dare maggior sostegno al reperto.
Giusto un paio d’anni prima, nel 1819, il primo studio scientifico effettuato sulla pietra permetteva di identificarla come arenaria di origine scozzese (smentendo così qualsiasi possibile teoria su una provenienza mediorientale). Più recentemente, nel 1998, il British Geological Survey ha confermato questa tesi identificando il materiale come un’arenaria probabilmente proveniente dalla zona di Dundee.

Insomma: con buona pace della leggenda, Giacobbe non ha nulla a che vedere con questo sasso – che non per questo ha perso quell’aura di fascino e di miracolosità di cui s’è ammantato per secoli.
Anzi: è divertente pensare che un oggetto così antico, che vanta origini quantomeno medievali, abbia vissuto proprio in quest’ultimo scorcio di secolo le sue avventure più rocambolesche. Vittima, nel 1914, di un attentato bombarolo per mano di un gruppo di suffragette, che evidentemente vedevano nella pietra di Scone un simbolo dell’odiata monarchia, il reperto fu guardato con sguardo non dissimile da parte di Winston Churchill, una trentina d’anni più tardi. No: il primo ministro non tirò granate addosso al sasso; al contrario, investì un assurdo quantitativo di energie per metterlo in salvo dalle bombe tedesche, ritenendo che la nazione non potesse assolutamente permettersi di veder distrutto quel simbolo di identità patria.

In effetti, Adolf Hitler non riuscì mai a impadronirsi della pietra di Scone. In compenso, ebbero maggior fortuna quattro studenti fuorisede che, nel giorno di Natale del 1950, rubarono il sasso dalla chiesa londinese e, come se niente fosse, se lo caricarono nel bagagliaio della macchina riportandoselo in Scozia, la loro madrepatria. I ragazzi avevano agito perché spinti da nazionalismo (in fin dei conti, la pietra di Scone era scozzese! I perfidi Inglesi l’avevano rubata!), ma forse non credevano che la loro goliardata avrebbe avuto un’eco così grande. Scotland Yard si lanciò in una campagna su larga scala per riuscire a recuperare il sasso miracoloso: alla fine, dopo mesi, e presi da paura, i ragazzi abbandonarono la pietra sull’altar maggiore dell’abbazia di Arbroath, assieme a un bigliettino con cui ne affidavano la custodia alla Chiesa di Scozia. La quale non ebbe nemmeno un attimo di esitazione, e s’affrettò rattamente a riconsegnare il sasso a Westminster Abbey.

Probabilmente, all’epoca nessuno pensava che la pietra di Scone sarebbe tornata in servizio così a breve. Eppure, quello del 1951 fu a suo modo un ritrovamento provvidenziale, che permise di lì a poco alla regina Elisabetta di essere incoronata su quella stessa pietra, come da tradizione.

…e di beneficiare forse della sua miracolosità, ricevendo in dono quella longevità e quella saggezza che la pietra di Scone dona a chi ha il privilegio di toccarla? A ognuno di noi, l’onere di rispondere come meglio crede a questa domanda.


Per approfondire: Warwick Rodwell, The Coronation Chair and Stone of Scone (Oxbow Books, 2013)

7 risposte a "La pietra di Scone: quella che rese grande la regina Elisabetta"

    1. Elisabetta

      Grazie mille! Sei arrivata prima di tanti giornalisti perché la pietra è oggi sui giornali! Cosa ne pensi?
      Lucia ti avevo scritto tempo per ringraziarti del libro Creepy Catholic che avevo finito di leggere con sommo ritardo! Ottima lettura che ho rinfrescato la settimana scorsa quando sono tornata alla chiesa del Corpus Domini di Bologna

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