Il miracoloso cervo di Holyrood

Era il 14 settembre 1127, festa dell’Esaltazione della Vera Croce; e davvero re Davide avrebbe fatto meglio a seguire il consiglio del suo cappellano, una volta tanto. Ché la festa di quel giorno era una delle più importanti, da osservare con tutta la rispettosa solennità del caso: era scandalosa, a voler usare un eufemismo, l’idea che il re di Scozia potesse saltare le cerimonie religiose perché gli era punta vaghezza di andare a caccia al cervo proprio quel giorno. Oltretutto, trascinandosi dietro un buon numero di funzionari regi e cortigiani, costretti loro malgrado a venir meno ai loro doveri cristiani per star dietro a quel capriccio peccaminoso del monarca.

Non la si poteva organizzare il giorno dopo, ‘sta benedetta battuta di caccia?
I cappellani cercarono in ogni modo di far riflettere Davide di Scozia, ma il re fu scostante e irremovibile. E così, di prima mattina, vestì gli abiti della caccia, si caricò sulle spalle l’arco e la faretra e si addentrò nei boschi che crescevano attorno al castello di Edimburgo.

Come si descrive, su un blog, una mattinata di caccia al cervo?
Se fossi esperta, vi direi probabilmente di immaginare gli sguardi silenziosi e i gesti eloquenti degli uomini che si addentrano nel bosco e che pian piano si sparpagliano nella zona. Descriverei i loro passi leggeri sull’erba, attenti a non far scricchiolare nemmeno un ramoscello; scriverei delle foglie che si muovono sotto il soffio del vento e che guidano i lenti movimenti dei cacciatori, attenti a star sempre nella direzione contraria. Magari, accennerei anche a come il vento sembri portare con sé, lontani, i rintocchi delle campane che suonano a festa, inascoltate. Aggiungendo però che, probabilmente, quello era solo uno scherzo dell’immaginazione di quei cortigiani costretti a partecipare alla battuta di caccia, loro malgrado, e sopraffatti dai sensi di colpa: perché è davvero immorale passare in mezzo al bosco un giorno così sacro; e in questi frangenti è di ben magra consolazione l’idea di esser stati costretti dal proprio capo.

E poi, proseguendo col mio racconto, descriverei il silenzio del profondo del bosco e lo scrociare, leggero, delle acque. Quello, in effetti, lo descrive proprio la leggenda, soffermandosi su quel delizioso ruscelletto d’acqua fresca che aveva attirato l’attenzione di un accaldato re Davide. Smontato da cavallo, il re s’era inginocchiato vicino a quel ruscello bevendo di gusto, sciacquandosi il viso con l’acqua fresca, immergendo i polsi nella corrente per rinfrescarsi. Era proprio in quella posizione, quando un’ombra prese lentamente corpo accanto al riflesso del suo viso che si specchiava nell’acqua.

Re Davide sgranò gli occhi e poi si girò, lentamente.
Proprio alle sue spalle se ne stava un gigantesco cervo bianco: l’animale più grande e più possente che si fosse mai visto in questa terra, con un palco di corna così maestoso da incutere spavento e stupore al tempo stesso.
Gli sarà stato a dieci centimetri di distanza.
Istintivamente, il re fece scivolare la mano verso la faretra, ma da quel momento in poi tutto accadde così velocemente da non dargli nemmeno il tempo di pensare. Il cervo abbassò la testa, e con la fronte lo colpì al petto dandogli una botta così forte da togliergli il fiato e da farlo cadere schiena a terra. Poi s’allontanò, quasi volesse prendere la rincorsa: e infatti pochi istanti dopo cominciò a galoppare verso il re, a testa bassa, soffiando, e puntando verso di lui quelle corna così enormi da far paura solo a guardarle, figuriamoci a guardarle mentre ti vengono addosso a velocità sostenuta.

Col senno di poi, fu una follia, ma re Davide agì d’istinto e fece la prima cosa che gli venne in mente in quel momento: nella disperazione, stese le braccia davanti a sé per proteggersi almeno il viso, e quando sentì che le corna del cervo sfioravano i palmi delle sue mani chiuse gli occhi preparandosi alla botta… che invece non ci fu.

In compenso, ci un’esplosione di luce.

Incredulo, re Davide aprì di nuovo gli occhi e sbiancò nel vedere lo spettacolo che gli si parava davanti: al posto del cervo, svettava davanti a lui nell’aria una gigantesca croce luminosa. Se il monarca aveva creduto, presuntuoso, di poter venir meno ai suoi doveri di cristiano, Dio stesso s’era scomodato per ricordarglieli (in fin dei conti, non è forse vero che il cervo è l’animale cristologico per eccellenza?).
E dopo quel duro monito, re Davide cambiò radicalmente il suo stile di vita, diventando un esempio di devozione e rettitudine: ad oggi, la Chiesa cattolica lo venera come santo onorandone la memoria il 24 maggio.

Sul luogo in cui aveva avuto luogo quella miracolosa apparizione, re Davide volle far costruire in voto un’abbazia grandiosa che dedicò a Haly Ruid, il termine con cui la lingua scozzese indicava la Santa Croce.
L’abbazia, oggi, non esiste più; o meglio, ne esistono ancora le rovine, che svettano verso il cielo con un certo fascino gotico. Esiste però, a pochissima distanza da quei resti, un palazzo maestoso che fu costruito a partire dal 1498 per volontà di re Giacomo IV.

L’edificio è ancor oggi proprietà della corona: è conosciuto come Palazzo di Holyrood. Lo sentirete probabilmente nominare spesso, in queste ore: ché, per due giorni, il palazzo ospiterà la camera ardente della regina Elisabetta, prima che la salma venga trasferita a Londra per i funerali.
E se le telecamere avessero la compiacenza di indugiare per un po’ sull’architettura del luogo, qualche giornalista potrebbe persino aver modo di commentare le immagini di cervi e di croci irraggiate di luce che costellano la cancellata del palazzo: un omaggio a questa leggenda dal sapore medievale, e al miracolo che trasformò in santo quel re intemperante.

Holyrood Stag, scatto di Lawrence OP su Flick

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