Il cervo come simbolo di Cristo

Ci avete mai fatto caso? Nei ninnoli per l’albero di Natale, nella biancheria per le feste, nelle lanterne luminose, i cervi sembrano essere una (misteriosa) costante delle nostre decorazioni.

Dico “costante” perché, in effetti, è una simbologia che ricorre di frequente; dico “misteriosa” perché, a ben vedere… che caspita c’entrano i cervi, con le feste di Natale?

Spesso (soprattutto se sono ritratti di profilo, come in un’immagine stilizzata) tendiamo istintivamente a confonderli con le renne di Babbo Natale. Ma così non è – e basterebbe del resto dare un’occhiata alle cartoline d’auguri ottocentesche per renderci conto che quelli ritratti sono cervi indubitabilmente: cervi europei, in carne, corna e ossa.

Ma perché proprio il cervo, tra tutti gli animali che esistono a questo vasto mondo? In quel serraglio di cammelli, dromedari, uccellini e pecorelle che siamo abituati ad associare alla scena del presepe, che c’entra il cervo? Qual è il collegamento?

Il collegamento sta nella simbologia che nel Medioevo era associata al cervo. Quell’animale, già caro alle popolazioni celtiche che lo consideravano “il re della foresta”, assunse pian piano delle valenze spirituali che lo resero uno degli animali cristologici per eccellenza.

L’occasione era stata offerta su un piatto d’argento. Il cervo, innanzi tutto, è un animale citato frequentemente nella Bibbia; amatissimo ad esempio era quel versetto del Salmo 42 in cui si legge «come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio». Quella dolce immagine, poeticamente suggestiva, fu ripresa da numerosi autori e finì con l’influenzare anche le arti iconografiche: fin dai primi secoli, immagini di cervi furono incise nei fonti battesimali proprio in omaggio a quel passo biblico.

Se il cervo era un animale frequentemente citato nella Bibbia, non erano certo i testi sacri gli unici ad aver fornito di questo animale un ritratto a tinte fulgide. Nel Medioevo, era nota a tutti i letterati la proverbiale inimicizia tra cervo e serpente, citata da numerosi autori antichi tra cui Plinio, Lucrezio, Marziale (per citar solo i più famosi). Se già Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, aveva parlato di come il cervo stanasse i serpenti dalle tane e poi li incenerisse con un solo soffio del suo fiato, evidentemente venefico per i rettili, questa immagine fu reinterpretata in età cristiana con l’aggiunta di qualche dettaglio di evidente ispirazione biblica. Nel Fisiologo, un bestiario redatto ad Alessandria d’Egitto nel III secolo, si legge ad esempio che i serpenti, quando si rendono conto di essere inseguiti dal cervo, sono soliti cercare rifugio infilandosi sotto i sassi e tra le crepe della terra. Per stanarli, a quel punto, il cervo beve un po’ di acqua che poi sputa tra quelle piccole crepe: per non affogare, le serpi sono costrette a riemergere dalle viscere della terra… ma a quel punto vengono uccise dal loro giustiziere, che senza pietà li schiaccia sotto il suo calcagno.

Evidente l’ispirazione cristiana che sta dietro questa descrizione: ben presto, il “re delle foreste” cominciò ad essere rappresentato come una allegoria del Cristo vincitore – cosa che tra l’altro piacque moltissimo alle popolazioni che vivevano nell’Europa centro-settentrionale, dove era ancora molto vivo il ricordo del cervo visto come animale sacro, secondo il credo di molte culture precristiane.

Certamente, il cervo non era l’unico animale ad avere valenze cristologiche, agli occhi dell’uomo medievale. Il pellicano, ad esempio, portava con sé una simbologia altrettanto forte – sennonché, ovviamente, di pellicani se ne vedevano pochetti, mentre il cervo era un animale molto comune con cui tutti quanti avevano dimestichezza.

Col passar dei secoli, nuove simbologie andarono ad aggiungersi a quelle già citate sui bestiari. Per esempio, il fatto che il cervo perda i suoi palchi ogni inverno per poi vederli ricrescere a primavera fu reinterpretato da molti religiosi come simbolo della morte e resurrezione di Gesù.
Come se non bastasse, il cervo era all’epoca una preda particolarmente ambita dai cacciatori, in virtù del fatto che moltissimi oggetti potevano essere ricavati dal suo corpo dopo che questo era stato macellato. Questa circostanza alimentò l’impressione che il sacrificio dell’animale fosse particolarmente fruttifero; il che, ovviamente, fu interpretato come analogia con la morte salvifica di Cristo. Nel pieno Medioevo, cominciarono addirittura a farsi frequenti i giochi di parole per cui il cervus, possente re della foresta, accetta di diventare servus dell’uomo andando volontariamente incontro alla morte, come ben cantato qualche anno fa da Angelo Branduardi.

Non da meno, il fatto che il cervo sia un animale comunemente diffuso in Europa permise ovviamente agli autori di inserirlo frequentemente nelle loro storie come un elemento plausibile della narrazione. Ho già raccontato, tempo fa, l’episodio delle cerve che accettarono di farsi mungere per dissetare le consorelle di santa Withburga; sono probabilmente talmente celebri da non aver bisogno di presentazioni le leggende agiografiche come quella di sant’Uberto, in cui Cristo si manifesta in forma di cervo a nobiluomini che quella mattina s’erano alzati dal letto nella convinzione di non avere altri impegni all’infuori di una battuta di caccia… e che invece si stavano preparando all’appuntamento più importante della loro vita.

E molte altre cose, a ben vedere, si potrebbero scrivere riguardo al cervo e alla simbologia che questo animale assume anche in testi non devozionali (basti pensare, per citare un esempio celebre, al Patronus di Harry Potter). Ma questo sarebbe argomento per una lezione di Letteratura, mentre qui stiamo scrivendo un calendario dell’Avvento dedicato alla storia della cucina. Oggi, Mani di pasta frolla rispolvera le tradizioni medievali per proporvi una ricetta a base di cervo da portare in tavola il giorno di Natale, proprio come si faceva un tempo nei banchetti dei ricchi signori. Ché – evidentemente – la selvaggina non veniva consumata solo il giorno di Natale; però, nelle celebrazioni invernali, la carne di cervo era particolarmente ricercata, probabilmente anche in virtù della simbologia attribuita all’animale. In un’epoca in cui tutto, per speculum et in aenigmate, poteva rimandare a una realtà diversa e ben più grande, neppure i piatti delle feste si sottraevano a questa regola non scritta!

E per chi volesse approfondire:

Il cervo. Mostri, belve e animali nell’immaginario medievale di Franco Cardini
Bestiari del Medioevo di Michael Pastoreau
Animali celebri. Mito e realtà di Michael Pastoreau

4 risposte a "Il cervo come simbolo di Cristo"

  1. Umberta Mesina

    Uau, quest’anno mi stavo proprio chiedendo che diamine c’entrassero i cervi col Natale!, perché sembra che stiano tornando di moda, mi è già capitato di vederli un paio di volte. Non conoscevo questa simbologia, o forse la conoscevo ma non la ricordo più; però ricordo il pellicano.
    A casa mia abbiamo dei cervi double-vintage (hanno circa la mia età) per l’albero di Natale, ma da piccola non mi chiedevo “come mai proprio i cervi”, perché mi bastava che fossero belli e scintillanti. Poi come decorazione non ricordo di averli più visti in giro, fino a quest’anno; e comunque, hai ragione, uno pensa alle renne, anche se è chiaro che sono cervi.
    Grazie per questi articoli natalizi!

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  2. Erika

    Bellissimo articolo. Conoscevo il rimando cristologico del cervo. Mi permetto di aggiungere un ulteriore dettaglio: il cervo è presente inoltre in alcune visioni del Paradiso, simbolo che Certifica ulteriormente che nel giardino di Eden il serpente è stato scacciato. Grazie mille per tutti i rimandi, alcuni non li conoscevo.

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  3. paolino

    Buon 2022.
    Letto solo ora.
    Io sono uno di “quelli dei cinque sola“, cantiamo spesso un inno ricavato dal salmo citato. Ma non mi è mai capitato di trovare grosse associazioni del cervo con Cristo stesso, nè in chiesa nè fuori. Nè ho mai avuto palline e decorazioni con quell’animale per l’albero di Natale.
    Da nordestino (e con un amico che lì abita) so della associazione popolare fra il cervo e il nome della città di Cervignano del Friuli, che ha anche un cervo nello stemma comunale ma il cui nome pare che col cervo non abbia che un’assonanza.
    Il cervo era anche molto apprezzato dalla nobiltà: si dice che Francesco Ferdinando (quello assassinato a Sarajevo nel 1914) avesse sparato circa settantamila (!) cervi! Ma se li mangiavano davvero?
    Una curiosità venutami da un amico francese: furono soprannominate “cerf” (cervo, appunto) le prime locomotive elettriche a corrente alternata industriale, costruite negli anni Cinquanta del Novecento, a causa dell’incastellatura che reggeva i due pantografi. Avevano le numerazioni di serie CC14000, CC14100, BB12000 e BB13000, ma erano però più note, per la loro forma, come “ferro da stiro” (fer à repasser, come la Citroën DS, quella vera).

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