Dama Abundia e le tre sorelle: quelle che vengono di notte

Non bisognerebbe fare queste cose, ripetevano stancamente i confessori medievali: è peccato. È solamente una superstizione sciocca – aggiungevano – nonché un inutile spreco di risorse, che oltretutto rischia anche di essere non così innocente come potrebbe sembrare a prima vista. Non è forse vero che Dio è l’unico in grado di cambiare in meglio la vita delle persone che lo pregano, apportando grazie e benefici? E dunque, non è forse potenzialmente idolatra la sciocchezza di chi crede di poter migliorare la sua vita onorando entità inesistenti e non meglio precisate?

Lo dicevano, i confessori, con quella stanchezza di chi ha l’impressione di star parlando ai sassi. E probabilmente lo dicevano per dovere professionale, senza nemmeno voler insistere più di tanto: al di là degli occasionali richiami che appaiono qua e là nei manuali per confessori, non si ha l’impressione che la Chiesa di quei tempi abbia mai voluto calcare la mano sul divieto.

Ma dunque, qual era questa superstizione sciocca che la brava gente continuava a portare avanti nonostante i rimproveri dei confessori?
Era una tradizione natalizia, a ben vedere; o, per meglio dire, una tradizione che veniva portata avanti in quei lunghi “dodici giorni del Natale” che andavano dal 25 dicembre al 6 gennaio. Spiritelli, fantasmini ed entità di varia natura calavano sulla terra in quel periodo, nel folklore e nelle leggende di numerose aree d’Europa. Alcuni erano folletti dispettosi, altri erano dèmoni da cui guardarsi; altri ancora, però, erano spiriti benevoli che dispensavano doni e grazie a chi li attendeva con sufficiente reverenza.

Il primo a parlarci di questa superstizione è, nel XI secolo, Bucardo di Worms. Autore di un celebre Penitenziale che suggeriva ai sacerdoti le domande da porre ai fedeli per ottenere una confessione completa, Bucardo ci descrive l’usanza di apparecchiare la tavola con tre coperti prima di andare a coricarsi, in alcune date prestabilite del calendario (non tutte legate al periodo natalizio; ma molto frequenti nel periodo natalizio). Interrogate sul perché di questo curioso comportamento, le donnine del villaggio spiegavano in confessione che i tre coperti (ovviamente pieni di cibo) erano destinati a sfamare le “tre sorelle” che sarebbero giunte nottetempo a visitare l’abitazione, attraversando come per magia le spesse mura e le porte chiuse. Se accolte bene e trattate con onore, le tre sorelle avrebbero guardato con occhio benevolo alla famiglia che le aveva volute ospiti, ricompensandola con un profluvio di buona sorte.

Che razza di stupidaggine, diceva Bucardo scuotendo il capo: è mai possibile che ci sia della brava gente che va a Messa ogni domenica e poi presta fede a queste sciocche usanze popolari? Quello sconcerto misto a rassegnazione ricompare, un secolo più avanti, negli scritti di Giovanni di Salisbury. Il vescovo inglese inorridiva nel descrivere le folli usanze che si tenevano dalle sue parti, là dove le donne del villaggio apparecchiavano la tavola nel periodo invernale per accogliere le “Lamie” che sarebbero giunte nottetempo e che nottetempo avrebbero divorato i neonati che dormivano nella culla.
La qual cosa era altamente desiderabile, ci spiega sconcertato il vescovo Giovanni: perché si crede che sarà baciato per sempre dalla fortuna, quel neonato che viene inghiottito da una Lamia ma poi viene risputato nella culla non appena l’entità fatata si rende conto che cibi ben più gustosi sono stati apparecchiati per lei sul tavolo.
Accantonando il fatto che le Lamie non esistono e che le donne che credono a queste storie sono solamente delle povere pazze, come si fa – si chiede sconvolto Giovanni di Salisbury – a prestarsi a giochetti così orridi? Che razza di madre potrà mai essere, quella che spera che il proprio figlio venga mangiato vivo e poi risputato da un’entità ultramondana? Ma che schifo, commenta inorridito il vescovo: questa superstizione orribile va sanzionata; altro non è che una serie di miserabili sciocchezze!

A Parigi, le cose andavano un po’ meglio solo perché queste comparsate notturne non includevano neonati mangiati vivi, il che è pur sempre una (magra) consolazione. Fin troppo magra, tuttavia, per i gusti di Guglielmo di Alvernia, che nel XIII sanzionava con durezza la credenza superstiziosa in Domina Abundia, un’entità notturna che fin dal nome si presentava come una specie di signora feudale dell’abbondanza, capace di donare ricchezze e prosperità all’abitazione che la accoglieva degnamente. Anche in questo caso, il copione si ripeteva nello stesso modo già descritto: nel periodo natalizio, la tavola veniva lasciata imbandita con ogni tipo di prelibatezze e con vino in abbondanza. Era un’offerta per dama Abundia, che (se lo voleva) avrebbe così potuto rifocillarsi durante le sue peregrinazioni notturne. Meglio non irritare quell’entità benevola, che poteva diventare molto vendicativa se provocata: qualora Abundia non avesse trovato nulla da sgranocchiare nell’abitazione che decideva di graziare con la sua visita, una maledizione si sarebbe abbattuta sulla famiglia così sfrontatamente incredula!
Anche in questo caso, Guglielmo d’Alvernia scuoteva il capo nell’annotare queste superstizioni. Che, per la prima volta, vengono da lui descritte come un “peccato grave”: non è forse una cosa seria – fa notare il vescovo – prestarsi a questi riti nella speranza di ingraziarsi la fortuna, ignorando che solo da Dio viene la vera abbondanza?

Una delle ultime attestazioni di questa pratica arriva proprio dall’Italia. Nel XVI secolo, Giovanni Lorenzo Anania descriveva l’usanza, diffusa nelle regioni meridionali della penisola, di tirare a lucido la casa e preparare tavole imbandite nelle notti del periodo natalizio al fine di accogliere le “signore notturne”, fate benevole che – se accolte degnamente – avrebbero colmato di doni immateriali i bambini che vivevano nella casa.

E quella italiana è una delle ultime testimonianze che abbiamo riguardo a questa pratica. I tempi stavano rapidamente cambiando, e la società con essi. Tra la brava gente, cresceva il terror panico nei confronti di qualsiasi cosa che potesse anche solo vagamente esser ricollegata alla sfera dell’occulto e del magico. Se, nei secoli del pieno Medioevo, la venuta di entità oltremondane era attesa dai contadini come un evento di positivo, capace di apportare di benemerenze speciali alle famiglie che erano state in grado di ingraziarsi quei preziosi spiriti, l’aprirsi dell’età moderna cominciò a tratteggiare con tinte molto cupe queste misteriose incursioni notturne. Claudia e Luigi Manciocco, autori di un saggio dedicato alla antropologia della Befana, fanno notare che

durante l’Alto Medioevo, l’atteggiamento degli ecclesiastici nei confronti di queste reminiscenze pagane era piuttosto tollerante […]. Questo approccio sistematico nei confronti della magia, dei culti delle divinità pagane, e delle reminiscenze ad essi collegate ha retto sostanzialmente fino alla fine del XIII secolo, circa. Successivamente però, a causa di un concorso di motivi storici e di cambiamenti nella visione concettuale e filosofica della società e dei responsabili delle gerarchie ecclesiastiche […] si accentua il processo di demonizzazione di queste figure mitologiche.

Da benevole entità fatate che creano problemi solamente a chi osa sfidarle ma che, al contrario, sono ospiti graditi per chi sa come mettere a frutto le loro visite, queste creature cominciarono a essere temute, discacciate, usate come spauracchio per i bambini; talvolta, addirittura considerate alla stregua di esseri infernali. Erano finiti quei bei tempi antichi in cui la visita di Dama Abundia o delle Tre Sorelle era aspettata a fiato sospeso, con quello stesso entusiasmo con cui oggigiorno i bimbi attendono il passaggio di Babbo Natale e della Befana.
Andò a finire che, con il passar dei secoli, queste entità capirono l’antifona. Consce di non essere più gradite, semplicemente smisero di visitare le nostre case, sprofondando in quell’oblio che oggi avvolge molti di quegli spiritelli un tempo legati al periodo invernale. Del resto, la nostra moderna visione del Natale come festa gioiosa per famiglie e per bambini ben poco si concilia con la venuta di entità non meglio precisate. Oggigiorno, sono Babbo Natale e la Befana ad aver rilevato il ruolo: e chi sarebbe così folle da volersi mettere in concorrenza?

Eppure, anche Dama Abundia, le Lamie e le Tre Sorelle facevano parte – un tempo – del modo antico di vivere il periodo di Natale.

3 risposte a "Dama Abundia e le tre sorelle: quelle che vengono di notte"

  1. Lurkerella

    Si mettono ancora latte e biscotti e magari qualche carota, per Santa Lucia e l’asinello, o per Babbo Natale e le renne. Poi che ne sappiamo noi di chi mangia effettivamente questo spuntino? A proposito, alla Befana non si lascia niente?

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    1. Lucia

      Io sono evidentemente una zotica cresciuta in una famiglia di zotici e non ho mai messo un bel niente per nessuno 😂
      Ne parlavo anche qualche giorno fa su Instagram: io non ho mai avuto l’abitudine di lasciare niente per nessuno (solo per i morti della famiglia nella notte tra l’1 e il 2 novembre, ma vabbeh, in quel caso è giocare in casa, è tutta gente a cui voglio bene :P). Anzi dirò di più: pensavo addirittura che la tradizione di lasciare i biscottini a Babbo Natale fosse una cosa prettamente americana che qui in Italia aveva cominciato a diffondersi solo in epoca recentissima, diciamo tra i figli di quei genitori nati dopo gli anni ’70, che a loro volta erano cresciuti a suon di telefilm americani.
      Invece scopro che ci sono moltissimi miei coetanei che avevano già l’abitudine di lasciare cibo per Babbo Natale.

      Io zero proprio, mai fatto. Ma che davvero sono l’unica zotica? 😂

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  2. Murasaki Shikibu

    Io invece credevo che la tradizione di lasciare latte e biscotti (e fieno) per Babbo Natale e le renne fosse assai nordica. Però, ecco: lasciare uno spuntino a chi viene a portarti regali per ringraziarlo della fatica che fa mi sembra un normale gesto di cortesia, tanto più che non mi risultano storie dove Babbo Natale non trova biscotti e allora si arrabbia e fa qualcosa di male alla famiglia che non gli ha lasciato nulla.
    Lasciare piatti pieni per chi, se non li trova, ti butta il maleficio addosso rientra in tutt’altro genere e capisco che la Chiesa disapprovasse molto. E confesso di condividere in tutto e per tutto il parere di Giovanni di Salisbury.
    Comunque grazie oer averci informato di questa vomitevole (nel vero senso della parola!) tradizione dei bei tempi andati.

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