Perchta, la serial killer fanatica che ti sventra durante le feste di Natale

Le unpopular opinions sono fatte per essere sostenute con coraggio, e dunque non farò nulla per nascondere la mia personale posizione. Regà: a me, Perchta piace un sacco.
Se avessi velleità da romanziera, penso che mi divertirei un sacco a scrivere un fantasy che la ha protagonista. Indagherei il perché del suo perfezionismo e di quella sua ossessione di dimostrare di esser migliore delle altre donne; mi domanderei quali insicurezze stia cercando di nascondere e cercherei in ogni modo di scoprire il suo tallone d’Achille, il suo punto dolente, il suo scheletro nell’armadio.
Perché secondo me ce l’ha.
Avoja se ce l’ha, una che si comporta in questa maniera.

Difficile dare una definizione univoca a un personaggio che, nel corso dei secoli, è andato incontro a mille cambiamenti. Chiarito che la presentazione che ne fa Wikipedia non mi soddisfa per niente, mi rifarò piuttosto alle parole di Al Ridenour nel definire Perchta “una creatura fatta di dualità, che appare in momenti prestabiliti del periodo invernale per punire o ricompensare sulla base del comportamento che è stato tenuto”. Spesso descritta come una sadica strega, Perchta era in realtà qualcosa di più simile a uno spirito mostruoso, un essere proveniente da un Al-di-là non meglio precisato che abbandonava nelle feste invernali per calare, minacciosa, sulla terra.

Alcune pagine dedicate al folklore la definiscono, un po’ frettolosamente, una rimanenza di antiche divinità precristiane che sarebbero state venerate nella zona delle Alpi. E tuttavia (giustamente) Al Ridenour fa notare che “bisognerebbe tener presente che la romanizzazione degli insediamenti celtici nelle Alpi era già attiva all’aprirsi dell’Era Volgare, e che i primi missionari cristiani cominciarono a evangelizzare quell’area entro la fine del II secolo. Anche le tribù germaniche successivamente insediatesi in quella zona furono convertite entro la fine del V secolo. Tenuto conto che la prima menzione scritta della figura di Perchta risale a non prima del 1200, lo storico deve fare i conti con circa sette secoli di credo cristiano ben radicato sul territorio, elemento che rende a dir poco questionabili tutti i tentativi di tracciare una derivazione diretta da credenze pagane di matrice celtica o germanica”.

Con buona pace dei fratelli Grimm, che avevano creduto di poter vedere in Perchta un’eco di quella Freya presente nella mitologia norrena, i folkloristi di oggi tendono a guardare con molto scetticismo affermazioni di questo tenore. Molto più probabile che la figura di Perchta sia nata, in un momento indeterminato del Medioevo, come prodotto della fantasia di una cultura ormai decisamente cristiana (del resto, mica son solo le culture precristiane ad avere l’appannaggio sui mostri inquietanti!).

Le prime menzioni di un personaggio con caratteristiche simile alla nostra Perchta risalgono al XIII secolo, anche se la donna viene chiamata per nome solamente nel 1411, in una raccolta di poesie composte in Tirolo da un certo Hans Vintler. Sul finire di quel secolo, un’edizione a stampa dell’opera di Vintler ci mostra per la prima volta l’aspetto di Perchta, che è la signora nasuta che vedete alla sinistra:

Si tratta, insomma, di un essere mostruoso che (a giudicare almeno dall’abbigliamento) appartiene al sesso femminile e che è dotato di fattezze solo vagamente antropomorfe: vistoso è il suo lungo becco da uccello, ma non bisognerebbe trascurare quelle protuberanze simili ad artigli che Perchta si ritrova al posto delle dita. Alcuni storici, osservando l’incisione, fanno notare che il volto di Perchta sembra più che altro essere un mascherone (si vedono infatti due buchi circolari entro i quali spuntano gli occhi): c’è dunque il sospetto che questo personaggio non esistesse solamente nel mondo della fantasia ma camminasse in carne e ossa per le vie della città, impersonato da figuranti mascherati.

Ma insomma: dopo tanto parlare, diamo un po’ di concretezza a questa storia. In soldoni, chi era questa Perchta?
Le fonti medievali ce la descrivono come una misteriosa entità oltremondana collegata in vario modo al regno dei morti (alcune leggende dicono che accolga nella sua casa le anime dei bambini morti prima del Battesimo e li accudisca come una madre adottiva). Nel periodo che andava dal 6 dicembre al 6 gennaio, Perchta scendeva nel mondo dei vivi (spesso accompagnata dai suoi figli fantasma) e con essi vagava sulla terra seminando panico e terrore. Ai bimbi buoni, donava mele succulente; ai bimbi cattivi, riservava violentissime nerbate… ma, in realtà, non erano gli infanti a doverla temere in particolar modo.

Curiosamente, erano le sue pari quelle a cui Perchta riservava tutto il suo disprezzo. Se la prendeva cioè con le donne adulte, con le padrone di casa, con le madri di famiglia: attraversando come per magia le porte chiuse delle case, Perchta penetrava nottetempo negli appartamenti della brava gente… e poi iniziava a ispezionarli, con spirito critico.

Le case disordinate la mandavano ai matti; scoprire che le donne non avevano ancora finito di filar la lana la faceva sprofondare nello shock totale; se vedeva sul pavimento una singola briciola di polvere, usciva di testa di fronte a tanta incuria. Svitando barattoli e slegando sacchi chiusi, frugava nella dispensa alla frenetica ricerca di qualche cibo proibito che le potesse confermare l’impressione di essere finita nella casa di un peccatore: in un’epoca in cui l’Avvento costringeva i fedeli a quelle stesse restrizioni alimentari in vigore per la Quaresima, Perchta perdeva completamente il controllo di se stessa quando si rendeva conto di esser finita nella casa di gentaglia che non rispettava una dieta di magro.

E quando dico che “perdeva il controllo”, non sto utilizzando questo termine a cuor leggero. Quando Perchta si era ormai convinta di essere al cospetto di un peccatore che non rispettava l’astinenza dalle carni, decideva caritatevolmente di far sparire le prove del fattaccio rimuovendo dallo stomaco di quel ghiottone il cibo immoralmente consumato.

Vale a dire che lo sventrava, avete capito bene: conficcandogli nella pancia i suoi lunghi artigli, gli squarciava il ventre e le budella andando a rimuovere tutti i resti di cibo che non avrebbe dovuto trovarsi lì dentro. L’indomani mattina, i famigliari del peccatore (…o i vicini di casa, se – come spesso accadeva – era l’intera famiglia a esser sterminata) avrebbero trovato così le vittime di Perchta: con la pancia aperta in due, le budella sparse sul lenzuolo e sassi, chiodi, neve e spazzatura a sostituire, nello stomaco del defunto, tutto il cibo immoralmente consumato.

Col passar del tempo, altri tipi di delitti cominciarono a essere attribuiti a questa efferata serial killer. Le donne che entro l’inizio di dicembre non avevano ancora finito di filar la lana rischiavano da un momento all’altro di ritrovarsi aperte in due e con lo stomaco riempito di batuffoli di vello. Le massaie che avevano trascurato i loro doveri domestici andando a dormire in una casa in disordine correvano il rischio di finir morte ammazzate con cumuli di polvere sparsi sul loro povero cadavere. Ai bambini colpevoli di aver detto troppe bugie, Perchta avrebbe strofinato la lingua sopra cocci di vetro per dar loro una lezione (…il che comunque denota già una certa bendisposizione d’animo nei confronti dei piccini, se paragonato a quello che fa agli adulti. Io lo dicevo, che Perchta è un personaggio dalla psiche complessa!)

Fustigatrice di costumi così implacabile da far sfigurare qualsiasi uomo nero, Perchta poteva però essere placata con un paio di accorgimenti.
In primo luogo, evitare di fare quelle due-tre cose che la mandano ai matti: quest’ospite tignosa se la prende solo coi ghiottoni impenitenti e con le casalinghe men che perfette, ma sembra disinteressarsi totalmente di tutti gli altri peccatucci quotidiani.
In secondo luogo, gli abitanti della zona Alpina hanno scoperto che Perchta ha un tallone d’Achille. Gira e rigira, è ghiotta pure lei: per ingraziarsi questa vendicativa entità ultramondana potrebbe bastare una tavola imbandita a disposizione della donna e dei suoi figli.

Servitele solamente cibo di magro, per carità!!, ma servitele ogni ben di Dio abbondando con le fritture in particolar modo, e senza lesinare l’olio. Leggenda narra che Perchta, afferrando i dolcetti unticci che sono stati lasciati per lei sulla tavola, si inzacchererà al punto tale da rendere scivolosi i suoi lunghi artigli: quand’anche decidesse di sventrarvi nottetempo, i suoi unghioni grondanti olio scivoleranno sulla vostra pancia senza riuscire a fare un taglio netto. Con un po’ di fortuna, dovreste fare in tempo a svegliarvi e (se avete buoni riflessi) a mettervi in salvo.

Ma il piatto che Perchta preferisce in assoluto è il Perchtenmich, una specie di porridge al latte, talvolta aromatizzato al miele o accompagnato da fette di pane tostato. Per secoli, nella zona delle Alpi, le famiglie hanno fatto in modo di far trovare a Perchta una porzione del suo piatto preferito lasciandone una generosa ciotola sul tavolo di una lindissima cucina, poco prima di andare a coricarsi.
Era un obolo oneroso quello che veniva offerto per placare Perchta, ché la donna poteva fare irruzione nelle abitazioni in uno qualsiasi dei giorni compresi tra il 6 dicembre e il 6 gennaio. Però, diciamo pure che erano porridge ben sprecati, quelli che ogni notte le venivano offerti (e poi riciclati come mangime per gli animali se ci si rendeva conto che Perchta non era passata). Tenuto conto del destino a cui andava incontro chi incorreva nella sua ira, non erano forse soldi ben spesi quelli che – nei fatti – proteggevano dalla fanatica serial killer di Natale?


Per approfondire:

Frau Perchta. The Christmas Belly Slitter. A Concise History of the Festive Legend di Edmund Breckin
The Krampus and the Old Dark Christmas: Roots and Rebirth of the Folkloric Devil
di Al Ridenour

Immagine di copertina da Horror Amino

13 risposte a "Perchta, la serial killer fanatica che ti sventra durante le feste di Natale"

    1. Lucia

      Rispondo con un solo mese di ritardo, ma ehi, meglio che niente no? 😅

      Concordo con Austine Dove nel dire che molto spesso sono storie con fine pedagogico (in questo caso anche molto evidente: non mangiare cibi proibiti in Avvento, cioè non commettere peccato, perché mal te ne incoglierà). In molti altri casi sì, credo ci sia davvero una volontà di esorcizzare la paura. Io personalmente non sono una fan dei film horror, delle pellicole piene di violenza, delle distopie, dei thriller… però ancor oggi sono generi che catturano moltissimo pubblico, se ci pensi.

      Ma per quanto riguarda specificamente tutti i mostri legati al periodo natalizio, io aggiungerei anche: non è che la gente avesse il desiderio di essere spaventata a tutti i costi alla vigilia di Natale. E’ che la gente era GIA’ spaventata di suo. Così spaventata e terrorizzata che probabilmente questi mostri arrivavano quasi “spontaneamente”, come elaborazione della fantasia di una popolazione coi nervi a fior di pelle che sussultava per ogni spiffero.

      Che una volta gli inverni erano duri, eh. Tu pensa, che ne so, a questo scenario: ti alzi al mattino piena di brividi in una casa in cui fa un freddo cane perché il caminetto è rimasto spento tutta la notte. Ti lavi la faccia con un po’ di acqua lasciata nel secchio che è così gelata da riaprirti i geloni nelle mani. Ti imbacucchi più che puoi, esci, vai a prendere l’acqua nel pozzo del villaggio perché ne hai bisogno, intanto attraversi una tormenta di neve, hai freddo dappertutto, le scarpe ti si riempiono d’acqua, passando davanti alla chiesa vedi che stanno facendo il funerale di quella tipa che ha la tua età e con cui giocavi da bambina e che in effetti avevi sentito dire si fosse persa una brutta polmonite. All’ora di pranzo (e peraltro stai finendo le provviste in dispensa) i tuoi figli tornano da scuola e anche loro hanno una gran brutta tosse, del resto te credo che ti ammali a uscire con quel tempaccio e a star bagnato per tutto il giorno. Attorno alle tre del pomeriggio non si vede già più un tubo quindi coi tuoi bambini vi infilate a letto per scaldarvi e tu passi tutta la serata a sentire i colpi di tosse del più piccolo, chiedendoti se arriverà vivo a primavera o se sarà l’ennesimo dei tuoi figli che muore per una malattia invernale.

      L’inverno era così, in quel periodo. Una stagione durissima con una mortalità altissima, e davvero ogni volta che iniziava non avevi garanzie che saresti arrivato a veder la primavera, proverbialmente. Non è che la gente di un tempo volesse esser spaventata a tutti i costi: secondo me, il punto è che era già così spaventata di suo che questo stato emotivo si rifletteva anche nei prodotti della sua fantasia. I folkloristi fanno notare che anche il periodo primaverile e estivo è pieno di fante/folletti/spiritelli/entità varie che vengono sulla terra per i loro scopi, ma in quel caso si tratta di spiritelli benevoli o comunque solo vagamente dispettosi. I veri villains arrivano nel pieno dell’inverno, e già questo secondo me la dice molto, molto lunga.

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  1. Murasaki Shikibu

    Interessantissima – e non ne avevo mai sentito parlare, ma credo di essere in buona compagnia.
    Due note: il primo ritratto di Perchta che abbiamo somiglia da matti a un medico della peste, con quel naso (becco) lungo. Avran preso ispirazione da lì?
    Poi: potrebbe essere che la Befana sia una versione molto ingentilita di questa signora dall’artiglio facile?
    E terzo pensiero: questa storia del controllare se c’è polvere e la lana è stata filata ricorda molto una suocera invadente (molto, molto invadente).
    Poi ce n’è un quarto: se non ho capito male un’adultera che filava la sua lana e mangiava solo cibi con sentiti e teneva la casa a specchio non aveva alcun motivo di temere le visite di Perchta. Ho capito male?
    Comunque mi sembra che Freya non ci abbia nulla a che spartire!

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    1. Lucia

      Fun fact: in passato, là dove non c’era l’olio di oliva, si usava moltissimo anche l’olio di altre cose (tipo ad esempio l’olio di nocciola o noce). Era una produzione importante, anche proprio in termini quantitativi, perché nel Medioevo le leggi canoniche sull’astinenza dalle carni obbligavano all’astinenza da qualsiasi prodotto di origini animale (lardo e burro inclusi, dunque). Nell’impossibilità di usarli, la gente si arrangiava come poteva – ma in qualche modo l’olio riusciva comunque a ricavarlo! 🙂

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        1. Lucia

          😀

          Parlavo della storia dell’olio e del burro qua, qualche tempo fa:

          https://unapennaspuntata.com/2021/02/19/storia-burro-quaresima/

          Vicino a Torino c’è una piccola ditta gestita da un team di giovani imprenditori che da qualche hanno a ricominciato a produrre olio di noce, di nocciola, di mandorla, di pistacchio, etc. Ovviamente costa una sassata, visto che ad oggi è un prodotto molto di nicchia (ma in realtà non ha un costo così elevato da impedire di regalarsi o regalare una bottiglia di tanto in tanto, tipo a Natale che ne so).
          Il sapore è effettivamente diverso rispetto a quello dell’olio d’oliva, si percepisce proprio la differenza, e devo dire che è parecchio buono. Qualche goccia per condire la pasta o comunque altri cibi dal sapore molto delicato (petto di pollo etc), per permettere all’olio di risaltare… e davvero si sente e si apprezza la differenza!

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  2. Pingback: Alla ricerca del Natale autentico dei bei vecchi tempi andati – Una penna spuntata

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