L’antica festa di Sant’Andrea

È un felicissimo dono del destino, il fatto che il 30 novembre sia, a casa nostra, una data importante.
In famiglia, molto banalmente, ricordiamo un compleanno. Epperò, questo nostro essere in un clima di festa tiene in qualche modo viva una tradizione che, un tempo, era comune a molti popoli europei. E cioè, quella per cui il “periodo di Natale” inizia proprio i 30 novembre.

Non parlo, ovviamente, di tempo liturgico, né tantomeno di Avvento in senso proprio. Parlo di quel mood natalizio fatto di folklore, tradizioni popolari, vecchie credenze e antichi costumi, che da sempre si accompagna alle festività invernali.
Embeh: in moltissime aree d’Europa, il D-Day a partire dal quale si entrava in questo clima di festa era proprio il 30 novembre, memoria liturgica di Sant’Andrea.

Sant’Andrea, tanto per cominciare, non è il primo che passa. Tra gli apostoli di Gesù, è forse uno dei più famosi; inoltre, è il santo patrono di un mucchio di nazioni, tra cui Scozia, Russia, ex-Prussia, Ucraina, Romania. Insomma, il suo culto è diffuso.

La memoria liturgica cade il 30 novembre, e il 30 novembre è ovviamente l’ultimo giorno prima del mese di dicembre – anche a livello simbolico, questa data riveste già di per sé un significato mica da poco: siamo alla vigilia di quel lungo mese che pian piano ci porterà al Natale. L’Avvento è probabilmente già iniziato, oppure inizierà a brevissimo: ma la cosa bella del giorno di Sant’Andrea è che, pur trattandosi di una festa religiosa importante, è una festa religiosa in qualche modo “non regolamentata”, che si pone un po’ al di fuori dei rigidi ritmi liturgici dell’Avvento. Non stiamo parlando di una “Domenica Gaudete” o di una solennità, insomma: stiamo parlando della memoria di un santo, che casualmente va a cedere in questo clima di festa dicembrino.
È un po’ la stessa cosa che è successa a San Nicola e a Santa Lucia. Santi importanti nel martirologio, che, per il fatto stesso di “cadere” in un periodo così felice, hanno ricevuto un trattamento particolare da parte del folklore.

Sant’Andrea, che evidentemente è un pitocco, a differenza dei suoi colleghi non ha mai portato regali ai bambini. Epperò, ecco un utile vademecum di attività che d’ora in poi potrete svolgere nel giorno di Sant’Andrea, per onorare questo giorno… con festeggiamenti d’antan.

Uno. Improvvisati ghostbuster di streghe

Per antica tradizione, in Austria, nel giorno di Sant’Andrea, le donne prendono d’assalto il più vicino albero di albicocche, strappando piccoli rametti spogli che poi – non appena tornate a casa – sistemeranno in un vaso da fiori ricolmo d’acqua. Tempo un mesetto, e da quei rametti tenuti a mollo sarebbero nati dei piccoli germogli – e proprio con quei germogli le donne austriache avrebbero adornato i loro abiti da festa, nel momento di recarsi in chiesa per la Messa di Natale.
Ma a parte il dettaglio fashion, questa pratica aveva un utile risolto positivo. Grazie all’intercessione prodigiosa di Sant’Andrea, le donne adornate con i germogli dell’albicocco sarebbero state insignite di un potere straordinario: e cioè, individuare con certezza eventuali streghe presenti in chiesa nel giorno di Natale.
Nello specifico, Sant’Andrea avrebbe concesso loro il potere di vedere le streghe per come realmente erano vestite. Invece di coprirsi il capo in luogo sacro con un berretto, un cappello, un velo da Messa, le streghe – in segno di scherno – entravano in chiesa indossando a mo’ di copricapo… un secchio.
Magicamente trasformato in cappello agli occhi di tutti i presenti, naturalmente, ma non agli occhi di chi indossava quel giorno il germoglio magico dell’albicocco della festa del Santo.

Due. Rovina per sempre la vita dei tuoi figli con l’Effetto Pigmalione

Avete presente l’effetto Pigmalione, aka “la profezia autoavverantesi”? In psicologia, è quella forma di auto-suggestione per cui le persone tendono a confermarsi all’immagine mentale che altri individui hanno di loro.
Il tuo capo al lavoro ti considera un lavativo buono a nulla? È statisticamente probabile che il tuo rendimento tenderà gradualmente a calare, se non altro perché quel clima demotivante non incentiva a dare il massimo.
Ti sei appena iscritto in palestra, e il personal trainer pompa ogni giorno il tuo ego urlando “sei un grande! Guarda che progressi! Non fermarti! Ancora uno sforzo”? Probabilmente, finirai col crederci tantissimo, dedicandoti all’allenamento con tale e tanta dedizione da diventare effettivamente un palestrato.

Ecco, benissimo: la festa di Sant’Andrea è un buon momento per instillare nella tua famiglia il germe del pregiudizio.
In Romania, per antica tradizione, le donne facevano esattamente la stessa cosa delle loro colleghe austriache: staccavano ramoscelli di albero da frutto, uno per ognuno dei loro figli, e poi li mettevano a mollo in un vasetto d’acqua.
Il ramoscello del figlio fortunato (quello destinato a far soldi e a diventare Qualcuno, insomma) sarebbe fiorito per primo. Gli altri figli, coi ramoscelli non ancora fioriti… beh: peggio per loro.

Tre. Tira lenticchie in testa al tuo vicino di casa

Ehm. Nel sud della Germania, i bambini lo facevano davvero. In questa e in altre notti del periodo d’Avvento, vagavano di casa in casa intonando canti natalizi. Il loro stratagemma per attirare l’attenzione degli abitanti della casa era senz’altro molto singolare: invece di bussare alla porta, ‘sti teppistelli scaricavano una granguola di lenticchie contro i vetri delle finestre.

Quattro. Comincia a pregare come un pazzo

È consuetudine che, nel giorno di Sant’Andrea, i devoti inizino a recitare una novena. “E grazie al cavolo” mi direte voi: anche oggi è in voga l’abitudine di iniziare una novena il 30 novembre – in vista della festa dell’Immacolata Concezione, ovviamente.
Altrettanto ovviamente, però, la festa dell’Immacolata Concezione è una introduzione relativamente recente. Nei secoli passati, la novena di preghiera che prendeva il via nella festa di Sant’Andrea non terminava affatto l’8 dicembre… ma andava avanti ininterrotta fino alla Vigilia di Natale.
Una “mega novena” che durava quasi un mese, ‘nsomma, e che, secondo la credenza popolare, includeva un bonus fedeltà per i devoti più appassionati. Chi, in richiesta di grazie, avesse recitato la novena quindici volte al giorno, ogni giorno, dal 30 novembre alla Vigilia di Natale, avrebbe avuto la certezza quasi matematica di vedere il suo desiderio avverarsi.

Il testo è inglese perché anglosassone è la tradizione, ma, per chi volesse lanciarsi in questa devozione, potete trovare lo schema di preghiera qui:

Novena Natale 30 novembre

Cinque. Balla coi lupi!

In Romania, Sant’Andrea è tradizionalmente considerato il protettore dei lupi – probabilmente, a causa di una festa pagana preesistente che cadeva proprio in questi giorni. E insomma, è credenza che il santo apostolo, per aiutare i suoi amici lupi a superare il rigore del freddo inverno che è alle porte, conceda loro, nel giorno della sua festa, alcuni poteri straordinari.
Uno, di indubbia utilità, è catturare in un sol giorno tutte le prede di cui hanno bisogno per sopravvivere fino alla primavera.
L’altro – del quale secondo me i lupi farebbero anche volentieri a meno – è di parlare la lingua umana.
Non so francamente cos’abbia da dire un lupo a un umano di passaggio, ma, nel caso, provate a far due chiacchiere col vostro cagnolino. Metti mai che vi risponda.

Sei. Comprati un vestito nuovo!

Nel nord della Boemia, il 30 novembre era una festa importante, durante la quale molti lavoratori godevano di un giorno di riposo. Così accadeva anche alle ragazze che lavoravano nelle filande – e che, spesso, abitando lontano dalla famiglia, non potevano tornare a casa; dunque, trascorrevano il giorno di festa all’interno dello stabilimento di lavoro.
Senza lavorare, ovviamente – o meglio: senza lavorare, a meno che non lo volessero. Per lunga tradizione, le lavoratrici, quel giorno, potevano decidere di lavorare per se stesse: e cioè, sfruttare la materia prima messa a disposizione dal datore di lavoro per filare stoffe pregiate, da tenere per sé. E con cui confezionarsi poi un caldo abito all’ultima moda.

Sette. Trasformati in un paladino della fluidità di genere – per un giorno.

In vaste aree dell’Inghilterra, Sant’Andrea è considerato il patrono dei fabbricanti di merletti; sicché, come Dio comanda, i merlettai si astenevano dal lavoro nel giorno di festa del loro santo protettore. E, come spesso accade in occasione delle feste comandate, dopo una rapida toccata-e-fuga in chiesa si abbandonavano a una vasta serie di festeggiamenti licenziosi, comprensivi di bagordi, ubriachezza e carnascialeschi cambi di sesso. In una sorta di party in maschera, le donne si vestivano da uomini, atteggiandosi a “capofamiglia per un giorno”, e viceversa.

Otto. Cattura gli assassini!

Conoscete qualcuno morto in circostanze sospette, e desiderate scoprire l’identità del suo assassino? I Rumeni conoscono un metodo invincibile per farlo: tutto sta nel recarsi al camposanto, nel giorno di Sant’Andrea, e posare un secchiello di acqua benedetta sulla tomba del defunto. In questo secchio vanno gettate alcune monetine – forse retaggio di un qualche pagano sacrificio agli dei – mentre i presenti recitano alcune preci rivolte proprio al santo del giorno.
Ed ecco che il prodigio non tarderà a compiersi: la superficie dell’acqua si incresperà, svelando, a mo’ di identikit, il volto dell’assassino.

Nove. Scopri se è il caso di cominciare a organizzarti il funerale

Vi sentite poco bene, e/o avete un’indole disfattista? Ecco un metodo infallibile per scoprire se sarete ancora in vita fra 365 giorni: il 30 novembre, prima di andare a letto, fate sul vostro comodino un mucchietto appuntito di farina, a mo’ di montagnetta.
Se l’indomani mattina la montagnola di farina sarà crollata: brutte notizie, non arriverete vivi al 30 novembre 2018.
Se invece è rimasta in piedi, tutto ok: avete almeno altri dodici mesi da vivere!

Dieci. Lega a te l’uomo dei tuoi sogni!

Nella loro raccolta di storie del folklore tedesco, i fratelli Grimm ci mettono a parte di una antica credenza popolare secondo cui le ragazze da marito possono, nella notte di Sant’Andrea, compiere un rito d’amore per legare a sé l’uomo che sono destinate a sposare.
Il rituale prevede questo: nella notte più magica dell’anno, si apparecchi la tavola per due, con l’unica accortezza di non usare forchette. Magicamente, alla mezzanotte, un uomo meraviglioso verrà come teletrasportato in quella cenetta a lume di candela: e sarà una notte di chiacchiere, e di amore, e di dolcezza, terminata la quale “lui” si allontanerà, lasciando alla fanciulla un pegno del suo sentimento. Un piccolo oggetto che la ragazza dovrà custodire con cura: perché, se quel talismano d’amore sarà effettivamente conservato, un giorno l’amato tornerà – e questa volta sarà “per sempre”.
Ma attenzione: l’amato non dovrà mai vedere quel pegno di amore custodito dalla sua bella. Se questo dovesse accadere, lui scoprirebbe di essere stato raggirato: di essere vittima di un crudele incanto d’amore, di essere stato pilotato fin dall’inizio.
E, a quel punto, non c’è incantesimo che tenga: la poesia finirebbe, e così anche la storia d’amore. Proprio come in una fiaba – non necessariamente a lieto fine.

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Henryk Siemiradzki, “La notte di Sant’Andrea”, 1867

[Pillole di Storia] I pifferai del Natale

Per chi si stesse domandando (magari pure con una certa apprensione!) dove caspita io sia sparita a ‘sto giro: non sono ammalata. Non sono china sui libri. Non sono presa da altri pensieri. Sono stata rapit Sono a Roma.

Come già raccontavo su Facebook, quella che, sulla carta, avrebbe dovuto essere una breve trasferta di lavoro, si è in realtà trasformata in un mezzo trasloco nella Città Eterna, dove dimoro ormai da un mese (nella costante convinzione di essere sul punto di concludere e di tornare a casa… ma ogni volta che mi sembra di cominciare a veder la luce in fondo al tunnel, spunta fuori un nuovo problema lavorativo da risolvere).
Il fatto che io, nella ferrea certezza di dovermi fermare a Roma solo per pochi giorni, avessi infilato in valigia un vecchio computerino “da battaglia” risalente all’anteguerra, che va così lento da farti morir di inedia mentre provi a scrivere anche solo un indirizzo e-mail, giustifica, almeno in parte, la mia improvvisa (ed ennesima) assenza dal web (anche se cerco di dare qualche notizia di me, di tanto in tanto, sulla pagina Facebook, per chi volesse).

In tutto ciò, sapete qual è il lato positivo della mia cattività babilones romana?
Beh: il fatto che sono a Roma.
Alla vigilia dell’Anno Santo.
E Roma pullula di librerie.
Che mi sembrano particolarmente ben fornite di volumetti interessanti, fors’anche in virtù del fatto che siamo alla vigilia dell’Anno Santo.
Quando riuscirò a rimettere le mie dita sulla tastiera di un computer decente, questo blog sarà invaso da una marea di curiosità, storie e leggende romane – perché, lontana da casa (e sostanzialmente lontana anche da Internet e dalle sue distrazioni), mi sto davvero facendo una piccola cultura di facezie sulla Città Eterna!

Per intanto, vi lascio un saluto (e vi auguro… un buon capodanno), con un piccolo quadretto traboccante di nostalgia che ci riporta indietro ai tempi passati, quando Roma era ancora città pontificia e le signore camminavano lungo la via del Corso con i gonnelloni ampi, il cappello il testa, e tutto un frusciare di crinoline. È un piccolo, delizioso ritratto dell’Avvento romano, così come l’ho assaporato grazie ai ricordi di Costantino Maes, un bibliotecario laziale che, sul finire dell’800, ha dato alle stampe un libretto dedicato a memorie, aneddoti e curiosità sulla Città Eterna.

Trasportiamoci ai tempi di questa costumanza, che or non è più.
[…] Nel giorno 25 novembre (Santa Caterina), in cui s’incominciava ad accender le legna nei camminetti[…], ecco in Roma i pifferari, che a drappelli numerosi percorrono le vie, e che, dando fiato, a quando a quando, al clarino ed alla zampogna, fanno udire delle ariette. […] II loro arrivo, in quei tempi più semplici, era grato e festevole.
Muovono questi poveri villici dalle estreme fimbrie dell’Apennino […]. Giunti appena in Roma, si leva un grido di gioia dalla garrula ragazzaglia insolente che loro danza d’intorno; e le nonne, col capo imbianchito e crollante, annunziano in casa ai nepotini, che loro saltellano e schiamazzano attorno, che manca un mese solo ai giorni santissimi.

Le vestimenta dei pifferari hanno una impronta originale, avanzo e ricordo della prisca semplicità dei secoli. Hanno irsuti velli invece di calzari, tenuti fermi da più volute di funicelle rannodate nell’articolazione cruro-femorale. Ai piedi hanno i campestri coturni; portano i lombi precinti da una zona pellicea per riporvi talvolta il piffero, allorquando, con passo colere e lena affannata, passano da uno all’altro angolo della città per lucrar molti soldi.
[…] Un pileo di rozzo feltro a forma di cono troncato all’apice ombreggia loro il capo, che sovente adornano tra i nastri colla immagine di San Domenico, per evitare la rabbia canina, e coll’immagine di Nostra Donna trafìtta da sette spade. […]

Dal 25 fino al 29 novembre, principio della novena all’Immacolata, vanno attorno per la città suonando dinanzi alle abitazioni, dove sono a locanda i biondi figli del Nord. […] Prima che l’alba rosata tinga l’orizzonte in arancio, e fino al tramonto, alternano senza posa le loro cantilene.
Uno di essi, maestro in arte e per età provetto, imbocca la piva o l’otre della ciaramella, e, nell’angolo che questa forma colla siringa delle prolisse canne ineguali, vi pone il cappello, restando, per atto di devozione, a capo scoperto; l’altro, di più floridi anni, si pone il suo sotto l’ascella sinistra, e, con quanto ha di lena nei robusti polmoni, dà di aspirazione al clarino[…].

Per un forastiero era certo la cosa più odiosa e fastidiosa del mondo, il sentirsi svegliare nel cuore della notte dal suono melanconico della zampogna per tutto l’Avvento: ma la costumanza sanzionata dal tempo era gradita ai Romani, fino a che non si cominciò ad avere a sdegno le usanze avite. Leone XII, che ne provava fastidio, prima di montare al trono ordinò ai pifferali di non isvegliare i suoi sudditi prima delle quattro del mattino.

Le novene si facevano in ogni bottega, in ogni casa che non volesse dare negli occhi al parroco ed alla polizia. Molti forastieri e pittori, che temevano di passare per liberali, facevano dipingere a fresco una Madonna sul muro del loro studio, e per un paio di novene si godevano le serenate di questi Orfei.
L’abbonamento era 2 paoli (circa un franco) per novena, ed era ben contento il vecchio pifferaio se poteva far conto di portare a casa 40 scudi – somma enorme, allora, negli Abruzzi, che gli permetteva di passare sette o otto mesi senza lavorare.

[…]II Natale avrebbe perduto tutto il suo bello misterioso, in Roma, senza la venuta dei pifferari. Nel 1836, nel quale essi non vennero, attesi i cordoni sanitari tra lo stato pontifìcio ed il regno delle Due Sicilie per il cholera-morbus, parve a Roma un anno melanconico e di funesto presagio.

Perché, dopo il 1870, furono proibiti i pifferari?
Vano è chiedere la ragione di ciò che è fatto senza soda ragione. Noi adesso siamo senza carattere e senza convinzioni; e, diversamente dagli altri popoli, che sono più innanzi di noi nella civiltà, ci vergogniamo dei patrii costumi, i quali dovremmo piuttosto aver cari. […] Le cantilene pastorali della cornamusa nelle feste di Natale erano un ricordo dell’antica semplicità; […] rivogliamo i pifferari!

E, da parte mia, buon inizio di Avvento a tutti!

Coccolare Gesù Bambino

Era una devozione così bella da togliere il fiato, al punto che non mi capacito di come abbia potuto scomparire.
Era una pratica tipicamente femminile, che eventualmente la donna di casa poteva poi estendere agli altri membri della famiglia (ad esempio: i figli piccoli). Ma non era affatto detto: innanzi tutto, e sopra tutto, era una devozione privata pensata appositamente per le donne. Donne che, peraltro, potevano appartenere a qualsiasi ceto, stato, e condizione sociale: la cosa che più m’incanta, di questa devozione, è che davvero era praticata da donne di ogni tipo – giovani spose, madri, signore avanti con gli anni. Ma anche novizie, badesse, oblate, suore.
E badate che non sono mica tante le devozioni private che, nei secoli passati, venivano praticante indifferentemente nella clausura dei monasteri, negli appartamenti delle dame di corte, e nelle casucce del popolino.
Questa, però, sì.
Sarà che era emozionante, profonda, e così bella da togliere il fiato.

Tutto cominciava quando una ragazza lasciava la sua casa paterna.
Noi oggi la facciamo facile: “oh, che bello, sposo l’amore della mia vita”; “oh, che bello, entro in monastero dopo un accurato percorso di discernimento vocazionale”.
Una volta, non era proprio così. In molti casi, chi lasciava la casa paterna non aveva un’idea precisa di cosa la stesse aspettando nella sua vita futura; perdipiù, all’epoca i trasporti non erano agevoli, il telefono non esisteva, e le videochiamate men che meno. La fanciulla che inscatolava la sua dote per costruirsi una nuova vita, lo faceva quasi sempre con un misto di impazienza e nostalgia: era come colui che salpa verso mari misteriosi, e oltretutto sa che potrebbe essergli difficile mantenere rapporti costanti e frequenti con la sua famiglia di origine.
Nessun genitore permetterebbe che la figlia tanto amata debba dire svuotare la sua cameretta con uno stato d’animo così combattuto. Minimo minimo, serve un bel regalo di addio – qualcosa che possa fungere da “coperta di Linus”, confortando la ragazza negli inevitabili momenti di malinconia e sconforto.

E allora, cosa regalavano i genitori di un tempo alla loro figlia che stava per lasciare il nido?
La coperta di Linus più bella della Storia. Un bambolotto, a forma di Gesù Bambino, da amare e coccolare. A cui confidare i propri dolori, e a cui indirizzare le proprie speranze.
E adesso provate a guardarmi negli occhi e a dirmi che non è un regalo semplicemente meraviglioso, per una ragazza titubante che si prepara a lasciare la casa di mamma e papà.

Il dono aveva un significato simbolico molto evidente.
Per la ragazza che stava per andare in sposa, il Gesù Bambino da accudire era una specie di “benvenuto” nella sua nuova vita di moglie e madre. Per la ragazza che entrava in convento, la simbologia del dono era forse ancor più evidente: alludeva al matrimonio mistico della sposa di Cristo e alla maternità spirituale cui sarebbe stata chiamata.
In entrambe i casi, le ragazze che incominciavano la loro Vita-Da-Grandi potevano combattere gli inevitabili momenti di nostalgia stringendo forte un pupazzo a forma di Gesù Bambino. Che se ci pensate, è una roba fantastica: ti coniuga in un solo oggetto l’affettuosità di un bambolotto e il conforto della fede cristiana: i nostri antenati avevano preso il concetto di “coperta di Linus” e l’avevano portato a tutt’altri livelli!

Mi ostino a definire questo Gesù Bambino un “bambolotto”.
Non è che son scema io, talvolta era una statua, ma in molti altri casi era un bambolotto per davvero: una specie di Cicciobello con le fattezze del divino infante. Molto spesso (soprattutto per le ragazze la cui famiglia non aveva molti soldi da spendere…) era letteralmente una bambola con un corpo di pezza, dotata solamente di testa e mani di legno.

Come ci si rapportava dunque a questo bambolotto?
Cielo, come ci si rapporta a tutti i bambolotti da che il primo pupazzo della Storia è stato accolto tra le braccia amorevoli della sua padroncina: con questo bambolotto, ci si giocava.
Lo si adagiava in una culla preparata apposta per lui, e poi lo si accudiva. Di giorno in giorno, col sorriso sulle labbra: perché “giocare” con un Gesù Bambino che dorme in una culla nella tua camera da letto, è un dolcissimo promemoria per ricordarti di onorare sempre quell’altro Gesù Bambino che non è fatto di pezza.

Qual era il modo migliore per “giocare” con questo Gesù Bambino?
In genere, le donne gli cambiavano i vestitini.
Avete presente la tradizione delle “Madonne vestite”? Ogni tanto, se ne vedono ancor oggi: ci sono delle statue della Madonna che indossano vestiti fatti di stoffa vera, cuciti per lei dalle suore e dalle pie donne, come atto devozionale.
I Gesù Bambini bambolotto richiedevano esattamente lo stesso tipo di impegno: la fanciulla che riceveva in dono il suo Gesù Bambino cominciava a confezionare per lui tanti piccoli vestitini. Scarpette, camiciole, cuffiette, copertine, spesso impreziosite con temi religiosi.
Talvolta, i vestitini per il Bambin Gesù erano confezionati nei vari colori liturgici: la “mamma adottiva” del divino infante teneva così traccia del passare dell’anno liturgico vestendo il suo Gesù Bambino con i colori prescritti per quel giorno. In alcuni casi (soprattutto in ambiente monastico, dove non mancava alle suore una certa profondità teologica) il Bambinello veniva vestito con abiti che lo caratterizzavano di volta in volta come Dio, come re, come sacerdote. Sono arrivati a noi alcuni corredini che comprendono vere e proprie vesti liturgiche con cui adornare la statua-bambolotto: casula, pianeta, stola, e così via dicendo.

Il “perché” di questa devozione, in parte, l’ho già accennato: prendere in braccio un pupazzo di Gesù Bambino, carezzargli le guanciotte mentre gli sfili la cuffietta, infilargli un paio di scarpine che hai cucito apposta per lui, e poi tornare ad adagiarlo nella culla, è ovviamente un gesto che suscita una forte risposta emotiva. Prendendosi cura di questo bambolotto, le donne diventavano come delle amorevoli “madri adottive” per il Bambin Gesù – e se anche la devozione si fermasse lì, e mirasse a suscitare solo questa reazione da parte dei fedeli, sarebbe già una devozione profondissima, secondo me.

Ma ovviamente, c’è di più.
Cito le parole di Giovanni Trabucco, che commenta questa usanza nel suo libro Devoti e Creativi. Gesù Bambino, certo, veniva coperto con vestitini da neonato; ma, fuor di metafora, tutti sappiamo che

lo si copre o lo si veste anche o soprattutto con le proprie pratiche devozionali, con le preghiere, con i sarifici e le promesse, e con la propria vita. Spesso il bambino tiene in mano un chicco o un grappolo d’uva, simbolo esplicito dell’eucaristia, che unisce il senso delle due “vestizioni”, quella che riconosce e preserva, prendendosene cura, l’unicità di Gesù […] e quella che vi corrisponde praticamente con il proprio amore. […] V
estirlo è un atto di devozione, che comporta o conduce alla volontà di distaccarsi e di spogliarsi dei propri peccati per conformarsi e rivestirsi piuttosto dei suoi abiti e dei suoi comportamenti.
Si veste Gesù per rivestire se stessi.

E tutte le volte che penso a questa antica devozione, io mi incanto.
Sarà che i bambolotti e Gesù sono le due passioni della mia vita, ma quanto doveva essere bello avere un Gesù Bambino “tutto per te”, da coccolare prima di andare a letto e da baciare al mattino per iniziare bene la giornata. Era un monito quotidiano ad amare quel Dio Bambino che è nato a Betlemme proprio te, e che ti ama con quell’amore incondizionato con cui il bambino ama la sua mamma.

Papa Francesco "porta in braccio" Gesù Bambino nella Messa di Natale 2013
Papa Francesco “porta in braccio” Gesù Bambino nella Messa di Natale 2013

Buon Natale!

Storia di un Gesù Bambino e di un San Giuseppe; di come San Giuseppe preparò la pappa al Bambinello fra le mura di una chiesa, e di come, nella chiesa, i due finirono col prendersi a botte

Per capire questo post, bisogna aver chiari tre concetti:

1)  Il presepio “come lo conosciamo noi” è un’invenzione relativamente recente: ben prima che nascesse il presepio con le statuine, esistevano nelle chiese le “sacre rappresentazioni” natalizie. Che erano in sostanza dei presepi viventi, in cui tre attori impersonavano la Sacra Famiglia allo scopo di ricreare per i fedeli la scena della Natività.

2) Gli attori erano selezionati con una certa elasticità. Molto frequentemente, erano membri del clero (facente capo alla chiesa che organizzava la sacra rappresentazione) – il che vale a dire che la Madonna era un ragazzo vestito in abiti femminili, per fare un esempio. All’uomo medievale non importava di assistere a una rappresentazione visivamente ineccepibile; a lui interessava che gli attori diventassero simboli di qualcos’altro.
Questo giustifica anche l’apparente contraddizione di una Natività con un Gesù Bambino già grandicello: vista l’oggettiva difficoltà di “gestire” un neonato, Gesù Bambino era generalmente impersonato da un bambino già cresciuto. Diciamo, in età da asilo?
A noi sembrerebbe assurdo, ma all’uomo medievale andava bene: il tizio vestito da donna è chiaramente simbolo di Maria Vergine; il bimbo di cinque anni è chiaramente simbolo di Gesù Bambino… e dunque, qual è il problema?

3)  San Giuseppe, in queste sacre rappresentazioni, era spesso impersonato da un vecchio sacerdote. E, in genere, faceva cose.
Cioè: San Giuseppe non se ne stava immobile a mani giunte davanti alla mangiatoia, che è un atteggiamento che può essere adatto a una statuina ma risulta ridicolo se sei un essere vivente. No: San Giuseppe faceva cose, e specificatamente mostrava d’essere utile a sua moglie facendo cose correlate all’accudimento di un neonato. In Germania, in particolar modo, era frequente che le sacre rappresentazioni comprendessero un San Giuseppe che faceva cuocere sul fuoco una specie di porridge per il Bambinello.

Queste informazioni di contorno servono a contestualizzare una storiella che troviamo nel Rollwagenbüchlin di Georg Wickram, un libro comico pubblicato alla metà del Cinquecento. La storia s’intitola Von einem Weyhenacht kind und dem Joseph, wie er im ein müsslin kochet inn der kirchen und einanderen in der kirchen schlügen – suppergiù, Storia di un Gesù Bambino e di un San Giuseppe; di come San Giuseppe preparò la pappa al Bambinello fra le mura di una chiesa, e di come, nella chiesa, i due finirono col prendersi a botte.

Ahimè, nulla ci consente di pensare che questo episodio sia successo veramente. Troviamo questa “cronaca” in una raccolta di storie comiche, e come tale dobbiamo considerarla.
Però… d’altro canto, nulla ci impedisce di illuderci, e immaginare di star leggendo un fedele resoconto dei fatti…

Nella cattedrale di Colonia, nel tempo di Natale, si desiderava mettere in scena una rappresentazione della natività. Alla Vigilia di Natale, si scelse fra i ragazzi del coro un giovane corista che potesse impersonare Gesù Bambino, e si depose il Gesù Bambino in una mangiatoia.
E così Maria prese a cullare il Bambino, che in risposta prese a piangere con alte strida.
Poiché non si riusciva in alcun modo a calmarlo, San Giuseppe corse in aiuto ed ebbe l’idea di cucinare un po’ di pappa da dare al Bambinello, in maniera da farlo tacere. Ma più San Giuseppe si affaccendava attorno al paiolo, più il Bambino piangeva disperato.
E poiché non si riusciva in alcun modo a calmare il piccolo, non appena il cibo fu pronto il buon Giuseppe ne prese una mestolata, corse verso la mangiatoia, e infilò il cucchiaio pieno di pappa bollente giù per la gola di Gesù Bambino, bruciandogli la bocca al punto tale che il Bambinello lanciò un grido ancor più alto e disperato.
A quel punto, il Gesù Bambino balzò giù dalla mangiatoia, afferrò San Giuseppe per i capelli, e cominciò a percuoterlo, ed entrambi presero a picchiarsi a vicenda. Ma il Bambinello era furibondo, e troppo vigoroso per il povero, vecchio, Giuseppe: lo buttò in terra e cominciò a prenderlo a calci, al punto tale che i fedeli che si erano riuniti in chiesa furono costretti a intervenire per dare soccorso a San Giuseppe.

Il Natale che non ti aspetti – con un cadavere smembrato, come regalo sotto l’albero

© Sarah Sweet 2012
© Sarah Sweet 2012

Ah, che meraviglia.
Non so perché, ma ho un debole per tutti quei biglietti di auguri di Natale in cui c’è un uccellino in mezzo alla neve, appollaiato su una pianticella natalizia. Sarà per il senso di innocenza che ci trasmettono gli uccellini; sarà per la rappresentazione molto natalizia ma un po’ inconsueta – non il classico cliché con Babbo Natale o con l’agrifoglio, voglio dire.
Gli uccellini natalizi son proprio carucci: mi strappano un sorriso tutte le volte che appaiono.
Ma sapete perché gli uccellini natalizi sono legati, da tradizione, alle feste di Natale?

***

Robin ChristmasBeh. Nel caso del pettirosso, c’è una storiella molto graziosa e natalizia e fatta apposta per scaldare il cuore.
Sì, perché gli uccellini “del Natale” sono due, tradizionalmente: lo scricciolo ed il pettirosso. Per quanto riguarda il pettirosso, la storia è breve: secondo un’antica leggenda, l’uccellino era presente nella stalla di Betlemme per adorare Gesù Bambino; e lì, ha notato che il fuoco si stava spegnendo. Ha cominciato a sbattere forte le sue ali, per rattizzare la fiamma e non far prendere freddo al Bambinello. Non si è fermato nemmeno quando una fiammata, levatasi più alta del previsto, gli ha toccato il corpicino bianco, lasciando un segno rosso sul suo petto.
E, da quel momento in poi, il pettirosso è stato associato alla festa di Natale.

wren christmasE d’accordo per la lieta storiella, ma… lo scricciolo?
Forse, qui in Italia, è un uccellino un po’ meno “famoso”, per quanto riguarda la sua presenza nelle feste natalizie. Però, soprattutto in area anglosassone, lo scricciolo è l’uccellino di Natale per eccellenza…
…e vien da chiedersi: ma perché una simile associazione?

Amici, tenetevi forte (e: animalisti, smettete di leggere) – sto per raccontarvi la vera storia del povero scricciolo di Natale.

Clement A. Miles, autore del (bel) libro Storia del Natale tra riti pagani e cristiani, lo definisce un “retaggio sacrificale”. Non si sa come, non si sa perché, ma sicuramente siamo di fronte a un chiaro dato di fatto: in epoche remote (comunque successive al “dopo Cristo”), la festa di Natale era associata a veri e propri sacrifici animali.
Come mai?, mi chiedete.
Non ne ho la più pallida idea, non so che dirvi – ma in molte zone del centro Europa cani e gatti venivano uccisi nella notte di Natale, con la convinzione che il loro sacrificio sarebbe servito a preservare il paese da carestie e malattie epidemiche.
Ed è già abbastanza impressionate il pensiero del piccolo micetto indifeso che viene ammazzato senza pietà proprio alla notte di Natale… ma c’è di più. C’è la storia orripilante, terrificante, del povero scricciolo natalizio.

Tutto cominciava – e ci siamo spostati a questo punto in area anglosassone – nel dopocena del 24 dicembre. La servitù veniva affrancata e riceveva il suo regalo di Natale: un giorno di riposo. I servitori in libero servizio bighellonavano per strada fino alla mezzanotte, quando si radunavano in chiesa prender Messa… dopodiché, tornavano a farsi i fatti loro, e passavano il 25 dicembre godendosi una un giornata di meritatissimo riposo.

Come decidevano di occupare questa giornata?
Passando del tempo con la famiglia, mi dite? Coccolando i bambini, riposando al caldo, dormendo fino a mezzogiorno, cucinando dolci per la festa?
No, miei cari. Costoro passavano il loro unico giorno di vacanza imbracciando fionde, arco e frecce, e andando a caccia di uccellini.
Di scriccioli, per la precisione.

Nel giorno di Natale, in Inghilterra e in Francia, aveva luogo una piccola mattanza di scriccioli. Numerose bande di servitori in libera uscita si scatenavano in una vera e propria battuta di caccia, facendo incetta di tutti gli scriccioli che riuscivano a trovare.
“Evvabeh”, direte voi: “poverini, magari li mangiavano”.
NO, miei cari: gli scriccioli catturati venivano conficcati, con le ali aperte, sulla punta di una lunga asta di ferro, che i cacciatori di ritorno dai boschi mostravano orgogliosamente a tutti i compaesani.
“Evvabbeh”, direte voi: “un trofeo di caccia, va anche bene…”.
NO, miei cari: i cacciatori non facevano impagliare lo scricciolo per tenerlo come trofeo di caccia – lo esibivano porta a porta, andando a bussare di casa in casa nel pomeriggio di Natale.
E – come se non bastasse lo schifo di aprire la porta di casa nel giorno di Natale, e vedere un perfetto sconosciuto che ti ficca sotto al naso il cadavere sanguinolento di uno scricciolo impalato – i prodi cacciatori distribuivano pezzi di cadavere a tutti i compaesani, a mo’ regalo per il dì di festa.

Pare che al tutto venisse data una forte valenza apotropaica.
Passando di casa in casa, il povero scricciolo morto ammazzato veniva lentamente smembrato in un clima di natalizio gaudio: una piuma qua, un’altra piumetta là – alla fine della giornata, la povera vittima era ridotta a un brandello spiumacciato di carne insanguinata. Però, le piume dello scricciolo ucciso alla mattina di Natale venivano considerate degli infallibili portafortuna… tant’è vero che la gente era disposta a pagare per averne una – e infatti, i cacciatori di scricciolo ricevevano abbondanti regalie, non appena si affacciavano alla casa di un concittadino facendo orgogliosamente sfoggio del loro trofeo sanguinolento.

Quanto allo scriccolo… una volta spiumato del tutto, il povero creaturino era adagiato su un catafalco. Una processione lo portava solennemente nei pressi del cimitero, e lì la bestiola veniva interrata, al canto di una nenia appositamente composta per l’occasione.
E poi si ripartiva per una nuova battuta di caccia – ché il giorno di Natale era ancora lungo, e la mattanza di scriccioli aveva ancora tempo per continuare!!

Ehm, .
È questa, la vera e truculenta storia che si cela dietro a un biglietto d’auguri per Natale.

Un VERO biglietto di auguri... a tema. Dal blog di Paul Hawkins
Un VERO biglietto di auguri… a tema. Dal blog di Paul Hawkins

Il Natale che non ti aspetti – col demonio che bussa alla porta

Quand’ero piccola, mia mamma mi leggeva dei romanzetti deliziosi che, a un certo punto degli anni Novanta, erano stati pubblicati dalle edizioni Paoline. Non li ho mai più visti in giro, ed è un peccato, perché erano romanzucci molto graziosi, un po’ sullo stile di “Piccole Donne” o “Anna dai Capelli Rossi”.
L’autrice era Martha Sandwall-Bergström, una signora svedese nata all’inizio del ‘900. Quanto alla protagonista, era la piccola Gulla, un’orfanella generosa (… e un po’ Mary Sue, se me la passate) che doveva affrontare molti ostacoli prima di raggiungere il suo sospirato lieto fine.

Vabbeh: se trovate in giro i romanzi di Gulla, dategli una chance perché son carucci.
Ma non ho fatto questa premessa perché sono in vena di recensioni: più che altro, volevo condividere con voi il mio stupore di bambina al ricordo di certe scene incomprensibilmente paurose di questa serie di romanzi.

La serie di libri, come già accennavo, racconta una buona fetta di vita della protagonista: dalla sua nascita al suo matrimonio. Periodicamente, nel corso di questi romanzi, a un certo punto arrivava Natale…
…e il Natale di Gulla era un Natale spaventosissimo, gente!!

Tutti i personaggi, dal primo all’ultimo, sembravano sinceramente terrorizzati dalla notte di Natale. Nelle pagine di quei romanzi si respirava come un’aria di speranza sospesa mista a paura: dopo la cena della vigilia, si mettevano al sicuro gli animali, si sprangavano le porte, si spegnevano le luci… e si pregava fino a sprofondare nel sonno, terrorizzati da ciò che avrebbe potuto succedere.
Agli occhi di una bambina italiana, la cui unica preoccupazione alla vigilia di Natale era quella di riuscire a prendere sonno nonostante l’impazienza di spacchettare i regali il giorno dopo, certe scene di terror panico erano francamente incomprensibili.

Presente, quando la mamma ti dice “studia, impegnati, ché lo studio ti serve, nella vita?”.
Embeh, è vero: a me è servito per capire quale caspita di problemi avesse ‘sta benedetta Gulla.

***

In Svezia, la notte di Natale è un periodo francamente angosciante.
Sospesa fra la gioia e lo spavento, fra il timore e la speranza, la notte di Natale è un periodo magico, di confine: un momento in cui niente è normale e tutto è straordinario: la quotidianità viene sconvolta; le normali regole, sovvertite. Ciò che è impossibile nelle altre notti dell’anno, in questa notte magica diventa in realtà.

Ad esempio, gli spiriti dei defunti tornano sulla terra a visitare i vivi. I nonni, i bisnonni, gli zii che se ne sono andati ricevono il “permesso speciale” di tornare nelle loro case, per abbracciare i loro figli e ammirare i loro nipotini. Un po’ come si faceva, altrove, nella notte di Halloween, i vivi si preparano ad accogliere i loro morti. Imbadiscono la tavola per offrire un degno pasto ai loro cari; dormono sulla paglia, pur di lascare i propri letti ai loro nonni, stanchi per il viaggio ultraterreno.

…epperò – proprio come succedeva, altrove, nella notte di Halloween – non è mai una bella cosa, quando succede qualcosa del genere.
Niente si dà per niente: e se, per una notte, si allentano le barriere che separano i vivi dall’oltretomba… beh: vuol dire che gli spiriti dell’oltretomba hanno libero accesso al mondo dei vivi.
E l’oltretomba, purtroppo, non è popolato solamente dalle anime dei defunti, che ci amano di lontano.
L’oltretomba è popolato anche da mostri spaventosi: dèmoni, spiriti malvagi, troll selvaggi e senza pietà. E non c’era modo di evitarlo: nella notte di Natale, queste malefiche forze infere sarebbero tornare sulla terra, seminando morte e distruzione su chi avesse avuto la sfortuna di incontrarle.

Guai a voi, se nella notte di Natale doveste attardarvi troppo a lungo per la strada!
Guai a voi, se uno spirito malvagio dovesse cogliervi di sorpresa, strisciando in casa vostra sotto la fessura della porta, o attraversando le vostre mura attraverso uno scure lasciato socchiuso!
Sarebbe morte e distruzione, per voi e per i vostri cari. Il bestiame si ammalerebbe, il neonato smetterebbe improvvisamente di succhiare il latte; sareste colti da un’immediata malattia; gli spiriti malvagi potrebbero addirittura distruggervi casa; sfidarvi in una lotta letale che non avete alcuna speranza di vincere.

Come proteggersi da queste terribili minacce?
Molto facile: usando l’arma più potente in assoluto… una croce cristiana.

Gli spiriti malvagi, per loro stessa natura, temono il potere divino e rifuggono il suo simbolo. L’unico modo per proteggersi dal male, in questa notte misteriosa di speranza e di paura, è affidarsi a Colui che solo può difenderci in ogni frangente. E quindi, bisogna pregare: bisogna pregare intensamente, il più a lungo possibile, finché si regge; e bisogna contrassegnare le proprie case con quei segni che possano fermare i mostri, gridando “altolà! Questa casa è protetta da Cristo”.

Dunque, occorrerà tracciare una croce su tutte le porte, tutte le finestre; sulle pareti dei magazzini; sulle mura delle stalle.
E sopra ogni cosa, bisognerà pregare. Per le anime dei propri morti, che in quella notte torneranno a visitare le loro case; e per ottenere protezione contro le malefiche forze infere.
Che, come in ogni fiaba che si rispetti, spariranno la mattina di Natale, alle prime luci dell’alba.

In fin dei conti, per allora il Cristo sarà già nato.
E quindi, cosa mai potrebbe ancora danneggiarci?

Il Natale che non ti aspetti – con una distesa di cacca nel salotto buono

Immaginate di accompagnare i vostri figliuoli a un mercatino natalizio: decorazioni di agrifoglio, famiglie imbacuccate che comprano gli ultimi regali, tisane calde da sorseggiare, statuette del presepio in bella vista.
Immaginate di avere un figlio che si pianta di fronte a un banchetto, e sta lì inamovibile pretendendo che voi gli comprate… un tronco.

Sì, un tronco: e manco un tronco di lusso; un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno mettereste su una stufa se aveste una stufa in casa vostra.
Ma niente da fare: il bambino è irremovibile, e pretende di portarsi a casa questo enorme tronco di legno, reso vagamente antropomorfo due occhi, una bocca, e un paio di gambette appiccicatici sopra dal commerciante. Più o meno così:

Caga Tio esposizione

Indi voi vi caricate sulle spalle questo arnese, andate a prendere la metro trascinandovi dietro un tronco antropomorfo, vi fate a piedi cinque piani di scale perché il coso non entra in ascensore, e poi buttate questo arnese sul pavimento del salotto, guardandolo con aria ostile.
Arrivata a questo punto, io sarei già pronta a lamentarmi di: “che razza di Natale da incubo”.

Ma (ovviamente) non è finita, gente: potevo forse farla così facile?
No: il tronco che vi siete appena portati a casa, è un tronco cagionevole bisognoso di molte cure.
Va avvoltolato in una coperta, innanzi tutto: perché siamo a inizio dicembre, fa freddo in casa, e sia mai che al povero tronco vengano i reumatismi.
E va nutrito con affetto, manco fosse un poppante che chiede latte ogni due ore. Periodicamente – a colazione, pranzo e cena – il tronco reclamerà una parte del vostro cibo. E quindi dovrete andare lì, con un piattino, e posarlo vicino al tronco, per permettergli di sfamarsi. Lui vi guarderà con due occhietti pieni di gratitudine e mangerà a crepapelle, come se non ci fosse un domani.

Tio nutrito

Dopo qualche settimana di questo trattamento, il tronco natalizio sarà di certo rinvigorito. Insomma: sta lì al calduccio, buono buono, riverito e amato dai piccoli di casa; ogni giorno, più volte al giorno, riceve cibo prelibato… vorrei un po’ vedere quanti altri tronchi da catasta possono beneficiare dello stesso trattamento! Oh!

E si arriva, così, al giorno di Natale.
E se la storiella si fermasse qui, non ci sarebbe motivo di metterla in questa “Novena in stile horror”.
Sì, insomma: ‘sta famiglia ha adottato un tronco antropomorfo e se lo tiene come animale domestico. Vabbeh: è una cosa un po’ delirante, ma io parlo di teologia con un orso di peluche vestito da Papa, quindi chi sono per giudicare il prossimo? Siamo chiaramente di fronte a una famiglia anomala ma serena: la mamma, il papà, il fratellone, la sorellina, il cagnolino Bobo… e il tronco in salotto.
Finché son sereni e vivono in concordia con ‘sto tronco antropomorfo, non c’è problema, no?
Anzi: chissà come festeggeranno questo primo Natale a sei, con l’amabile tronchetto che s’è appena unito alla famiglia.

ehm.
Volete davvero sapere come festeggeranno questo primo Natale a sei?
Corchiando di botte l’ultimo arrivato.

Ebbene sì. La mattina di Natale, i bambini si radunano festanti attorno al tronco.
E il tronco, poverello, è un tronco induttivista: ha imparato a fidarsi dei suoi padroncini; dice ‘oh wow, oggi è Natale: mi daranno una fetta di pandoro e festeggeremo in lieta armonia!’.
Non si inquieta nemmeno quando vede i suoi padroncini afferrare dei bastoni nodosi e avvicinarsi a lui con aria minacciosa: povero tronco. ‘Avranno in mente un qualche gioco favoloso’, pensa il tronco. ‘Non vedo l’ora di unirmi a loro!’.
E proprio mentre il tronco sta fantasticando di trasformarsi in un galeone per i due piccoli pirati, di fingersi un carro da guerra per accompagnare i giochi dei due bambini…
…ecco che – OUCH! – a sorpresa, gli arriva addosso la prima bastonata.

E poi la seconda! La terza! La quarta! E così via!
I bambini lo circondano, riempiendolo di botte: e nel picchiarlo, cantano una allegra filastrocca!
Tradotta dal catalano, dice più o meno così: “caga, tronco! Caga il torrone! Se non caghi a dovere, ti piccherò col bastone!”. E scusate per il termine un po’ grossolano, che non è proprio nelle mie corde… ma, beh: dice così, la filastrocca.
E prosegue! “Caga, tronco! Tronco di Natale! Caga subito tanti dolcini! O, se non riesci, caga soldini!”.
Che è pure un po’ imbarazzante, come cosa, voglio dire.
Hai passato tutto il mese in una famiglia affettuosa che sembrava amarti, e adesso scopri che, non solo ‘sti pazzi ti prendono a botte ridacchiano, ma pretendono pure che tu defechi davanti a loro. Sul tappetino del salotto. Tirandoti bastonate in testa. Un insieme di circostanze che, come dire, non favorisce molto la concentrazione che serve in tali frangenti.
Ma niente da fare, i bambini menano forte: e urlano “fai un bel prooot, di quelli potenti! E noi mangeremo a quattro palmenti!”.
(Cioè, ma che schifo).
E il povero tronco di Natale fa l’unica cosa che potrebbe fare un qualsiasi tronco nelle sue circostanze: ubbidire ai suoi aguzzini.
E quindi fa proot, i bambini scostano il plaid che teneva coperte le pudenda del tronchetto, e… oooohh! Meraviglia!! Il tronco ha appena defecato decine e decine di splendidi dolcetti!

Grande festa e sommo giubilo, mentre i bambini si avventano sulle feci del tronco rimbalzandosele di mano in mano, e mangiandole avidamente.
I genitori osservano la scena sorridendo benevoli (i beninformati sostengono che siano proprio gli adulti di casa ad avere un ruolo importante in questa faccenda, nascondendo dolcetti sotto al tronco durante la notte di Natale. Sarà…).

Quanto al tronco, il poveretto si interroga incredulo su cosa diamine sia preso alla sua famiglia adottiva, cercando disperatamente di non pensare alla sua miseranda situazione: preso a botte, dolorante, immerso nelle sue feci, dopo aver sofferto di incontinenza nel salotto buono di mamma e papà, alla mattina di Natale. Ma che vergogna
Probabilmente il tronco trattiene a stento le lacrime di resina, domandandosi sconvolto quale sarà il suo destino, a questo punto…
…e, beh: sapete quale sarà, di solito?

L’esser gettato in una stufa, per le famiglie che ce l’hanno ancora. O l’esser smaltito nella spazzatura organica, all’alba del 26 dicembre.

Avete appena ascoltato la triste storia del Tió de Natal, drammatico (e immancabile) personaggio del Natale catalano.
E a questo punto, amici e amiche, oserei domandarvi un minuto di silenzio mentre meditiamo su questo dramma.

caga-tio-animation

P.S. Per tutti gli interessati, segnalo questo fantastico articolo di un politico catalano circa i rapporti fra il Tió de Natal, la patologica degenerazione del sadismo sadico-anale di freudiana memoria, e i presupposti culturali del nazionalismo catalano.
Ehm, già. Secondo lui, è tutto collegato.

P.P.S. A dimostrazione del fatto che però i catalani hanno qualche problema serio per davvero, con ‘sta mania delle feci a Natale… vi segnalo questo articolo (altrettanto fantastico, çe va sans dire) di un blog che adoro: La Casa del Cappellaio. Essì: perché i catalani mettono arnesi defecanti anche nel presepe: incredibile, ma vero…