Alla ricerca del Natale autentico dei bei vecchi tempi andati

A partire dagli anni ’60 del Novecento, sotto l’egida dell’ente italiano per il turismo, molti comuni del Sud Tirolo cominciarono a organizzare quei famosi mercatini di Natale per cui ancor oggi sono celebri. I turisti reagirono con entusiasmo, beandosi di quelle attrazioni così caratteristiche, e i sud-tirolesi reagirono con un colossale giramento di scatole, dandosi a polemiche di ogni sorta. Polemiche che, tra l’altro, devo immaginare siano state davvero significative, tenuto conto che ho scoperto per la prima volta questo dettaglio leggendo un saggio sulla Storia del Natale pubblicato in Inghilterra da un’autrice inglese.

A vantaggio del suo pubblico britannico, l’autrice dedica alcuni paragrafi allo spiegare che, storicamente, il Sud Tirolo era una regione facente parte dell’Impero Austro-Ungarico e che ancor oggi la maggior parte dei suoi residenti parla correntemente la lingua di Goethe. L’introduzione, da parte dell’ente del turismo, di mercatini natalizi “alla tedesca” non fu insomma l’immissione di un elemento alieno proveniente da una cultura e da una tradizione che nulla aveva a che fare con la zona (cioè: non è che il sindaco di Merano avesse deciso di richiamar turisti con attrazioni che ricreavano il Natale dei Caraibi). Da un punto di vista storico ed etnografico, aveva perfettamente senso organizzare manifestazioni natalizie ispirate alle tradizioni germaniche: se vogliamo, in quelle zone ha molto più senso un mercatino “alla tedesca” che non una calza della Befana, essendo quest’ultima una tradizione che storicamente proviene dal Centro Italia.

Gli abitanti del Sud Tirolo si curarono ben poco di queste osservazioni di buon senso.
Cominciarono a protestare, osservando che quella era una falsificazione per acchiappar turisti: in quella zona, argomentavano, nessuno mai aveva organizzato mercatini di Natale a memoria d’uomo (dimenticando tuttavia che la “memoria d’uomo” copre sì e no un’ottantina di anni; forse si spinge un po’ più in là se stiamo parlando di quel tipo d’uomo che da piccolo faceva lunghe chiacchierate coi suoi nonni).
Eppure quei mercatini “alla tedesca”, che avevano sempre caratterizzato il Natale di quelle terre fino a inizio Novecento, erano percepiti dalla popolazione come alieni alla cultura locale. “Perché non rispolverare piuttosto quelle belle usanze dei vecchi tempi, dei nostri Natali da bambini?”, protestavano alcuni cittadini. Che, invocando una maggior cura filologica, proponevano a occhio e croce di riportare in auge quelle tradizioni (spesso d’origine laziale) che avevano cominciato a diffondersi nel Ventennio.  

A corollario di queste polemiche, qualcuno iniziò anche a criticare l’offerta merceologica dei mercatini stessi: quelli che si limitavano a prodotti artigianali storicamente coerenti con l’ambientazione d’altri tempi erano criticati perché “troppo di nicchia” e dunque incapaci di attirare grandi folle; ma là dove le bancarelle esponevano oggetti che avrebbero facilmente potuto esser comprati nei negozi cittadini, l’accusa diventava quella di rovinare l’atmosfera con prodotti comuni e dozzinali. «Fu detto che i mercatini erano troppo commerciali, e anche troppo mondani, o forse troppo storicamente accurati», sintetizza Judith Flanders nel suo saggio Christmas. A History.

E sia chiaro: non è che i tirolesi anni ’60 fossero una popolazione particolarmente brontolona. Il loro è un caso tra mille: ché l’intera Storia dell’umanità è costellata di momenti in cui gruppi di persone iniziarono a contestare il Natale a loro contemporaneo, reputandolo irrimediabilmente diverso dal “vero” Natale della tradizione di cui i nostri antenati avevano assaporato la genuina autenticità.

Un centinaio d’anni fa, «i nostalgici dei bei vecchi tempi rigettavano il Natale del recente passato e disdegnavano Babbo Natale, i buoni sentimenti dickensiani e il pino decorato a festa. […] Una antologia natalizia pubblicata in Gran Bretagna poco dopo la prima guerra mondiale si fece vanto di aver espunto dalla raccolta le canzoni ottocentesche, i riferimenti al Ceppo di Natale, i paesaggi innevati e gli imprenditori gioviali. Persino i pettirossi trovavano un posto in questa lunga hate-list». Diciamo no al Natale delle masse!, invocavano questi tradizionalisti delle feste invernali, sognando celebrazioni «il cui fascino risiedeva proprio nell’assenza di quella confortante familiarità delle tradizioni tanto amate dalla maggioranza delle persone».

E, ovviamente, questi soloni di inizio secolo erano in ottima e consistente compagnia.
Negli anni della Riforma, i Protestanti guardarono con orrore ai modi carnascialeschi e “desacralizzanti” con cui i Cattolici trasformavano in un’allegra festa dei folli i giorni immediatamente successivi al 25 di dicembre. A suon di multe e di divieti abolirono queste celebrazioni popolari, e per rimuovere ogni forma di papismo dai festeggiamenti natalizi misero da parte il personaggio di san Nicola introducendo per la prima volta nella Storia la figura di Gesù Bambino come dispensatore di doni (la stessa che adesso viene invocata qua e là dai cattolici con la nostalgia dei bei vecchi tempi andati, che concordando con Lutero riterrebbero più educativo ricevere doni dal Bambinello che non da Santa Claus).

Il Natale prodigale dei buoni sentimenti, che ruotava attorno all’aiutare i mendicanti e i bisognosi, entrò in odio ai riformatori Puritani, i quali ritenevano che l’unico modo degno per vivere i giorni sacri fosse quello di dedicarsi alla preghiera. Altro che scorpacciate e canzonette! Laddove non arrivarono i Puritani, fu l’Illuminismo a far cadere in disuso quelle pratiche assistenziali (ché nell’era dell’égalité pareva degradante dover passare il Natale a mendicar doni da parte dei più ricchi). L’età vittoriana le recuperò con entusiasmo, la società di metà Novecento le rigettò di nuovo interpretandole come una forma di paternalismo capitalista; la società di oggi tende a rimpiangerle con nostalgia, sospirando al pensiero degli ambienti di lavoro franchi e onesti che c’erano una volta, nei bei vecchi tempi andati (tipo l’età dell’oro in cui viveva David Copperfield).

Il Natale consumista? Suscita indignazione a intervalli alterni a partire da fine Settecento, quando si prese l’abitudine di far doni a parenti e amici (cioè a gente che in sé e per sé non aveva alcun reale bisogno di un regalo), abbandonando invece l’antica tradizione di spendere soldi a favore di chi è meno abbiente (ché sarà pure poco egalitario regalare abiti invernali ai propri dipendenti, ma intanto i dipendenti non se li devono comprar da soli e soprattutto smettono di patire il freddo). “Il Natale ormai è diventata nulla più di una festa commerciale!”, brontolano di tanto in tanto, scuotendo il capo, persone che sognerebbero di veder tornare quelle atmosfere morigerate e pure dal sapore dickensiano. Probabilmente ignorando che il loro mugugno è una letterale citazione di quanto George Bernard Shaw scriveva nel 1897.

Quando nel 1993 The Nightmare Before Christmas fece il suo debutto, la visione del film fu vietata ai minori non accompagnati nel timore che i bambini potessero traumatizzarsi nel vedere mostri e fantasmi andarsene a zonzo in atmosfere natalizie, e per ciò stesso tipicamente allegre e confortanti.
Non si può non sorridere di fronte a questo timore, se si paragona il film di Tim Burton alle trucide leggende natalizie che venivano raccontate un tempo. E tuttavia è pur vero: oggi destano perplessità, accompagnata da un filo di fastidio e di inquietudine, quelle vecchie tradizioni secondo cui, nelle notti cupe del Natale, mostri di ogni tipo calano sulla terra. Nel Medioevo, era attribuita loro una valenza educativa e catechetica; nei secoli della caccia alle streghe, quell’insieme di credenze fu demonizzato e talvolta considerato indizio di stregoneria manifesta. Gli Illuministi guardarono con orrore a questi elementi di folklore, considerandoli relitti di secoli abbrutiti non ancora rischiarati dai lumi della ragione; l’Ottocento li riscoprì e li amò fortemente, cullandosi in quella fascinazione per il macabro e per l’occulto tipica dell’era vittoriana.
Il pendolo del tempo, nel suo incessante muoversi, è tornato al punto in cui il soprannaturale tende a far paura: “ma che brutte e che strane, però, queste storie! Certo che non hanno nulla a che vedere col Natale di noi moderni!” si sente dire chi oggi si diverte a riproporle. Interloquendo con lettori che magari però stravedono per il Canto di Natale, con tutto il suo corollario di fantasmi natalizi latori di redenzione, in pieno stile medievale.

Nell’eterno correre e ricorrere della Storia, il Natale ha mutato aspetto mille volte e mill’altre ancora. «Festa di èlite allargatasi alle masse, ricevimento per adulti trasformato in party per bambini, ricorrenza pubblica da vivere a livello comunitario poi diventata momento di incontri familiari»: così Judith Flanders descrive l’evoluzione che il Natale ebbe lungo i secoli, sottolineando che forse «è proprio questo ciclo di morte e di rinascita a essere il cuore stesso di Natale. Questa festa ci dà come una illusione di stabilità, un’impressione di vivere entro una comunità dalle forti radici; ci offre un modo per credere in un passato immaginario in cui i bambini giocavano sereni per le strade, nessuno sentiva il bisogno di chiudere la porta a chiave e tutti conoscevano i loro vicini».

Lo storico ben sa che tutto questo è nulla più che immaginazione: è una fiaba consolante, è fantasticheria collettiva. «Quando le persone affermano di sentire la mancanza del Natale di una volta, ben pochi intendono che vorrebbero far rivivere quei bei vecchi tempi andati in cui bande di sconosciuti ti si piazzavano nel cortile di casa sparando colpi d’arma da fuoco nel mezzo della notte. Ben pochi di questi nostalgici avvertono il desiderio di andarsene in giro per le strade il giorno di Natale indossando a mo’ di cappello un teschio di cavallo. Ancor meno sono quelli che rimpiangono la frugalità operosa di quando il Natale era l’unico giorno dell’anno in cui le famiglie potevano permettersi di mangiare carne. Nell’affermare di rimpiangere il Natale dei bei tempi andati, queste persone in realtà vogliono dire che sentono la mancanza di quello che noi oggi consideriamo il punto focale delle feste natalizie: non la quotidianità che abbiamo, ma la quotidianità che ci piacerebbe avere in un mondo immaginario in cui la famiglia, la religiosità e le relazioni interpersonali sono solidi caposaldi della società».

Auguri di Natale apparsi ieri mattina sul gruppo Facebook “The Potentially Inappropriate Memebrary for Historians and Literaries” (sì, esiste davvero)

Esiste una deliziosa storiella di Natale a firma di G. K. Chesterton, titolata The Shop of Ghosts.
In un piccolo negozietto senza pretese situato in un quartiere periferico di Londra, un vecchio giocattolaio dalla lunga barba bianca produce balocchi tra i più deliziosi, che dona gratuitamente ai bambini rifiutando ogni tipo di pagamento. A un cliente che sgomento gli chiede il perché di questo comportamento, il vecchietto risponde: “io sono Father Christmas” – un appellativo che, per miglior comprensione, andrebbe letto all’inglese. Prima dell’americanizzazione di metà secolo, Father Christmas in Inghilterra non era in sé e per sé l’omologo del Santa Claus statunitense, ma era più propriamente la personificazione dell’essenza stessa del Natale.

Comprensibilmente sconvolto nel realizzare di essere finito nella fabbrica di giocattoli di Babbo Natale, il cliente si guarda attorno, un po’ sgomento. Non se lo immaginava così, il grande regno del vecchietto panciuto. Se lo immaginava – ecco – un po’ meno modesto, un po’ meno impolverato, un po’ meno mesto. E mentre Father Christmas si piega sul bancone, scosso da un accesso di tosse che non promette niente di buono, il cliente si sente in dovere di domandare: “…serve qualcosa? Mi sembri malato”.
“Certo che sono malato, buon uomo”, risponde flebilmente il vecchietto. “Sto morendo. La gente ha smesso di visitare il mio negozio, dice che distribuisco alla gente sciocche superstizioni. Dice che i miei aspetti religiosi sono troppo religiosi e che i miei aspetti terreni sono troppo terreni. Giuro che non capisco cosa stiano dicendo: come si può accusare qualcuno di essere troppo buono e generoso? Ma una cosa mi è chiara. La modernità avanza, e io sto morendo”.

***

Ma il Natale, lo si sa, è il momento in cui i fantasmi scendono tra i vivi, come spiegano molto bene le tradizioni medievali morte nel Rinascimento e risorte in età vittoriana per poi morire ancora. Proprio mentre lo sgomento cliente osserva con le lacrime agli occhi il povero Babbo Natale, cercando qualcosa di intelligente da dire per alleviare la sua pena, attraversa la porta del negozio un galantuomo dal viso pallido e dallo sguardo luminoso e vivace, avvolto in uno splendido cappotto d’altri tempi. Adocchiando Father Christmas dietro il bancone, l’apparizione sgrana gli occhi. “Come fai a essere ancora vivo dopo tutto questo tempo? Venivo qua proprio per chiedere ai tuoi eredi dove fosse la tomba del mio vecchio amico!”.
Babbo Natale viene scosso da un altro colpo di tosse e solleva stancamente lo sguardo sul fantasma. “Signor Dickens, non abbia fretta, pazienti solo un altro pochettino. Manca davvero poco, ormai”.
“Lo vedo, ma mancava davvero poco anche ai miei tempi…”, ribatte lo spettro di Charles Dickens non senza una nota di perplessità, prima di alzare il tono della voce per urlare “Dick!! Ma ci crederesti? Il vecchio non è ancora morto!”.
In risposta, s’affaccia alla porta la sagoma eterea di un panciuto gentiluomo mezzo sepolto da una parrucca alla moda del Re Sole. “Questo sì che è prodigioso!”, esclama stupefatto. “Ne annunciavo la sua morte a inizio Settecento sullo Spectator”.
“Beh, è stata una lunga malattia”, mormora stancamente Babbo Natale lanciando uno sguardo mesto al nuovo arrivato. “È già da un po’ che non mi sento più quello di un tempo…”.
Ed ecco, attirato dalle chiacchiere dei suoi compari fluttua all’interno del negozio un altro spettro, riccamente vestito con abiti di corte alla moda seicentesca. Lo sguardo che lancia a Father Christmas non potrebbe essere più sconvolto: “ma come! Io ero presente: fu Lord Crowmell a firmare la sua condanna a morte!”.
“Non ho idea di chi sia questo Cromwell”, esclama a quel punto, spuntato da chissà dove, uno spettro che porta a tracolla un arco e una faretra di fattura medievale, “ma quest’uomo era già in agonia quando ancora abitavo a Sherwood!”.
Father Christmas dà un altro colpo di tosse. “Lo so, lo so. Immaginate il mio strazio. È una lunga malattia, la mia. Mi sento male da… non so nemmeno più quanto tempo”.
Da quanto tempo, mio buon amico?”, sussurra d’un tratto il fantasma di Charles Dickens fluttuando verso Babbo Natale. “Credo sia un dettaglio piuttosto importante, a conti fatti. Non è che forse… stai così fin da quando esisti?”.
“Proprio così”, risponde il vecchietto, lasciandosi stancamente cadere sulla seggiola dietro il bancone. “Sono sempre stato molto male, fin da quando ne ho memoria”.
Ed è a quel punto che gli occhi dello spettro di Charles Dickens si illuminano d’un lampo e si riempiono di lacrime traslucide. “Questo spiega tutto!”, grida girandosi verso gli altri spettri della sua brigata. “Capite? Questo può voler dire una sola cosa. Che, a conti fatti, il Natale non morirà mai!”.

10 risposte a "Alla ricerca del Natale autentico dei bei vecchi tempi andati"

  1. Murasaki Shikibu

    Tanti auguri, ma soprattutto grazie davvero per questa splendida carrellata di storie e per questo splendido finale.
    Ah, quei bei Natali della mia infanzia quando le luci dell’albero andavano regolarmente in corto circuito e i panettoni avevano un leggero retrogusto di detersivo! ^_^

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    1. Lucia

      😂
      Ma veramente! Riguardo ai panettoni, io ho proprio l’impressione che ci sia stato un netto miglioramento a partire dagli ultimi dieci anni circa. Mi resta il dubbio se fossero i miei a comprare dei panettoni che facevano schifo o se davvero le ricette si siano affinate / ci sia molta più offerta 😂

      Grazie di cuore per gli auguri e per il gradimento dei miei post, è stata una bella faticaccia far uscire un post al giorno ma sono molto contenta del risultato! Con calma arrivo anche a ritroso a rispondere ai commenti che sono mestamente rimasti lì senza risposta: come sarà facile immaginare, leggevo ma non avevo tempo di rispondere perché impegnata a scrivere come una pazza 🤣

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    1. Lucia

      😅
      In teoria ero partita bene, con Mani di Pasta Frolla (la foodblogger che curava il lato ricette) lavoravamo a questo progetto da inizio agosto. Ma quando intorno all’Immacolata la mia compagna di avventura si è dovuta tirare indietro causa malattia, di fatto ho riscritto la maggior parte dei post perché alcuni non avevano proprio senso senza la ricetta di accompagnamento e altri erano legati a ricette così particolari che non trovavo video o altri siti da linkare per sostituirle.

      Quindi sì: ovviamente non sono così pazza da decidere deliberatamente di scrivere un articolo al giorno per un mese senza organizzarmi per tempo… però di fatto è capitato 😅😂

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