La casetta di gingerbread? In realtà, ci abita la strega di Hänsel e Gretel!

Bambini, date retta a me, non fate come il signor Humperdinck (pensate che ve lo stia dicendo proprio in questi termini, con il tono da mamma chioccia). Se avete una carriera appagante e perfettamente avviata come studente di Architettura, non date retta ai brutti consigli di quegli amici cattivi che vi consigliano di mollare tutto per andare a studiar Composizione. Ché guadagnarsi da vivere componendo canzonette è un mestiere difficile per davvero, e lo era persino ai tempi di Engelbert Humperdinck, che peraltro arrivava da una famiglia di musicisti e dunque era perfettamente consapevole delle sfide che ogni giorno si trova ad affrontare chi decide di sbarcare il lunario a suon di accordi e di partiture.
Insomma, ragazzi: se qualche vostro amico viene da voi suggerendovi di mandare all’aria una brillante carriera universitaria per inseguire sogni e passioni, voi non fate come il signor Humperdinck; non prestate ascolto a queste farneticazioni. Ché al signor Humperdinck andò dannatamente bene, ma non tutti hanno la fortuna di essere baciati da una simile fortuna.

***

Engelbert Humperdinck aveva poco più di vent’anni quando, nel 1876, abbandonò i suoi studi all’università di Colonia per iscriversi al Conservatorio di Monaco di Baviera. La musica gli scorreva nel sangue (suo nonno era stato direttore di coro) e il giovanotto riuscì subito a farsi notare tra tutti gli studenti che frequentavano il corso di Composizione. Vinse numerosi presi che gli permisero di guadagnare una certa fama e di conquistare la benevolenza di alcuni artisti famosi (uno tra tutti: il grandissimo Wagner). Tutto preso dall’urgenza di farsi un nome e di iniziare a frequentare gli ambienti giusti, poco ci mancò che Humperdinck rispondesse male a sua sorella Adelheid, quando quella cominciò a tampinarlo per chiedergli di comporre per lei tre o quattro canzonette da bambini.

Da sempre appassionata di letteratura per l’infanzia e moglie di un uomo che condivideva quella stessa passione per il folklore, Adelheid aveva preso la discutibile abitudine di graziare tutto il parentame con degli “imperdibili” spettacolini teatrali che i suoi figlioletti mettevano in scena durante le riunioni di famiglia, recitando su un copione preparato per loro dalla mamma. Nel momento in cui Adelheid si rese conto di avere a sua disposizione un fratello compositore, gli si accollò come una cozza cominciando a chiedergli canzoncine con cui accompagnare quelle preziose esibizioni. Nel 1890, volendo mettere in scena un adattamento teatrale di Hänsel e Gretel, tanto disse e tanto fece da convincere il povero Humperdinck a comporre per lei quattro canzonette da far intonare agli adorati pargoli.

Humperdinck le fece questo favore “con riluttanza”, come scrivono i suoi biografi usando che quello che è probabilmente l’eufemismo del secolo. Eppure, immergendosi nella lettura di Hänsel e Gretel, il compositore scoprì di essere insolitamente affascinato dalle atmosfere, dai toni, dalle simbologie di quella fiaba. C’era davvero molto materiale di valore in quella che sempre più gli pareva qualcosa di assai più complesso di una banale fiaba per bambini. Dopo aver scritto le quattro canzonette che la sorella gli aveva chiesto, Humperdinck continuò a lavorare sul tema arrivando a comporre una intera opera in tre atti dedicata alla fiaba dei fratelli Grimm.

Quando ritenne d’aver concluso il suo lavoro, inviò a Richard Strauss una copia delle partiture, aspettando ansiosamente un riscontro da parte di quel celebre compositore che Humperdinck, tutto sommato, conosceva solo superficialmente. La risposta di Strauss non si fece attendere troppo… e fu delle più entusiastiche “è veramente un capolavoro di prima categoria; da molto tempo un’opera non mi faceva una tale impressione”.
Fu proprio quel VIP a esporsi in prima persona per mandare in scena, sotto la sua direzione artistica, l’opera di chi – a conti fatti – era giovane compositore ancora abbastanza anonimo tra il grande pubblico. Hänsel e Gretel debuttò nel teatro di Weimar il 23 dicembre 1893, con un cast di tutto rispetto e con scenografie curatissime e fiabesche – e riscosse fin da subito un successo travolgente.

Il soggetto incuriosiva, la trama affascinava; quell’adattamento di una fiaba per l’infanzia piaceva ai bambini tanto quanto ai genitori, che gradivano molto il pensiero di poter dare un corpo ai personaggi di quella fiaba che li aveva accompagnati da piccini.
A un anno dalla prima, quasi tutti i teatri della Germania (e non esagero!) vollero offrire al loro pubblico un adattamento di Hänsel e Gretel, che nel frattempo aveva già attraversato la Manica andando in scena in un teatro di Londra il 26 dicembre 1894.

Era l’inizio di un successo planetario e duraturo, che permise a Humperdinck di guadagnare la fama tanto desiderata (e, unitamente, una certa agiatezza economica). Ma, soprattutto, era l’inizio di una tradizione natalizia che s’affermò in breve tempo e che ancor oggi fa risuonare la sua eco. Tradizionalmente rappresentata nel periodo delle feste, l’Hänsel e Gretel divenne un must per tutte le famiglie dell’alta borghesia che potevano permettersi il lusso di portare a teatro i bambinetti. E generò una moda gastronomica che ancor oggi conosciamo benissimo, sebbene si sia persa la sua associazione originaria con la fiaba dei fratelli Grimm. Avete presente le casette di gingerbread che ancor oggi prepariamo nel periodo di Natale? Quella di cui oggi Mani di pasta frolla vi fornisce la ricetta?
Credeteci o no, ma anticamente c’era una fattucchiera di biscotto che abitava dentro alle casette. I dolcetti, cioè, nascevano a imitazione del cottage zuccherino della strega di Hänsel e Gretel.
Cosa di cui, peraltro, io stessa sono testimone: la mia famiglia sforna casette di pan di zenzero dalla metà degli anni Settanta, quando i miei genitori scoprirono questa tradizione durante un viaggio natalizio in Austria. E vi posso assicurare che il set di formine da biscotto anni Settanta, all’epoca venduto in Austria per costruire la casetta, contiene tra le altre cose anche uno stampino che rappresenta inequivocabilmente la strega cattiva.

***

A onor del vero: se, nell’opera di Humperdinck, la strega di Hänsel e Gretel risiedeva in una casetta di pan di zenzero, i fratelli Grimm ci avevano descritto una soluzione abitativa un po’ diversa. A leggere la versione originale della fiaba, si apprende che la strega cattiva viveva in un cottage “fatto di pane, con un tetto di tegole di biscotto”: una descrizione che mi porta a immaginare qualcosa di ben diverso rispetto alla casetta di pan di zenzero che conosciamo oggi. Ma, evidentemente, nella Germania di fine Ottocento era inconcepibile pensare che qualcuno (ancorché dotato di poteri magici) potesse costruire una casetta edibile con qualcosa di diverso dal pan di zenzero. Piccole casette stilizzate costruite nel gingerbread avevano cominciato a far bella mostra di sé a partire dalla prima metà dell’Ottocento, accompagnando quel profluvio di biscottini delle feste cui venivano date le forme più disparate. Come se non bastasse, il pan di zenzero era da tempo collegato, nell’immaginario popolare, alla pratica delle arti oscure: quando Humperdinck si trovò a dover descrivere la casetta magica di Hänsel e Gretel, non esitò neppure per un istante nel chiedersi se fosse il caso di prendersi quella libertà artistica. Se la prese e basta, trasformando in gingerbread quelle poco invitanti pareti di pane che erano originariamente state descritte dai fratelli Grimm. E alla strega, evidentemente, quel restyling piacque un sacco (scommetto che la aiutò anche ad attirare un maggior numero di vittime!): il pan di zenzero, ormai, era stato associato per sempre alla strega cattiva divora-bambini.

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Quand’è che la casetta di gingerbread perse il suo legame con la strega delle fiabe per diventare semplicemente un gustoso dolce natalizio?
Fu un mutamento molto graduale, che andò per gradi: tutto cominciò attorno agli anni ’40 del Novecento, quando Hänsel e Gretel smise d’essere considerato lo spettacolo natalizio per eccellenza e i teatri cominciarono a preferire produzioni più strettamente collegate al periodo festivo (o comunque più adatte ai gusti del pubblico moderno). Le casette di gingerbread continuarono a essere prodotte, ma gradualmente andò perdendosi quel legame che originariamente le collegava alla fiaba (ormai non più) natalizia. E così, pian piano, le streghe di biscotto cominciarono a sparire dai set di formine e dai ricettari: l’inquietante cottage maledetto si trasformò insomma in una generica casetta di biscotto, elegantemente decorata e ricoperta di spolverate di neve zuccherina.

E passatemi una battuta. Non vorrei dire, ma secondo me questa dimenticanza collettiva è esattamente quel tipo di risultato cui potrebbe puntare una strega che, sentendosi ormai scoperta, vuol far perdere nell’ombra le sue tracce. Chi di noi, oggi, potrebbe pensare che qualche segreto oscuro si celi tra le pareti di biscotto di quella casetta di gingerbread esposta tra i panettoni e i dolcetti di Natale nella panetteria di quartiere?
Nessuno, ovviamente. Che è esattamente la ragione per cui Hänsel e Gretel non ebbero alcun timore nell’aprire quella piccola porticina di biscotto.


Per approfondire:

Humperdinck. A Life of the Composer of Hänsel und Gretel di William Melton
The Oxford Companion to Sugar and Sweets a cura di Darra Goldstein
The Oxford Companion to Fairy Tales a cura di Jack Zipes
The Old Magic of Christmas: Yuletide Traditions for the Darkest Day of the Year di Linda Raedisch

5 risposte a "La casetta di gingerbread? In realtà, ci abita la strega di Hänsel e Gretel!"

    1. Lucia

      Pare (a giudicare da quanto dice Google, io non sono una esperta) che l’opera abbia avuto un successo tale che alcune delle sue arie più celebri sono diventate (magari un po’ riadattate) delle famose canzoncine per l’infanzia di quelle che i bambini canticchiano all’asilo. Un po’ l’omologo del nostro Fra’ Martino per capirci.
      Pensa un po’!

      Piace a 1 persona

      1. phileasfogg2020

        Pensa un po’… devo proprio ascoltarla e scoprire questo mondo. Pensa che qualche hanno fa gli “Amici della musica” con cui ogni tanto andavo all’opera organizzarono una gita alla Scala per andare a vedere quest’opera ma, non conoscendola, non mi fidai a partecipare…

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