La vera storia dell’omino di pan di zenzero

Quando nasce il gingerbread?
Difficile rispondere a questa domanda: sappiamo per certo che biscottini al miele aromatizzati con le spezie erano consumati già nell’Antica Roma e nell’Egitto dei faraoni. Sembrerebbe però che queste preparazioni siano gradualmente scomparse all’aprirsi del Medioevo (epoca in cui, in effetti, le spezie erano merce molto rara) per poi riapparire tutto d’un colpo negli ultimi secoli dell’Età di Mezzo. E quando riapparvero, lo fecero in un luogo che di certo non associamo oggi al gingerbread: nel tardo Medioevo, i biscottini di pan di zenzero andavano per la maggiore tra le corsie degli ospedali.

Gli apotecari ne producevano a chili. I dispensari farmaceutici ce ne restituiscono infinite ricette, nelle quali le spezie erano dosate in proporzioni diverse a seconda del risultato che si sperava di raggiungere.
In modo non dissimile a quanto accadeva agli zuccherini (che nel 1580 furono addirittura utilizzati come farmaco contro la pandemia influenzale che stava falcidiando il mondo), anche i biscotti di pan di zenzero erano considerati un farmaco potente. Si riteneva che le spezie contenute nell’impasto potessero riequilibrare le disfunzioni all’interno dell’organismo, abbassando le febbri, risolvendo i problemi di stomaco, aumentando la fertilità e aiutando a superare la convalescenza. Le donne che avevano appena dato alla luce un figlio ricevevano spesso in dono biscotti speziati con aggiunta di pepe, nella speranza che questo potesse aiutarle a riprendersi dopo le fatiche del parto; più in generale, i dolci di pan di zenzero erano qualcosa da mangiare per aumentare la vigoria o conservare intatta la salute. Il che li rendeva un dono particolarmente gradito da far giungere ai propri amici – perché i gingerbread erano sì un toccasana per l’organismo… ma ovviamente erano anche dannatamente buoni. Un win-win!

Amatissimi e ricercatissimi, i biscottini di pan di zenzero erano anche preziosissimi. Vale a dire che il loro costo elevato li rendeva un cibo per ricchi (oppure un farmaco da comprare a caro prezzo, dando fondo ai risparmi accantonati per le emergenze).
Certo: per le famiglie di discreta agiatezza, c’era pur sempre la possibilità di concedersi un gingerbread di tanto in tanto in occasione degli eventi speciali. I biscottini di pan di zenzero erano spesso un dono galante; venivano consumati in occasione delle feste di famiglia; potevano essere impiegati a mo’ di bomboniera durante i battesimi e i matrimoni.

In questo caso, tenuto conto dell’impiego festivo che avrebbero avuto queste prelibatezze, si prediligeva l’acquisto di biscotti con un aspetto esteticamente gradevole. Le spezierie più fornite ne avevano sempre un buon assortimento, con dolcetti di varia forma pronti per ogni possibile occasione d’uso. Piccoli gingerbread a forma di cuore erano il regalo galante per eccellenza, ma non mancavano nemmeno coppiette di sposini di pan di zenzero da distribuire ai matrimoni (…o da usarsi per accompagnare il fatidico momento del “mi vuoi sposare?”, in un’epoca in cui nessuno si curava degli anelli). In occasione delle grandi feste cittadine, erano messi in vendita biscottini con le sembianze del santo patrono; quasi sempre, le famiglie aristocratiche conservavano nelle loro cucine degli stampini raffiguranti il loro stemma araldico, grazie ai quali preparare dolcetti molto chic da distribuire ai loro ospiti.
Non è storicamente documentata (ma visto il contesto è certamente verosimile) la storiella che spesso viene raccontata a proposito di Elisabetta Tudor, la quale un giorno avrebbe deciso di sorprendere i suoi alti dignitari donando a ognuno di loro un grosso omino di pan di zenzero che riproduceva in modo esatto le loro fattezze.

Sì: perché, gli omini di pan di zenzero di una volta erano qualcosa di ben diverso dai biscottini dalle forme stilizzate che oggi associamo al periodo invernale. Non erano ottenuti utilizzando dei coppapasta da premere sul pan di zenzero come facciamo oggi; erano ottenuti premendo l’impasto su stampi in legno riccamente intagliati, che restituivano una immagine in 3D dell’omino da ritrarre. Per quanto non sia documentato il fatterello che si racconta riguardo Elisabetta Tudor, è assolutamente plausibile pensare che le famiglie più ricche potessero commissionare ad abili artigiani degli stampini fatti su misura, capaci di raffigurare con un certo grado di dettaglio i singoli membri della famiglia. Il risultato, insomma, doveva essere qualcosa di simile a una statuetta di biscotto, come questa simpatica cuoca vittoriana ci mostra in questo video:

Ahimè: le cose belle hanno sempre il loro costo, e biscottini così elaborati erano evidentemente appannaggio di pochi (o, quantomeno, cibo di lusso da procurarsi in occasioni rarissime e speciali). Tra il XVII e il XIX secolo, i dolcetti di pan di zenzero cominciarono gradualmente a perdere prestigio: divenuta ormai evidente la loro scarsa (ahinoi) utilità a scopo medico, i gingerbread restarono sul mercato come dolcetti festivi… che avevano l’unico merito di esser buoni da mangiare. Mentre il costo dello zenzero (e delle spezie in generale) si abbassava gradualmente, anche i biscottini diventano accessibili a fasce sempre più ampie della popolazione. Ben presto, le famiglie cominciarono a prepararli direttamente a casa, senza più dover ricorrere alla mediazione dell’apotecario; a quel punto, l’artigianalità della preparazione (e la produzione industriale di formine per biscotto fortemente stilizzate, e dunque più economiche) diminuirono drasticamente il grado di dettaglio degli omini di pan di zenzero.

Quelli che un tempo erano dei veri e propri ometti in miniatura si trasformarono in biscottini dalla forma stilizzata, che tutt’al più vengono decorati dopo la cottura con aggiunta di dettagli in glassa colorata. Verrebbe quasi da dire che gli ometti di pan di zenzero che conosciamo oggi sono ometti di biscotto proletari, adatti alle esigenze di famigliole senza troppi grilli per la testa. Ben più semplici e decisamente più infantili rispetto agli elaborati dolci di una volta… ma non per questo meno adorabili. Anzi!


Per approfondire:

The Oxford Companion to Sugar and Sweets a cura di Darra Goldstein
At Christmas We Feast: Festive Food Through the Ages di Annie Gray

19 risposte a "La vera storia dell’omino di pan di zenzero"

    1. Lucia

      A me piace moltissimo, e dirò di più: in un’epoca in cui è pieno di gente pronta a dar credito alle teorie mediche più strampalate, penso che io darò un certo credito agli scritti dei medici medievali e passerò le prossime settimane a mangiare pan di zenzero in quantità industriale nella speranza che davvero aiuti l’organismo a conservare la salute e combattere infezioni varie.

      😂

      Magari non funziona però oh, better safe than sorry, no? 😜

      (P.S. Grazie per tutti i commenti, sono prevedibilmente pienissima di impegni pre-natalizi e la stesura di questi articoletti mi porta sempre via un po’ di tempo, ma anche io mi rimetto in pari con le risposte durante le feste eh 😅)

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        1. Lucia

          Sì, infatti pare che sia proprio la Germania la patria dei biscottini speziati!
          Poi l’Inghilterra li ha fatti suoi e ha contribuito a renderli popolari, ma per tutto il corso del Medioevo i migliori biscottini arrivavano dalla Germania (da Norimberga in particolare, se non ricordo male).

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    1. Lucia

      😁
      Secondo me se la giocano con i biscotti al burro (altra mia grande passione), anche se quelli speziati secondo me vincono facile. Davvero, basta cambiare di tanto in tanto il mix di spezie e muta subito il sapore!

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  1. Pingback: Come trasformare un omino di pan di zenzero in una bambola voodoo in poche, facili mosse – Una penna spuntata

  2. Pingback: La casetta di gingerbread? In realtà, ci abita la strega di Hänsel e Gretel! – Una penna spuntata

    1. Lucia

      😁
      Non so nemmeno se sia l’utilizzo più corretto in assoluto, cioè non so se è un sinonimo perfetto di “formina per biscotto”. Credo che più propriamente il coppapasta si usi per tagliare la pasta tipo quella per le lasagne, per capirci.
      Però, per non fare troppe ripetizioni nel testo… 😛

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          1. Lucia

            Ma io devo dire che guardo sempre con una certa apatia tutti questi impiattamenti scenografici che vanno di moda adesso. Boh?
            Per carità, mi rendo perfettamente conto che non è così facile ricrearli e che a conti fatti quella che viene servita in tavola è, così vogliamo dire, una piccola “opera d’arte” fatta con il cibo. Ma devo dire che io personalmente non ne sento proprio l’esigenza: ok sì, carini da vedere e indubbiamente belli da fotografare per conservare il ricordo, però boh. Un risotto e è un risotto, che diamine 😂

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          2. phileasfogg2020

            esatto, questo è il mio pensiero! Diciamo che l’ideale sarebbe un compromesso tra eleganza e sostanziosità del piatto… a me la mini razione super elaborata delude, anche perché di solito se vado al ristorante è anche per nutrire lo stomaco, non solo gli occhi… questo vale in particolare per il risotto perché è un cibo che si intreccia con i ricordi della nonna che ne serviva dei piattoni fumanti che non dimenticherò mai 🙂

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          3. Lucia

            Per me, devo dire, non è nemmeno questione di sostanziosità. Nel senso che io sono una di stomaco abbastanza piccolo; se cucino più portate (cosa che in genere faccio solo nelle grandi occasioni, tipo Natale etc, sennò ci basta un piatto unico), anche io tendo a preparare piatti non troppo sostanziosi, perché non amo alzarmi dalla tavola con quel senso di “stomaco pieno che appesantisce”.
            Quindi in teoria il piatto mezzo vuoto perché hai già mangiato l’antipasto e dopo ti arriva il secondo, a me sta anche bene.

            Più che altro trovo che ultimamente la ricerca estetica sia diventata un po’ troppo preponderante, non so se mi spiego, e che spesso il cliente si ritrovi a pagare anche per la bellezza del piatto (e giustamente, eh, perché è ovvio che una torta di pasticceria superscenografica richiede più lavoro di una torta di pasticceria “normale” che non bada troppo all’aspetto scenico).

            E ci sta, per carità.
            Ma per quei poveri disgraziati a cui non gliene può importar di meno di avere la torta super scenica perché a loro interessa solo mangiarla, che alternativa rimane? XD

            Ma son mode, eh. Non mi ci lamento troppo, anche queste cose vanno a momenti e cicli 😉

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          4. phileasfogg2020

            Sono d’accordo con te. A casa pure io mi sono abituato a razioni moderate (a parte il caso del risotto 😂) e mi sono abituato a non aspettare di sentire appunto lo stomaco pieno. Questo ha dato i suoi risultati, la linea ne ha decisamente beneficiato.
            Al ristorante però il piatto che consiste in una piccola degustazione di un cibo mi lascia… l’amaro in bocca. Diciamo che dopo un po’ i posti che servono piatti così li riconosci: dall’ambiente, dai prezzi, da come presentano il menu…

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