Quaresima in cucina

La Quaresima in cucina

Quest’anno, a differenza dell’anno scorso, preparando i miei post quaresimali ho deciso di darmi un tema.
Come si poteva forse intuire dal nome della categoria che racchiude questi post, il tema di quest’anno è il cibo. Il cibo in relazione alla Pasqua o alla Quaresima, ça va sans dire.
(E… no, non spaventatevi, non fate quella faccia: non voglio trasformarmi in un blog di ricette; voglio parlarvi di curiosità e folklore!)

A questo punto, qualcuno di voi potrebbe legittimamente chiedersi: ma perché, proprio il cibo? Con tutte le cose belle di cui parlare sotto Pasqua…
Ebbeh, potrei rispondervi: io trovo che il cibo quaresimale sia una cosa bellissima di cui parlare. E anzi: di tanto in tanto, mi vien quasi l’impressione che, talvolta, se ne parli forse troppo poco.

Povero cibo.
Giusto perché è quaresimale (modesto, di magro, sciapo) tutti quanti me lo snobbano.

Per quanto mi riguarda, invece, questa cosa del cibo in Quaresima mi ha sempre affascinata un sacco.
Mi affascina un sacco innanzi tutto da una prospettiva storica: al giorno d’oggi, capita addirittura che i più giovani non sappiano proprio come mai si mangia di magro alla Vigilia di Natale, o perché tradizionalmente si cucini pesce il venerdì… eppure, continuano a farlo. Senza fiatare. Si tratta di usanze che si sono impresse nella nostra cultura, nelle nostre tradizioni, e nella nostra vita quotidiana, grazie a duemila anni di cristianesimo… e duemila anni di cristianesimo incidono profondamente su una società. La plasmano, la modellano, la scolpiscono a loro immagine e somiglianza.
E pazienza se la gente cucina il capitone alla Vigilia di Natale senza sapere come mai lo sta facendo, al di fuori del fatto che “si è sempre fatto così”. A me basta già solo quello, per sorridere felice: è l’ennesima conferma del fatto che la nostra cultura è cristiana fin nel midollo, anche se qualcuno non vorrebbe ammetterlo.

In secondo luogo, il cibo quaresimale mi piace anche per una questione… come dire?… comunitaria.
Mi piace pensare che, mentre scrivo, miliardi di cattolici sparsi per il pianeta stanno seguendo esattamente lo stesso menù che sto seguendo io, e che la cosa andrà avanti così fino alla domenica di Pasqua. Sarà pure una stupidaggine, ma questo mi fa sentire veramente parte di una comunità. Concretamente; materialmente; con la mente e con il corpo.

E poi… e poi, vabbeh: il fatto è che ho scoperto che di cose da raccontare, circa il cibo di Pasqua e della Quaresima, ce ne sono veramente tante! Fino a un paio di secoli fa, il pranzo della Pasqua era infinitamente più ricco e più costoso di quello del Natale o della festa del Santo Patrono: c’era tutto un universo di folklore, usanze, decorazioni e giochi che non avrebbe niente da invidiare alle care e vecchie tradizioni natalizie.
È un peccato che le tradizioni natalizie siano rimaste più o meno immutate attraverso i secoli, e che quelle pasquali rischino di cadere pian piano nel dimenticatoio.
Val la pena di riportarle in auge, trovo.

E poi, sotto sotto, c’è anche da dire questo: che io ho cominciato a sentire veramente la Quaresima – e la Pasqua – quando ho cominciato a prendere sul serio questa faccenda del digiuno. Perché noi siamo uomini e siamo fatti di carne ed ossa: ed io trovo incredibilmente utile una disciplina che ti aiuta a vivere questo periodo non solamente in maniera intellettuale, ma anche in una maniera che è decisamente fisica.

Rinunciare a Facebook, alla televisione, o alle uscite il sabato sera, è una cosa ammirevolissima, e spesso faccio anch’io dei fioretti simili… però, non so fino a che punto queste cose ti aiutino a sentire fisicamente, fin dentro le tue viscere, l’attesa spasmodica per Pasqua man mano che passano le ore che ti separano dalla Veglia.
E secondo me ti godi la festa in modo incredibilmente più sentito, se l’hai attesa in questo modo. O quantomeno: per me è così. Ed è così bello che mi vien quasi da consigliarlo agli altri; per la serie, provate per credere.

E da questo punto di vista, allora, mi sembra incredibilmente gustoso e dolce, far Quaresima anche in cucina. Prendetemi per matta… ma, a me, piace veramente un sacco.

17 thoughts on “La Quaresima in cucina

  1. E, soprattutto…
    Prima di lanciarmi in questa serie di post, ho fatto un sondaggio su Facebook. “Ma se faccio dei post così e così, siete contenti oppure mi prendete per cretina?”.
    C’è stato un inaspettato coro di risposte entusiastiche.

    Per cui, se a voi non ve ne potrebbe importar di meno della cucina… prendetevela con quelli che stavano su Facebook, ecco! ;-P

  2. E’ un bel tema! Mi piacerà molto leggere questi post.
    Parlo solo per me ma dato il mio carattere in fondo rinunciare a mangiare non avrebbe lo stesso impatto di altre rinunce, per me molto molto più difficili.

  3. Oddio… il magro la vigilia di Natale?
    Mi stai mettendo davvero in crisi: nella mia famiglia il piatto tipico della vigilia sono sempre stati tortellini in brodo e arrosti vari. Eppure ho sempre pensato che fossimo tendenzialmente cattolici. ;)
    Ma sei sicura che il capitone non sia una tradizione regionale?

    Jacopo

  4. Sì sì io sono tra quelli che su FB hanno votato sì! Dunque io ho un paradosso: a volte il cibo “di magro” risulta più buono e quindi meno “penitenziale” di quello normale. Nella mia famiglia per es. abbiamo spesso fatto questa riflessione: a noi la carne non piace granché; la mangiamo due volte a settimana ma più “per dovere” che per piacere. In Quaresima, il venerdì mangiamo pesce o altro cibo che non sia carne. Ebbene, più che una penitenza è un piacere… quasi quasi per fare penitenza dovremmo mangiarci una bistecchina di pollo proprio al venerdì!

    1. Ehehe, è lo stesso dramma di mia madre!
      Mia mamma ama moltissimo le verdure, anche così “al naturale” (senza particolari condimenti ecc.), e invece detesta la carne. Ne mangia solamente pochi tipi e fa comunque fatica a ingoiarla, le sente “i nervetti” (?) e questo le fa venir la nausea. La capisco perché ad esempio a me vien la nausea a mangiare certe verdure che sento particolarmente “viscide”, a ognuno il suo.
      Fatto sta che mia mamma dice che… sissì, per carità, nei giorni di astinenza lei fa astinenza, potrebbe pure farsi una intera Quaresima senza mai toccare carne… ma sarebbe una goduria: la vera penitenza, per lei, consisterebbe piuttosto nell’andare al ristorante e ordinare una fiorentina :-DD

      Per “fortuna” io, invece, vado matta per la carne e detesto cordialmente il pesce (ne mangio pochi tipi, e anche lì è comunque un bello sforzo)… quindi, nel mio caso, la penitenza è proprio una vera penitenza. Bleargh >.>

  5. Viene in mente l’episodio della vita di San Francesco, quando, dato che il Natale cadeva di venerdì (e l’astinenza dalle carni valeva per tutto l’anno), il cuoco del convento chiese dubbioso al santo se si dovesse o meno osservare il precetto. Sapientemente Francesco rispose: “Faresti peccato, o fratello, chiamando “venerdì” il giorno in cui è nato Gesù. Vorrei che in un giorno come quello mangiassero carne anche le pareti e, non potendolo, ne fossero almeno unte di fuori”.

    Come dire: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2,27).”
    …e anche il venerdì…:)

  6. Secondo me, non sei affatto cretina, anzi: sono già in attesa con l’acquolina in bocca delle prossime ricette!

    Una persona che conosco ha iniziato anche lei a prendere sul serio il digiuno, almeno al Venerdì Santo, e mi ha assicurato che la fame si sente, eccome! Penso che sia un modo per sentirsi più vicini alla Chiesa-Sposa che è in lutto per lo Sposo, o sbaglio?

    1. Guarda: io, da qualche anno, ho cominciato a prendere sul serio digiuno il Venerdì Santo e anche – nella misura in cui ce la faccio, se vedo che ce la faccio – il Sabato Santo. E in ogni caso, il Sabato Santo mangio comunque solo pane e acqua. E’ una cosa assolutamente facoltativa suggerita a chi si sente in grado di sopportarla: io ho un metabolismo stranissimo grazie al quale riesco a sopportarla benone, non mi risulta nemmeno un grosso sacrificio a livello fisico (incredibile ma vero), e quindi ci provo sempre.
      Ecco: quando parlo della bellezza del digiuno, io penso soprattutto al Sabato Santo. Perché il venerdì, sì, ho fame, e lo trovo un ottimo aiuto per sentirsi veramente in lutto e bla bla bla; il sabato, invece, la fame mi è passata… ed è subentrato un senso di attesa. Forte. Almeno nel mio caso, io continuo a far tutte le mie cose ma vedo proprio che la mia attenzione è in gran parte focalizzata sul fatto che fra [tot.] ore comincia la Veglia di Pasqua, che meraviglia!, e sento veramente questa attesa – ma proprio a livello fisico, nella mente e nel corpo! – che, diversamente, non provavo assolutamente.
      E poi, da quando entro in chiesa a quando torno a casa dopo la Messa e mi metto a tavola per fare finalmente un pasto serio con tutti i miei cibi preferiti, è una festa continua e ininterrotta.
      Penso a quegli ordini che, nel Medio Evo, facevano digiuno stretto per tutta quanta la Quaresima (un solo pasto a metà giornata, cibo cattivo e povero, e avanti così per quaranta giorni). Può sembrare una scemenza ma secondo me era una disciplina utilissima, invece: perché, proprio come dice Ilaria, doveva senz’altro esserci una attesa spirituale ma anche profondamente fisica allo stesso tempo…
      …e, non so: secondo me, questo aiuta tanto a vivere la festa :-)

  7. Io sono “dipendente” dal cioccolato… ogni giorno mi devo mangiare il mio quadratino di cioccolato per funzionare, e in generale insomma, abbastanza spesso una pasta alla crema cade nelle mie grinfie. Sono golosa. Perciò ricordo delle Quaresime veramente penitenti che mi sono imposta… in cui per quei 40 e dico 40 giorni consecutivi sono riuscita a non toccare neanche una briciolina di cioccolato né di altro tipo di dolce. A ripensarci adesso mi sento quasi eroica a esserci riuscita. Allora provavo quel che dici tu nell’aspettare la Pasqua, cioè effettivamente sentivo quell’effetto fisico e non solo spirituale cui ti riferisci tu nel post, e devo dire che era veramente qualcosa di forte.

    1. Vero? :-)
      Guarda, ti racconto questa perché fa ridere: la mia rinuncia quaresimale più pesante, un anno, è stata la rinuncia ad ogni tipo di acquisto superfluo. Detta così fa ridere (e riflettere…), ma, alla lunga, è stata pesante per davvero. “Acquisto superfluo” vuol dire che non compravo niente che non fosse strettamente necessario a un’economia di pura sussistenza: niente caffè alla macchinetta a metà giornata, niente vestito-ommioddio-cercavo-una-vestito-simile-da-tre-anni-e-adesso-è-qui-in-offerta, niente shampoo preferito perché ce n’è uno che fa schifo però costa di meno e quindi comperiamo quello, e così via dicendo. Non avrei detto, ma dopo un mese era diventato molto pesante (e dire che io non sono una che va a fare shopping per divertirsi o cose del genere; non avrei mai detto – è una cosa che mi ha fatto riflettere molto, per inciso).

      Comunque: la mia rinuncia quaresimale più pesante – incredibile ma vero – è stata questa. Dopo un po’, non ne potevo veramente più. Però – non so come spiegarmi – non è che sabato santo avessi una voglia fisica di andare a fare compere (LOL): è stata una rinuncia, okay, e ho fatto penitenza… però, quell’effetto fisico che dici tu, e che dico anch’io, è proprio un’altra cosa :-)
      Non è che sia meglio; è solo che io lo trovo di grande aiuto, nell’aspettare la Pasqua; è bello. In effetti è qualcosa di veramente forte, come dici tu :-)

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