Quand’è che cominciammo a “esser tutti più buoni” nel giorno di Natale?

Pensate che il mutamento di cuore di Ebenezer Scrooge sia solamente una graziosa trama da romanzo, una di quelle storie troppo belle per esser vere che esistono solamente nella letteratura?

Ecco, no. Se davvero ci fu un prodigio che Charles Dickens riuscì a compiere attraverso lo straordinario successo editoriale di A Christmas Carol, non fu tanto il fatto di “aver inventato il Natale moderno”, come spesso si sente dire. Dickens, a onor del vero, fece molto di più: rese popolare quell’idea di Natale come giorno in cui bisogna esser tutti più buoni. Con il sottinteso neanche troppo implicito: per chi ha la fortuna di aver soldi da buttare, bontà e munificenza sono amiche strette che amano camminare assieme tenendosi sotto braccio.

Gli anni in cui Charles Dickens scriveva A Christmas Carol erano anni di fortissime tensioni sociali. Una classe povera sempre più povera veniva sfruttata sempre più duramente da industriali sempre più ricchi. Le condizioni di lavoro diventavano spesso alienanti, le proteste sindacali delle Trade Unions erano all’ordine del giorno, lo sfruttamento minorile era una piaga nota a tutti (e denunciata a più riprese da quotidiani, romanzi, politici, pamphlet). Sembrava insomma che dovesse essere incolmabile la frattura tra quelle due parti della società: tra ricchi e poveri, tra dipendenti e imprenditori, tra basso proletariato e alta borghesia.

Ebbene: in un certo, A Christmas Carol riuscì a proporre una soluzione realistica con cui risolvere questo problema. Per dirla con le parole di Ronald Hutton, “il Natale dipinto da Charles Dickens investì il materialismo di qualità spirituali che permettevano ai nuovi-ricchi di godere del loro benessere” (a patto di farlo con una certa bontà di cuore). Profondamente cambiato dopo la provvidenziale apparizione dei tre spettri che lo visitano la notte di Natale, Scrooge non decide di rivoluzionare la sua vita donando ai poveri tutti i suoi averi, convertendo la sua casa in un orfanotrofio e trasformando la sua impresa in una pia opera assistenziale.
Niente affatto: molto più realisticamente, si limita a piccole (grandi) rivoluzioni, teoricamente alla portata di qualsiasi uomo nelle sue stesse condizioni. Offre al suo impiegato un aumento salariale (di cui, a onor del vero, non conosciamo neanche la consistenza) e inizia a rapportarsi al suo denaro con una generosità mai sperimentata prima. Ma, sotto sotto, non stiamo parlando di una rivoluzione chissà quanto eclatante: all’atto pratico, quelli di Scrooge sono piccoli cambiamenti alla portata di tutti, facilmente attuabili anche senza dover ribaltare la propria esistenza.

E infatti furono attuati.

“A Natale bisogna essere più buoni e aiutare chi ha bisogno” divenne una sorta di comandamento laico la cui osservanza assurgeva a imperativo morale. Nell’arco di pochi anni, ad esempio, il Regno Unito registrò un boom di organizzazioni caritative che nascevano con lo scopo di assicurare un Natale sereno e un pasto caldo anche ai bisognosi.
Chi non era così malmesso da dover ricorrere alla beneficenza si industriò per creare piccole occasioni di guadagno extra grazie alle quali mettere da parte quel tanto che bastava per trascorrere in serenità le feste. I venditori porta a porta che offrivano piccoli gingilli e i Christmas carolers che donavano canti sperando in una piccola ricompensa (ri)cominciarono a essere guardati con simpatia e accolti con un gran sorriso sulle labbra. Sì, è fastidioso esser tempestati di visite da gente che pretende soldi in cambio di canzoncine o oggetti mai richiesti… ma in fin dei conti, a Natale bisogna essere più buoni, anche a costo di allungare due spicci a quel coretto stonato di bimbetti smunti e infreddoliti.

L’oca arrosto che, nel romanzo dickensiano, i Cratchit gustano il giorno di Natale divenne (ancor più di quanto non fosse prima) il cibo festivo per eccellenza per tutte le famiglie che non potevano permettersi pranzi a base di ingredienti più costosi. Credeteci o no, ma il pranzo di Natale si poteva addirittura comprare a rate: aderendo a uno dei tanti Goose Club che nacquero nella seconda metà dell’Ottocento, le famiglie della classe media potevano assicurarselo a un prezzo calmierato a fronte di un piano di accantonamento che aveva luogo tramite piccole quote da versare a cadenza mensile o settimanale. E in nome dell’oca arrosto, persino Mani di pasta frolla ha voluto, nonostante il malessere, pubblicare la ricetta di questo piatto dal sapore antico: andate sul suo blog se siete alla ricerca di un secondo diverso dal solito… ma poi tornate qui, ché la mia storia non è finita.

Non è finita perché, entro la fine dell’Ottocento, questa ondata di buonismo natalizio aveva investito addirittura le istituzioni. Nel 1871, il Bank Holiday Act ripristinò il 26 dicembre come giornata festiva in tutto il Regno Unito, e lo fece sull’esempio di quei tanti datori di lavoro che spontaneamente avevano già deciso di garantire ai loro dipendenti un giorno di riposo extra da passare con le loro famiglie.
Più o meno nello stesso periodo di tempo, alcuni giornalisti denunciavano polemicamente come i carcerati avessero dei Natali molto più opulenti della famiglia-media… il che, in effetti, era probabilmente anche vero, considerato che gli ospiti delle prigioni dell’epoca venivano rimpinzati il 25 dicembre con menù festivi di tutto rispetto. Fino a tal punto, arrivava la premura di chi si voleva assicurare che proprio nessuno dovesse trascorrere un Natale di stenti e di tristezza!

A buon diritto, qualcuno potrebbe obiettare che c’era una certa dose di ipocrisia in una società che ingozzava come i capponi persino i carcerati, in nome della “magia del Natale”, ma per i restanti trecentosessantaquattro giorni del calendario continuava a chiudere un occhio di fronte a situazioni di sfruttamento e di miseria estrema. È un’obiezione che ha ragion d’essere, indubbiamente, ma forse un uomo d’età vittoriana avrebbe risposto “è pur sempre meglio di uno sputo in faccia”. Accadeva solo una volta all’anno; ma, in quel giorno speciale, davvero tutti avevano, almeno sulla carta, la chance di godere e riposare. Era nata quella “magia del Natale” che (piaccia o no) ci accompagna ancor oggi.


Come al solito, per approfondire:

The Stations of the Sun. A History of the Ritual Year in Britain di Ronald Hutton
At Christmas We Feast. Festive Food Through the Ages di Annie Gray

4 risposte a "Quand’è che cominciammo a “esser tutti più buoni” nel giorno di Natale?"

  1. Francesca

    “Era nata quella “magia del Natale” che (piaccia o no) ci accompagna ancor oggi”.

    Sì, quadra, anche insieme all’altro articolo su Dickens e su tutte le componenti sociali che contribuirono al risultato.
    Ma mi manca un collegamento più diretto tra il mondo anglosassone e quello latino-italiano… Il libro quando viene tradotto in italiano? Ha lo stesso successo in Italia e/o in altri Paesi del “continente”?
    Mi sembra che a quei tempi i mezzi di comunicazione non fossero efficaci come quelli di oggi che fanno instaurare una moda in pochi giorni/mesi da un posto all’altro…

    Oppure abbiamo dovuto aspettare che la cosa passasse culturalmente agli americani e che dopo il loro sbarco (Seconda Guerra mondiale) in Europa… Arrivasse anche qui l’idea?
    A me viene in mente che possa essere accaduto così… Oppure ci sono altri fattori (molto più ampi) nella cultura e nella società europea… Ma al momento devo dire che li ignoro… (o forse dovrei solo rinfrescare la memoria di altri eventi storici che ora come ora non mi vengono in mente)

    Intanto grazie per tutti gli articoli natalizi 🙂

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  2. Francesca

    P.s.
    Avevo già letto anche l’articolo sul Natale settecentesco… e poco fa l’ho “ripassato”, ma anche lì – seppure la Rivoluzione francese sia più vicina a noi – mi mancherebbe qualche elemento più “decisivo” per l’influenza sugli italiani. Forse il secondo dopoguerra e gli americani sono stati il vero link per noi.
    Cosa ne pensi?
    (se non sei troppo occupata come presumo che tu sia)
    In ogni caso lascio qui la mia riflessione… Se passa qualcuno e pensa di avere una risposta.
    Grazie 😇

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  3. sircliges

    Interessante la storia di come nasce l’usanza dell’oca di Natale, per gli appassionati di Sherlock Holmes c’è un suo racconto, “L’avventura del carbonchio azzurro”, che è tutto basato sul problema di risalire attraverso mille piccoli indizi allo sconosciuto proprietario di un’oca di Natale collegata al furto di un famoso gioiello.

    Adesso che ho imparato il dettaglio dei “Goose Club”, capisco meglio perché Holmes a un certo punto va proprio in un certo posto a cercare il prossimo indizio.

    PS il racconto è famoso perché Conan Doyle fa lo sfondone peggiore della sua carriera, dice che il gioiello era nascosto nel gozzo dell’oca, tuttavia (così apprendo) le oche non hanno il gozzo.

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  4. Pingback: Alla ricerca del Natale autentico dei bei vecchi tempi andati – Una penna spuntata

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