Quel mortale tutù sessista

Fashion Victims Copertina LibroUn libro favoloso, unico nel suo genere, gustosissimo, pieno di immagini, che vi consiglio spassionatamente per voi e soprattutto per un regalo originale a terzi, è quel gioiellino di Fashion Victims pubblicato dall’editrice Bloomsbury.

Le Victims del caso non sono le spendaccione che, a fine mese, si trovano con l’armadio inutilmente pieno e il conto in banca desolatamente vuoto. No, no: sono letterali vittime della moda – ovverosia individui che, nel corso dei secoli, sono andati incontro a malattie e incidenti, più o meno mortali, a causa della bizzarria di questo o quel diktat stilistico.

Per intenderci: avete presente i famosi corsetti delle donne vittoriane, così stretti da poter causare, effettivamente, problemi al torace? Ecco: nel corso dei secoli, la moda ha riservato questi ed altri scherzetti ai malcapitati che hanno avuto la sfortuna di diventare suoi schiavi.

Una delle storie raccontate da Fashion Victims, però, non me la immaginavo proprio. Ed è una storia da raccontare!, anche solo per consolarci un po’ pensando che “ogni tempo è paese”. La prossima volta che in televisione sentiremo di quella starlet oggetto di velate molestie, di quella top-model ridotta a corpo sessualizzato senz’anima… beh, consoliamoci (?): queste carinerie non sono esclusiva dei nostri tempi.

***

Anno del Signore 1661: a Parigi, il Re Sole fonda l’Académie royale de danse. Potremmo dire che quello è l’atto di nascita della danza classica: il balletto come lo conosciamo oggi nasce tra le aule dell’Académie e pian piano comincia a codificarsi, trovando poi il suo periodo di massimo splendore sotto l’influenza del Romanticismo. Intorno agli anni ’30 dell’Ottocento, la ballerina di danza classica assume l’aspetto con cui tutti noi ancor oggi la immaginiamo: scarpette a punta, chignon raccolto, tutù bianco e vaporoso a sottolineare la sua leggerezza quasi antimaterica.

Adesso, lasciamo perdere per amor di discussione le scarpe a punta delle ballerine (che comunque sì, fanno un male boia borca la miseria) e focalizziamoci sul vero dramma delle danzatrici ottocentesche: il tutù.
Tanto bellino e tanto romantico e poetico finché volete… ma gli scandali che hanno dato vita al #MeToo sono niente, al confronto!

Sylphide_-Marie_Taglioni_-1832_-2
Maria Taglioni in “La Sylphide” (1832)

La prima ballerina ad esibirsi in un tutù è, nel 1832, l’italiana Maria Taglioni. Il suo abito di scena, così diverso dai canoni dell’epoca, fece scalpore – e non a torto, direi. A parte il fatto che quella vaporosa gonna in tulle, lasciando scoperte le caviglie e i polpacci, appariva agli occhi degli spettatori come qualcosa di incredibilmente audace, è ovvio che se il tuo stile di ballo è composto al 70% da saltelli e mosse dei piedi, è pure ragionevole che i tuoi costumi di scena ti aiutino a enfatizzare questi tuoi sforzi atletici.

…sì sì per carità.
Nessuno lo nega, per l’amor del cielo.
Il fatto è che, a quanto pare, il tutù guadagnò una così immediata popolarità non perché permetteva agli spettatori di ammirare meglio i virtuosismi della ballerina, ma perché permetteva agli spettatori maschi di sbavare, impuniti, su due gran bei pezzi di gambe nude.  

Sembra una cosa da niente, o tutt’al più da “eh, così va il mondo”… ma invece no.
Perché quando il tutù cominciò a imporsi come abito da scena per eccellenza nei camerini delle ballerine di tutto il mondo, ecco che cominciò, più o meno in contemporanea, uno stillicidio di morti sul lavoro, a catena.
Come scrive l’autore di Fashion Victims,

quando l’imperativo di una messa in scena accattivante cominciò a pesare più delle necessità pratiche del lavoro, questo fece sì che le gambe delle ballerine venissero improvvisamente esposte non solo agli occhi degli spettatori, ma anche a quelle che autori dell’epoca definivano le “leccate” delle lampade a gas,

rigorosamente disposte sul pavimento del palcoscenico, in maniera tale da illuminare la scena dal basso verso l’alto.

Nei teatri, infatti, le luci di scena erano disposte in maniera da illuminare in particolar modo le gambe delle ballerine. La consapevolezza di come le danzatrici fossero oggetto degli sguardi maschili spinse i produttori teatrali e i costumisti ad abbigliare le ballerine con abiti pericolosi per la loro sicurezza, pur di attirare in platea galantuomini facoltosi il cui mecenatismo costituiva un’importante fonte di reddito per le compagnie di danza.

Peccato che, per un pugno di soldi, si siano vendute non solo la dignità personale delle ballerine (improvvisamente ridotte a oggetto di sollazzo per le fantasie altrui), ma anche la loro incolumità e la loro vita. A leggere le statistiche e le storie riportate dal libro, vien da mettersi le mani nei capelli: bastava un saltello un po’ troppo vicino alle luci di scena, un moto d’aria non previsto e magari causato dal movimento stesso della ballerina; bastava una fiammella che si alzava di qualche centimetro di troppo, ed ecco l’infiammabilissimo tutù prendere fuoco in un battibaleno, trasformando la ballerina in una (spaventosa) pira vivente (in diretta).

Sorelle Gale Incendio
1861: al teatro dell’opera di Philadelfia muoiono incenerite sei ballerine in un colpo (!), a causa di un disastroso effetto domino ingeneratosi durante i tentativi di alcune danzatrici di soccorrere le loro colleghe

Che le autorità non siano intervenute immediatamente e con forza di fronte alle cronache da film horror di ballerine che muoiono bruciate sul palcoscenico di un teatro  nel bel mezzo di una soirée (!!!)è, in tutta franchezza, già abbastanza sconvolgente.

Ancor più sconvolgente, è venire a sapere che, quando finalmente le autorità decisero di prendere provvedimenti per mettere fine a quell’inferno di tulle e trine infuocate, le ballerine (e i relativi manager) fecero spallucce, rifiutandosi di ottemperare alle richieste del legislatore. Nel 1859 (meglio tardi che mai…) un decreto imperiale della Francia di Napoleone III bandiva da tutti i teatri dell’opera i tutù “vecchio stampo”, ingiungendo che i costumi di scena fossero cuciti con una sorta di tulle ignifugo sviluppato da Jean-Adolphe Carteron.

Sembrerebbe ‘na bella cosa, no?
E invece no: perché il procedimento sviluppato da Carteron, pur essendo indubbiamente valido ai fini della salvaguardia delle vite umana, presentava un imperdonabile difetto per lo star-system: rendeva il tutte un po’ meno vaporoso e un po’ meno etereo. ‘nsomma, lo appiattiva e gli dava pure delle sfumature giallognole, tipo quei vestiti da sposa lasciati troppo a lungo nell’armadio e ormai ingrigiti dal tempo.

Con l’ironia tragica che di tanto in tanto la Storia ci riserva, l’archivio dell’Opéra di Parigi conserva ancor oggi una sorta di liberatoria con cui la ballerina di punta del corpo di ballo dichiarava, nel 1860, di essere pienamente consapevole dei rischi derivanti dal continuare a danzare con un normale tutù di tulle non trattato, e sottolineava di essere ciò nonostante intenzionata a portare avanti le sue performance con gli abiti di scena che aveva sempre usato.

Emma Livry – così si chiamava la ballerina – non era una étoile a caso, ma bensì la danzatrice più apprezzata di tutto il mondo, a quell’epoca (il che voleva dire tanta roba, a quell’epoca). Forse solo per questo la sua morte ebbe un’eco diversa rispetto a quella di tante sue sfortunate colleghe. Nel novembre 1862, ad una delle ultime prove del balletto che stava per mettere in scena, Emma fece accidentalmente passare il suo tutù sopra la fiamma di una delle lampade a gas che illuminavano il palco. Il risultato lo vedete qui sotto in una eloquente ricostruzione mandata in stampa, l’indomani, da Le Monde… ma, tragicamente, potete anche immaginarlo da voi.

Livry Morte

Il tulle sottilissimo e impalpabile prese fuoco e si incenerì nell’arco di pochi secondi. La povera Emma, realizzando di essere rimasta pressoché nuda nel bel mezzo di un teatro, tentò istintivamente di coprire le proprie grazie con uno dei pochi brandelli di stoffa (infuocata) che non si erano ancora distrutti del tutto, ottenendo, ovviamente, come unico risultato quello di peggiorare la sua situazione e di ustionarsi anche le braccia. Un macchinista tentò di soffocare le fiamme col suo corpo, ma la povera ragazza in preda al panico si ritrasse terrorizzata da quell’abbraccio (per pudore, assicurarono i testimoni: pur di non trovarsi mezza svestita tra le braccia di uno sconosciuto, la poveretta preferì attendere con vittoriano aplomb che qualche anima pia reperisse un secchio d’acqua e glielo tirasse addosso).

Il che avvenne, ma avvenne troppo tardi. Quando finalmente le fiamme furono spente, la povera Emma presentava ustioni su oltre il 40% del corpo: uno stato clinico che sarebbe allarmante anche ai giorni nostri, figuriamoci nella Francia del 1861. Mentre veniva trasportata d’urgenza in ospedale, la povera ragazza recitava quelle che probabilmente immaginava essere le sue ultime preghiere. E invece no: non ebbe nemmeno la “soddisfazione” di una morte rapida e indolore, e dovette affrontare altri otto mesi di atroce, dolorosissima agonia ingravescente, prima di morire – finalmente – il 26 luglio 1863.

Immaginate che oggi una tragedia di tali proporzioni colpisca una delle più grandi star di Hollywood (poi, fate le corna).
Direste che almeno la poveretta non sarebbe morta invano: no?
Che la sua agonia avrebbe almeno smosso gli animi della gente inducendo a imporre con rinnovato vigore le norme di sicurezza che già esistevano: no?

Ecco, appunto: no. L’unico significativo passo avanti in termini di sicurezza sul lavoro consisté nell’abitudine di tenere sempre un po’ di acqua di scorta subito dietro le quinte, casomai altre ballerine avessero dovuto trasformarsi di punto in bianco in pire umane. Ma nulla più. All’indomani della tragedia, mentre la povera Emma si contorceva in una atroce e lenta agonia, la sua manager, intervistata circa l’opportunità di passare finalmente ai tutù ignifughi, dichiarava alla stampa: “sì, sono meno pericolosi, come giustamente sottolineate, ma se calcassi ancora le scene come ballerina io non penserei neanche lontanamente di indossarli: sono così brutti”.

E poi ci lamentiamo di come vengono trattate oggi le star del mondo dello spettacolo…

Un abito da bagno “incompatibile coi nostri valori”

Il poliziotto avanzò verso la donna a grandi falcate, con l’andatura goffa di chi cerca di camminare sulla sabbia con calzature non adatte. Quando finalmente fu a poca distanza dalla donna, soffiò nel fischietto per attirare la sua attenzione, chinò leggermente il capo in segno di saluto, e poi si schiarì la voce. “Buongiorno, ma’am”.
La donna, che fino a quel momento si era persa nella contemplazione del bagnasciuga, si girò con un’espressione di educata sorpresa. “Buongiorno…?”, replicò con fare interrogativo.
Il poliziotto si schiarì la voce per una seconda volta, in lieve imbarazzo. “Perdoni se la disturbo, signorina. Devo purtroppo chiederle di allontanarsi dalla spiaggia, o di recarsi nella cabina più vicina per adeguare il suo abbigliamento alle vigenti norme municipali”.
La donna spalancò la bocca (reazione istintiva), ma rinunciò al tentativo di trovare qualcosa di intelligente da rispondere. Sopraffatta dalla sorpresa, si limitò a sgranare gli occhi fissando il poliziotto. “Prego?”.
L’uomo tossicchiò. “È il suo costume da bagno, ma’am. Come senz’altro saprà – gli stabilimenti balneari sono tappezzati di avvisi – la nostra municipalità, e molte delle municipalità vicine, hanno stilato una serie di norme sugli abiti femminili ammessi, o non ammessi, nei nostri stabilimenti balneari. Come le sarà facile appurare, il suo costume da bagno non risponde alla vigente normativa. Devo purtroppo chiederle di allontanarsi, o di utilizzare una delle cabine per indossare un costume da bagno più consono, in linea con il comune sentire”.
“…ma sta scherzando, sì?”, si sentì sfuggire dalle labbra la donna, esterrefatta.
Il poliziotto strinse le labbra e sospirò. “Come certamente potrà appurare dando un’occhiata ai cartelli che sono affissi praticamente in ogni dove” – e adesso c’era una nota di insofferenza nella sua voce – “questa municipalità ha emanato una normativa ben precisa circa l’abbigliamento femminile da adottarsi in uno stabilimento balneare. Per la terza volta, signorina, mi trovo costretto a chiederle di allontanarsi o di…”.
“Questa municipalità legifera sul modo in cui io posso o non posso vestirmi, nel momento in cui decido di andare in spiaggia?”.
“Beh… in effetti sì, fa esattamente quello”, replicò il poliziotto, che adesso stava anche cominciando ad irritarsi. “Se proprio lo vuol sapere, è una normativa che è stata adottata da numerose località turistiche in questo Stato, non si può nemmeno dire che questa municipalità costituisca l’eccezione. Pertanto, signorina…”.
“Numerose municipalità in questo Stato hanno interesse a legiferare se io possa o non possa scoprire le gambe nel momento in cui vado a fare il bagno?”, domandò di nuovo la bagnante, in un tono che abbracciava una ampia gamma di emozioni dallo sdegno allo sconcerto.
“Proprio così”, replicò il poliziotto, con una certa ferocia. “E come, nella sua intelligenza, avrà certamente capito, non si tratta nemmeno di una questione di buon senso, di adeguamento ai costumi locali, di pacifica convivenza: passeggiando sul bagnasciuga con questo capo di abbigliamento, lei, signorina, sta violando una legge. Per l’ennesima volta, sono a pregarla di allontanarsi, e senza fare troppe storie”.
“…mi scusi, buon uomo” – e qui, la donna sembrava sinceramente stupita. “Ma lei si rende conto che è da anni che io vado a fare il bagno con questo capo di abbigliamento e nessuno in nessuna parte del mondo mi ha mai creato problemi per la mia tenuta?”.
Il poliziotto alzò gli occhi al cielo per invocare un po’ di pazienza, dolorosamente consapevole delle centinaia di occhi posati su di lui: i bagnanti stavano seguendo il battibecco mormorando a mezza voce, molto grati per questo imprevisto intermezzo vacanziero. “Signorina: non mi interessa da dove lei arriva, non mi interessa quali sono le leggi degli altri Stati; io ribadisco che non è consentito, in questa municipalità, recarsi sul bagnasciuga con questo abito da bagno. A questo punto, mi trovo costretto ad ordinarle di allontanarsi immediatamente dalla spiaggia, o dovrò chiederle di farsi accompagnare in carcere”.
Seguirono alcuni secondi di silenzio, in cui la donna fissò l’uomo e l’uomo fissò la donna, con aria vagamente truce da poliziotto cattivo.
Per tutta risposta, la donna sferrò un pugno in faccia al poliziotto, prendendolo in pieno naso.
Ma che diavolo…?!”, urlò il poliziotto esterrefatto, mentre dalla spiaggia si levavano boati di sorpresa da parte dei bagnanti che stavano seguendo la scena; ma la donna non si lasciò minimamente impressionare, e subito dopo assestò al malcapitato un sinistro da campione, spaccandogli gli occhiali in faccia.
Mentre il poliziotto annaspava e cadeva a terra, un po’ per la sorpresa e un po’ per l’effettivo dolore causato dalle schegge di vetro sulla faccia, la donna si passò le mani tra i capelli e annunciò, sprezzante: “la città non ha nessun diritto di dirmi quali abiti indossare. Non è in alcun modo affar suo. Preferisco andare in galera, piuttosto che ubbidire a questa legge”.

Come recitava il New York Tribune del 4 settembre 1921,

Stamane, Miss Louise Rosine […] ha annunciato con grande enfasi che “non è in alcun modo un problema della municipalità, se lei indossa le calze arrotolate sotto il ginocchio”, ed è in questo momento ospite del carcere cittadino, mostrando aperta ribellione alle leggi costituite, nonché un paio di ginocchia scoperte. La donna ha annunciato che farà ricorso contro il suo arresto, disposta ad appellarsi, se necessario persino alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Miss Rosine ha fatto la sua comparsa stamattina sulla spiaggia di Virginia Avenue, indossando un paio di calze, arrotolate, che non le coprivano il ginocchio. Il poliziotto di spiaggia Edward Shaw l’ha cortesemente informata del fatto che questa tenuta era contraria ai nostri regolamenti municipali. “Non ho nessuna intenzione di tirarmi su le calze”, ha risposto la donna piccatamente. “La città non ha nessun diritto di legiferare sul modo in cui indosso le calze. Non è affar suo. Piuttosto, vado in galera”.
Il poliziotto, udita la risposta, ha replicato che in effetti avrebbe dovuto condurla proprio lì: mentre lui la prendeva per un braccio invitandola a seguirlo, la donna – a detta dei testimoni – avrebbe lanciato un destro sul volto del poliziotto, quasi buttandolo per terra. Ripresosi, il poliziotto ha chiesto aiuto col suo fischietto: alcuni bagnini hanno risposto all’appello, e, grazie al loro aiuto, si è riusciti infine a caricare la recalcitrante Miss Rosine sulla volante, e poi a condurla in carcere.
L’ufficiale di polizia – occhiali rotti e dignità incrinata – ha spiccato contro Miss Rosine una accusa di percosse, oltre che di condotta disordinata. A una nuova richiesta di tirarsi su le calze, la scrittrice ha risposto con un secco “no”, e sta ora occupando la cella con la gloria delle sue gambe nude, rifiutando anche la possibilità di un rilascio sotto cauzione.

Con buona pace dei belligeranti intenti di Miss Rosine, le tracce del suo passaggio nella Storia si fermano qua, al momento del suo arresto. Alcune testate si spingono a riportare che, una volta condotta in cella, la focosa flapper si spogliò del tutto fissando con aria di sfida il poliziotto malmenato, annunciando che non si sarebbe rivestita fino a che non fosse stata ritirata l’accusa nei suoi confronti.
Come sia andata a finire, non si sa: probabilmente, la belligerante donnina fu condotta a più miti consigli, forse per intervento dei suoi stessi familiari, e non si prese mai la briga di appellarsi davvero alla Corte Suprema.
La storia del suo arresto, insomma, finisce qua, con Miss Rosine nuda come un verme nel carcere cittadino, e un poliziotto malmenato che se l’era prese di santa ragione.

Eppure, nei libri di Storia che analizzano l’evoluzione dell’abbigliamento femminile, l’arresto di Miss Rosine è citato con frequenza, come episodio-simbolo della “lotta” tra una moda sempre più emancipata… e un mondo non ancora pronto per accoglierla.

Per spiegare le ragioni per cui la focosa Miss Rosine finì in carcere rea di aver mostrato le ginocchia in spiaggia, bisognerà spendere due parole sull’evoluzione dei costumi da bagno (femminili, e non), che, fino alla fine del XIX secolo, erano qualcosa di molto, molto pudico.

Se, in Età Vittoriana, gli uomini e le donne andavano a fare il bagno indossando l’equivalente dei nostri pantaloncini & maglietta (comprensivi di minigonna per le esponenti del gentil sesso)

Costumi Vittoriani 1860

la moda comincia gradualmente a cambiare attorno al passaggio del secolo, quando gli abiti da bagno femminili (obiettivamente goffi e scomodi, coi loro gonnellini appesantiti dall’acqua) cominciano ad accorciarsi, trasformandosi in tutine con le mezze maniche e il pantaloncino al ginocchio.

Costumi inizio 900

I cambiamenti di costume che seguono la prima guerra mondiale fanno sì che i pantaloncini si accorcino ancora, però c’era un “però”: nel passaggio tra gli anni ’10 e gli anni ’20, nessuna donna rispettabile si sarebbe mai sognata di esporsi al pubblico ludibrio vestendo un costume da bagno senza indossare un paio di calze.

Swimwear-1920s

In che modo, un paio di calze di seta trasparente potessero rendere più casti dei costumi a mezza coscia, in effetti, è un dettaglio che sfugge anche a me. Eppure, così era, secondo la mentalità dell’epoca. E, se alcuni arditi osavano già sponsorizzare costumi da indossare a gambe nude (in una presa di posizione che doveva essere percepita osè tanto quanto un topless, oggigiorno, in una spiaggia per famiglie),

1920s-jantzen-swimsuit

la “rispettabile” moda dell’epoca insisteva col proporre tute da bagno provviste di reggicalze, come si nota (un po’ a fatica) in questa foto deliziosamente retrò:

Vintage Swimwear, 1920

Ed ecco perché, nell’afoso settembre 1921 (…e chissà se l’ondata di caldo di quei giorni aveva contribuito alla scelta controcorrente…) l’intraprendente Louise Rosine, turista di Los Angeles in vacanza ad Atlantic City, si era improvvisamente trovata nei guai con la legge.
Una tenuta che a Los Angeles doveva essere in qualche modo tollerata (o, quantomeno, non sanzionata dalla legge) era invece esplicitamente vietata da numerose città marittime del New Jersey, che, proprio in quegli anni, avevano emanato una normativa molto rigida sull’abbigliamento che le donne potevano, o non potevano, indossare in spiaggia. Fra le altre cose, era obbligatorio coprire le ginocchia: ed ecco che la tenuta di Miss Rosine, accompagnata dal suo polemico rifiuto a rivestirsi, diventava materia sufficiente per accompagnare in carcere la svergognata nudista.

Arresti costumi indecenti 1922
L’arresto di alcune bagnanti in tenuta indecente (Chigago, 1922)

Fotografie come queste ci fanno morir dal ridere, ma si riferiscono proprio a quel periodo della Storia americana, dove numerose città avevano sentito il bisogno di legiferare in tal senso, tirandosi addosso le ire (e le manifestazione di protesta, e le sceneggiate a favor di camera) di centinaia di attiviste femminili.

Ondata di arresti sulle spiagge di Chicago - primavera 1922
Ondata di arresti sulle spiagge di Chicago – primavera 1922

E se non mi sentissi abbastanza punta sul vivo, a questo punto potrei anche concludere questo post dicendo “ah-ah, che ridere, guardate quest’ultima foto, grasse risate”, sennonché – va bene tutto, e vanno bene i proverbiali corsi e ricorsi della Storia – ma a me fa ridere piuttosto amaramente, pensare che a distanza di cent’anni siamo ancora lì a discutere, a parti solo lievemente inverse, sullo stesso identico problema.

Il buffo succedersi degli eventi non avrebbe potuto avere una tempistica migliore: parto per le vacanze scrivendo un post sui costumi da bagno alternativi al “classico” bikini, scelti per assecondare il senso del pudore che mi deriva (anche) dalla mia religione… e torno dalle vacanze mentre tutt’intorno impazza la polemica, dopo che in Francia sono stati vietati costumi da bagno alternativi al “classico” bikini, scelti da altre donne per assecondare il senso del pudore che deriva dalla loro religione.
A parte che quando ho letto la notizia sui giornali la mia prima reazione è stata ripensare all’episodio storico che ho raccontato pocanzi, e quando accendendo il telegiornale ti vien da pensare a leggi considerate retrograde cent’anni fa, in genere la cosa è percepita come allarmante, siete stati tantissimi a linkarmi ammiccando la notizia… e io che ve devo dì? Cosa volete mai che ne possa pensare?

BurkiniNon mi passerebbe mai per l’anticamera del cervello di indossare un burkini: lo trovo eccessivo persino per il mio senso del pudore, e mi dà anche l’idea che debba tenere un caldo boia. Purtuttavia, aspetto ancora che qualcuno mi spieghi in che modo un vestito del genere (sostanzialmente identico nella foggia a quello che mettiamo noi ogni giorno in autunno per andare al lavoro, cuffietta a parte) possa costituire un pericolo per la sicurezza nazionale (?!): andiamo pure al dunque e diciamo chiaro e tondo che, chi vieta il burkini, lo vieta nel tentativo di rendere illegale la plateale manifestazione esteriore di una religione, che in questo momento gli sta particolarmente antipatica.
Trovo illuminante la sintesi che fa, qui, Daniela Bovolenta:

Si potrebbe rispondere che non tutte le donne che indossano il burkini si sentono libere di fare scelte diverse, per via di forti condizionamenti famigliari e sociali, ma la soluzione allora quale sarebbe: obbligarle a rimanere a casa? Perché questa sarà di fatto la conseguenza delle recenti misure.
E se invece dichiarassero di farlo liberamente? Contro quale sacro principio fondativo delle nostre società andrebbero? Il dovere delle terga esposte?

Manco io amo esporre le terga sul bagnasciuga, mi fa pure ridere ripeterlo perché ne parlavo giusto nello scorso post: e allora? Ho il permesso di scansare il bikini e scegliere abiti da bagno solo perché la mia religione è un po’ meno misogina dell’Islam? E quando qualcuno se ne uscirà dicendo che sotto sotto è misogina uguale (mi vieta addirittura di abortire, di vivere una sessualità nella norma e bla bla bla!) sarò costretta anch’io a vestirmi come impone lo Stato, in virtù di un nuovo proibizionismo moralizzatore?

Tra il serio ed il faceto, e con diversi gradi di invadenza e di insistenza, nel corso della mia breve vita io – ad esempio – sono stata criticata per il fatto di non aver avuto rapporti sessuali prima del matrimonio: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di essermi sposata senza prima  andare a convivere: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di adottare una dieta speciale in Quaresima: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di indossare le mezze maniche anche d’estate con trentacinque gradi (sì, c’è stato chi ha avuto il coraggio di criticare anche il mio guardaroba): comportamento che deriva dalla mia religione (nemmeno indirettamente nello specifico frangente a cui sto pensando, visto che la giornata prevedeva anche la visita a una chiesa).
Sono stata criticata perché “non ti godi la vita”, “ti stai rovinando i tuoi più begli anni”, “ti perdi esperienze importanti nella formazione di un adolescente”, “sei sempre lì a leggere cose barbose”, “a me fanno paura gli estremismi di ogni tipo”.

Il mio stile di vita di cristiana-cattolica (magari un po’ old-fashioned per sua inclinazione personale; ma su molte cose non si tratta di inclinazione personale, si tratta proprio di precetti della Chiesa) è, tutto sommato, molto poco appariscente. Molto easy. Molto innocuo (…a patto che lo Stato continui a considerare innocua per l’ordine costituito una donna che – per dirne una – si ostina a voler mettere al mondo figli handicappati gravi, a carico del sistema sanitario nazionale, perché c’ha ‘sta fissa che non vuole abortire a nessun costo e/o non vuole fare diagnosi pre-impianto).
Eppure, già così, e già solo nel piccolissimo della mia (breve) vita quotidiana, mi è capitato più volte di appurare che il mio stile di vita, derivante dalla mia religione, è in certi punti (in certe inezie!) poco gradito alla società in cui vivo.

Se cominciamo a permettere che lo Stato legiferi per vietare piccole inezie innocue come un burkini islamico in virtù di un preteso aiuto all’integrazione, quanto ci vorrà prima che lo Stato senta il dovere di cominciare ad agevolare anche l’integrazione di noi povere donne cattoliche, sottomesse, vessate, e non padrone del nostro corpo?

Non è nemmeno questione di pudore e basta, e non è nemmeno questione di imporre per legge un abbigliamento estivo sufficientemente succinto (ché già così, e già solo se in ballo ci fosse solamente questo, la notizia farebbe ridere per non piangere).
Il fatto gli è che, a mio modo di vedere, in ballo c’è moltissimo di più. E se lo Stato comincia a legiferare dicendo che “no, tu non puoi seguire la tua religione sotto questo aspetto del tutto innocente, innocuo e privo di ripercussioni, che però a me non mi garba perché stona col pensiero dominante della società moderna”… beh: quando ci vorrà prima che dica la stessa cosa anche a chi non porta il burka ma – che so – il clergyman?

Un ufficiale di polizia misura la distanza tra l'orlo del costume da bagno e le ginocchia delle bagnanti (Chicago, 1922)
Un ufficiale di polizia misura la distanza tra l’orlo del costume da bagno e le ginocchia delle bagnanti (Chicago, 1922)

Darwin comanda: “uomo, sii casto!”. La Società della Purezza di lady Ellice Hopkins

Qualche tempo fa, parlavo al mio fidanzato dell’ultima, strabiliante trovata dei chastity speaker americani: l’orsacchiotto di peluche da portarsi a letto, nell’attesa di potersi finalmente portare a letto il coniuge.
Il mio fidanzato (evidentemente, niente affatto turbato all’idea che io possa ritenere un orso di peluche un valido sostituto alla sua persona) sottolineava piuttosto un aspetto non da poco: “ok, questa è l’ennesima iniziativa di cui parli, che palesemente è destinata alle ragazze. Ma di iniziative analoghe pensate appositamente per i maschi, ce ne sono?”.

…bella domanda.
La mia percezione, evidentemente, è falsata dal fatto che sono una donna, e quindi conosco in special maniera le iniziative proposte a un pubblico femminile. Però, in effetti, non mi risulta che, oggigiorno, ci sia grande abbondanza di iniziative pro-castità per soli uomini.
Che però sarebbero decisamente opportune – anche perché, su questa tematica, è ovvio che i due sessi abbiano sensibilità realmente molto diverse!

Se voi conoscete iniziative di questo tipo, “per soli uomini”, fatemelo sapere ché son curiosa. Nel frattempo, io vi racconto qualcosa circa l’unico programma di questo genere di cui io abbia mai letto: dobbiamo tornare indietro fino al 1883, e fare conoscenza con una bizzarra femminista dell’Inghilterra vittoriana.

***

Presente, l’Inghilterra vittoriana? Quella dove la gente era così sessuofoba che si traumatizzava a vedere le gambe del tavolo e bla bla bla?
Beh: che molti individui dell’età vittoriana avessero qualche lieve problema nel rapportarsi con la sessualità, è cosa acclarata. Per contro, però, c’era anche un sacco di gente che questi problemi non se li poneva affatto.
…e, così facendo, creava problemi agli altri: nell’Inghilterra vittoriana, il racket della prostituzione (molto spesso, minorile) aveva assunto dimensioni realmente molto inquietanti. E, ovviamente, lasciava dietro di sé una scia interminabile di tragedie – fra cui, la diffusione delle malattie veneree. Ché a noi, adesso, la cosa può anche far ridere; ma, nell’800, certe malattie potevano anche far morire.

Per avere un’idea precisa della gravità della situazione, pensate che, nel 1864, un rapporto degli ufficiali medici del regno di Sua Maestà segnalava con orrore come il 30% dei soldati britannici fosse affetto da gonorrea e/o sifilide.
Punto primo: il 30% è una percentuale altissima, si stava rasentando l’epidemia.
Punto secondo: a livello d’immagine, a ‘sto punto ci si giocava il buon nome dell’esercito.
Punto terzo: al di là di tutto, una situazione simile era preoccupante per davvero. Anche perché questi galantuomini frequentatori di bordelli, dopo aver contratto la malattia, la trasmettevano a tutte le donne con cui andavano (che, presumibilmente, non eran poche), e oltretutto, poi tornavano a casa, e contagiavano pure la loro sposa.
E continuo a ricordarvi che di sifilide si muore, in assenza di un’adeguata terapia…

ellice hopkinsDi fronte a questo dato, oggettivamente molto inquietante, il governo britannico reagisce all’impazzata emanando una serie di norme volte a contrastare la prostituzione. La Chiesa anglicana si aggrega all’iniziativa, e si pone a capo di una serie di lodevoli programmi assistenziali che mirano a togliere le donne dalla strada e a dare loro una seconda chance.
Sforzi condivisibili, ci mancherebbe; ma, in mezzo a tutta questa frenesia anti-prostituzione, comincia a farsi sentire la voce di una bizzarra lady dell’aristocrazia inglese. Stiamo parlando della signorina Jane Ellice Hopkins, bizzarro personaggio che potrei descrivere così: anglicana fervente; darwiniana convinta; zitella incallita; femminista infuocata.

Soffermiamoci per ora sul concetto di “femminista infuocata”, e forse capiremo meglio le critiche che la Hopkins muoveva a queste politiche anti-prostituzione.
Politiche lodevolissime ma insufficienti, sostieneva la signorina – nel senso che tu puoi contrastare la prostituzione finché vuoi, ma non riuscirai mai a sconfiggerla del tutto.
L’unico modo per annientarla, è usare un un approccio del tutto opposto. Tipo: il modo migliore per combattere la prostituzione sarebbe convincere gli uomini a non andare a prostitute.
(Sconvolgente, vero?).

Le iniziative volte a promuovere la purezza sessuale fra le donne serviranno a ben poco – dice la Hopkins – finché non ne verranno organizzate di analoghe… rivolte però a un pubblico maschile.
E badate: la lady non si riferiva solamente alle politiche anti-prostituzione. Parlando in senso generale, lei riteneva inutile insistere tanto sul concetto di “purezza” e “buoncostume”, se questa insistenza riguarda solamente chi indossa la gonnella.
Finché ci saranno uomini disposti a pagare per il sesso, le prostitute, ovviamente, continueranno ad esercitare, indipendentemente da tutti i sermoni sulla purezza che possono aver ascoltato da ragazzine. Ma il problema è generalizzato: anche le servette continueranno a concedersi ai padroni finché i padroni le ricatteranno, “o questo, o il licenziamento”. Anche le ragazze da marito continueranno a piegarsi alle richieste del loro amato, se il giovanotto continuerà a insistere e a far pressioni.
E il dramma – osserva la Hopkins – è che i maschi sono liberi di spassarsela come meglio credono, senza dover sopportare alcun tipo di conseguenza. Alle loro spalle, si lasciano uno sfacelo: gravidanze indesiderate; ragazze da marito ormai “compromesse”; donne che perdono il lavoro, e, assieme a quello, anche la rispettabilità.
“Ciò che bramo”, scrive la lady inglese, “è instillare negli uomini una forte e appassionata coscienza di quanto sia miserabile degradare in questo modo le donne, infliggendo loro una maledizione che i maschi non condividono minimamente”.

Unica soluzione possibile a questo dramma? Predicare la purezza sessuale anche e soprattutto ai maschi: perché, senza il loro coinvolgimento, tutto il resto inevitabilmente cade.

***

“Eh, ma i maschi son pieni di testosterone”, dirà qualcuno: “non è mica facile parlare a loro di purezza sessuale. Cominciamo invece a educare le donne, che son più inclini…”.
Ma col cavolo”, risponde la Hopkins, che adesso devo qualificare con un altro degli aggettivi che avevo usato in apertura: darwiniana convinta. “Col cavolo”, insiste la Hopkins, di fronte a quelli per cui ‘eh, ma i maschi…’. “Col cavolo”, ribatte: “state forse affermando un’inferiorità biologica dell’uomo rispetto alla donna, nel definire l’uomo come una specie di bruto incapace di controllarsi?”.
Una convinzione simile – sostiene lei – va contro le più banali leggi di natura: non s’è mai visto un animale maschio mostrare cattiveria immotivata nei confronti delle femmine della sua specie. Semmai, i maschi del branco tendono a proteggere le femmine e i cuccioli.
Nemmeno un orango abuserebbe di un cucciolo di scimmia giusto per togliersi lo sfizio, sapendo che così facendo costringerà la scimmietta a una vita di stenti. O peggio ancora: sapendo che, tornando alla tana dopo questa violenza, l’orango stesso esporrà al pericolo di morte la femmina con cui s’accompagna, e tutta la sua cucciolata.
Manco un orango.

Ma soprattutto: se a qualcuno fosse sfuggito questo piccolo dettaglio – insiste la Hopkins – l’essere umano non è un orango.
Se l’uomo si è evoluto dalle scimmie diventando un essere superiore, non si capisce perché debba regredire a certi degradanti livelli di animalità non appena gli capita l’occasione di slacciarsi la patta dei pantaloni. È assurdo, insiste la lady: da un essere umano di sesso maschile ci aspettiamo il pieno controllo di tutti i suoi istinti più animaleschi (aggressività, possessività, e così via dicendo…), ma non del suo impulso sessuale.

E qui la Hopkins lancia il suo carico da novanta: peraltro, anche le femmine sarebbero dotate di impulso sessuale. Quindi, è veramente ridicolo scandalizzarsi quando una ragazza si allontana dall’ideale di ‘casa e chiesa’, e poi sghignazzare ammiccanti quando un ragazzo racconta le sue prodezze amorose. O ammettiamo con chiarezza che stiamo usando due pesi e due misure, o stiamo dicendo che pretendiamo dai maschi un minore autocontrollo, perché riteniamo per davvero che i maschi siano meno capaci di controllarsi.
Il che vorrebbe dire che i maschi sono più animaleschi e brutali del gentil sesso – qualcuno potrebbe addirittura pensare che i maschi siano rimasti fermi a un gradino inferiore della scala evolutiva.
E i gentiluomini dell’Inghilterra vittoriana non vorranno mica darci modo di credere a siffatta assurdità, nevvero…?

Secondo la Hopkins (che secondo me aveva strane idee in fatto di biologia, ma era un genio della retorica):

seguendo il loro istinto naturale, gli uomini mostrerebbero lo stesso pudore, la stessa sensibilità e lo stesso dominio di sé che mostrano le donne, se le loro migliori inclinazioni non fossero spazzate via dai diktat della società moderna e dalle basse aspettative che l’opinione pubblica sembra nutrire verso di loro.

Insomma: non è affatto vero che l’uomo fa più fatica a trattenersi rispetto a quanta ne facciano le donne, dice la Hopkins. Se solo volessero, anche gli uomini ce la farebbero, con la stessa identica fatica con cui ce la fanno anche le donne.
Il punto è che le donne sono culturalmente più inclini al pudore, perché si tratta di un valore che è sempre stato insegnato loro. Le donne sanno che la purezza è importante, perché la cosa è stata ripetuta loro millemila milioni di volte, e quindi le ragazze si comportano di conseguenza.
Ma un insegnamento analogo, ahimé, non è mai stato impartito ai maschi (con la stessa incisivtà). Anzi: i ragazzi hanno imparato fin da piccoli a sghignazzare per quella palpatina alla servetta, per quello sguardo nella scollatura, per quell’avventura di una notte che la moglie non ha mai scoperto…
Ma allora è questione di educazione ricevuta, non di impossibilità biologica a controllare i propri istinti (dice la Hopkins).
Ma allora sono le istituzioni (la Chiesa, la famiglia, la società…) che dovrebbero fare di più per responsabilizzare i maschi in tal senso, fin dalla più tenera infanzia.

Nasce così, nel 1883, la Società della Purezza.
Cos’era?
Parlando in termini altolocati, questa Società si definiva “l’organo ufficiale della Chiesa d’Inghilterra per promuovere la purezza tra i maschi, e prevenire la degradazione di donne e bambini”.
Parlando in termini molto terra a terra, il tutto si presentava come una specie di club maschile, sull’impronta di quelli che all’epoca accoglievano i ragazzotti altolocati. Insomma, un posto in cui i giovanotti potessero riunirsi per divertirsi, coltivare nuove amicizie, scherzare goliardicamente…
…e, in questo caso, aiutarsi l’un l’altro nel perseguire ideali di rettitudine e purezza.

Insomma: un posto dove fare le amicizie giuste, e grazie al quale (aiutarsi a) diventare adulti in maniera seria e responsabile. L’astinenza sessuale prima del matrimonio e la fedeltà coniugale dopo le nozze diventavano così un obiettivo coune da porsi, una battaglia da condividere, un ideale in cui credere e per cui combattere senza vergogna… e non una fissazione degli stupidotti che non sanno come godersi la vita.

Perché è abbastanza facile perdere di vista le ragioni per cui ti viene chiesto di fare (o non fare) X, se si tratta di un argomento su cui non ti soffermi mai perché “non sono discorsi da uomini”.
E invece, la sfida della Hopkins è proprio quella di proporre agli uomini i più alti ideali di purezza sessuale, partendo dall’assunto che… altroché se son discorsi da uomini!
Anzi: son discorsi da uomini onesti, da gentleman, da galantuomini responsabili e con la testa a posto.
Perché un vero uomo non va a prostitute, non abusa della sua sposa, non insidia ragazze da marito con il rischio di comprometterle.Perché un vero uomo è capace di fare quello che è giusto, di fermarsi prima di andare troppo oltre; è capace persino di accantonare certe sue voglie, se capisce che si tratta di desideri disonesti.
C’è anche una forte componente di cavalleria, nell’impostazione che la Hopkins aveva dato alla sua Società della Purezza. L’uomo deve essere puro perché è così che si comporta un uomo virtuoso e saggio, e anche perché è suo dovere “di cavaliere” tutelare in ogni modo il sesso debole.
Date un’occhiata alle cinque promesse che tutti i giovani dovevano impegnarsi a rispettare, prima di entrare a far parte della Società della Purezza:

1.    Rispettare tutte le donne, e impegnarsi a proteggerle dal male;
2.    Respingere il linguaggio osceno e le barzellette sporche;
3.    Impegnarsi a far sì che i principi della purezza sessuale siano considerati ugualmente importanti sia per gli uomini che per le donne;
4.    Diffondere questi principi fra amici e colleghi, e impegnarsi ad aiutare i propri fratelli più giovani;
5.    Utilizzare ogni mezzo possibile per soddisfare il comandamento: “mantieni puro TE STESSO”.

C’è anche una forte componente di cavalleria, come dicevo.
Messa così, sembra la dichiarazione d’intenti di un cavaliere senza macchia e paura – uno di quelli che tutte noi vorremmo avere al nostro fianco. O no?

***

Non è tutto oro quello che luccica, per carità: la Hopkins (oltre a non conoscere esistenza e effetti del testosterone…) aveva anche idee molto bizzarre su determinati aspetti della morale sessuale. Era leggermente ossessionata dall’incesto, sostenendo che tutti i fratellini che dormono assieme finiranno prima o poi col fare sesso (???), e quindi col battere le strade (???). Si era fatta portavoce di campagne assai poco condivisibili volte a strappare i figlioletti alle madri prostitute, perché i bambini sarebbero cresciuti molto meglio in un orfanotrofio. Anche all’interno della Società della Purezza, calcava molto la mano sul senso di colpa, istituendo addirittura dei comitati di sorveglianza incaricati di spiare (!) i vari membri del gruppo, e punire quelli sorpresi ad avere comportamenti non appropriati.
Insomma: andiamoci molto cauti prima di esaltare la signorina, perché di cose parecchio equivoche ne ha fatte molte pure lei.
Come si suol dire, nessuno è perfetto. Ma resta il fatto che, leggendo alcuni stralci dei suoi scritti, io ho trovato anche delle frasi e delle argomentazioni che sarebbero da incorniciare e da custodire come cosa cara.

E poi… c’è niente da dire: a me, l’idea che sta dietro alla Società della Purezza piace tantissimo, altroché.
Anzi: non so cosa ne pensiate voi, ma io trovo che, nel suo genere, sia piuttosto geniale.

La vera storia del mizpah

No, tranquilli: non mi ha dato di volta il cervello, e continuo a ritenere “San Valentino” una festa inutile e un po’ stupida (oltre che priva di fondamento, giacché, come spiegavo, il San Valentino del 14 febbraio non c’azzecca un fico secco con le coppiette innamorate).
Però, ho questo problema di fondo: sono settimane impegnative, ho poco tempo da dedicare al blog, e, nel file in cui mi appunto tutte le bozze di futuri post, ne ho trovate parecchie di variamente riconducibili all’area romantico-sentimentale. Volendo “far fuori” questi miei appunti, non potrebbe esserci periodo più propizio… e insomma: da qui a San Valentino, mi sa che ve li beccate.
Cominciamo, intanto, con una nuova puntata di

Ma che sant’uomo!

ovverosia

Tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che men che meno avreste osato chiedere

C’era una volta un povero disgraziato di nome Giacobbe.
Era appena scappato da casa sua per evitare l’ira funesta di suo fratello brutto e peloso che ce l’aveva con lui per quella faccenda delle lenticchie.
Aveva cercato di farsi una vita altrove, s’era innamorato di Rachele, l’aveva sedotta con la sua possenza, e aveva deciso di chiedere la mano della fanciulla al suo vecchio padre, un tale Labano.
Lavano aveva acconsentito entusiasticamente al matrimonio, a patto che Giacobbe lavorasse per lui, aggratis, per sette anni.
Giacobbe, che era innamorato cotto e non vedeva altre alternative, aveva detto “sì”.

Erano passati sette anni.
Il matrimonio s’era celebrato.
La cerimonia volgeva al termine.
Gli sposi si erano ritirati nella loro camera.
Stava per avere luogo quell’evento che Giacobbe bramava da sette anni.

Su alcuni blog di cristiani d’Oltreoceano, ho letto post di esegesi biblica sulla linea di “e grazie al cavolo! Alla prospettiva di consumare il matrimonio dopo sette anni di fidanzamento casto, non riesci più a connettere bene, e ti porteresti a letto pure tu’ nonna”.
Non saprei dirvi la mia, perché non sono fidanzata da sette anni, ma fatto sta che Giacobbe, evidentemente, qualche problemino ce l’aveva… dal momento che, quando si avvicinò al talamo nuziale e ci trovò dentro, in lingerie, la sorella di sua moglie, NON NOTÒ LA DIFFERENZA e fece cose con sua cognata.

Com’è, come non è, la mattina dopo venne il momento di informare il suocero dell’increscioso accadimento.
Giacobbe aveva paura di vedersi spaccare i denti a suon di pugni; Labano, invece, inarcò le sopracciglia, cercò di atteggiarsi in espressione di stupore puro, ed esclamò con aria incredula: “oooohhh, ma tu avevi sposato Rachele? Ma che davvero?! Mi ero confuso, scusa: ero convito che tu avessi sposato l’altra mia figlia, Lia!”.
“?!”, pensò Giacobbe.
“Ma aspetta, si può rimediare”, continuò Labano cercando di non sogghignare troppo. “Capisci bene che Lia è ormai compromessa, è roba tua e te la tieni… ma, se tu lavorerai gratis per me per altri sette anni, potrai sposare anche Rachele!”.
Bip”, pensò Giacobbe.

A quel punto, iniziò per Giacobbe un menage familiare piuttosto gramo, il cui il suocero lo sfruttava sul lavoro e lo soggiogava psicologicamente, e le due sorelle, gelosa l’una dell’altra, sfiancavano il marito con gare di sesso, accoppiamenti coatti, e somministrazione di viagra. Ma non è questo il punto.
Il punto è che, dagli e dagli, Giacobbe ebbe una crisi di nervi e decise che in quel modo non si poteva più andare avanti. Piazzò le due ninfomani su una carovana, prese un carretto e lo riempì di tutti i figli che gli erano nati dopo anni di questo regime… e decise di scappare via. Delle due ninfomani non poteva liberarsi, ma almeno avrebbe evitato la presenza assillante di quel bip di suocero. sfruttatore di manodopera (e degno padre di cotante figlie).

Come credete che abbia reagito il vecchietto arzillo?
Ma molto semplice: si mise all’inseguimento dell’allegra famigliola che scappava nottetempo dall’azienda di famiglia.

Quando si rese conto che suo suocero gli era alle calcagna, Giacobbe – dice la Bibbia – ebbe una crisi di nervi in piena regola. Si mise a urlare (Genesi 31, 36 e segg.) “ho lavorato al tuo servizio per oltre vent’anni, mi hai cambiato lo stipendio dieci volte e non ci ho mai guadagnato, mi chiedevi di rimborsarti i danni anche quando non ne ero io il responsabile, ti ho fatto da schiavo per quattordic’anni in cambio di ‘ste due maniache violente che mi hai dato in spose: di giorno mi divorava il caldo, di notte mi sfiancava il gelo; adesso ti sto semplicemente chiedendo di poter andare via per farmi una mia vita, e tu mi neghi persino il mio diritto di licenziarmi?!”.

Adesso state attenti. La storia sta per arrivare al dunque. Labano intuì che il ragazzotto era determinato, se non ci si metteva d’accordo amichevolmente rischiavano di entrare in gioco i sindacati e poi si sa che so’ sempre rogne, con quelli in mezzo. Insomma, decise di scendere a un compromesso (leggasi: ‘giurare di non far del male a quel povero innocente’), e a tal scopo ammucchiò un bel po’ di sassi fino a formare una stele, che chiamò ‘mizpah’. Su quella stele, Labano promise di non agire mai contro Giacobbe, e suggellò la sua promessa chiamando in causa un teste d’eccezione. Sì, insomma: pronunciò un giuramento che la mia Bibbia, in traduzione CEI, ci descrive in questi termini:

Il Signore sarà di vedetta fra te e me, quando noi non ci vedremo più l’un l’altro. Se tu maltratterai le mie figlie e se prenderai altre mogli oltre le mie figlie, sappi che non un uomo è con noi, ma Dio è testimone tra me e te

Per la serie: non pensare di farla franca se non ti comporti più che bene, perché io ti tengo d’occhio, e così pure l’Onnipotente.

Fine della storia?

No: perché nella traduzione inglese della Bibbia, questo giuramento ci viene descritto in un linguaggio molto più poetico, molto più soft. Qualcosa di questo tipo:

The Lord watch between me and thee when we are absent one from another. If thou shalt afflict my daughters, or if thou shalt take other wives besides my daughters, no man is with us—see, God is witness between me and thee!

“The Lord watch between me and thee when we are absent one from another”.
Messa così è quasi romantica, dai. Se la isoli dal contesto, e se non sai che si tratta della minaccia di un bip di suocero a quel povero disgraziato di suo genero abbrutito, sembra quasi un pensiero carino. “Oh, my dear, the Lord will watch between me and thee when we are absent one from another, adesso dobbiamo separarci, tesoro mio, ma tu non piangere, perché il Signore veglierà su di noi anche mentre io e te siamo lontani”.
Sembra peraltro una bellissima ‘benedizione’ da indirizzare a qualcuno che ami, mentre stai per dirgli ‘arrivederci’.

“Eh, ma noi siamo tutti esperti biblisti e quindi sappiamo benissimo qual è il senso di questa frase”?
Macché.
Il versetto era troppo carino per non cominciare a circolare anche da solo, completamente avulso dal contesto. In particolar modo, in età Vittoriana (un periodo in cui, com’è noto, lo sdilinquimento sentimentale era praticamente diventata una moda) cominciano a circolare dei monili (collane, spille, o pendagli in generale) conosciuti come “mizpah”, dal nome della stele di sassi su cui Giacobbe e Labano avevano fatto il giuramento. E questi mizpah di gioielleria, naturalmente, recavano la scritta di quel dolcissimo versetto in cui si invocava la protezione divina sulla persona tanto amata.
O almeno: così sembrava.

 SL-11528.2L

Nell’arco di poco tempo, nei paesi di cultura anglosassone, il mizpah diventa uno dei doni prediletti delle coppie di innamorati. I fidanzati lo regalano alla loro bella quando stanno partire per un lungo viaggio, o quando sono costretti ad andare al fronte: il mizpah poteva essere una collanina, una spilla, un pendaglio o un qualche generico “prezioso”, che la tremebonda innamorata teneva stretto a sé come pegno d’amore.

Poi, col passar del tempo, a qualche orafo viene un’idea in effetti molto simbolica, visto il contesto.
Il mizpah non doveva essere un gioiello che rimaneva solo nelle mani della solinga fidanzata: no, doveva essere un gioiello divisibile, in maniera che ogni innamorato potesse portarne con sé una sua metà. Nascono in questa maniera dei mizpah a forma di cuore, in cui il cuore si può venir spezzato (e già lì è tutto un programma… N.d.R) in maniera che ogni fidanzato possa portarne addosso una parte: con sè, per sempre.

MIZPAH-m

…mh?
Come dite?
“Quando avevo quindic’anni e andavo al liceo, pure quella tizia melensa della mia ragazza d’allora aveva preteso di farmi indossare una mezza collanina simile”?

Beh, sì. È probabile.

Voglio dire: i pendaglietti cuoriformi con il cuore che si divide in due, sono una moda una piaga che affligge anche i nostri giorni. (Almeno dalle mie parti), va particolarmente forte fra i giovani in età da liceo; non so da voi. Ci sono questi cuoricini d’argento (molto “neutrali”, senza benedizioni e divinità invocate, ma tutt’al più con una scritta stucchevole sulla linea di: per sempre uniti)… e i ragazzi se li comprano.
Senza sapere, probabilmente, che le origini di questo pendaglio affondano in realtà nella moda vittoriana… che si era inventata questo monile lasciandosi ispirare da un versetto biblico.

Pare che in America i mizpah siano ancora molto diffusi (anche perché, da quanto mi è dato di capire, è tradizione che i marines ne regalino uno alla loro moglie o fidanzata, prima di partire per una missione). I cuoricini “laici” senza versetti biblici, che pure sono in commercio negli States, e che poi hanno colonizzato anche le nostre gioiellerie italiane, sono in realtà una rielaborazione del mizpah nata per chi non aveva voglia di scomodare Dio Onnipotente.

Il tipico mizpah in uso fra i Marines
Il tipico mizpah in uso fra i Marines

Beh, insomma. Se in questi giorni pre-San-Valentino vedete un cuoricino divisibile nelle vetrine di una gioielleria, sappiate che, in fondo in fondo, quel monile ha origini bibliche.

Tu, caro amico che mi leggi, hai forse intenzione di regalare alla tua bella un ciondoletto cuorifome, per San Valentino?
Beh, amico. Pensaci. Stando al dettato biblico, sembra che ‘sto coso rappresenti un patto con tuo suocero, più che un pegno d’amore con la tua pupa.

E tu, pupa, stai forse sognando il cuoricione spezzettabile che hai visto in gioielleria?
Beh, sai. Potrebbe anche non essere una gran cosa. Apparentemente, contiene un messaggio sulle linee di: so cosa fai, anche quando sparli di me con le tue amiche. E comunque, se non lo so io, sappi che c’è Dio che ti sta sorvegliando per mio conto, ventiquattr’ore su ventiquattro. E mo’ vediamo, come ti comporti.