La misteriosa storia del giallo indiano, il pigmento puzzolente tanto amato dai Vittoriani

Lo chiamavano “giallo indiano” perché, effettivamente, l’arte dell’Asia meridionale faceva ampio uso di quel pigmento caratteristico. Gli illustratori europei lo scoprirono a fine Seicento, e fu amore a prima vista: era un giallo luminosissimo e acceso, ma dallo scarso potere coprente; era perfetto per ricreare su tela i raggi solari sfumati nell’aria o la luminosità degli astri che brillano nel cielo notturno. Non a caso, Van Gogh lo usò nella sua Notte stellata

ma fu probabilmente Turner l’artista che più di tutti utilizzò questo pigmento, nei suoi scenari di paesaggi al tramonto.

Il giallo indiano aveva un unico difetto: puzzava da morire. Questo pigmento dalle origini incerte, che gli scienziati d’oggi hanno classificato come euxantato di magnesio, arrivava in Europa dall’Oriente sottoforma di sfere giallognole che racchiudevano al loro interno un nucleo di color brillante, simile a un tuorlo d’uovo, e puzzolente quasi quanto un uovo marcio. Pare che emanasse un fortissimo odore di ammoniaca, tanto che i colorifici che ricevevano la merce erano in grado di capire quale pacco contenesse il pigmento semplicemente affidandosi all’olfatto; in Inghilterra, l’artista Roger Dewhurst s’era sentito consigliare di sciacquare il pigmento in acqua fredda prima di utilizzarlo, anche a costo di disperdere in acqua preziosissime particelle di colore, perché una roba così tanto puzzolente non poteva di certo essere igienica da maneggiare.

La titubanza, in effetti, era giustificata. Del giallo indiano si faceva largo impiego, ma nessuno era in grado di spiegare in che modo esattamente questo pigmento fosse creato e da che cosa venisse estratto. Tra il serio e il faceto, e lasciandosi guidare dal loro olfatto offeso, molti artisti ipotizzavano che il pigmento giallo potesse essere estratto dall’urina di un qualche esotico animale asiatico non meglio identificato (pare che cammelli e bufali andassero per la maggiore, nelle ipotesi avanzate in quelle chiacchiere da salotto). Ma fu solamente nel 1883 che qualcuno prese in mano l’iniziativa per cercare di vederci chiaro: poiché in Europa nessuno aveva idea di quali potessero essere le origini di quel pigmento, un galantuomo inglese di nome Joseph Hooker volle andare direttamente alla fonte e spedì una richiesta di informazioni all’India Office.

Nove mesi più tardi, ottenne una risposta a firma di un certo Trailokyanath Mukharji, un funzionario che lavorava presso gli uffici coloniali in India e che dichiarava di aver personalmente indagato sulle origini di quel pigmento caratteristico. Spiegò che la popolazione locale lo chiamava col nome piuri e lo utilizzava perlopiù per intonacare i muri delle case. Veniva prodotto a Mirzapur, un minuscolo paesello del Bengala, dove un gruppo di pastori si dava alle sevizie animali affamando sistematicamente una mandria di mucche, che venivano esclusivamente alimentate con acqua e foglie di mango. A causa degli scompensi ingenerati da quella dieta, le mucche macilente producevano un’urina straordinariamente abbandonante e colorata (circa tre litri al giorno: tre litri di preziosissimo liquido color dell’oro!), che veniva accuratamente raccolta dai pastori. Bollita, filtrata e poi mescolata a un po’ di polvere per darle compattezza, l’urina delle povere vacche bengalesi veniva appallottolata in piccole sfere che poi erano fatte essiccare in forno: nascevano così le palline di giallo indiano che gli Europei conoscevano bene, pronte per essere vendute a caro prezzo sul mercato occidentale.

Intrigato da quella incredibile risposta, il gentiluomo che l’aveva sollecitata mostrò quella lettera proveniente dall’India alla Royal Society of Arts, che ne diede notizia sulla propria rivista. Il mistero delle origini del giallo indiano aveva finalmente trovato una soluzione, che molti accettarono senza farsi troppe domande, tant’è vero che ancor oggi una ricerca su Google vi darà la stessa risposta: sì, quel pigmento luminoso era creato a partire dall’urina delle vacche.

In realtà, gli storici dell’arte non sembrano intenzionati a bersi questa storia. Come fa notare Kassia St Clair nel suo Atlante sentimentale dei colori, la lettera di Trailokyanath Mukharji costituisce ad oggi l’unica prova dell’esistenza di quella preparazione. Per contro, gli archivi britannici sono pieni di dettagliate descrizioni degli usi e dei costumi indiani, stilate dai funzionari coloniali; e non in una singola di quelle carte si fa cenno ad una usanza che, se non altro per la sua peculiarità, avrebbe di certo meritato almeno una menzione.

Anzi: per dirla con le parole di St Clair,

le indagini svolte nella regione da parte degli ufficiali inglesi, abbastanza dettagliate da indicare il numero di vacche adulte e lo sconquasso generato dalla sifilide nel vicino villaggio di Shaikpoora, non facevano cenno a queste specialissime vacche o alle sfere gialle realizzate con il contenuto della loro vescica.

La storica Victoria Finley ha recentemente ipotizzato che quella di Trailokyanath Mukharji potesse essere una burla, una colossale beffa di un nazionalista indiano che voleva prendere in giro (e magari anche schifare un po’) quella nazione di galantuomini bianchi e creduloni. È certamente una ipotesi da non scartare, anche se il nostro buon Trailokyanath non corrisponde esattamente al ritratto del nazionalista anticoloniale: pochi mesi prima di scrivere quella lettera, il funzionario aveva lavorato per l’Esposizione Internazionale di Amsterdam e, negli anni immediatamente successivi, si sarebbe trasferito in Inghilterra per lavorare al London Indian Museum, avendo persino l’occasione di incontrare con deferenza la regina Vittoria. Se la storia dell’urina delle vacche era davvero una goliardata, dobbiamo ammettere con onestà che Trailokyanath Mukharji è il più insospettabile dei burloni.

In ogni caso: se goliardata fu (e recenti ricerche scientifiche sembrerebbero proprio confermarlo!), fu la goliardata più infelice della Storia.
Le informazioni fornite da Trailokyanath si ritorsero sull’economia indiana come un boomerang: orripilati dal trattamento disumano a cui erano costrette le povere mucche, gli artisti vittoriani si disamorarono rapidamente di questo colore, preferendogli i mille altri pigmenti gialli che venivano prodotti a seguito di una lavorazione cruelty free. Nell’arco di pochi decenni, il pigmento “prodotto” dall’urina luminescente delle macilente vacche bengalesi era virtualmente sparito dal commercio.

2 risposte a "La misteriosa storia del giallo indiano, il pigmento puzzolente tanto amato dai Vittoriani"

  1. Elena

    Ma con i sistemi di diagnosi e analisi di oggi non sono riusciti a capire la composizione del pigmento? Dovrebbe dare indizi anche sulla sua origine…

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  2. vogliadichiacchiere

    Da come si capisce: meglio un pizzico di sano mistero che una verità scomoda!
    E anche il fatto che, già allora il mondo era “globalizzato” e una notizia poteva fare o disfare l’economia!
    Bella storia! In generale! Però, anch’io come Elena mi chiedo se, al giorno d’oggi non siano ancora riusciti a indagare più in profondità! DNA o cose del genere?

    Ciao, Fior

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