Il Plough Monday: quello in cui si torna al lavoro

In principio, si trattava probabilmente di una ricorrenza a carattere religioso – di cui, però, non sappiamo praticamente nulla. Le prime fonti che ce la documentano, nell’Inghilterra del XV secolo, sono irritantemente vaghe: si limitano a parlare di candele che venivano accese nelle chiese, intuibilmente con l’intenzione di chiedere una grazia, e di aratri che venivano portati all’interno del luogo sacro, presumibilmente per essere benedetti dal sacerdote. Ma, in realtà, queste sono supposizioni che prendono le mosse da considerazioni di buon senso… e che tuttavia non sono documentate dalle fonti. L’unica cosa che si può dire con certezza è che, nell’Inghilterra del XV secolo, la gente portava gli aratri all’interno della chiesa e accendeva candele di fronte alle immagini sacre, in occasione del primo lunedì dopo la festa dell’Epifania.

Popolarmente, lo si chiamava Plough Monday: “lunedì dell’aratro”, per l’appunto.
Era, per convenzione, la data in cui in Inghilterra (e in numerose altre zone d’Europa) i contadini si rimettevano al lavoro dopo la lunga “vacanza” forzata cui li aveva costretti il clima invernale. Era, insomma, la ripresa dell’anno agrario, che s’era concluso qualche mese prima: convenzionalmente, a fine settembre con la festa di san Michele oppure (nelle zone in cui il clima lo consentiva) a metà novembre, in concomitanza con la festa di san Martino.
Ma ecco: chiudendo il periodo dei festeggiamenti di Natale, l’Epifania portava con sé – se non altro a livello simbolico e psicologico – la promessa di una primavera ormai non così lontana, di cui si iniziava già a pregustare il tepore. Era il momento di tirarsi su le maniche e cominciare a pianificare tutte quelle attività che sarebbero state necessarie per accogliere la bella stagione.

***

Tornare al lavoro dopo una pausa così prolungata è, intuibilmente, un momento dolceamaro, anche se è molto ragionevole presumere che l’entusiasmo prevalesse di gran lunga sulla malinconia. Tre mesi di vacanza sono godibili solo per chi ha le ferie pagate (o quantomeno ha accatastato un bel gruzzoletto apposta per l’occasione), situazione che evidentemente non corrispondeva allo stile di vita del contadino medievale medio.
Sicché, palpitava nell’aria un qual certo fremente entusiasmo collettivo nel giorno che – quantomeno a livello psicologico – indicava che l’inverno si avviava davvero al termine e che la generosa primavera cominciava ad affacciarsi in lontananza.

I contadini, recandosi in chiesa prima di iniziare il loro primo giorno di lavoro, accendevano una candela davanti alla statua del patrono: evidentemente, una muta preghiera nella speranza di ottenere la grazia di un buon raccolto, nell’anno entrante. L’aratro comunale (quello cioè che era custodito dalla municipalità e che veniva messo a disposizione, a turno, a tutte le famiglie che non ne possedevano uno proprio) veniva simbolicamente portato all’interno della chiesa, ove è senz’altro ragionevole pensare che ricevesse una qualche forma di benedizione. In alcune zone dell’Inghilterra, è documentata l’usanza di far stazionare in chiesa le candele e l’aratro per la prima parte della giornata: dopo il mezzodì, i ceri devozionali e l’attrezzo di lavoro sarebbero stati portati a zonzo per le strade, in una allegra “processione” laica che li avrebbe fatti visitare ogni singola casa del villaggio. Ché un aratro benedetto è sicuramente propizio… ma un aratro benedetto che si ferma nel tuo tinello propizia ancora meglio: e ben lo sa, la saggezza contadina!

Il problema è che la saggezza contadina sconfina spesso nella superstizione. E, ad esempio, questa roba dell’aratro da portare in chiesa per ingraziarsi i raccolti parve decisamente superstiziosa agli austeri teologi che, nel Cinquecento, si posero l’obiettivo di riformare il credo in Inghilterra. Con l’avvento della riforma anglicana, scomparvero rapidamente tutte le usanze religiose che fino a quel momento erano state legate al Plough Monday. Rimasero, in compenso, le innocenti usanze laiche, cioè le allegre scorribande di giovanotti che – concluso il primo giorno di lavoro – se ne andavano a zonzo di casa in casa creando un po’ di festoso scompiglio. Insomma: il primo lunedì lavorativo dell’anno si trasformò nell’ultima delle grandi feste carnascialesche che avevano caratterizzano il periodo invernale: i giovanotti del paese indossavano abiti femminili, oppure si travestivano con maschere animali o ancora si ricoprivano di paglia, per trasformarsi in spaventapasseri semoventi. Così conciati, si aggiogavano all’aratro e poi si divertivano a trascinarlo per le vie del paese: naturalmente il loro passaggio era accolto da risate, piccoli doni, calici di vino e da una gran baldoria collettiva. Gli anziani, le donne e le famiglie che non vivevano di agricoltura guardavano con divertita indulgenza a quest’ultima carnevalata; tutti erano ben lieti di sostenere gli allegri festeggiamenti di quei giovanotti che giustamente gioivano per quel nuovo inizio.

Ché, un tempo, l’inverno era una stagione dura; di una durezza che noi moderni facciamo fatica a immaginare, abituati come siamo ai termosifoni, alle scarpe ben suolate e alle finestre senza spifferi. Ma nell’epoca in cui davvero quella era la stagione del gelo, della fame e delle malattie, ogni singolo giorno che passava facendo trascolorare l’inverno in primavera era un giorno in più da festeggiare. Il ritorno alla normalità dopo le lunghe feste natalizie segnava evidentemente una forte cesura tra il “prima” e il “dopo”: una cesura da festeggiare con entusiasmo, perché una volta di più ricordava che l’inverno non sarebbe durato per sempre. La primavera non si vedeva ancora, ma in realtà era lì, dietro l’angolo: era vicina.

2 risposte a "Il Plough Monday: quello in cui si torna al lavoro"

  1. DarkMiryam

    Io in realtà ho lavorato anche il 24, il 25, il 31 dicembre e il 1 gennaio 😀
    Non conoscevo questa tradizione che, a ben vedere, ha molti punti in comune con alcune tra le processioni ed i festeggiamenti del Calendimaggio.
    Mi ha colpita un particolare, ovvero quello dei ragazzi vestiti con abiti femminili. Che si tratti, forse, di un retaggio pagano atto ad ingraziarsi la dea Cerere?

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