Di come Merlino disse addio a sua sorella

Aveva i capelli aggrovigliati e sporchi, la pelle cotta dal sole, il volto scurito dalla sporcizia e uno sguardo spento e basso. Ganieda gli si accovacciò vicino, sedendosi sul giaciglio di paglia marcia, e dolcemente gli carezzò una guancia, là dove una lacrima aveva scavato un solco in mezzo alla lordura.
“Ti prego”, ripeté a bassa voce. “È inverno. Non puoi veramente pensare di voler affrontare la stagione fredda così”. E per un attimo, solo per un attimo, distolse lo sguardo dagli occhi del fratello per lanciare un’occhiata a quella specie di riparo. “Sperso in mezzo al nulla, in un bosco, dentro una caverna umida. Ma che scherziamo?”.
Myrdinn (o Merlino, se così vogliamo chiamarlo) teneva lo sguardo fisso su un punto indistinto a qualche centimetro dal suo naso. Sembrava non ascoltarla nemmeno.
“Ti prego”, insisté Ganieda, “ti imploro. Vieni a stare da noi”.
Senza dire una parola e senza distogliere lo sguardo, Myrdinn scosse rapidamente il capo un paio di volte.
“Ma non intendo a corte, a meno che tu non voglia” precisò lei molto velocemente. “Intendo in un capanno. Isolato quanto tu vorrai. Con dentro tutte le tue cose. Daremo ordine ai servitori di non disturbarti per nessun motivo, non vedrai anima viva. Voglio solo che tu stia al caldo”.
Non la minima reazione.
“Vuoi portarti dietro le capre? Portati le capre! Ti daremo altre capre!”, tentò Ganieda con la voce incrinata dall’ansia. “Fratello, ti prego. Non puoi pensare che io me ne resti con le mani in mano a guardarti morire, dopo tutto quello che è successo”.
Niente.
“Se cerchi solitudine e penitenza, ti giuro che potrai averle”, rincarò lei con l’impeto della disperazione. “Nessuno verrà a disturbarti, nemmeno io, se sono io il problema, se… se non mi vuoi più vedere”.
Fu a quel punto che Myrdinn, lentamente, distolse lo sguardo da quella vuota immobilità e puntò gli occhi scuri in quelli di sua sorella. La fissò a lungo, e c’era un dolore infinito in quello sguardo, mescolato a una nota di commiserazione simile a quella che si rivolge a uno scolaro che non ha capito niente. Tutto quello che ebbe da dire fu “sprechi il tuo tempo. Non verrò”.

Quella sera, a cena, Ganieda riuscì a malapena a sbocconcellare il suo arrosto, tanta era l’angoscia a chiuderle lo stomaco. A un certo punto, lanciò una occhiata al marito che sedeva dall’altro capo del tavolo e abbozzò: “io non posso pensare di lasciarlo lì tutto l’inverno a morire di inedia e consunzione. È colpa nostra se è in questo stato. Dobbiamo fare qualcosa”.
“E io concordo”, replicò il marito guardandola al di sopra di un calice di vino, “ma se non si convince a venire, cos’altro possiamo fare? Mica posso rapirlo”.
Seguirono dieci secondi abbondanti di silenzio, interrotti solo dal crepitio del fuoco nel caminetto. E alla fine Ganieda disse: “…e perché no?”.
Suo marito, il re, scoppiò in una di quelle risate godute che era solito regalare al giullare che appena fatto un numero ben riuscito. “Perché non voglio morire male, e quindi non ho intenzione di provare a rapire e segregare contro la sua volontà mago Merlino, il più grande incantatore di cui la Storia abbia memoria?”.
Ganieda abbassò lo sguardo e piegò le labbra in un sorriso amaro, scuotendo il capo. “Guarda che tu non l’hai visto. Non hai idea di come s’è ridotto. A malapena sa badare a se stesso, non sarebbe in grado di nuocere a una mosca. Fidati: non è il mago Merlino che ti immagini. È solamente un povero montanaro pazzo”.

E su questo, in effetti, Ganieda non mentiva. Ad oggi, ci sono degli storici che, un po’ provocatoriamente, addirittura ritengono concettualmente sbagliato collegare la figura di Merlino a quella di Myrddin, il folle uomo dei boschi che compare a più riprese nella letteratura britannica medievale.
Una posizione un po’ eccessiva, a onor del vero. Per quanto sia oggettivamente arduo riconoscere in Myrddin l’embrione di quello che sarebbe diventato un giorno il mago contegnoso e potente che siede al fianco di re Artù, non v’è alcun dubbio che, storicamente, il personaggio di Merlino si sia sviluppato proprio a partire dalle leggende gallesi che riguardavano il folle dei boschi. Il legame tra i due personaggi si fa assolutamente evidente e inequivocabile nella Vita Merlini, composta da Geoffrey di Monmouth nel 1150.
Se, nell’Historia Regum Britanniae, lo stesso autore aveva dipinto Merlino come un saggio statista col dono della profezia, temuto e rispettato da tutti i più grandi re del tempo, ben diverso è il ritratto del mago che Geoffrey ci fornisce nella Vita Merlini. Come premette, in apertura, l’autore stesso, molti anni e molti re erano passati dal tempo in cui Merlino era stato un uomo rispettabile. Tragicamente: il profeta, ormai, era impazzito. Terrorizzato da tutto e tutti (e, francamente, abbastanza terrorizzante per chi aveva la ventura di trovarselo davanti), l’uomo viveva come un selvaggio in mezzo ai boschi, comportandosi in modo non meno ferino degli animali con cui s’accompagnava.

Questo ritratto, probabilmente troppo estremo per un personaggio che meritava d’esser esplorato con maggiore introspezione, non ebbe grande fortuna letteraria. Sul finire del XII secolo, Robert da Boron rimaneggiò la figura di Merlino ponendo le basi per quella lenta trasformazione che lo portò a essere un uomo tormentato (ma non di certo pazzo), amante della solitudine (ma non al punto tale di farsi eremita), con una passione insospettata per la pastorizia e l’uccellagione (ma non per questo incapace di godere dei lussi della corte). Un Merlino ben diverso dal selvaggio che fu descritto nella Vita Merlini: indubbiamente. E tuttavia, è indubbiamente quel selvaggio a mettere le basi per la successiva evoluzione del personaggio di Merlino; ed è altresì indubbio che, per descrivere il selvaggio, Geoffrey di Monmouth si sia ispirato al personaggio di Myrddin, che da molto tempo era già noto al folklore e alla letteratura gallese.

Tante cose si potrebbero dire a questo punto, ma sarà bene concentrarsi sulla più importante: cos’era successo a questo povero Myrddin, per farlo uscire di capoccia?
La risposta non è chiara, o meglio non è univoca: ché, come spesso capitava nel Medioevo, della stessa storia furono composte versioni leggermente diverse, che differivano in alcuni dettagli. Il fatto che molte di queste versioni ci siano giunte in maniera frammentaria non ci aiuta un granché a chiarire la questione, per usare un garbato eufemismo.
Il punto fermo è che Myrddin uscì di testa dopo esser sceso in battaglia al fianco del suo re e dopo aver assistito alla totale disfatta dell’esercito di cui faceva parte. Corollario a questo punto fermo è la nota a margine per cui, quasi sempre, la sorella di Myrddin ha, a vario titolo, un ruolo importante in questa storia.

Il “come” e il “perché” varia da versione a versione.
Alcune stesure ci dipingono un Myrddin che banalmente sembra essere affetto da stress post-traumatico. Nessun elemento particolare può essere additato come causa scatenante della sua follia, al di fuori dello shock per l’esser stato presente a quell’eccidio nel quale erano morti tutti i suoi amici.

Più acutamente, in altre versioni della storia, la follia di Myrdin viene spiegata coi sensi di colpa. In alcuni casi, era stato proprio lui, in veste di profeta, a suggerire al re di scendere in battaglia: “gli astri sono favorevoli, la vittoria è assicurata”. Ma forse il veggente aveva scambiato il sogno per profezia; forse l’astrologo aveva commesso un errore da principiante nel leggere nelle stelle il destino di quella battaglia. Tutti gli avevano dato credito, perché nessuno avrebbe osato dubitare delle sue parole; e quando l’errore di Myrddin si rese evidente, egli non resse allo shock e alla disperazione.

In altre versioni, l’errore tragico vi fu, ma fu di tipo unicamente militare. Nell’infuriare tumultuoso e confusionario della battaglia, Myrddin tentò di colpire a morte un nemico – ma, tragicamente, si scoprì ad affondare la sua spada nelle carni dell’erede al trono, il figlio del suo re. Oppure peggio ancora: con la stessa dinamica, uccise accidentalmente il figlio di sua sorella.
Anche in questo caso: non appena Myrddin si rese conto di ciò che aveva fatto, qualcosa si spezzò in lui, per sempre.
Ma in una versione più tarda, che è quella che personalmente preferisco e che infatti quest’oggi ho deciso di raccontare, Myrddin aveva le sue buone ragioni per sentirsi in colpa. In effetti, l’esercito regio era andato incontro al massacro proprio perché lui aveva tradito il suo monarca.

Non era stato un tradimento premeditato, e di certo Myrddin ne non aveva previsto le conseguenze. Ma quando era venuto a sapere che il suo re aveva intenzione di tendere un’imboscata contro re Rhydderch, con cui era in lotta, l’uomo aveva sentito il cuore sprofondargli nel petto. Perché Rydderch era il marito della sua amatissima sorella, e Myrddin conosceva fin troppo bene il trattamento che viene di norma riservato alla vedova di un nemico odiato e sconfitto.
Dunque aveva tradito il suo re, è vero: ma solo e unicamente per preservare sua sorella. “State in guardia: nel tal giorno, il nostro esercito progetta d’attaccarvi di sorpresa”, le aveva detto furtivamente. “Mettetevi in salvo, non fatevi trovare”.
Era stato ingenuo, come un bambino che non riesce a vedere traccia di malizia nella sua sorellina. Non aveva minimamente pensato che Rhydderch avrebbe avuto la faccia tosta di usare questa soffiata per preparare un contrattacco. E invece lo fece: e l’esercito di Myrddin fu attaccato alle spalle, circondato, annientato e massacrato senza pietà. Orripilato nel realizzare ciò che per leggerezza e amore aveva fatto, l’uomo non riuscì mai a perdonarsi. E del resto chi potrebbe dargli torto, viste le circostanze?

***

Viste le circostanze, chi avrebbe potuto dar torto a Ganieda nel momento in cui lei affermava che, in un modo o nell’altro, a tutti i costi suo fratello doveva essere portato in salvo?
Erano passati ormai più di sei mesi, dal triste giorno in cui aveva avuto luogo quella battaglia. Annientato dai sensi di colpa, Myrddin era andato a vivere nei boschi come un penitente – ma quello che, nei mesi estivi, era stato uno stile di vita tutto sommato sostenibile si stava rapidamente trasformando in un teatrale suicidio annunciato, man mano che ci si avvicinava all’inverno e le temperature scendevano in picchiata.
“Io non posso pensare di restarmene con le mani in mano mentre lui muore assiderato”, aveva detto Ganieda quella sera. E Rhydderch aveva annuito con un sospiro, conscio egli stesso del fatto che, se si voleva essere persone decenti, una soluzione andava trovata certamente.

***

Alla prova dei fatti, risultò chiaro che Ganieda non aveva esagerato affatto nel descrivere la prostrazione mentale di suo fratello. Quello che un tempo era stato un profeta temuto e un mago potente, ormai s’era trasformato in una specie di bestia traumatizzata. Provò a difendersi con nulla più di morsi e graffi, quando gli uomini di Rhydderch lo accerchiarono. Il meglio che riuscì a fare, fu provare a prenderli a sassate.
Fu una resistenza feroce e tuttavia del tutto inutile, quella che Myrddin tentò di opporre: nell’arco di pochi minuti, i soldati lo avevano catturato, legato, stordito e caricato di peso su un cavallo. Un rapimento a tutti gli effetti, si potrebbe dire.

Quella sera, Rhydderch e Ganieda scesero a visitare Myrddin nelle segrete, dove era stato necessario rinchiuderlo visti i suoi ripetuti tentativi di fuga. Intonso, sul pavimento della cella, se ne stava un vassoio pieno d’ogni prelibatezza, che evidentemente Myrddin non aveva nemmeno toccato. Con un sospiro, Ganieda si chinò per prendere una galletta e mormorò piano “nemmeno questo? L’ho fatto io apposta. Ricordi? Era il tuo biscotto preferito, da bambino”.
Ovviamente non giunse la minima risposta, e allora Ganieda andò ad accucciarsi davanti a Myrddin. Carezzò in punta di dita la sua tempia, ne cercò lo sguardo, abbozzò sulle labbra un sorriso pieno d’affetto e poi disse in un sussurro: “fratello, lo so che oggi t’ho dato una ragione in più per odiarmi, come se già non ne avessi abbastanza. Ma questo, almeno, era necessario. Un giorno capirai che l’ho fatto solo per salvarti, e che non ci sarebbe motivo alcuno di trattarti come un prigioniero se solo tu accettassi di farti aiutare… almeno fino a primavera…”.
In silenzio, Myrddin fissò sua sorella di rimando. Poi socchiuse gli occhi, e lentamente allungò una mano verso il viso della donna. E Ganieda trattene il fiato, e per un attimo lungo come l’eternità credette davvero che suo fratello volesse ricambiare la carezza, che le cose fossero ancora recuperabili, che tutto sarebbe tornato come prima.
Ma invece no. Myrddin le infilò le dita tra i capelli, e quando le ritrasse stringeva tra il pollice e l’indice un filo di paglia che s’era incastrato nella sua acconciatura.
Se lo portò vicino agli occhi e lo fissò per qualche secondo, rigirandoselo tra i polpastrelli. E poi improvvisamente reclinò il capo all’indietro, si abbandonò contro la parete e proruppe in una risata selvaggia, profonda e goduta, che echeggiò sinistramente nella cella per mezzo minuto abbondante. Quando alla fine riuscì a porre un freno a tutta quell’ilarità, fissò Ganieda con due occhi che ormai s’erano fatti lucidi ed ebbe per lei solo cinque parole: “io non ci posso credere”.
Dopodiché, si girò a guardare Rhydderch, che con aperto disagio aveva assistito a tutta la scena un po’ in disparte. E c’era percettibilmente una nota di divertimento nella sua voce, mentre Myrddin l’apostrofava: “sai cosa? Il fatto comico è che di te me ne frega meno di niente, fosse per me saresti finito in pasto ai corvi una vita fa. L’unica ragione per cui ti ho salvato la vita è che non volevo privare mia sorella del marito che amava tanto. E invece” – e qui si fermò un attimo, colto da un altro attacco di risate – “salta fuori che quella va a letto col tuo siniscalco e se la fa con lui dentro al fienile, manco fosse una vacca”.
“Che cosa?”, mormorò Rhydderch lanciando alla moglie un’occhiata smarrita, francamente interdetto per la piega che aveva preso la conversazione.
Che cosa?!”, esalò Ganieda, che nel frattempo era sbiancata, fissando il fratello con occhi terrei e sgranati.
“Dio, che razza di idiota sono stato”, commentò tra sé Myrddin, e di nuovo scoppiò a ridere lanciando un’altra occhiata al filo di paglia che stringeva tra le dita. “Una vita intera passata a criticare chi permette ai propri affetti di offuscare la ragione, ed eccomi qua. Distrutto tutto ciò che avevo, e non c’era manco un motivo valido”.

“O-ovviamente è pazzo” farfugliò Ganieda, che nel frattempo era scattata in piedi. “Rhydderch, l’hai visto anche tu che è pazzo. È pazzo. Sta delirando”.
“Non sono pazzo proprio per niente, Rhydderch”, cantilenò Myrddin. “Spero mi darai credito d’essere il più grande veggente che ha mai calpestato questa terra”.
“Un grande veggente uscito di senno che adesso vive in mezzo ai boschi come una specie di animale!”, gli diede sopra Ganieda in tono fin troppo acuto.
“Il che denota una precisa scelta di vita dettata dal pentimento e dalla vergogna per le colpe di cui mi sono macchiato, non il fatto che io abbia perso il mio dono”.
“Ma non starlo a sentire!”, strillò Ganieda, e stavolta c’era una nota di vero panico nella voce.
Myrddin non la guardò nemmeno, come se la sorella non fosse proprio nella stanza, limitandosi a fissare con aperto divertimento il confusissimo cognato. “Sul serio, Rhydderch. Poi fa come credi, ma almeno sappi che razza di donna è quella che ti sei messo al fianco”.
Lentamente, Rhydderch si girò a guardare la regina e le chiese piano: “…però, la paglia tra i capelli c’era per davvero. Come ti ci è finita?”.
Ma che ne so!”, strillò la donna che sembrava molto prossima a una crisi di nervi. “Da qualche parte!”.
Con un’occhiata a Myrddin che ridacchiava nel suo cantuccio, Rhydderch osservò a voce bassa: “e però, Ganieda, anche tu dovrai ammettere che non è che ci sia molta paglia vagante, qui a palazzo”.
“Ma non lo so come ci è finita!”, ripeté lei, che ormai aveva la voce rotta dall’angoscia. “Sarà stato… ecco, nelle cucine! Quando sono andata a cucinare i biscotti per questo ingrato! Ti prego, ti prego”, e lì afferrò le mani del marito lanciandogli uno sguardo che non avrebbe potuto essere più implorante: “questo povero pazzo non sa quello che dice, io posso dimostrartelo!”.

***

“Buongiorno, sorella”, commentò Myrddin l’indomani mattina contemplando con vivace curiosità Ganieda e Rhydderch, che erano ritornati nella sua cella trascinandosi dietro un bimbetto attorno ai dieci anni.
Ganieda lo spintonò in avanti e poi sfidò il fratello: “dimmi. Se sei davvero quel grande veggente che non ne sbaglia una, dimmi: come morirà questo bambino?”.
Myrddin scoppiò di nuovo in una risata goduta. “E poi cosa? Una volta sentito il mio responso, lo ammazzerai con le tue mani avendo cura di scegliere un modo diverso da quello che ho detto io?”.
Il bambino, poveretto, si girò per lanciare un’occhiata allarmata alla regina; quanto a Myrddin, pigramente rispose: “scivolerà giù da una roccia sbattendo malamente la testa, in ogni caso. Tra molti molti anni” – e quest’ultima puntualizzazione, fatta con tono ammorbidito, aveva tutta l’aria d’essere arrivata a unico vantaggio del fanciullo.
“Bene, lo vedremo”, sibilò Ganieda spintonando il bimbo fuori dalla stanza. Seguì qualche secondo di teso silenzio collettivo e poi, nel corridoio davanti alla cella passò di gran carriera un frate col cappuccio ben calcato sulle orecchie che si affrettava a correr chissà dove. “E quello lì?”, domandò bruscamente la donna. “Quello lì che è appena passato, è destinato a morir come?”.
Myrddin inarcò lentamente le sopracciglia, lanciando a Ganieda un’occhiata eloquente. “Ma veramente?”.
“Vedi?”. La donna si girò verso il marito: “è confuso! Non risponde!”.
“Se proprio lo vuoi sapere, Rhydderch”, fece Myrddin piegando le labbra in un sorrisetto, “quello che è appena passato morirà in modo parecchio ridicolo, rimanendo incastrato tra i rami di un albero”.
Il re e la regina si scambiarono una breve occhiata, e per un attimo vi fu un guizzo di trionfo sul volto della donna. Oltre il muro di pietra, il bambino di prima si stava velocemente sfilando la tunica da frate e veniva aiutato da un paio di servitori a infilarsi in un abito da donna, con un lungo velo all’orientale che lasciava scoperti solamente gli occhi. Così conciato, il bambino s’affacciò di nuovo alla porta della cella e Ganieda non perse un attimo prima d’additarlo a Myrrdin. “E lei? Lei come è destinata a morire?”.
Il profeta fissò sua sorella con lo stesso sguardo con cui si contempla un idiota e poi disse lentamente: “a conti fatti, in un fiume. Per affogamento”.
A quel punto, persino Rhydderch si lasciò scappare un sorriso. S’avvicinò alla moglie e le disse “scusa se ho dubitato di te”, parlando a voce sufficientemente alta per farsi sentire anche da suo cognato; a lui rivolse solo un cenno piuttosto freddo, e poi s’allontanò con discrezione. Ganieda invece rimase, richiudendosi alle spalle il portone della cella con mani che tradivano un certo tremore.

Quando i due furono rimasti soli e quando anche i passi di Rhydderch si furono allontanati lungo il corridoio, la regina scattò verso Myrddin. Gli prese il polso e glielo strinse così forte da fargli male, soffiando aria dal naso come un toro che si prepara all’attacco. “Vattene e non tornare mai più”, disse tutto d’un fiato.
“Non chiedo altro”, fece lui senza scomporsi.
“Vuoi passare tutto il resto della tua vita a macerarti nella disperazione? Perfetto, fallo! Ti ho teso la mano, ho cercato di sdebitarmi, ho provato ad aiutarti, t’avevo trovato una sistemazione e non avrei preteso null’altro. Non vuoi?”. Ganieda strinse ulteriormente la presa: “E allora vattene, ma non pensare neanche per un istante di potermi togliere tutto quello che ho”.
“Sorella”, disse Myrddin guardandola fisso negli occhi. “La differenza tra me e te è che io non oserei mai rovinare la vita delle persone a cui voglio bene”. E poi ripeté lentamente: “io”.

***

Alla corte di Rhydderch, fece un certo scalpore la notizia di quella profezia così platealmente cassata: davvero doveva esser completamente uscito di cervello, quel veggente che, fino a pochi mesi prima, aveva intimorito tutti per la magnitudine dei suoi poteri. Di certo, il Myrddin di un tempo non sarebbe caduto in un trabocchetto così infantile; e invece…
La notizia passò di bocca in bocca per qualche mese; poi, lentamente, cominciò a scivolare nel dimenticatoio. E lo stesso accadde anche a Myrddin, che la regina Ganieda aveva incomprensibilmente deciso di rimettere in libertà dopo aver fatto (così si mormorava) una lunga chiacchierata a quattr’occhi con suo fratello. Forse s’era resa conto che la situazione era irrecuperabile; forse aveva dovuto ammettere a se stessa che è inutile cercare di salvare chi per primo rifiuta d’essere salvato.

Coi primi tepori della primavera, giunse notizia che in un modo o nell’altro Myrddin era riuscito a sopravvivere all’inverno: capitava, di tanto in tanto, che qualche boscaiolo lo vedesse in lontananza, sempre più sporco e sempre più inselvatichito, talvolta occupato a razzolare per terra come un maiale e talvolta aggrappato a una lira, a cantare tra le lacrime raffinatissimi versi pieni di disperazione. In un modo o nell’altro, quel povero pazzo sembrava aver trovato un suo qualche equilibrio e pian piano le sue sorti smisero di suscitare interesse, come accade a quelle celebrità che dopo essersi ritirate dalle scene non vengono più ricordate nemmeno dai loro fan.

Del resto, si sa che le passioni di massa seguono le mode e cambiano come il vento. Molti e molti altri furono gli argomenti di conversazione che, nel corso dei mesi e degli anni, intrattennero i cortigiani di Rhydderch nelle loro chiacchierate serali davanti al fuoco. E poi, improvvisamente, arrivò il giorno in cui fu una disgrazia a calamitare l’attenzione di tutti: uno dei paggi del re, un brav’uomo che aveva prestato servizio a corte fin da quando era bambino, era morto in una maniera così teatrale e assurda che sarebbe stata comica se non fosse stata tragica. Durante una battuta di caccia, correndo per inseguire la preda, il poveretto era scivolato giù da uno sperone roccioso. L’altezza non era eccessiva, e probabilmente lo sventurato avrebbe potuto sopravvivere alla caduta, se non fosse stato per il successivo concatenarsi di una serie di assurde coincidenze. Sbattendo il capo mentre cadeva, era probabilmente rimasto stordito; e come se non bastasse, il suo piede destro s’era incastrato tra i rami di un alberello. Vicino all’alberello, scorreva un ruscelletto: stordito per la botta, incastrato a quell’albero, il poveretto era finito con la testa nell’acqua e non era più stato in grado di liberarsi. Fu così che, qualche minuto dopo, lo trovarono orripilati i suoi compagni di caccia. Sembrava un grottesco impiccato al contrario: penzolava dall’albero con la testa nel fiume, morto affogato in due dita d’acqua. I soccorritori provarono disperatamente a salvarlo, ma ormai non c’era più nulla da fare.

Quella sera, quando la notizia arrivò a corte, tutti si commossero nel vedere lo sconcerto con cui Rhydderch aveva ascoltato quella tragedia, chiedendo conferma per tre volte di fila del nome di quel poveretto e delle dinamiche della sua morte.
“Quindi mi state dicendo”, sussurrò il re lasciandosi cadere sulla sedia, “che davvero è morto cadendo una da roccia, e al tempo stesso morendo di morte di violenta incastrato dentro un albero, e al tempo stesso morendo affogato?”.
Gli uomini che erano stati testimoni dei fatti si lanciarono una occhiata un po’ incerta. “Beh, sì”, disse uno alla fine. “Se volete metterla in questi termini…”.

Ci fu un lungo silenzio.
E poi, con lentezza implacabile, Rhydderch si girò a guardare Ganieda.

***

Difficile stabilire – come dice il proverbio – se sia nato prima l’uovo o la gallina.
Vale a dire: è il nucleo di leggende sorte attorno a Myrddin ad aver influenzato le agiografie dedicate a san Mungo, oppure è la Vita del patrono di Glasgow ad aver suggestionato i letterati?
Ad oggi, non siamo in grado di stabilirlo. O per meglio dire: il personaggio di Myrddin è sicuramente molto antico, ma lo specifico topos che ho appena raccontato (la profezia apparentemente incoerente sulla triplice morte dello stesso personaggio, che solo a cose fatte mostra d’esser vera) compare per la prima volta nel tardo XII secolo e viene declinata, in modi e significati diversi, in due opere quasi coeve: la Vita Merlini di Geoffrey di Monmouth da un lato, e la Vita di san Mungo di Jocelyn di Furness da un altro.

In ognuna dei due casi, è “Merlino” a vaticinarla.
Perché… sì: anche il patrono di Glasgow incontrerà, a un certo punto della sua vita, questo Myrddin folle e inselvatichito (ma forse non poi così pazzo come sembrerebbe). E il loro incontro sarà in un certo senso provvidenziale, per un Myrddin ormai vicino alla fine dei suoi giorni: è una bella leggenda agiografica, che anni fa già raccontavo su questi schermi.

***

E per chi volesse approfondire:

Scotland’s Merlin. A Medieval Legend and its Dark Age Origins di Tim Clark
Merlin and Legendary Romance di Carol Harding

3 risposte a "Di come Merlino disse addio a sua sorella"

  1. Pingback: La storia di Merlino, così come Blaise volle tramandarla ai posteri – Una penna spuntata

  2. Lucia

    (Nota a margine: non in tutte le versioni della storia di Myrddin Ganieda è un personaggio negativo! Quasi sempre è un’adultera, ché il tema del tradimento coniugale ricorre con una certa frequenza; ma per il resto, esistono molte versioni in cui Ganieda e Myrddin hanno un ottimo rapporto, si prendono cura l’un dell’altro e si lanciano in lunghe e affettuose chiacchierate. In alcuni casi casi, anche la sorella viene dipinta come maga e profetessa, e quasi sempre re Rhydderch è un alleato, non un nemico, del re per cui presta servizio Myrddin. Diciamo pure che mi sono andata a cercare lo scabroso col lanternino 😂 ma a mio gusto è questa la versione più bella e dolorosa)

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  3. Pingback: San Mungo e la regina di Strathclyde – Una penna spuntata

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