San Mungo e la regina di Strathclyde

“Ehm. Padre? Mi state ascoltando?”.
“Sì, scusa”. San Mungo distolse rapidamente lo sguardo dalla siepe che delimitava i confini delle terre del convento. Per un attimo gli era sembrato di vedere nascosto dietro il cespuglio quel povero pazzo che viveva nei boschi lì vicini e che ogni tanto veniva a fargli visita, ma no: doveva essersi sbagliato, tantopiù che il selvaggio non si avvicinava mai quando c’era altra gente. Il santo vescovo scosse il capo e si girò a guardare la donna. “Scusa, figliola. Dimmi. Ti ascolto”.

Dire che quel giorno la regina di Strathclyde “aveva una brutta cera” sarebbe stato l’eufemismo del secolo. Abbandonati i suoi gioielli, i panneggi lussuosi delle vesti di corte e le acconciature elaborate per cui era famosa, s’era presentata al sorgere del sole nel monastero di san Mungo conciata come una fuggitiva che teme per la sua vita stessa. Quando era stato riferito all’abate che la regina chiedeva asilo, il vescovo s’era preso un accidente: trovandosela davanti in quello stato, aveva seriamente creduto che Strathclyde fosse caduta nella notte e che Ganieda fosse l’unica sopravvissuta all’attacco.
E invece no. Dopo cinque minuti di conversazione, era già chiaro che tutta ‘sta manfrina era dovuta unicamente a problemi coniugali.

“Mio marito è impazzito, mi odia, mi vuole morta”, stava spiegando proprio in quel momento la regina, con la voce spezzata dall’ansia. “S’è convinto che io abbia tradito la fede coniugale con un cavaliere della corte, e ogni giorno è una guerra continua”.
San Mungo intrecciò le mani dietro la schiena e ricominciò a camminare lungo il perimetro del monastero, come era solito fare quando aveva bisogno di riflettere. “E perché se n’è convinto?”.
La regina scosse il capo nervosamente. “Perché così gli ha detto anni fa un tizio con la fama di veggente, per vendetta. E adesso lui ci crede”.
Mungo si girò a lanciarle una breve occhiata. “E diceva il vero, il veggente?”.
“No, certo che no!”, scattò Ganieda. Poi tacque per qualche secondo. “Cioè… forse sì” si costrinse ad ammettere, abbassando lo sguardo. “Magari sì, quando l’aveva detto. Ma è stato anni fa. Tantissimi anni fa. Così tanti anni fa che non è nemmeno giusto… Mio marito mi fa la guerra adesso!”.
Il vescovo smise di camminare e osservò silenziosamente la donna, da capo a piedi. Per quel poco che poteva capire dei gusti del laicato, in effetti la regina non aveva l’aria di una che trascorre le sue giornate indulgendo nella fornicazione. I suoi capelli avevano già preso a imbiancarsi e la pelle chiara del suo viso cominciava ad essere segnata da quei solchi e da quelle macchie scure che spesso arrivano con l’età. Appesantito dalle gravidanze e dallo scorrere degli anni, il suo corpo s’era fatto matronale, leggermente incurvato sulle spalle. Per carità: non che tutto questo fosse un segno incontestabile di castità; ma fu lo sguardo della regina a dire a san Mungo che quella poveretta aveva realmente bisogno di un aiuto urgente. Nel corso della sua vita, il vescovo aveva soccorso centinaia e centinaia di persone in difficoltà, ma rare volte gli era capitato di essere fissato con una disperazione così totalizzante e piena di angoscia.
“E io cosa posso fare per te, figliola?”, le disse piano. “Se vuoi confessare pubblicamente le tue passate colpe e sottoporti a penitenza, allora sarebbe chiaro a tutti che diventerebbe profondamente ingiusta ogni recriminazione nei tuoi confron…”.
“Non voglio confessare un bel niente!” (e lì san Mungo inarcò le sopracciglia). “Magari fosse quello il problema. Ho bisogno di un miracolo nell’immediato”.
San Mungo inarcò le sopracciglia ulteriormente.
“Che c’è? Quando uno ha bisogno di un miracolo, va… a chiederlo a un santo, no?”, esitò Ganieda mentre l’ansia le incrinava la voce. “E così che funziona, no?”.
“Non so che esperienze di vita tu abbia avuto, figliola… ma ti direi”, osservò san Mungo “che questi toni li usi con un mago prezzolato, e se gli gira bene. Non di certo con un servo del Signore. Ma ad ogni modo”. Sollevò gli occhi al cielo e inspirò a fondo. “Dimmi. In che modo, ritieni che la misericordia divina potrebbe aiutarti?”.
“Mio marito mi ha teso una trappola”, spiegò lei velocemente; e davvero faceva pena a guardarla in faccia, perché sul suo volto si leggeva una disperazione rara. “Mi ha regalato un anello, settimane fa. Un oggetto di grande valore, con pietre preziose, e cuori incisi nel metallo, e tutto quanto. Mi sono chiesta subito dove volesse andare a parare, la cosa mi ha stupita viste le circostanze, ma adesso ho capito che era tutto un suo piano. Perché mi ha chiesto qualche giorno fa di indossare l’anello alla festa di corte che ci sarà domani, ma quando sono andata a cercarlo nel portagioie… era sparito!”.
“Tutto ‘sto panico perché hai perso un anello?”, fece san Mungo in tono piatto.
“No, non l’ho perso!”, singhiozzò Ganieda, “mio marito l’ha rubato, ne ho la certezza assoluta, una delle mie serve ha visto uno dei cavalieri di mio marito entrare nelle mie stanze senza motivo, è successo sicuramente in quel frangente”.
La pazienza di san Mungo stava rapidamente andando a esaurimento, ché le soap opera non erano esattamente il suo modo preferito di passare il tempo. “Temo che continui a sfuggirmi il fulcro della questione”.
“Il fulcro della questione”, e qui la voce della regina iniziò davvero a spezzarsi per il pianto, “è che quando ho detto a mio marito che sospettavo che qualcuno m’avesse rubato l’anello, lui mi ha accusata di averlo dato via, di averlo donato al mio amante. Ha detto che sicuramente ho passato tutto questo tempo a sperperare i tesori della corona per mantenere i miei favoriti. Mi ha accusata di fronte a tutta la corte, ha detto che se l’anello non salta fuori verrò processata per adulterio, per tradimento, per peculato e per chissà cos’altro”.
Ah“. San Mungo inspirò a fondo. “D’accordo, adesso capisco”.
“Ho persino paura”, ricominciò Ganieda, ma subito dopo s’interruppe per un singhiozzo, “che dopo una accurata indagine, per così dire, l’anello salti fuori nelle stanze di quello che mio marito s’è convinto essere il mio amante. E questo, padre, sarebbe ingiusto per davvero”, e gli occhi le si riempirono di lacrime, “perché questa è proprio una fissazione senza fondamento, con quell’uomo io non ho mai fatto nulla di sconveniente. Io avrò pure le mie colpe, ma lui non c’entra assolutamente niente”.
Mungo lanciò un’occhiata in lontananza, oltre la siepe. “Mh. Quest’ultima cosa non credo che accadrebbe, sai? Gli uomini di Rhydderch sono passati da qui qualche giorno fa, li ha visti uno dei miei monaci. E apparentemente hanno versato sacchi pieni di metallo luccicante nel fiume qui vicino; così ha riferito il monaco, che non se ne capacitava. Mettendo assieme questa curiosa bizzarria e la triste storia che tu mi racconti, ipotizzerei più che altro che l’accurata indagine porterà a scoprire che dal tesoro del re è sparito ben più di un singolo anello”.
Ah”, fece Ganieda ad occhi sgranati, ed era terrea.
Mungo sciolse l’intreccio delle dita e giunse le mani con aria ieratica. “Preghiamo dunque Iddio affinché nella sua misericordia possa toglierti d’impaccio in questa scomoda situazione, nella quale vorrei in ogni caso sottolineare che sei comunque finita per tua colpa”.
Ganieda si asciugò le lacrime con il dorso della mano e rimase lì a guardare il santo per qualche secondo. E siccome non stava succedendo niente, alla fine disse in tono un po’ acuto: “tutto qui?”.
“E che vuoi da me?”, fece quello. “Temo ti sfugga la sottile differenza tra miracolo e magia. Pregare, ho pregato; se Iddio vuole aiutarti, stai certa che t’aiuterà”.
“Ma… e se non vuole?!”, sussurrò Ganieda.
Mungo si strinse nelle spalle, incamminandosi sul sentiero che portava al monastero. “È quasi ora di Messa. Puoi unirti a noi, se lo desideri”.
“Sì, ma… tutto qui?”, ansimò la regina, ed era molto chiaro che quella breve parentesi di fiducia s’era già dissolta come fumo al vento.
Mungo le lanciò una occhiata di sottecchi e poi schioccò le dita un paio di volte per attirare l’attenzione di un novizio che camminava poco più avanti a loro sullo stesso sentiero, reggendo in spalla un po’ di fascine per il fuoco. “La regina di Strathclyde sarà nostra ospite per qualche tempo”, comunicò al ragazzo: “cerchiamo di portare in tavola, per questa sera, qualcosa d’adatto a un palato raffinato. Salmone, ad esempio”, e lì si girò verso la donna. “Sarebbe di gradimento?”. E quando la poverina ebbe annuito automaticamente, con espressione che non avrebbe potuto esser più smarrita, Mungo tornò a guardare il ragazzo: “da bravo, prendi qualche confratello e andate a pescare un po’ di pesce fresco, e che sia buono”.

Quella sera, a cena, Ganieda aveva a malapena sbocconcellato qualche fetta di lattuga, tanta era l’angoscia a chiuderle lo stomaco. Addirittura, disse “no, grazie. Davvero non me la sento, non mi va giù”, quando il monaco cuciniere entrò nel refettorio per servir personalmente un glorioso vassoio in cui un enorme salmone arrosto se ne stava adagiato su un letto di verdure.
San Mungo dovette insistere: “almeno una fetta, figliola, per non offendere il lavoro del cuoco”. E quando Ganieda, di malavoglia, si portò nel piatto una fetta di salmone e affondò il coltello nella polpa, sentì la sua posata cozzare contro qualcosa di metallico. Nella pancia del salmone (che evidentemente non era manco stato pulito, eccheschifo, NdR) se ne stava, splendido e splendente d’oro, l’anello che Rhydderch aveva fatto rubare e poi gettar nel fiume.

***

E questi ultimi paragrafi che avete appena iniziato a leggere non trovano riscontro nella Vita di san Mungo: l’agiografia non traccia alcun tipo di legame tra il prodigio compiuto dal santo e la presenza, nei paraggi, di quel profeta inselvatichito che la gente del villaggio conosceva col nome di “Lailoken” e che altri chiamavano “Myrddin”. La Vita di san Mungo non fa neppure cenno al legame che esisteva (a patto che esistesse) tra la regina accusata d’adulterio e il folle dei boschi.

Che la sposa di re Rhydderch fosse la sorella di Myrddin, e che Myrddin fosse stato il primo a svelare il suo adulterio, è un dettaglio che si ritrova solamente nei testi letterari che hanno come protagonista il profeta.
Nei testi agiografici che hanno protagonista il saggio vescovo divenuto patrono di Glasgow, l’autore si limita a raccontare di come un profeta inselvatichito vivesse nei paraggi, e di come a un certo punto la sposa di re Rhydderch (che talvolta non si chiama nemmeno “Ganieda”) fosse spuntata dal nulla per chiedere aiuto a san Mungo, essendo alle prese con problemi di coppia.

Insomma, il filologo dovrebbe stare attento a tenere ben separate le tradizioni, per quanto sia assolutamente chiaro che le due si siano influenzate l’un l’altra in una specie di crossover incrociato. E l’agiologo dovrebbe anche precisare, per completezza, che ripescare oggetti rubati nella pancia dei salmoni di passaggio era una specialità dei vescovi altomedievali: episodi sostanzialmente identici si trovano anche nella Vita di Egwin di Winchester, di Asa di Asaph e di Gerbord di Bayeux, per citare i casi più celebri.

Quindi: davvero non ci sarebbe bisogno di volersi inventare a tutti i costi un coinvolgimento di Myrddin in questa storia. Ma siccome sono io l’autrice di questa riscrittura, e le autrici avranno pure il diritto di prendersi qualche libertà di tanto in tanto, a me piace pensare che, da qualche parte nei boschi attorno al monastero, un veggente inselvatichito e sporco di polvere e di fango abbia seguito ad occhi chiusi tutto lo svolgersi degli eventi. E abbia poi tirato un lungo sospiro di sollievo, vedendo nella sua mente la sorella recuperare l’anello, e così mettersi in salvo.

Qualcuno, forse, potrebbe persino chiosare che notoriamente la provvidenza opera in modi spesso inaspettati. Chi lo sa: magari era stato proprio Myrddin, qualche ora prima, ad avvicinarsi ai monaci di Mungo per suggerir loro il punto migliore e il momento più adatto per affondare la lenza nel fiume. A voler puntualizzare: era pur sempre un dono divino, quello che gli permetteva di sapere che proprio lì, e proprio a quell’ora, avrebbe abboccato all’amo proprio quel pesce.

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