Asag: la dimensione feudale dell’amor cortese

“Ma certo che ti amo, Merlino”, dice a un certo punto Viviana, la dama del lago, carezzando dolcemente le mani del mago che ardeva per lei di un amore profondissimo e infinito.
Ché (tra parentesi) se c’è un personaggio a cui davvero è stato fatto un grave torto da parte di tutti gli autori che si sono cimentati in adattamenti moderni dei romanzi arturiani: quello è sicuramente Merlino. Noi tendiamo a immaginarlo come un attempato mago barbuto tipo Gandalf, quando in realtà i romanzi medievali ce lo dipingono come un fascinoso intellettuale sui quarant’anni, pieno di fragilità e di chiaroscuri.

E pieno di donne, tra le altre cose.
Ché Merlino, di donne, ne aveva avute a iosa, anzi era un tombeur de femme come pochi altri al mondo. Fra l’altro, una profezia gli aveva predetto che la sua sconfitta sarebbe giunta per mano di una donna vergine, sicché lui s’adoperava attivamente per assicurarsi che nessuna delle donne con cui aveva a che fare permanesse molto a lungo in quella perigliosa condizione.

Ma con Viviana, beh: quella è tutta un’altra storia.
Quando la conosce e se ne innamora, Merlino cade come una pera cotta. La corteggia disperatamente, infine la conquista, riesce a farsi riamare dalla donna. E sicuramente sussulta di gioia, quando la sente pronunciare quelle dolcissime parole: “sì, ti amo anch’io”. La mazzata arriva dopo: “ma non ho intenzione di concederti il mio corpo, sono determinata a conservarmi vergine almeno in questo momento”.

E tralasciamo pure l’inquietante dettaglio della profezia: il fatto è che Merlino avrebbe avuto una gran voglia di prendersela a prescindere, la verginità della donna che amava con tanta passione. Una donna che, ad aggravare il quadro, era tutto fuorché un blocco di ghiaccio: “è che non mi fido di te”, gli dice Viviana, “e a onor del vero non mi fido neanche di me stessa, temo che presto o tardi potrei cedere alle tue lusinghe”.
Questo, io credo, è il momento in cui il povero Merlino realizza che puoi anche essere il più grande mago di sempre, con la perfetta conoscenza del passato e del futuro, ma esiste comunque un mistero insondabile al di là della tua portata: il funzionamento della mente femminile. Fortunatamente, ci pensa Viviana a chiarire il suo pensiero: “se tu mi ami, incanta per me un amuleto che ci impedisca di consumare il nostro amore, qualsiasi cosa accada”.

E Merlino, con la morte nel cuore, ubbidisce.

E davvero al lettore verrebbe voglia di prenderlo e dirgli “, amico. Ma che sei scemo?”.
Per carità: di certo apprezzabile il gesto galante con cui Merlino si piega al volere dell’amata. Il problema è che non esisteva alcuna motivazione razionale per accettare una richiesta così assurda: nessuno dei due era sposato o già impegnato in altra relazione; quell’amore così appassionato si sarebbe ben potuto concretizzare (magari dopo il matrimonio, se era quello il problema).
Per non parlare poi della profezia! E davvero bisogna stendere un velo pietoso sul dettaglio più assurdo della vicenda: Viviana aveva letteralmente chiesto a Merlino di procurarle un oggetto incantato, che lei aveva intenzione di indossare giorno e notte da quel momento in poi; così, sulla fiducia. Non credo che Merlino sia stato così tordo da non pensare che avrebbe potuto incantare quell’amuleto in qualsiasi altro modo, magari proprio al fine di indurre Viviana a concederglisi senza troppe remore.

E invece no. ‘sto pazzo, che aveva passato la sua intera esistenza a commettere i peggiori misfatti senza un briciolo di rincrescimento, china tristemente il capo alla richiesta di Viviana e incanta per lei quell’amuleto della castità.

Follia? Amore irrazionale?
No: solo studio.
Merlino, come si confà a un mago, aveva evidentemente appreso tutte le regole dell’amor cortese e sapeva perfettamente che quella di Viviana era una sfida. O, per usare il linguaggio tecnico, un asag. E il mago che aveva sconfitto grazie al suo potere mostri tra i più temibili e intere armate di guerrieri non avrebbe certo potuto sottrarsi a questa tenzone. E la vinse, come sempre, anche a costo di rinunciare al suo cuore; anche a costo di mettere a repentaglio la sua stessa vita.

***

“No aspetta, non ho capito! Che stai dicendo! Che diamine è un asag!”.
Non si inquieti il mio perplesso lettore: adesso spiego tutto, in una nuova puntata del mio manuale

Un Flirt cortese
Guida di seduzione per l’uomo medievale
che non deve chiedere mai

Se siete uomini e siete coniugati, vi siete inginocchiati nel momento clou in cui avete chiesto “vuoi sposarmi?”.
Se l’avete fatto, sappiate che avete ricalcato il gesto che Lancillotto compì davanti a Ginevra e che mille cavalieri dopo di lui hanno ripetuto di fronte alla loro signora.
Per noi è una tradizione galante; per un uomo medievale era un atto dal valore simbolico fortissimo, che ricalcava fedelmente le modalità con cui i vassalli rendevano omaggio al loro signore feudale.

Vassalli? Signore feudale?
Ebbene sì. Non dobbiamo dimenticare che il fenomeno letterario dell’amor cortese si sviluppa nei palazzi dei signori feudali della Francia meridionale: individui che, per vanto culturale o per genuino interesse verso la materia, amavano circondarsi di bardi, intellettuali e trovatori nei confronti dei quali svolgevano attività di mecenatismo.
Dunque, questi scrittori – sarà bene ricordarlo – avevano fisicamente dimora presso le corti dell’epoca e scrivevano con l’intenzione esplicita di compiacere il loro signore. Lavoravano cioè in un microcosmo dominato da rigide gerarchie sociali; in un mondo in cui la vita quotidiana era regolata dai valori portanti della cavalleria.

In quel contesto, era inevitabile che i trovatori finissero col modellare le loro opere letterarie su questi stessi valori; evidentemente, quelli più cari al loro pubblico. Sicché – come ben spiega Annarosa Mattei nel suo saggio L’enigma d’amore nell’Occidente medievale – nella letteratura cortese,

a regolare i nuovi schemi di comportamento tra l’uomo e la donna sono gli stessi atti di vassallaggio che sanciscono i rapporti tra il signore e il popolo eterogeneo della sua corte, composto di cavalieri, dame, intrattenitori e servitori di vario genere.
Così come il rito feudale richiede un complesso protocollo di parole e gesti che attestano la fedeltà, la lealtà e l’obbedienza di quanti sono soggetti al volere del dominus e senher, allo stesso modo il servizio d’amore prestato dal cavaliere alla domna, domina, sua signora, segue un percorso di prove e omaggi che ne attestano la capacità di sottomissione.

Era un gioco delle parti, ma non solo. Entrare nelle grazie della castellana, conquistare la benevolenza della signora feudale, era la prima grande sfida che si poneva per chi faceva il suo ingresso a corte: ovverosia,

una moltitudine di giovani e di cavalieri che ricerca[va]no i suoi favori per ottenere, attraverso la sua mediazione, gli ambiti benefici del dominus, il vero senher del castello.

Ebbene sì. Come accennavo in un’altra puntata di questa serie, il signore feudale non considerava offensivo il fatto che la sua sposa fosse apertamente desiderata da altri. Anzi, lo riteneva – per la mentalità dell’epoca – un omaggio indiretto alla sua persona.
Dal canto suo, la signora del castello si prestava di buon grado a essere oggetto delle attenzioni galanti di una torma di giovanotti (spesso, decisamente molto più giovani di lei) che attraverso il rituale del corteggiamento affinavano la retorica e imparavano a controllare le loro pulsioni. Insomma: da giovinotti che erano s’avviavano a diventare adulti, in quegli stessi anni in cui, giovani scudieri, affinavano la loro maestria con le armi nella speranza di maggior gloria.

Appare abbastanza chiaro, in questo senso, che l’omaggio di sé offerto dal cavaliere alla dama esiga le stesse procedure rituali e abbia gli stessi obiettivi del servizio feudale vero e proprio.

Qualche esempio?
Facciamolo attraverso una carrellata di termini, a partire da quelli che descrivono il lungo percorso di perfezionamento cui doveva necessariamente sottoporsi l’uomo che ambiva all’amore di una dama.

“Qant amantz en drut si muda, l’onors es granz” cantava Raimbaut de Vaquerais nella sua Kalenda Maia, facendo riferimento alle varie tappe che l’innamorato doveva percorrere prima di potersi dire drut (e cioè, amante vero e proprio, che ha conquistato il cuore della dama e può vantarne l’esclusiva). Ma c’era da fare molta gavetta, prima di potersi fregiare di quel titolo: il cavaliere innamorato (fenhedor) non poteva iniziare a corteggiare la sua dama se prima non aveva ottenuto l’esplicito permesso di lei – un permesso che frequentemente tardava ad arrivare, lasciando a lungo il poverino nelle scomodo stato stato di precador, cioè di supplice.

Solo se le parole del precador (generalmente accompagnate da grande sfoggio di retorica) riuscivano a fare breccia nel cuore della dama, essa concedeva al cavaliere il permesso di corteggiarla apertamente: ad esempio, indirizzandole poesie galanti o dedicandole le sue vittorie ai tornei, a seconda di che tipo era l’uomo in questione. Il cavaliere era così promosso al grado di entendedor (corteggiatore)… ma non per questo poteva sentirsi legittimato a sedersi sugli allori.

Non poteva, innanzi tutto, perché la sua signora avrebbe brutalmente troncato un qualsiasi corteggiamento che non avesse mostrato d’essere onorevole e dignitoso. Secondariamente, non poteva perché il marito della signora avrebbe brutalmente troncato le manine di qualsiasi corteggiatore che non fosse stato capace di restare al suo posto.
Per giocare al jeu d’amor (il gioco dell’amore, come lo si chiamava all’epoca a sottolineare la sua dimensione ludica e ruolistica) era fondamentale possedere alcune skill di base. Ad esempio la mezura, il senso di misura necessario per capire qual era il limite oltre cui non spingersi; o ancora la vertut, perfetta padronanza di tutte le virtù cavalleresche; e ancora, la cortezia, cioè la capacità di stare a corte (…o “di stare al mondo”, come diremmo oggi).
Quest’ultima abilità era letterale oggetto di studio per i giovani rampolli, che fin dalla più tenera età frequentavano dei veri e propri corsi di buone maniere per apprendere il portamento, il galateo e la galanteria. Buffo ma vero: in questo contesto, il flirt era uno stile di vita, cioè era percepito come il più ovvio dei modi in cui il cavaliere avrebbe dovuto rapportarsi a ogni donna di rango pari o superiore al proprio, lusingandola con piacevoli conversazioni, apprezzamenti galanti e battute scherzose.

Ma misura, virtù e cortesia non bastavano ad assicurarsi l’amore di una donna. La cosa che più di tutte stava a cuore alla dama era assicurarsi che il corteggiamento non superasse mai il limite del consentito, sfociando in qualcosa che avrebbe potuto compromettere il suo onore. Le liason in stile “Lancillotto e Ginevra” vanno bene solo nei romanzi, ma non erano certo accettate nella vita vera. Dunque, la virtù che più di tutte doveva essere esercitata dal cavaliere era quella del sen, cioè il senno, l’equilibrio, l’autocontrollo, la capacità di porre la razionalità al di sopra delle pulsioni.

E, diciamolo: nelle schermaglie del gioco d’amore, l’equilibrio del cavaliere era davvero messo a dura prova. La dama che aveva accettato il suo corteggiamento si divertiva, crudele (…o rigorosa come una buona maestra?) a tenere sulle spine il suo spasimante. Ora lo incoraggiava, ora gli negava il suo favore; ora gli lasciava intendere di essere già sua, ora rimandando a data da destinarsi la soddisfazione del piacere (foss’anche solo stato un “ti amo”).
Questo alimentava nello spasimante un crescente e straziante dezirier (desiderio). Paradossalmente, esso era in realtà una parte integrante, persino ambita!, della schermaglia sentimentale: in fin dei conti, il gioco d’amore non è divertente, se l’avversario cede troppo in fretta. Proprio come in una partita a scacchi, tanto più il giocatore si diverte e gode la vittoria quanto più il suo avversario gli ha dato filo da torcere.

E nel mondo della cavalleria, lo sappiamo tutti, la vittoria arriva ben di rado se il cavaliere non è stato messo alla prova con una missione apparentemente impossibile, tale da far tremare le vene e i polsi. Quella presente nei romanzi cortesi prendeva il nome di asag, cioè “prova”: era una prova di integrità morale e di autocontrollo, proprio come quella a cui Viviana sottopone il suo Merlino.

In maniera quantomai appropriata, Merlino la vincerà grazie all’uso delle sue arti magiche, che gli permetteranno di creare un amuleto della castità tale e quale a quello che gli è stato chiesto. Ma quella di Merlino e Viviana è una divertente variazione sul tema rispetto al copione dell’asag più classico, quello che ha tipicamente luogo tra una nobildonna e un cavaliere. In questo caso, la sfida è più semplice e diretta: “sono qui, nuda, davanti a te, nel letto; ti amo e ti desidero proprio come te. Orsù, togliti i vestiti e raggiungimi sotto le coperte, ma promettimi che non mi sfiorerai nemmeno con un dito”.

In caso di fallimento, non ci sarebbe stata alcuna conseguenza per il cavaliere (nulla più d’un ceffone deluso da parte dell’amata). Non c’era nessun pericolo nascosto, nessun mostro sotto il letto, nessun marito nell’armadio: il vero nemico che il cavaliere doveva vincere era se stesso – o, per meglio dire, il suo desiderio e le sue pulsioni.
Il valore di un uomo, sottintendevano i teorici dell’amor cortese, non si esplica solamente sul campo di battaglia o nella cruda lotta contro un drago; talvolta, i più duri combattimenti non si vincono brandendo il nudo acciaio.
…anche se le armi, a onor del vero, entravano in scena assai frequentemente, assecondando un topos letterario molto gettonato tra i romanzi d’amor cortese. A sottolineare il parallelismo tra l’asag e la battaglia, era spesso la spada del cavaliere a garantirgli la vittoria in questa dura prova: posata di taglio sul materasso tra il corpo di lui e il corpo di lei, se ne stava lì come un filo spinato a vegliare sulla castità dei due. Che intanto, nudi l’uno di fianco all’altra, trascorrevano la notte in dolci conversari d’amore: la prova poteva dirsi superata alle prime luci dell’alba, se davvero il cavaliere non aveva mai provato ad allungar le mani.

***

Era, da tradizione, una notte insonne di veglia e di preghiera a precedere il giorno in cui il guerriero, dopo essersi distinto sul campo di battaglia, sarebbe stato nominato cavaliere.
Ed era, da tradizione, una notte insonne passata a guardare ma non toccare a precedere il giorno in cui il giovanotto che aveva superato la prova sarebbe diventato a tutti gli effetti l’amante della sua bella.

Il rito feudale dell’hommage, nel corso del quale il vassallo si inginocchiava davanti al suo signore e poneva le sue mani giunte in quelle di lui dichiarando solennemente di essere diventato suo, si trasferisce sul piano amoroso nel rito dell’hommage che il cavaliere offre alla sua dama. Infatti, anche in questo caso l’uomo si inginocchia davanti alla sua signora, ne prende dolcemente le mani nelle sue e dichiara “sono tuo” guardandola negli occhi.
Il gioco d’amore s’era compiuto per il reciproco divertimento: da quel momento in poi, i due innamorati si sarebbero ufficialmente considerati una coppia (il che non vuol necessariamente dire che fossero amanti in senso fisico, nell’accezione moderna del termine. Il loro amore poteva benissimo conservarsi come puro sentimento, tra due parti che però si sentivano legate l’una all’altra).

Giustamente fa notare Annarosa Mattei:

Se joi è lo stato di esaltazione vitale vissuto [dallo spasimante] in tutto il percorso di desiderio e di avvicinamento, a esso si alternano anche il dolore e la riflessione (il cossir), che trasformano l’amore in un itinerario mentale di autocoscienza. Per percorrere gli studi dell’apprendistato d’amore il perfetto cavaliere deve soffrire in silenzio, armato di virtù quali la lealtà e la fedeltà, che lo predispongono all’assoluta e segreta dedizione nei confronti della dama.

In “Strong of Body, Brave and Noble”. Chilvalry and Society in Medieval France, Constance Brittain Bouchard non manca di osservare:

Dovette esser tonificante, per una nobildonna del XII secolo, rendersi conto che i suoi corteggiatori avevano appena realizzato che lo sfoggio di buone maniere e un’offerta di lealtà erano un metodo efficace per vincere il cuore di una dama.
In questo c’era naturalmente una parte d’ironia – un’ironia che i poeti e il loro pubblico erano senza dubbio in grado di cogliere – giacché nella vita vera le donne non erano i signori feudali dei loro spasimanti. […]
Probabilmente a sottolineare la comicità della situazione, i poeti che incoraggiavano i cavalieri a porsi all’umiliante servizio di una donna non mancavano poi di irridere questa scelta. Lancillotto, il grande eroe cortese di Chrétien de Troyes, è ridicolizzato come un amante eccessivamente riverente quando bacia i capelli che sono rimasti tra le spatole del pettine di Ginevra, se li porta al petto, quasi sviene per l’emozione di aver conquistato quel tesoro e lo tratta come sacra reliquia. Un altro degli eroi di Chrétien, Alessandro, avverte la stessa eccitazione quando scopre che la sua amata ha utilizzato alcuni dei suoi capelli per rammendare la camicia di lui; il cavaliere abbraccia la camicia e la bacia “mille volte cento”. Commenta il narratore: “l’amore riesce spesso a far rincretinire l’uomo saggio, facendogli trarre grande piacere e delizia persino da una ciocca di capelli”.

***

Qualche altro esempio d’epoca di ciò che ho raccontato?
Il più eclatante, a mio giudizio, è contenuto nel Farai una chansoneta nueva, poesia composta sul finire dell’XI secolo da Guglielmo IX di Aquitania. Lo trovo “eclatante” perché Guglielmo IX era uno dei più grandi signori feudali del suo tempo (possedeva molte più terre di quante non ne avesse all’epoca il re di Francia, per fare un paragone). Dunque, è quantomeno forte da parte un potente di tal calibro scrivere versi in cui paragona il suo affetto per la donna alla resa incondizionata del signore che concede la vittoria al suo nemico:

Farò una piccola canzone nuova,
prima che torni vento, gelo e pioggia:
lasciate che la mia signora mi saggi
e provi quanto e in qual modo l’ami.
In amore non mi libererò mai da quel legame
nonostante tutto quello che può fare.

Ed ecco io mi arrendo, consegno a lei la resa:
che possa scrivere il mio nome nella sua carta!
No, non credo d’essere ubriaco:
solamente, amo la mia signora;
non posso viver senza lei,
tanta fame ho del suo amore.

Adotta termini guerreschi anche Benart de Ventadorn, che componendo nel XII secolo il suo Non es meravelha s’eu chan supplica con queste parole la donna che ama:

Buona signora, null’altro vi chiedo
se non che mi prendiate come servitore:
ché vi servirò come a un buon signore
in qualunque modo vada il guiderdone.
Eccomi qui al vostro comando,
franco il cuore, mite, gaio e cortese.
Non siete né orso né crudel leone:
non mi ucciderete, se io mi arrendo a voi.

E curiosa mi pare anche la tenzone in versi che, sul finire del XII secolo, il trovatore Giraut de Bornelh ha con Alfonso II d’Aragona, a sua volta appassionato di poesia. Sotto il titolo di Be me plairia, senh’er reis, il componimento vede Giraut stuzzicare il suo signore con una domanda provocatoria: giacché spetta alla donna il privilegio di decidere da quale tipo d’uomo accettare il corteggiamento, è davvero onorevole che una dama si pieghi all’amore di un individuo di un rango maggiore del suo? E cioè all’amore di un individuo che, per definizione, non ha più nulla da dimostrare, e ben difficilmente accetterebbe di sottoporsi a quell’umiliante iter di iniziazione che meglio si addice a un cavaliere alle prime armi?

Ben mi piacerebbe, signor re (se vi vedessi un po’ libero da impegni) che mi diceste sinceramente, se vi garba, se pensate che una nobile signora, nell’amarvi, possa ricavare tanto onore quanto quello che ricaverebbe amando un qualsiasi cavaliere di valore.  Non lo dico perché sia vostro avversario in amore! Ma rispondete, sinceramente.

Giraut de Borneil! So bene dove volete arrivare; ecco dunque che divento avvocato di me stesso e mi scagiono col mio sapere. E dico chiaro e tondo che ritengo una follia che voi possiate pensare che io valga poco come amante solo perché sono un uomo d’alto rango. Se voi poteste avere un denaro d’oro, preferireste piuttosto prendere un marco d’argento?

Dio mi salvi, signore, per il paragone, ma a me pare che una donna che tiene al suo onore non sia disposta a scendere a compromessi solo per denaro. E allo stesso modo, mi pare che quella donna non accetti mai come proprio amante un re o un imperatore (così mi pare, correggetemi se sbaglio), perché in fin dei conti questo non le giova. Si sa che voi ricchi, signori prepotenti, non volete altro che il divertimento.

Giraut, ma non è meglio se invece il signore ricco sa onorare e rispettare la sua signora, e sa unire alla sua potenza il sentimento nobile del cuore? Mi state dicendo che se voi foste a servizio di un signore che non è né cattivo né superbo, lo disprezzereste per le sue buone maniere pensando che il suo garbo diminuisce il suo valore?

Signore, il fatto è che il valore del corteggiamento si degrada troppo quando perde lo spasimare ansioso e lo sperare in una risposta: la condizione del perfetto amante vale molto di più del semplice giacere a letto con una donna. Ma voi potenti, poiché siete superiori in grado, chiedete immediatamente il giacere. E una donna deve avere un cuore molto leggero per amare chi non si impegna prima per conquistarla.

Giraut, credetemi: non ho mai sfruttato la mia posizione per conquistare il cuore di una donna; ho sempre impiegato come tutti la forza e il valore, per fare mia la sua benevolenza. Se molti potenti sono ingannatori e, oggi come ieri, non amano come si deve, non date retta alle maldicenze per quanto mi riguarda, perché io amo nobilmente le signore che lo meritano.

16 risposte a "Asag: la dimensione feudale dell’amor cortese"

  1. Umberta Mesina

    Allora quello scherzetto di Ginevra a Lancillotto, quando gli ordina di fare del suo peggio durante un torneo, si può considerare un asag?
    (Lo hanno ripreso anche nel film “Il destino di un cavaliere”.)

    E che parola è “asag”? Non mi viene in mente nessuna possibile origine e e nei thesauri di francese non la trovo.

    UM

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    1. Lucia

      Premesso come sempre che non ci capisco niente di filologia, dovrebbe derivare dall’occitano “asag” (che non ho la più pallida idea da dove derivi a sua volta 😅) e pare sia attestato nella letteratura medievale anche nella variante “assai”. Wikipedia, che linko qui sotto, sembra farlo derivare da un termine arabo, ma… boh? Mi sembra un po’ strano ma alzo le mani e taccio, alla fin fine sapran loro che hanno studiato 😛

      https://fr.wikipedia.org/wiki/Assag

      Lo scherzetto di Ginevra a Lancillotto a me, più che altro, pare una sfida in senso lato, e non un asag nel vero senso del termine. Perché l’asag aveva proprio lo scopo preciso di testare l’autocontrollo del cavaliere relativamente al dominio delle sue passioni sessuali; quella che Ginevra pone a Lancillotto è semmai una sfida per valutarne l’obbedienza e la docilità. Però non lo definirei un asag in questo caso, lo definirei più che altro “Ginevra è una brutta persona” 🤣

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  2. Murasaki Shikibu

    La storia di Merlino la conoscevo in una versione un po’diversa (quella che racconti da dove viene?).
    E tuttavia un Merlino giovane, almeno per buona parte della narrazione, nella letteratura moderna lo abbiamo: la trilogia di Merlino di Mary Stewart (La grotta di cristallo, Le grotte nelle montagne, L’ultimo incantesimo). Tre romanzi, devo aggiungere, dove non c’è traccia di amor cortese (anche se le belle storie d’amore naturalmente non mancano)

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    1. Lucia

      Uh, non li ho mai letti!
      Ma li ho sentiti citare come romanzi in cui in effetti l’autrice si è attenuta piuttosto fedelmente alla narrazione originale su Merlino (mi pare ad esempio che anche in quella trilogia Merlino sia il figlio di un dèmone, giusto?). Leggevo su un libricino della Oxford University Press a commento della letteratura arturiana che quelli di Mary Steward sono romanzi abbastanza fedeli alla storia originale.

      …e però davvero, se non parli della storia d’amore tra Merlino e Viviana secondo me stai mutilando brutalmente il personaggio, che davvero tira fuori delle sfaccettature inedite e profondissime nel momento in cui si innamora, e si mostra in tutta la sua fragilità (e capacità di seduzione) (e ambiguità).
      Il Merlino-innamorato è uno dei miei personaggi letterari preferiti di sempre 😂

      E, per rispondere alla tua prima domanda, compare (con sfumature sempre diverse) nel Lancillotto in prosa, nella Estoire de Merlin e nel Ciclo della Post-Vulgata. L’inizio della storia è sempre quello (Merlino si innamora e cade come una pera cotta, Viviana gli nega il suo corpo, il mago acconsente a prepararle un amuleto che possa proteggere la sua castità). Cambiano di volta in volta gli esiti della vicenda: nei romanzi più antichi, Viviana appare genuinamente innamorata e intenzionata a fare il bene di Merlino; col passar del tempo, viene dipinta in toni sempre più cupi come una donna che fin da principio ha voluto distruggere il mago.

      E della love story tra Merlino e Viviana si parla anche ne Il romanzo di Merlino di Jacques Boulenger, edito da Sellerio. E’ una specie di “versione ridotta/adattamento moderno” del Lancillotto in prosa, curata a inizio ‘900 da questo Boulenger, grande esperto di letteratura francese medievale. E’ un librettino formato tascabile che si legge in fretta, e in effetti è proprio una specie di bignami della versione originale dei romanzi del ciclo 😛

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      1. ilnoire

        Nella trilogia di Mary Stewart c’è una ricostruzione molto meno fantasy, niente demoni né cose alla trono di spade, certo, esiste una parte spirituale, e come potrebbe altrimenti Merlino essere un mago, ma non nel senso a cui ci hanno abituato “dopo”, comunque se la reperisci, la trilogia, è valida.

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  3. Murasaki Shikibu

    I romanzi di Mary Stewart sono secondo me molto belli, in particolare il primo, ma NON seguono in tutto e per tutto la versione medievale e Merlino non è affatto figlio di un demone. Però la storia di Viviana c’è, eccome, ed è risolta anche in modo piuttosto un po’ diverso dal solito.
    La storia di Viviana e Merlino si trova sempre nei testi medievali, però, ecco, la versione con l’asag non l’avevo mai incrociata (come non avevo mai incrociato Artù che fa vedere la moglie nuda ai cavalieri) – probabilmente mi sono capitate le versioni più recenti, tipo Malory.
    Adesso però Einaudi si è messa a fare un lavoro di edizione completa, nei Millenni, dovrei provare ad addentarli quest’autunno ^__^

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