Quei viaggi che non t’aspetti, nel Medioevo

Nel Medioevo, non si viaggiava se non per cause di forza maggiore: pellegrinaggi, campagne militari, inderogabili viaggi di lavoro e poco altro.
Lo sanno anche i bambini, no? È quello che ci insegnano anche a scuola, no?
Beh ecco: in effetti no. Non proprio.

Contrariamente alla nostra idea di Medioevo come epoca stanziale, in cui la gente umile non andava mai al di là dei confini del suo paesello e nessuno si metteva in viaggio senza motivazioni davvero serie, la lettura attenta delle fonti storiche fa emergere una realtà molto più sfaccettata. In effetti esistevano alcune modalità di viaggio che ben difficilmente avremmo immaginato, pensando alla vita quotidiana d’un uomo medievale.
Ad esempio?

1. Il viaggio-studio

Nel suo bellissimo In viaggio nel Medioevo, che è stata la mia fonte per questo post, Maria Serena Mazzi riporta le storie francamente sorprendenti di alcuni artigiani medievali che lasciano la casa (e la bottega!) paterna per fare… corsi di perfezionamento all’estero, se me la passate.

È ad esempio il caso di Guillemin Le Clerc, calzolaio parigino che nel 1425 lascia la casa paterna (a soli dodici anni!), unendosi a una comitiva organizzata al fine di poter “assieme ad altri ragazzi e compagni vedere e visitare il nostro paese”. Quello di Guillemin e dei suoi compagni, a loro volta giovanissimi artigiani, è un lungo viaggio inframmezzato da numerose soste, in ognuna delle quali i ragazzini lavorano per qualche tempo presso la bottega di un professionista del luogo. Duplice lo scopo: innanzi tutto, guadagnare denaro a sufficienza per finanziare il prosieguo del viaggio (evidentemente); secondariamente, imparare nuove tecniche di lavoro facendo tirocinio or qua, or là nelle varie botteghe in giro per la Francia.
Insomma: la versione medievale dei cervelli in fuga. Si usciva di casa per perfezionarsi in un mestiere (e, nel caso, ci si fermava a lavorare là dove si riceveva un’offerta particolarmente lusinghiera).

2. Il pendolarismo stagionale per lavoro

Diciamocelo: ce l’abbiamo un po’ tutti, questa idea fissa che il contadino medievale se ne stesse lì, legato eternamente a uno scampolo di terra, senza mai avere la chance di allontanarsi dalla terra avita.
In realtà, e paradossalmente!, tanto più misera era la vita del poveraccio, quanto più alta era la possibilità che lui decidesse di emigrare. O, per meglio dire, di fare il pendolare andando alla ricerca di lavoretti stagionali, una abitudine che era diffusa un po’ ovunque ma che era particolarmente radicata nei paesi montani.
Non val nemmeno la pena di citare il caso eclatante del pastore, che un bel dì prendeva le sue greggi e spariva sugli alpeggi in una transumanza che poteva portarlo anche assai lontano dalla sua casa.
Forse più utile potrebbe essere il citare le centinaia e centinaia di lavoranti che si spostavano là dove ne vedevano il bisogno in occasione della vendemmia, della raccolta, della trebbiatura. Anche tra i poverissimi (anzi: soprattutto tra i poverissimi), era frequente spostarsi di stagione in stagione alla ricerca del contratto migliore. Le persone che, nel Medioevo, erano davvero legate a un lembo di terra da cui non s’allontanavano nemmeno a costo della vita erano persone che stavano già discretamente bene. Se non altro, perché avevano un lembo di terra da cui non allontanarsi.

3. Il viaggio come sfida

Monna Gemma doveva essere un’avida lettrice di romanzi cortesi, a giudicare dalla singolare sfida d’amore cui volle sottoporre il povero Bonaccorso Pitti quando il giovinotto le dichiarò il suo amore.
“Se tu se’ mio, ubbidirestimi s’io ti comandasse?”, lo stuzzicò la donna, sentendosi rispondere un eroico “provate e comandate”. E la donna comandò per davvero – specificatamente, ordinandogli di viaggiare fino a Roma per amor suo.
Mi direte che fare un viaggio da Firenze a Roma non è questa gran sfida, e indubbiamente direste il vero… se non fosse che in quel momento le due città erano in guerra, e un fiorentino che senza valido motivo avesse avvertito l’impellenza di fare il turista nella Città Eterna avrebbe avuto ottime chance di essere accusato di spionaggio.
Ma una sfida d’amore, si sa, va accettata con coraggio, sicché Bonaccorso partì davvero per l’impresa: sotto falso nome, viaggiando di notte lungo vie secondarie per eludere le truppe nemiche. Una volta arrivato alla meta mandò una metaforica cartolina alla sua bella per dimostrarle di aver vinto a sfida… e non ebbe nemmeno la consolazione di essere elogiato come si deve. Al suo ritorno a Firenze, monna Gemma si fece beffe di lui dicendogli qualcosa sulle linee di “oh grullo, ma che l’hai fatto per davvero?”.

4. Il viaggio sotto falsa copertura

Esempio eclatante, il pellegrinaggio verso la Terrasanta che Anselmo Andorno, un mercante genovese residente a Bruges, sentì l’impellenza di compiere sul finire del XV secolo.
La cosa potrà forse aver ingannato i suoi contemporanei (mah), ma non di certo gli storici moderni, che non si bevono nemmeno per un attimo il pensiero che ‘sto cristiano si sia messo in viaggio spinto esclusivamente da motivazioni turistiche o devozionali.
Non ha senso alcuno la sua partenza in pieno inverno, una scelta assurda e latrice di mille potenziali pericoli; non ha senso alcuno l’itinerario che Anselmo volle percorrere, completamente diverso da ogni normale rotta per la Terrasanta. E, per concludere questa carrellata di bizzarrie, non ha alcun senso che il suo resoconto di viaggio venga dedicato e indirizzato al re di Scozia. Dobbiamo necessariamente sospettare che quello di Anselmo non fosse un pellegrinaggio ma una esplorazione ricognitiva in vista di una possibile campagna militare contro i Turchi.
Sappiamo del resto che viaggi di questo tipo, alla 007 in salsa medievale, esistevano per davvero ed erano praticati con una certa frequenza. Anche il padovano frate Fidenzio e il veneziano Marin Sanudo compirono, più o meno in quello stesso periodo, delle esplorazioni analoghe con la scusa di un pellegrinaggio nei luoghi sacri del cattolicesimo. Nel loro caso, lo ammisero a chiare lettere una volta tornati in patria: sì, la loro era una missione di spionaggio sotto copertura – e la cosa interessante è che questi incarichi venivano affidati a personaggi davvero al di là di ogni sospetto.
La percezione è quella di onesti cittadini dalla vita piuttosto ordinaria ai quali, di punto in bianco, viene chiesto da un amico lontano “ehi, te la sentiresti di fare questa cosa? Perché io conosco uno che conosce uno che avrebbe bisogno di…”.

5. Il viaggio immaginario come gioco della mente

Lo storico Jean Richard li ha definiti “i geografi in camera”. Erano intellettuali che nel Medioevo componevano resoconti di viaggio del tutto immaginari, scritti come sfoggio di erudizione o come gioco mentale.
Beda il Venerabile fu autore di un dettagliato resoconto De locis sanctis della Terrasanta che compose senza mai uscire dalle quattro mura della sua celletta.
L’anonimo francescano che, nella prima metà del Trecento, viaggiò col pensiero dalla Norvegia all’Africa e dal Portogallo all’Asia descrivendo le sue avventure nel Libro del conoscimiento seppe scrivere con un tale livello di dettaglio che i suoi contemporanei credettero a lungo di star leggendo davvero un diario di viaggio.
Lo stesso accadde con il resoconto dei Viaggi d’oltremare compiuti da Jean de Mandeville – e onestamente ce ne va già, di ingenuità, a prendere come veritiere le avventure esotiche, iperboliche, eccentriche di questo cavaliere della cui reale esistenza in vita non si è neppure certi (v’è il sospetto che Mandeville abbia scritto sotto pseudonimo).
A suo modo, è un viaggio immaginario anche quello compiuto da Francesco Petrarca nel suo Itinerario in Terra Santa. Nel 1358, il poeta era stato realmente invitato a unirsi a un pellegrinaggio verso i luoghi sacri; ma non avendo la minima voglia di imbarcarsi in quell’impresa aveva cortesemente declinato l’invito… accettando piuttosto di improvvisarsi tour operator e componendo un programma di viaggio con cui accompagnare idealmente i suoi amici. Una summa di erudizione che, da un lato, mostrava una volta di più la portata del suo sapere e, dall’altro lato, avrebbe realmente potuto essere d’aiuto alla comitiva di pellegrini in viaggio.

*******

E visto il tema di questo articolo, viene bene chiudere domandando: e voi avete in mente di viaggiare, quest’estate? Perché se la risposta è “no” e se ve ne resterete buoni buoni chiusi in casa sotto l’aria condizionata, consideratevi fin d’ora invitati a un caffè virtuale nel salotto cybernetico di fra’ Gabriele Scardocci. L’appuntamento è per il 7 agosto alle ore 21 sul canale Youtube di Club Theologicum, che mi ha gentilmente voluta ospite per l’occasione… e chiaramente io mi aspetto che ci siano intere moltitudini di internauti collegati alla diretta. Suvvia, chi è che non vuole passare un sabato sera d’agosto a sentire un frate e un’archivista storica che parlano su YouTube dell’evoluzione delle vacanze estive attraverso i secoli? Tsk: è chiaramente è il sogno di tutti!

Veh che fra’ Gabriele ha preparato pure la locandina!

5 risposte a "Quei viaggi che non t’aspetti, nel Medioevo"

  1. Pingback: Quei viaggi che non t’aspetti, nel Medioevo — Una penna spuntata – Revolver Boots

  2. Murasaki Shikibu

    Che nel Medioevo viaggiassero che nemmeno i piccioni viaggiatori lo sapevo e non manco mai di ricordarlo alle mie classi: strade scomode, a volte inesistenti, servizi ridotti, a volte inesistenti, confort del tutto sgarantito, rischi consistenti, abbondanza di pirati e predoni… e tutti lì col sacco in spalla, ricchi e poveri, vecchi e bambini. Anche le povere donne, in teoria appresse e maltrattate e recluse, a semplice richiesta peregrinavano alla grande.
    Ma il viaggio-studio (che davvero sarebbe un’idea da adattare per i nostri giorni senza lasciarla all’iniziativa del singolo) e il pendolarismo mi mancavano completamente. In effetti mi mancavano anche i viaggi di spionaggio, ma ripensandoci una rama dello spionaggio ha sempre richiesto di viaggiare sotto copertura e quindi quello lo diamo per scontato perché non se ne può fare a meno.
    Se penso a me che vado in crisi tutte le volte che passo una notte fuori…
    (però il quinto tipo di viaggio lo faccio volentieri)

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    1. Lucia

      Ma davvero, il viaggio-studio strutturato dovrebbe essere riproposto alla grande!
      In effetti mi stupisce che nessuno ci abbia pensato – e me lo vedrei anche molto fattibile, oggi, in una forma simile a quella dell’alternanza scuola-lavoro.
      Vuoi mettere? Lavori part-time per qualche mese, e nella restante parte della giornata puoi fare il turista con gli amici, evidentemente senza esagerare con lo sballo visto che il mattino dopo devi essere al lavoro. Secondo me sarebbe un successone!

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        1. Lucia

          Sì, infatti. Col vantaggio supplementare sul vantaggio supplementare che ti allontani parecchio dalla famiglia ma in un ambiente necessariamente molto controllato. E a fare cose redditizie, non cose che sottraggono soldi al resto dei parenti.

          Insomma, potrebbe essere un incentivo anche per quei genitori un po’ titubanti all’idea di mandare il figlio giovane all’avventura “e poi chissà cosa mi combina a parte bere e darsi allo sballo”.

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