La strega con le stigmata e il marchio del diavolo: il segno che qualificava la malefica come tale

Quando, verso l’ora di pranzo, ho aperto la casella di posta del mio blog, mi sono ritrovata con trentasette (37) messaggi diversi che mi linkavano lo stesso identico video, chiedendomi un parere da storica sulla questione.
Il video era tratto dalla trasmissione In compagnia del lupo, andata in onda ieri sera su Sky; in uno spezzone rilanciato su Tlon e rapidamente divenuto virale sui social, la filosofa Maura Gancitano correlava la caccia alle streghe al fenomeno moderno del body monitoring (offrendo ovviamente una argomentazione molto più elaborata di così, che vi invito ad ascoltare in questo video).

Evidentemente, questa interpretazione non ha convinto un granché alcuni dei miei lettori, che dopo aver visto il video mi hanno interpellata per conoscere la mia opinione sulla materia. Per riassumerla sinteticamente: Maura Gancitano fa riferimento a un fatto storico assolutamente reale, che è ben noto e abbondantemente analizzato dalla storiografia; sì, i corpi delle streghe venivano effettivamente ispezionati alla ricerca di elementi fisici dall’aspetto anomalo. Per le ragioni che spiegherò più avanti, personalmente non mi sentirei di mettere in relazione questa convinzione con i fenomeni attuali del body shaming e del body monitoring… ma al di là delle interpretazioni, partiamo dai fatti: cos’era questa «piccola caratteristica strana e imperfetta» che un tempo veniva cercata sui corpi delle streghe?

Variamente noto col nome di stigmata, witch’s mark o (soprattutto) devil’s mark, il marchio del diavolo era originariamente un elemento dall’aspetto anomalo che, se rinvenuto sul corpo dell’imputato, poteva fungere da ulteriore indizio della sua colpevolezza. Vale a dire: nessuno veniva accusato di stregoneria in virtù del fatto che aveva delle cose strane sul corpo; però, se partiva un processo per stregoneria e l’inquirente ti trovava addosso delle cose strane, la tua posizione si aggravava drammaticamente.

La posizione si aggravava perché si riteneva che il devil’s mark fosse il simbolo con cui Satana marchiava le sue più fedeli servitrici – un po’ come il bovaro fa con le sue vacche e come il Dio della tradizione cattolica era solito fare con i suoi prediletti, donando le stigmate a una ristrettissima cerchia di santi.
Non è casuale che, nel tracciare il parallelismo, io abbia precisato che si tratta di un elemento tipico del cattolicesimo: curiosamente (o forse neanche tanto), è soprattutto nelle regioni a maggioranza protestante che si diffonde la convinzione che le streghe ricevessero da Satana le loro stigmata infernali. L’idea nasce attorno agli anni ’30 del Cinquecento nei territori della Svizzera protestante; da lì, assumendo di volta in volta sfumature leggermente diverse, si diffonde in buona parte d’Europa… senza però riuscir mai a fare presa nelle regioni a maggioranza cattolica.

Forse alla base di questa disomogeneità c’erano visioni teologiche differenti nel campo della demonologia? O diversi modi di interpretare il passo biblico in cui si parla del marchio della bestia? Oppure, l’insofferenza con cui storicamente i papi si approcciarono a questa convinzione impedì al mito del “marchio di Satana” di diffondersi nei territori che subivano la loro influenza culturale?
Difficile esprimere una posizione definitiva (il dibattito storiografico, a oggi, è ancora aperto), sicché per la seconda volta mi trovo a commentare: accantonando le varie ipotesi avanzate dagli studiosi, andiamo avanti a descrivere ciò che invece si sa per certo.

Nel momento in cui per la prima volta s’affaccia alla Storia negli anni ’30 del Cinquecento, il marchio diabolico sul corpo della strega poteva essere un qualsiasi elemento dall’aspetto anomalo (e tendenzialmente sgradevole alla vista), di cui l’imputata non sapeva dare spiegazione (convincente). Una voglia vistosa, un neo dalla forma asimmetrica, una brutta cicatrice che nessuno aveva idea di come la donna potesse essersi procurata: qualsiasi elemento dall’aspetto non comune e dalla genesi “inspiegabile” poteva essere considerato prova di un patto siglato tra la donna e Satana.

Oltre agli Svizzeri, anche gli Olandesi e gli abitanti della penisola scandinava profusero nei secoli un certo impegno nel cercare il marchio di Satana sui corpi delle streghe. Ma fu soprattutto in Scozia e in Inghilterra (e nelle colonie puritane nel Nuovo Mondo) che l’idea del devil’s mark trovò particolare diffusione, diventando in breve tempo un elemento irrinunciabile in tutti i processi per stregoneria.
In questo specifico contesto culturale, le stigmata delle streghe cambiarono funzione e conseguentemente forma; per essere identificato come marchio demoniaco, l’elemento anomalo sul corpo della donna doveva avere una caratteristica ben precisa: doveva fisicamente sporgere. Per capirci: le cicatrici e le voglie sulla pelle non erano più sufficienti; occorreva cercare elementi come nei, porri o escrescenze cutanee di vario genere. Il requisito indispensabile è che il devil’s mark potesse essere messo in bocca… perché, in effetti, il diavolo ci si attaccava così come un bambino s’attacca al seno della mamma, al fine di suggere il latte il sangue delle streghe.

***

Se vi riempie di raccapriccio il solo pensiero di una strega che si tiene in braccio Satana e lo allatta dolcemente… beh, complimenti: avete sperimentato un po’ di quell’orrore che paralizzava i nostri antenati quando si parlava di stregoneria.

Citando – tra le molte fonti a disposizione – un manuale di ginecologia pubblicato a Londra nel 1635, Diane Purkiss fa notare che la mentalità dell’epoca attribuiva alla già non confortante immagine elementi che aggravavano ulteriormente il quadro della situazione. «Nella medicina della prima età moderna», osserva la studiosa, «vi era l’idea che il latte umano fosse sangue impuro proveniente dal ventre femminile, che veniva purificato e trasformato in un liquido di colore bianco grazie al calore che l’amore materno ingenerava nel corpo della puerpera. Era questo stesso calore a sospingere verso l’alto il sangue purificato, facendolo affluire nel seno femminile». Dati questi presupposti culturali, il devil’s mark era implicitamente «un segno di maternità perversa, un capezzolo messo nel posto sbagliato che serviva ad allattare non neonati, ma demoni». Una immagine indubitabilmente raccapricciante!

Evidentemente, qualcuno si potrebbe chiedere perché mai il diavolo avesse ‘sto desiderio perverso di farsi allattare dalle sue servitrici: e che è, un feticista?
Chiaramente no, anzi qualcuno arrivò anche a postulare che il povero diavolo non provasse alcun tipo di piacere nello svolgere queste noiose incombenze… che tuttavia gli erano indispensabili per sottolineare la reciproca consensualità del rapporto che intratteneva con le sue servitrici. Come scrive Sarah Ferber, «che la strega consegnasse al diavolo il suo corpo era un indicatore molto visibile di come ella gli stesse al tempo consegnando la sua anima».  Il devil’s mark va considerato alla stregua di tutti quegli altri elementi che via via appaiono nei processi per stregoneria e che sono finalizzati a sottolineare la consensualità con cui l’imputato avvia la sua collaborazione con Satana. «Consegnare al demonio una ciocca di capelli, firmare un documento cartaceo nel quale gli si vende la propria anima, accettare di portare un marchio demoniaco sul proprio corpo: questi elementi, a conti fatti, avevano lo scopo di dimostrare che il sacrificio aveva avuto luogo volontariamente»: la strega non era un’innocente posseduta da Satana, era una donna che era spontaneamente andata incontro al suo destino pienamente consapevole di ciò che stava facendo.

«Accettare di portare sul proprio corpo un marchio imposto dal diavolo», fa ancora notare Sarah Ferber, «voleva implicitamente dire che gli si consentiva di avere accesso alla propria anima, per tramite del corpo». Ed è acuta l’osservazione della studiosa nel momento in cui fa notare che il devil’s mark “veniva individuato” con particolare frequenza sui corpi di quegli individui illetterati che, coerentemente, non sarebbero stati in grado di firmare o di comprendere un contratto scritto come quello di faustiana memoria.
Quelli che vendevano l’anima al diavolo mediante la sottoscrizione di un letterale contratto erano perlopiù individui maschi e istruiti: gente con cui, evidentemente, Satana pensava di poter discorrere come si confà tra persone civili e di buona cultura. Ma se il patto doveva essere siglato con una donnetta di paese analfabeta e mezza scema… ecco allora Satana ripiegare su tecniche “a prova di idiota” (e soprattutto, molto femminili) per dimostrare a tutte le parti in causa la consensualità di quella collaborazione. Effettivamente, offrire il proprio seno a qualcheduno non è esattamente quel tipo di cosa che fai senza avere una certa intimità con la controparte.

***

Ho parlato di “seno”, ma ho usato il termine in senso estensivo: in realtà, il devil’s mark poteva essere collocato in qualsiasi punto del corpo. Vi era la non irragionevole idea che Satana tendesse a non piazzartelo proprio in fronte, il marchio che ti denotava come sua serva; durante i processi per stregoneria, lo si cercava perlopiù in quelle parti del corpo che normalmente erano celate alla vista. Frequentemente, si provvedeva a rasare interamente il corpo dell’imputata, nella convinzione che il marchio demoniaco potesse nascondersi in zone coperte dai peli: ascelle, cuoio capelluto e (soprattutto) zona genitale.
Alcuni tribunali erano dell’idea che un marchio siffatto non potesse che essere costituito da tessuto necrotico, fisicamente ucciso da quello stesso patto che uccideva anche l’anima delle streghe: in virtù di ciò, quando veniva individuato un segno dall’aria sospetta, si provvedeva a trafiggerlo con un punteruolo. Se usciva sangue, evidentemente era stato accoltellato un pezzo di carne viva, dunque non si trattava del marchio di Satana… e la ricerca continuava.

Comprensibilmente, pensare a una povera donna rapata a zero e nuda come un verme che viene ripetutamente accoltellata da un inquisitore è qualcosa che, per usare un eufemismo, suscita in noi un certo disagio.
Paradossalmente, questa follia poteva però essere salvifica: sono storicamente attestati alcuni (rari) casi in cui gli imputati furono scagionati proprio perché gli inquirenti non furono in grado di rinvenire sul loro corpo segni corrispondenti a quel devil’s mark alla cui presenza davano una tale importanza.

Per esempio, fu questo il caso degli imputati che nel 1643 furono accusati di stregoneria nella cittadina di Pendle, nel Lancashire. Poiché, una trentina d’anni prima, quella stessa città era stata teatro di una caccia alle streghe su larga scala, ed evidentemente la seconda ondata di accuse aveva fatto maturare l’impressione che gli abitanti di Pendle fossero un po’ fissati, il re d’Inghilterra volle vederci chiaro e domandò a William Harvey, il medico di corte, di esaminare personalmente i corpi degli imputati. Il medico non trovò sui corpi alcun segno che potesse corrispondere alla descrizione del devil’s mark e la sua testimonianza risultò determinante per far rimettere in libertà tutti i sospettati.

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Gli imputati di Pendle ebbero una gran fortuna – e sotto più di un punto di vista. A partire dalla metà del XVII secolo, l’importanza data alla presenza del devil’s mark nell’ambito delle indagini per stregoneria cominciò lentamente a scemare.
In area cattolica (dove comunque la moda non aveva mai preso piede) fu il Sant’Uffizio a spegnere ogni possibile iniziativa personale emanando nel 1657 una Instructio pro formandis processibus in causis strigum, sortilegiorum et maleficiorum; fra le altre cose, agli inquisitori veniva fatto divieto di rasare il corpo degli imputati alla ricerca di questi presunti segni demoniaci, nella cui esistenza il Sant’Uffizio non credeva affatto. Evidentemente, i porporati erano a conoscenza dell’importanza che veniva data a questo segno in alcuni tribunali “esteri” e volevano evitare che questa moda potesse diffondersi anche nelle aule della sacra romana inquisizione.

In realtà, le cose stavano cambiando anche nei tribunali che non facevano capo a Roma: anzi, Brian Levak fa notare che il declino dei processi per stregoneria passò anche attraverso il graduale abbandono di tutte quelle pratiche inquisitoriali più aleatorie che si erano ahimè diffuse nei primi secoli dell’età moderna. Mentre il XVII secolo scivolava lentamente verso l’epoca del Lumi, i vari tribunali ridimensionarono drasticamente l’importanza da attribuire a caratteristiche come il devil’s mark (o, per citare un altro elemento tenuto in gran considerazione, l’incapacità di piangere dell’imputato, la cui anima era ormai così corrotta da non riuscire più a provare rimorsi o sentimenti). Non vi fu – secondo Levack – un momento storico preciso in cui i legislatori dissero “ok, i nostri predecessori erano pazzi, questa cosa della caccia alle streghe è una follia, fermiamola immediatamente”: il cambiamento avvenne in sordina, tramite un graduale mutamento della sensibilità collettiva. I processi cominciarono a svolgersi in maniera più razionale, le accuse cominciarono a farsi più rare e più raramente motivate da reazioni impulsive: il fenomeno si spense lentamente, come un fuoco che ha finito la legna da consumare. Per allora, gli elementi più assurdi ed eclatanti (come appunto il marchio di Satana o altre fantasticherie simili) erano già stati dimenticati.

***

Ciò detto: è possibile che la forsennata ricerca del devil’s mark abbia lasciato un’eco che ancor oggi si fa sentire attraverso i fenomeni di body shaming e body monitoring, come sosteneva la dottoressa Gancitano nel video citato in apertura?
Posto che, in storiografia, è normalissimo non concordare sulle conseguenze nel lungo periodo di fenomeni lontani nel tempo, ecco i my two cents visto che qui dentro il mio parere è stato chiesto a gran voce. Personalmente, la tesi non mi trova concorde – se non altro, perché il body shaming fin da sempre è esistito anche in zone d’Europa dove la credenza nel devil’s mark non ha mai preso piede, e perché comunque era abbastanza ristretto il numero delle caratteristiche fisiche che potevano essere identificate come marchio di Satana. Contrariamente a quanto si tende a immaginare, gli uomini della prima età moderna erano molto meno lombrosiani dei nostri bisnonni: non è che ogni caratteristica fisica al di fuori del normale fosse automaticamente considerata un indizio di stregoneria. L’obesità, i volti butterati, le disabilità fisiche o le “deformità” di vario genere non rientravano nel novero (per fortuna); a naso, secondo me sarebbe più interessante indagare gli eventuali legami tra il body shaming e la fisiognomica, ma non ho mai approfondito il tema. In compenso, sull’apparenza fisica delle streghe nell’immaginario collettivo Charles Zika ha dedicato qualche anno fa un bel libro che cito qui sotto, per chi volesse approfondire.

Dunque, la caccia alle streghe è un fenomeno chiuso nel passato che non ha più alcun tipo di ripercussione sulla società di oggi? Sono fermamente convinta del contrario, e il fatto che la settimana scorsa un pastore battista del Tennessee abbia minacciato di fare pubblicamente i nomi di sei streghe che a suo dire si sono infiltrate nella sua comunità causando disastri e malattie è indice di quanto il fenomeno sia lontano dal potersi dire chiuso, almeno in quelle fasce della società vicine a un certo tipo di estremismo religioso (e tendenzialmente al complottismo di QAnon, che sta riproponendo sotto nuova veste i temi della caccia alle streghe in una forma sconfortantemente simile all’originale).

A titolo di curiosità: un’ulteriore chiave di lettura delle conseguenze a lungo termine della caccia alle streghe è portata avanti dal collettivo femminile Silver Spoon, nato nel 2019 nel Regno Unito. Le fondatrici ritengono che il fenomeno della caccia alle streghe abbia generato nella società dei “traumi ancestrali” che ancor oggi si ripercuotono sulle donne: esposte per secoli al timore di poter essere accusate di stregoneria, queste avrebbero gradualmente modificato il loro comportamento a livello socio-culturale. Lo sfaldarsi dei legami comunitari di paese, la graduale presa di distanze dal folklore locale, la crescente tendenza a conformarsi al modello di “damina vittoriana tremebonda e sottomessa” sono – secondo i membri di Silver Spoon – fenomeni riconducibili in ultima analisi agli effetti a lungo termine della psicosi instauratasi durante gli anni della caccia alle streghe.

Nemmeno questa è una lettura che mi vede un granché concorde (i cambiamenti evidenziati ci furono sicuramente, ma secondo me furono causati da un più ampio mutamento della società e dei costumi), ma intanto lascio il link dell’associazione per chi volesse sbirciare il suo lavoro, che è comunque assai curioso. Una delle sue principali funzioni è quella di creare opere d’arte in memoria delle donne condannate a morte per stregoneria – una attività che, secondo le fondatrici, dovrebbe aiutare le artiste e la comunità intera a meditare sui fatti passati per «avviare un processo di guarigione delle ferite ancestrali» che questo gruppo di donne ritiene di poter ancora scorgere nella società di oggi.

Bibliografia:

  • Sarah Ferber, Demonic Possession Exorcism, and Witchcraft, in: The Oxford Handbook of Witchcraft in Early Modern Europe and Colonial America (Oxford University Press, 2013)
  • Brian P. Levak, La caccia alle streghe in Europa agli inizi dell’Età moderna (Laterza, 2012)
  • Diane Purkiss, Witchcraft in Early Modern Literature, in: The Oxford Handbook of Witchcraft in Early Modern Europe and Colonial America (Oxford University Press, 2013)
  • Charles Zika, The Appearance of Witchcraft. Print and Visual Culture in Sixteenth-Century Europe (Routledge, 2009)

5 risposte a "La strega con le stigmata e il marchio del diavolo: il segno che qualificava la malefica come tale"

  1. Mercuriade

    Studi recenti hanno suggerito che questo “marchio del diavolo” non fosse altro che le tracce di uso di sostanze stupefacenti, ad esempio unguenti a base del fungo che infetta la segale cornuta, che contiene la stessa sostanza con cui oggi si sintetizza l’LSD, o a base di stramonio, detto appunto “erba delle streghe” o “erba del diavolo”, e vengono assunti attraverso le mucose del corpo, cioé per le donne spalmandoli sui capezzoli o all’interno della vagina (per questo la scopa); e, a lungo andare, queste sostanze lasciano delle tracce. Naturalmente questa è soltanto un’ipotesi. Che ne dici?

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    1. Lucia

      Dico che… onestamente non saprei 😂 Cioè: scherzi a parte mi piacerebbe molto approfondire, perché ora come ora tutto quello che so è che ci sono opinioni fortemente contrastanti tra gli studiosi. Uno che ad esempio è molto critico è Richard Kieckhefer, che nel suo saggio European witch trials (un po’ vecchiotto però: è del 1976) commentava:

      “some scholars cite recipes for hallucinogenic ointments that are supposed to have given witches the sensation of flying through the air. These recipes can be traced back no further than Johannes Weyer, a sixteenth-century physician whose intent was to explain witch beliefs away in rationalist terms. Furthermore, according to both court records and demonological literature, at least from the period 1300–1500, the witches’ supposed ointment was usually applied not to their bodies but to the sticks or other implements on which they rode. The amount that would rub into their bodies would thus be minimal”.

      Credo che sia sempre Kieckhefer nello stesso libro (ma in questo momento non riesco a trovare la citazione) che dice che noi le conosciamo anche, le ricette degli unguenti che venivano usati dalle streghe prima di andare al Sabba. Nel senso che era una domanda che veniva fatta spesso negli interrogatori: gli atti processuali conservano numerose liste di ingredienti. Però, se guardi quelle liste di ingredienti, quasi mai compaiono piante con poteri allucinogeni (se non ricordo male, ci sono un paio di ricette in cui effettivamente compare qualche allucinogeno. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, no: sono citati ingredienti di vario tipo, anche rari e difficili da trovare, ma niente che possa far pensare a erbe allucinogene.

      Secondo Kieckhefer, quello delle streghe sotto LSD è solo un mito nato nel XVI secolo che ha avuto un grande revival in questi ultimi decenni. Però in effetti lui scriveva queste cose una quarantina d’anni fa, bisognerebbe andare a vedere se ci sono stati ulteriori sviluppi nella ricerca…

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  2. Lurkerella

    Per le donne tenere un basso profilo è sempre stata una pratica salvavita, non credo che nel XIII sec se la passassero tanto meglio rispetto al XVII. Cioè, non lo so proprio, ci sono dei libri che ne parlano scommetto. Vado a vedere perché si chiamano Cucchiai d’argento come il celebre libro di ricette. L’arte può davvero curare, se c’è un trauma quella è una strada da seguire. Post molto interessante come sempre

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  3. Pingback: Isobel Gowdie, la strega che inventò un intero universo fantasy – Una penna spuntata

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