Alice Kyteler, la maga oscura che fu accusata di stregoneria

Tutto iniziò in maniera piuttosto innocente, con una “semplice” accusa di omicidio plurimo premeditato.
A dirla tutta, i figliastri di Alice Kyteler non avevano il minimo interesse nel dimostrare che la loro matrigna era una strega. Il loro bisogno era ben più urgente: dimostrare che la donna era un’assassina seriale e che, in quanto tale, andava messa nelle condizioni di non nuocere.

C’era un fondo di verità, in queste accuse?
“Solo Dio lo sa”, come si suol dire – certo è che tutti i mariti di Alice erano stati accomunati dalla curiosa tendenza a morire entro pochi anni dalle nozze. Di lutto in lutto, la vedova non troppo affranta era diventata una ricchissima ereditiera che viveva ormai nell’agiatezza assieme al suo figlio di primo letto, William Outlawe (nome omen?).
Fra l’altro, anche questo era un dettaglio assai curioso. In punto di morte, tutti i mariti di lady Alice avevano sentito l’esigenza di modificare i loro testamenti, diseredando del tutto o in parte i loro figli di primo letto e intestando a William una buona fetta del loro patrimonio.

Obiettivamente, il quadro era quantomeno sospetto.
Quando anche il quarto marito di Alice, sir John le Poer, cominciò a soffrire di una malattia misteriosa, i figliastri decisero che bisognava prendere la situazione in mano. Si presentarono in massa al cospetto del malato e gli espressero i loro sospetti – sospetti che evidentemente fecero presa, giacché sir John cominciò ad approfittare dei momenti in cui era solo in casa per frugare in ogni anfratto del castello, alla ricerca di qualche indizio.

A dirla tutta, nemmeno il diretto interessato aveva una idea molto precisa di che cosa stesse cercando. In quel momento, le ipotesi sul tavolo erano due: o Alice avvelenava lentamente i suoi mariti oppure li uccideva mediante la magia – tertium non datur, non sembrava potessero esserci altre spiegazioni.
E poi, un giorno, tutto fu chiaro.
Dopo esser riuscito a rubare le chiavi con cui sua moglie teneva chiusa una cassapanca, sir John ebbe un tremito di orrore nell’aprire il mobile e trovare al suo interno «un sacco pieno di oggetti orribili e detestabili» tra cui unghie e capelli umani, vermi morti, barattolini pieni di liquidi non meglio identificati.
Per avvelenare qualcuno coi metodi “naturali”, evidentemente non hai bisogno di tenerti pezzi di corpo umano chiusi a chiave in una cassapanca. Di conseguenza, parve chiaro a sir John che sua moglie praticava la magia nera: sgomento per le implicazioni di questa scoperta, fece avere al vescovo locale alcuni degli oggetti che aveva rinvenuto, pregando il sant’uomo di intervenire quanto prima. Evidentemente sir John era dell’idea che, se era stata la magia nera a ridurlo in questo stato, solo un intervento divino avrebbe potuto ridargli la salute.

Le coordinate di questa storia

Siamo a Kilkenny, amena cittadina dell’Irlanda centro-meridionale; è appena iniziata la Quaresima dell’anno del Signore 1324.
Alice Kyteler – che le fonti dell’epoca qualificano alternativamente con l’appellativo di dame o lady – era una donna estremamente influente, con le amicizie giuste fra quelli che contano. Ormai già avanti negli anni (aveva superato la sessantina), discendeva da una famiglia anglo-normanna che aveva accumulato una piccola fortuna commerciando merci di lusso con le Fiandre. L’unico figlio di Alice, il già citato William, aveva ereditato l’attività paterna svolgendo attività di banchiere e di usuraio.
Quando al vescovo di Kilkenny: era Richard de Ledrede, un francescano insediatosi in episcopato da qualche anno, al culmine di una carriera sfolgorante che fra le altre cose l’aveva portato a frequentare la corte papale di Avignone.

Ascoltati i timori di sir John le Poer e visionato il materiale che l’uomo gli aveva fatto avere, Ledrede reagì con tutta la serietà che era appropriata per accuse di un simile tenore. Fece sapere che si sarebbe occupato personalmente della questione in occasione della visita pastorale che l’avrebbe portato a Kilkenny di lì a poche settimane: nell’attesa, i figliastri di Alice ebbero cura di radunare attorno a sé un buon numero di cavalieri e di esponenti della piccola nobiltà locale, invitandoli a indagare discretamente per capire se in città vi fosse qualcun altro che aveva testimonianze utili alla causa.

Una variopinta serie di accuse

Saltò fuori che lady Alice non era particolarmente amata dalla popolazione, per usare l’understatement del secolo: raccogliendo le testimonianze che fioccavano numerose, i figliastri di Alice si trovarono di fronte a un quadro dal sapore vagamente apocalittico. A quanto pare, la donna non era solamente un’assassina seriale che aveva ucciso i suoi mariti attraverso la magia: era a capo di una conventicola di maghi che coinvolgeva almeno altri dieci personaggi di spicco, più un numero indefinito di individui di basso rango (perlopiù, servitori degli ricconi di cui sopra). A dar retta alle testimonianze, il figlio di Alice era il secondo in grado di questa malefica setta oscura.

Quando il vescovo Ledrede arrivò a Kilkenny, si trovò di fronte a un plico di testimonianze che accusavano lady Alice di una variopinta serie di reati. E cioè:

  1. di aver ripetutamente evocato e congiurato entità demoniache nell’ambito di riti magici;
  2. di aver immolato animali alle forze infere (e, in particolar modo, a un’entità nota come Figlio dell’Arte);
  3. di aver utilizzato unguenti e pozioni magiche al fine di legare a sé gli uomini che di volta in volta intendeva sposare;
  4. di aver organizzato riunioni notturne con gli altri membri della sua setta, durante le quali i convenuti ponevano in essere riti blasfemi che mimavano in tutto e per tutto le scomuniche comminate da Santa Romana Chiesa. Attraverso tali riti, venivano lanciate maledizioni sulle persone che i membri della setta intendevano colpire;
  5. di aver, nello specifico, ucciso a uno a uno tutti i mariti di lady Alice, non prima di aver usato la magia per indurli a modificare i loro testamenti a favore di William;
  6. di aver formalmente fatto apostasia e rigettato la fede cristiana, rifiutando i sacramenti.

Leggendo queste deposizioni, il vescovo Ledrede sentì i brividi salirgli lungo la schiena. In tutta onestà, rimase spiazzato: un conto è avere a che fare con un’ereditiera che ricorre alla magia per uccidere i mariti diventati scomodi; un conto è sentirsi dire che questa ereditiera è a capo di una letterale setta di adoratori del demonio. I riti che lady Alice era stata accusata di compiere erano portati avanti “in spirito squisitamente ereticale”, come avrà a definirli lo storico Norman Cohn: il rifiuto dei sacramenti e il sacrificio ai demoni non lasciavano il minimo margine di dubbio. E come se non bastasse, questi adoratori di Satana non si limitavano a propagandare idee dannose per la salvezza delle anime: a quanto pare, uccidevano impunemente chiunque si mettesse sul loro cammino!

Non si scherza coi Kyteler

Senza perdere tempo, il vescovo contattò Roger Outlawe, il cancelliere l’Irlanda, mettendolo a conoscenza del problema e chiedendogli di arrestare immediatamente i due individui che sembravano essere le menti della setta criminale: Alice Kyteler e suo figlio, William Outlawe.
Se vi fosse balzato all’occhio che il cancelliere e il presunto assassino avevano lo stesso cognome: beh, non è una coincidenza. I due erano parenti stretti, il che spiega piuttosto bene le ragioni per cui il cancelliere rispose al vescovo qualcosa sulle linee di “ma te sei scemo, non ci penso proprio”.
Senza demordere, Robert Ledrede cercò allora la collaborazione del senescalco di Kilkenny. Il problema è che questi era un caro amico di lady Alice: con garbo, prese da parte il vescovo e gli sussurrò che non era proprio il caso di insistere con questa storia, o avrebbe rischiato di doversene pentire.

Fra’ Robert, con ogni evidenza, non era un don Abbondio.
Acclarato che le autorità civili erano colluse e non l’avrebbero aiutato in alcun modo, decise di procedere con i poteri conferitigli dalla sua carica episcopale e convocò lady Alice a comparire al suo cospetto per discutere della sua posizione spirituale, a fronte delle accuse di eresia che le erano state fatte.
Col fastidio di chi scaccia un moscone molesto, lady Alice ne approfittò per fare una lunga vacanza nel suo maniero di Dublino, che si trovava in un’altra diocesi e dunque al di fuori della giurisdizione di Ledrede.
Per nulla impressionato, il vescovo spostò allora le sue attenzioni su William, accusandolo di sospetta eresia e convocandolo per un interrogatorio. L’indomani, mentre era impegnato in tutt’altre occupazioni, Ledrede si vide raggiungere da William e dal senescalco di Kilkenny: in toni apertamente minacciosi, i due uomini gli intimarono di lasciar perdere una volta per tutte.
Ledrede non lasciò perdere, ribadendo anzi che William era tenuto a presentarsi in vescovado per discutere la sua posizione. E fu così che, l’indomani mattina, il religioso fu fermato per strada dalle milizie del senescalco, che lo accerchiarono, lo misero agli arresti e lo trascinarono nel carcere di Kilkenny.

Ma neanche con la Chiesa è il caso di scherzare

L’arresto del vescovo, prevedibilmente, generò un certo scalpore, tantopiù che i fatti avevano avuto luogo sulla pubblica piazza e che il senescalco non si era nemmeno preso il disturbo di inventare un capo d’accusa: palesemente, era intervenuto con la sola intenzione di fermare l’inquisitore.

Se era una gara a chi aveva più muscoli, Ledrede non aveva paura di mettersi in gioco. Fece sapere ai suoi carcerieri che desiderava il conforto dei sacramenti, un diritto che non poteva essere negato ai prigionieri: la Chiesa locale capì l’antifona ed ebbe cura di fargli arrivare i sacramenti attraverso la più solenne processione eucaristica di cui la città di Kilkenny avesse memoria, giusto per informare la popolazione che stava succedendo qualcosa di interessante. Non appena poté parlare con i suoi collaboratori, il vescovo comunicò loro di aver lanciato su Kilkenny un interdetto che sarebbe stato ritirato solo al momento della sua liberazione: in virtù di questo provvedimento, all’intera cittadinanza sarebbe stato impedito di assistere alla Messa e di accedere ai sacramenti, a causa delle colpe del loro iniquo governante.
Mentre tutti i religiosi di Kilkenny si riunivano davanti al carcere per un sit-in di protesta, un predicatore domenicano arringava il popolo con sermoni infuocati a partire dal versetto Beati i perseguitati, perché di essi è il regno del cielo. E furono in molti a sentire quelle parole: perché ovviamente la notizia aveva ormai fatto scalpore e buona parte della popolazione si era radunata di fronte alle prigioni, per seguire attonita lo svolgersi degli eventi.

Lo svolgersi degli eventi fu che il vescovo fu trattenuto in cella per quasi tre settimane. Al diciassettesimo giorno di prigionia (forse perché ormai era passata la data in cui Willam Outlawe avrebbe dovuto comparire nel suo processo per eresia), il siniscalco ritenne che il vescovo avesse ormai l’antifona e diede ordine di farlo liberare. Illuso: la prima cosa che fece il vescovo, appena tornato in episcopato, fu quella di firmare una seconda ingiunzione a comparire che fu immediatamente recapitata a un incredulo William.

In questa lotta tra titani, ecco rientrare in scena lady Alice. Appurato che il vescovo non aveva la minima intenzione di scendere a più miti consigli, la donna, che era ancora a Dublino, lo denunciò all’arcivescovo del luogo, incolpando Ledrede di averla accusata di eresia senza averne nessuna prova.
Con ammirevole nonchalance, il vescovo viaggiò fino a Dublino per difendere la sua posizione. Con una imprevista variazione sul tema: questa volta, vinse la causa. A denti stretti, con l’aria di chi si trova in una posizione scomoda, i suoi superiori dovettero ammettere che era certamente nel diritto del vescovo scomunicare e perseguire chicchessia, se metà della popolazione locale concordava nel dire che il soggetto era un adoratore di Satana.

Il demone galante e la dama di compagnia

Comprendendo di non avere più il coltello dalla parte del manico, lady Alice si imbarcò verso l’Inghilterra e da quel momento in poi fece sparire le sue tracce.
E tuttavia non si curò di mettere in salvo i suoi piccoli minion, cioè gli altri membri della presunta setta: i quali, poverini, stavano per andare incontro a grossi guai. Sì perché, forte dell’approvazione ricevuta dai suoi superiori, Ledrede tornò a Kilkenny e diede il via a un processo per eresia su larga scala, avendo cura di dedicarsi in primo luogo a quegli accusati che erano di modesta estrazione sociale e che dunque non disponevano di una milizia armata.

Consci d’essere ormai stati abbandonati dai loro amici più influenti, i carcerati si affrettarono a confermare tutte le accuse che erano state rivolte a lady Alice e a dichiarare il loro pentimento. Alcuni di loro si spinsero a confessare dettagli che fino a quel momento non erano noti al vescovo; tutti ci tennero a sottolineare che loro erano indubbiamente colpevoli d’essersi uniti alla setta, ma la vera mente criminale era la ricca ereditiera.

In particolar modo, risultarono interessanti le confessioni rilasciate (in due distinti interrogatori: uno amichevole, e uno svoltosi sotto tortura) da una certa Petronilla, dama di compagnia di lady Alice.
Forte della grande confidenza di cui godeva con la sua signora, Petronilla dichiarò sotto tortura ciò che gli altri evidentemente non sapevano: cioè che lady Alice aveva frequenti rapporti sessuali (e, apparentemente, anche una sorta di relazione affettiva), con quel demone Figlio dell’Arte a cui immolava i suoi sacrifici animali.
Nell’intimo della casa di Alice, però, quell’entità (che a detta di Petronilla era demone di basso livello, nell’ambito delle gerarchie infernali) accettava di farsi chiamare confidenzialmente Robin (per completezza: Robin Artson, che suona bene). Lo si poteva vedere spesso al fianco di Alice, talvolta nelle sembianze di un gatto nero; altre volte però si materializzava davanti alle donne prendendo l’aspetto di un etiope dalla pelle scura che stringeva in mano una lunga lancia di metallo.

L’agnello sacrificale di questa storia

Le testimonianze erano in numero così schiacciante da rendere quasi inevitabile la condanna. Lady Alice fu dichiarata eretica, maga e fattucchiera, nonché presumibile assassina seriale da consegnare al braccio secolare per ulteriori indagini. Tutte le sue proprietà in diocesi di Kilkenny furono confiscate e utilizzate per sostenere attività caritative (senza che peraltro giungesse alcun tipo di rimborso ai figliastri che avevano detto di esser stati ingiustamente diseredati). Difficile immaginare quale impatto possa aver avuto questo provvedimento nella vita quotidiana di lady Alice, tenuto conto che per allora la donna aveva già fatto perdere le sue tracce in Inghilterra.

Restava però in Irlanda suo figlio William, contro il quale furono rivolti trentaquattro capi d’accusa che spaziavano dall’eresia e all’usura e all’omicidio. A poco gli valse il presentarsi in tribunale scortato da una banda di mercenari armata fino ai denti: senza neanche dar segno di vederli il vescovo proseguì con l’interrogatorio, durante il quale un rassegnato William considerò conveniente ammettere le sue colpe e chiedere perdono per i suoi peccati. Se la cavò con una pubblica penitenza in virtù della quale sarebbe stato costretto a sfamare a vita un certo numero di poveri della parrocchia; a sostenere di tasca sua i lavori di ristrutturazione di un certo numero di edifici sacri e a partecipare a tre Messe al giorno, ogni giorno, per un anno. A patto, ovviamente, di non ricadere nell’eresia – e da quel momento in poi William fu molto attento a non dare più occasioni di sospetto.

Ma questa storia stupefacente ha una vittima sacrificale: la povera Petronilla, la dama di compagnia.
Torchiata dagli inquirenti e sottoposta a tortura, la donna confessò al vescovo una vasta serie di reati: in primo luogo, ammise di aver praticato a sua volta la magia oscura, che aveva appreso alla scuola di lady Alice (“la più grande maga di Irlanda o probabilmente del mondo intero”, come ebbe a definirla agli inquisitori).
Ammise inoltre di aver agito come intermediaria tra il demone Robin e la sua signora; confessò di essersi avvalsa più volte dei servizi del demone e di aver sfruttato la magia per far apparire corna da capra, visibili solamente agli iniziati, sulla testa delle donne del villaggio che le stavano antipatiche. Addirittura, confessò di essere stata a conoscenza della presenza di oggetti sacri nell’abitazione della sua signora, trafugati dalle chiese e poi usati nei riti magici.
Fu probabilmente questa l’affermazione che più di tutte le altre le costò la vita: Petronilla fu bruciata sul rogo il 3 novembre 1324. Fino all’ultimo istante, la donna continuò a ripetere che lei accettava certamente la condanna, ma riteneva che William meritasse la morte tanto quanto lei.

Poco si sa degli altri accusati. Sicuramente, nessun altro fu giustiziato. Una fonte più tarda scrive che altri individui furono giudicati colpevoli di eresia e, dopo aver giurato pentimento, furono sottoposti a penitenza pubblica, proprio come era accaduto a William. Alcuni furono scomunicati a vita, altri furono banditi dalla città; altri ancora si diedero alla fuga prima di poter essere processati e fecero sparire le loro tracce.

Il commento dello storico

È sulle linee di: woah, che storia!
Mi stupisce che non ci abbiano mai fatto un film, ne verrebbe fuori qualcosa di stupendo. Sono di estremo fascino tutti i protagonisti, nessuno incluso: l’ereditiera che forse è assassina, il figlio che scende in campo per difendere la madre, il vescovo che non si fa mettere i piedi in testa, la povera dama di compagnia che ci va di mezzo.
Inoltre, questa storia è interessante perché smentisce un luogo comune: che le donne accusate di stregoneria fossero delle poverine che vivevano ai margini della società senza alcun tipo di tutela: creature inermi che era facile prendere di mira quando si cercava un capro espiatorio.

Evidentemente non è questo il caso di Alice: una donna ricca sfondata, ben inserita negli ambienti giusti, dotata di amicizie influenti che non esitarono nemmeno per un attimo prima di darle tutto il loro supporto (armato). In questa triste storia, l’unica che ci lasciò le penne fu la povera dama di compagnia, ma è importante sottolineare che persino quello di Petronilla era un lavoro più che rispettabile. Essere la confidente e “la compagna di vita” di una donna di alto rango avrebbe teoricamente dovuto garantire a Petronilla un certo grado di intoccabilità; all’atto pratico, i Kyteler sembrarono ben felici di abbandonarla al suo destino per usarla come agnello sacrificale… ma questo dipende più che altro dal fatto che i Kyteler erano evidentemente delle brutte persone.

In questo scontro tra titani tra un vescovo irreducibile e un’accusata che sfodera tutta la sua potenza per difendersi, verrebbe da chiedersi: alla fine, chi ha vinto?
È pur vero che Petronilla fu l’unica vittima di questa storia, ma non si può dire che gli altri accusati se la siano cavata con poco. Alcuni furono costretti a un precipitoso esilio; altri furono banditi e si videro sequestrare i loro beni in tutto o in parte.

Non necessariamente c’era bisogno di salire su una pira ardente, per essere danneggiati da una accusa di stregoneria.
E, a quanto insegna questa storia, non necessariamente era sufficiente per difendersi avere a disposizione un letterale esercito da schierare contro l’inquisitore. Nemmeno essere ricchi garantiva immunità, se ci si trovava di fronte a un nemico battagliero.

Uno strano processo per stregoneria

È strano sotto parecchi punti di vista questo processo per stregoneria – e non solamente per le dimensioni dello scontro o per l’estrazione sociale degli accusati.

A ben vedere, il processo a carico di Alice prende una piega strana fin dal suo stesso esordio. Tutto inizia con una accusa di omicidio, con sospetti di stregoneria che arrivano in un secondo momento – ma non solo. Rispetto a quanto accadeva normalmente nel Medioevo nei processi che indagavano il medesimo reato, l’accusa a carico di una singola moglie assassina finisce col “portare alla luce” una intera setta di omicidi. Inoltre, l’elemento demoniaco assume un rilievo fino a quel momento inedito nei processi per maleficio – e questa sì che è una novità curiosa, che avrà un ruolo sempre più determinante col passar dei secoli.

Da che dipende questa new entry mefistofelica? Gli storici tendono a puntare il dito sul vescovo Ledrede, che avrebbe instradato in quella direzione tutte le confessioni degli imputati attraverso domande insistenti e suggestive (lo faceva volontariamente? O forse agì a livello inconscio, proiettando su quella storia quelli che erano i suoi terrori personali? Difficile dirlo, e in fin dei conti poco cambia).
Sicuramente, Ledrede era un uomo istruito che aveva che fin dalla giovinezza aveva portato avanti con grande slancio la sua personalissima lotta contro l’eresia. Giustamente osserva Norman Cohn: “nel momento in cui una persona col carattere di Ledrede si convinse che lady Alice fosse colpevole di maleficium, le conseguenze furono pressoché scontate: dato il background culturale del vescovo, era quasi inevitabile che cominciasse a considerarla anche una eretica nel pieno senso del termine”.

Alice: una strega singolarmente simile a una maga

C’è però un elemento che balza all’occhio allo storico, quando si immerge nella lettura delle carte processuali. Non può non notare una cosa interessante: lì in mezzo, c’era qualcuno che ne sapeva un po’ troppo, di demoni, di eretici e di magia.

Nella maggior parte dei processi per stregoneria, le deposizioni delle imputate sono un guazzabuglio di assurdità in cui le donne confessano sotto tortura le prime cose che vengono loro in mente: ho avuto rapporti sessuali col diavolo, volo nottetempo assieme al fantasma di mi’ nonna morta, converso con le fate nel primo giorno di luna piena, il mio gatto è la fonte di tutti i miei poteri…
Leggendo la deposizione di Petronilla e degli altri rei confessi, si ha invece la forte impressione di starsi muovendo all’interno di uno scenario che non è privo di una certa razionalità… e che, soprattutto, è realmente esistente.
Vale a dire: le magie che Petronilla confessa di aver compiuto combaciano con una certa accuratezza con i rituali che erano realmente descritti in certi testi di magia nera che proprio in quel periodo cominciavano a diffondersi tra gli intellettuali e gli uomini di corte. Giunti in Europa attorno al XIII secolo attraverso la traduzione latina di testi arabi, questi volumi avevano affascinato molti studiosi e atterrito la Chiesa come non mai (perché prevedevano l’invocazione di entità ultramondane, indubbiamente demoniache agli occhi dei prelati).

È interessante notare come le confessioni degli accusati combacino perfettamente con la ritualità che veniva descritta in quei libri proibiti. Le candele accese, gli animali immolati ai demoni, i rituali dal sapore para-liturgico, l’abilità di far apparire corna sulle teste delle donne del villaggio visibili solo agli altri iniziati: tutti questi elementi, nessuno escluso, trovavano effettivamente spazio nei veri testi di magia, che proprio in quelle decadi si andavano diffondendo.

Poco ma sicuro: tra tutte le parti coinvolte, c’era qualcuno che ne aveva in libreria un buon numero di questi libri.
Chi era questo qualcuno?
Difficile dirlo. Probabilmente era il vescovo Ledrede, che aveva studiato questi testi per dovere episcopale al fine di contrastare la nascente eresia: ormai convintosi di essere di fronte a una setta di maghi, influenzò (più o meno coscientemente) le deposizioni degli imputati per spingerli a confessare ciò che voleva sentirsi dire (o che era certo di dover sentirsi dire).

E tuttavia, personalmente non scarterei del tutto l’ipotesi residuale: cioè che Alice ce l’avesse per davvero, un libro di tal fatta. In fin dei conti era una donna ricca, istruita e con gli agganci giusti: non avrebbe faticato troppo a procurarsene uno.
In questo caso, potrebbe forse esserci una base di verità nelle accuse mosse ad Alice: forse (e dico forse: l’affermazione è indimostrabile), l’anziana lady e la sua dama di compagnia avevano realmente un debole per l’occultismo. Un debole che, naturalmente, venne ingigantito in sede processuale quando la tortura rese le deposizioni di Petronilla più fantasiose di quanto fosse necessario.

Robin Artson: l’interessate caso del demone gigolò

“Eddai!”, mi dirà qualcuno. “Ma come si fa a vedere una base razionale nella confessione di quella poveretta? Questa ha dichiarato che Alice frequentava un demone che si faceva chiamare Robin Artson e andava in giro con le fattezze di un etiope che si porta appresso una lancia argentea. Ti sembra una immagine verosimile?”.

Regà: il punto è proprio questo. L’immagine è assolutamente verosimile se inserita nel contesto che dicevo sopra, cioè quello della magia cerimoniale. Il fatto che Robin (ammirevolmente modesto, per essere un diavolo!) si definisse un demone “di basso livello gerarchico” induce nuovamente lo storico a far correre il pensiero verso i testi di magia nera che ho già descritto: erano questi libri (e non certo la mentalità comune) a parlare di gerarchie infernali.
Non solo: in questi testi, ci si riferiva spesso alla magia come all’Ars – l’Arte per eccellenza. Il mago era spesso definito Maestro dell’Arte; l’animale che veniva immolato in sacrificio prendeva il nome di Vittima dell’Arte: in questo contesto, era suggestivo che lo spirito evocato dal mago si autonominasse Figlio dell’Arte. In fin dei conti, era stata l’arte magica ad averlo portato su questo mondo.
Ad avere tra le mani uno di questi testi medievali, ci si potrebbe persino divertire nel cercare di scoprire il “vero” nome del demone che era al servizio di Alice: la tradizione dell’epoca parlava, effettivamente, di uno spirito che aveva l’abitudine di materializzarsi su questa terra stringendo in mano una lancia, simbolo della sua potenza bellica.

Poco ma sicuro, lo spirito in questione non si chiamava Robin. “Robin” era, nella cultura anglosassone del tempo, un nome che veniva frequentemente attribuito agli spiritelli dei boschi, innocui personaggi del folklore locale simili al monaciello napoletano de’ noantri.
Poco ma sicuro, nessuno dei testi di magia nera diffusi all’epoca si sarebbe mai sognato di suggerire al mago di avere rapporti sessuali con il demonio: questo è un elemento del tutto inedito e completamente stonato rispetto al quadro complessivo.

In questo caso, la spiegazione è ovvia: sottoposta a tortura, col vescovo che la incalzava per ottenere ulteriori informazioni sull’argomento che evidentemente era per lui di maggiore interesse, la povera Petronilla avrà buttato lì le prime due cose che le venivano in mente. Avrà pescato dai suoi ricordi d’infanzia il nome “Robin”, protagonista delle storie di fate che si sentiva raccontare da bambina, e poi avrà pensato bene di aggiungere al quadro il dettaglio torbido dei rapporti sessuali, a sottolineare quanto la sua signora fosse perfida e spregiudicata.

Verso una nuova immagine di strega

Per quanto ne sappiamo, Alice Kyteler fu la prima donna della Storia a essere accusata di aver avuto rapporti sessuali col demonio nell’ambito delle pratiche magiche da lei portate avanti. Siamo ancora ben lontani dall’idea di sabba, e tuttavia ci stiamo chiaramente avviando in quella direzione.
Alice fu processata nel 1324, una data molto precoce; il fenomeno della caccia alle streghe su larga scala si manifestò solo molto più avanti. Eppure, pur costituendo casi isolati, questi primissimi processi per stregoneria sono di grande interesse per lo studioso: è attraverso storie come quella di Alice (o come quella di Sibilla e Pierina, che vi ho raccontato il mese scorso) che si assiste alla graduale formazione di quell’idea di “strega” che si sarebbe poi diffusa in età moderna.

Alice Kyteler è una strega fuori dal normale, anzi a ben vedere non corrisponde affatto al classico ritratto della strega: usando un’immagine a effetto, la si potrebbe definire “una maga oscura che fu processata per stregoneria”.
Eppure, Alice era “una maga oscura” che aveva già in sé tutti quegli elementi che, di lì a poco tempo, avrebbero caratterizzato il ritratto della strega per eccellenza.

Perché se la strega è una donna malvagia, promiscua e sessualmente attiva nonostante l’età avanzata, che è pronta a tutto (persino a contrattare col demonio!) per raggiungere i suoi sordidi scopi di omicidio e distruzione… beh: allora ci siamo. Alice Kyteler è una strega sui generis, una strega che non è una strega… eppure, al tempo stesso, è davvero la strega per eccellenza.  

Alice Kyteler è anche la protagonista della seconda puntata del progetto che sto portando avanti con Babacio, antropologa culturale esperta di folklore e – fra le altre cose – creatrice di deliziosi pupazzetti ispirati alla mitologia, alla storia e alle tradizioni. Con Alice prosegue il nostro viaggio alla scoperta delle storie vere di donne che furono accusate di stregoneria: e per scoprire qualcosa di più sul processo creativo che ha permesso a Babacio di confezionare la streghetta del mese, questo è l’articolo che spiega tutto.

Bibliografia

Norman Cohn, Europe’s Inner Demons: The Demonization of Christians in Medieval Christendom
John Drelincourt Seymour, Dame Alice Kyteler. The Sorceress Of Kilkenny, A.D. 1324

3 risposte a "Alice Kyteler, la maga oscura che fu accusata di stregoneria"

  1. Pingback: Le Masche #2 – Alice Kyteler – Babacio, pupazzi artigianali

  2. Umberta Mesina

    Accipicchia, avrai impiegato delle ore a scrivere questo articolo… Grazie.
    Vediamo se ho capito: questa gentildonna era talmente antipatica alla gente della sua città che l’hanno accusata di una serie di “malefatte magiche” (raccolte dai figliastri, che certo non la amavano nemmeno loro), poi è arrivato il vescovo francescano che ci ha messo del suo. Però, l’idea che esistessero “malefatte magiche” in Irlanda esisteva già, giusto? Altrimenti come facevano i testimoni a inventarsele? Le aggiunte del vescovo riguardano la tecnica, diciamo, quella che si trovava nei libri.

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