Isobel Gowdie, la strega che inventò un intero universo fantasy

La cosa veramente stupefacente di questa storia è che di Isobel Gowdie sappiamo tutto e niente. Conosciamo fin nel minimo dettaglio il mirabolante universo magico nel quale era immersa e che fu descritto, con sorprendente dovizia di particolari, nel corso di numerose confessioni che ebbero luogo lungo l’arco di sette mesi, a partire dall’aprile 1662.
Di lei, sappiamo in che modo divenne strega, quali fossero le basi della magia che praticava, le armi che utilizzava, i nomi delle sue compagne, le formule che recitava: conosciamo tutto… e al tempo stesso conosciamo niente.
Ad esempio, non sappiamo nemmeno in che anno Isobel sia nata.
Né tantomeno in che anno sia morta, giusto per capirci: le carte che la riguardano non conservano traccia della sentenza che le fu riservata. Abbiamo la sua confessione, ma non abbiamo idea di quali ne siano state le conseguenze.

Ma allora, che possiamo dire con certezza riguardo alla nostra Isobel?
Le carte processuali ce la presentano come una giovane donna che viveva nel villaggio di Auldeard, nelle Highlands scozzesi. All’epoca dei fatti, era sposata da pochi anni, il che ha permesso agli studiosi di far due conti: tenendo conto che, in quel periodo storico, le ragazze scozzesi si sposavano in media attorno ai venticinque anni, si è ipotizzato che Isobel potesse essere una donna attorno alla trentina, suppergiù. Il marito era uno di quei tanti uomini della zona che campavano di agricoltura e pastorizia, arrotondando lo stipendio con lavoretti manuali nel corso dei mesi invernali: all’apparenza, quella di Isobel era una famiglia con un’estrazione sociale nella media, né troppo povera né particolarmente benestante. Una fra le molte, come tante nel paese.

Figli? Apparentemente non ne avevano ancora, perché in alcun luogo le carte processuali fanno riferimento a prole, viva o defunta. Sola per mesi in una casa vuota mentre il marito era al pascolo, Isobel doveva vivere delle estati molto solitarie, come alcuni storici hanno fatto notare… ma vien da dire che la nostra amica non avesse problemi nel trovare modi per occupare il suo tempo libero, tra avventure stregonesche, trasformazioni animali, liason con Satana e gite fuoriporta nel regno delle fate.

Isobel fu portata a processo il 13 aprile 1662, per ragioni che (indovina un po’?) non conosciamo. Vien da pensare che qualcuno abbia sporto una denuncia a suo carico, ma neppure questo dettaglio è conservato nelle carte processuali: tutto ciò che sappiamo è che, nell’aprile di quell’anno, un piccolo tribunale locale presieduto dal sindaco del villaggio si riunì per ascoltare le dichiarazioni della strega rea confessa, che furono diligentemente trascritte da un notaio di nome John Inness.
E meno male che John fece bene il suo lavoro appuntando con attenzione (quasi) tutte le parole di Isobel, perché la nostra amica (all’arte, la strega Janet) si muoveva all’interno di un mirabolante universo fantasy la cui memoria merita davvero di esser conservata.

La confessione

La nostra amica non si era andata a cercare guai. Il suo primo incontro con Satana, avvenuto quindici anni prima, era stato totalmente inatteso: una Isobel ancora adolescente stava tranquillamente passeggiando per i fatti suoi nella campagna, quand’ecco il diavolo pararsi di fronte a lei con l’aspetto di un uomo alto e dai capelli neri.
Quale fu la reazione di questa ragazzina di campagna, nel trovarsi di fronte a Lucifero in persona? Spavento? Lusinga? Incertezza? Fascinazione? Isobel non lo specifica e il notaio ebbe paura a chiedere; quel che è certo è che Satana fece ben poca fatica a stringerla nelle sue spire. Quella sera stessa, a tarda notte, Isobel sgattaiolò fuori dal suo letto badando a non farsi scoprire dai genitori e si avventurò furtiva verso la chiesa di Auldearn, nella quale il diavolo, in perfetto stile sacerdotale, la attendeva sul pulpito con una specie di breviario, per ascoltare la sua apostasia. Non appena Isobel ebbe rinunciato a tutte le rinunce che aveva fatto al momento del battesimo, il diavolo le si avvicinò, le sfiorò la spalla destra apponendo lì il suo marchio e, aprendo un taglietto nella pelle della giovane, delicatamente succhiò il suo sangue. Quand’ebbe la bocca piena del sangue di Isobel, lo risputò in mano e lo usò per battezzare la ragazza, recitando solennemente: “io ti battezzo Janet, nel nome di me stesso”.

Janet?
A quanto pare, in alcune zone della Scozia seicentesca era il nome generico che veniva popolarmente affibbiato alle streghe (un po’ come oggi gli anglofoni definiscono “una Karen” le donne arrogantemente ignoranti e piene di sé).

Dopo il suo battesimo, la nostra Isobel tornò rapidamente a casa per evitare che i genitori ne notassero l’assenza. Ma già dal loro successivo incontro, Satana svestì quei ieratici panni da disevangelizzatore per mostrarsi per quel seduttore che apparentemente si diverte a essere: diede appuntamento a Isobel presso le rovine di un castello medievale

e lì, in quel setting da film, strinse a sé la ragazza facendole scoprire per la prima volta i piaceri della carne.
Piaceri che, a dire il vero, non erano nemmeno così dolci come Isobel aveva sentito dire: concedersi a Satana era qualcosa di molto freddo, a tratti persino doloroso; anni più tardi, la ragazza avrebbe avuto modo di scoprire che dormire con un uomo è tutta un’altra cosa, infinitamente più piacevole. Ma, ehi: Satana sembrava tenerci, e Isobel in fin dei conti era lusingata da quelle attenzioni.

La congrega

Attenzioni che, per la cronaca, il demonio ripartiva con una dozzina abbondante d’altre amanti. Ben presto, Satana presentò Isobel ad altre donne che vivevano nella zona e che si erano legate a lui mediante il medesimo patto. Quelle donne (tredici in tutto, Isobel esclusa) si erano riunite in una congrega che potremmo definire una società segreta a tutti gli effetti: le compagne si appellavano tra di loro con quei soprannomi che Satana aveva dato loro al momento del battesimo; e in tal modo, operando in incognita, si industriavano per causare il massimo danno possibile alla collettività.

Cosa le spingeva a tale malvagità? Satana stesso, evidentemente: nel senso che dalle confessioni di Isobel non emerge un pattern definito capace di scatenare l’ira delle streghe. Talvolta, le donne della congrega agivano per interesse personale; in altri casi, per vendetta o perché spinte dal desiderio di rivalsa sociale. Ma talvolta compivano il male per il puro piacere di farlo (unito, certo, alla volontà di compiacere il loro seducente maestro).

Isobel confessò ad esempio di aver profanato la tomba di un neonato al fine di estrarre dal suo cadere alcune sostanze che, combinate con altri ingredienti, le avevano permesso di cerare un filtro magico grazie al quale era stata in grado di rendere sterili le pecore del villaggio, dirottando nel ventre delle pecore della congrega tutti gli agnellini destinati a nascere. Similmente, recandosi nottetempo sui campi appena arati, le streghe compivano riti per fare in modo che sulle terre dei vicini crescessero solo erbe infestanti, dirottando nei loro appezzamenti di terreno un surplus di grano sanissimo e lucente. Strofinando sul collo e sul ventre del bestiame una certa cordicella magica che aveva dato loro Satana, Isobel e le sue compagne potevano far sì che le mucche dei vicini si trovassero incapacitate a produrre latte: non c’è nemmeno bisogno di dire che, anche in questo caso, le streghe della congrega si sarebbero garantite una mungitura extra.

Insomma: quel gruppo di streghe lavorava alacremente per alterare l’economia locale, danneggiando la concorrenza a fronte di un vantaggio personale. E fin lì, stiamo parlando di un comportamento non gentile… ma queste donne potevano fare ben di peggio.

Gli omicidi

Il rito più crudele e più vendicativo in assoluto fu organizzato per danneggiare il tenutario del luogo, che possedeva la maggior parte dei terreni su cui i popolani lavoravano a mezzadria. Per ragioni che non risultano ben chiarite dalla confessione, ma che immaginiamo di poter attribuire ad antipatia sociale, le streghe della congrega decisero di maledire quella famiglia colpendola crudelmente nei suoi affetti più cari. Attraverso piccole effigi di cera usate a mo’ di bambola voodoo, provocarono malattie terribili e dolori invalidanti a tutti i figli del tenutario – sia a quelli già nati sia a quelli ancora destinati a nascere, che fin dai loro primi e timidi sgambettii nel ventre materno sarebbero stati straziati da orribili dolori.
Ma non solo. Satana, che a quanto pare si trovava in buoni rapporti con la Regina delle Fate, si procurò tramite lei un certo numero di armi magiche: potentissime, letali e infallibili contro gli umani.

Quei pochi che all’epoca ne conoscevano l’esistenza le chiamavano elfshots, “colpi d’elfo”. Oggigiorno, alcuni libri di archeologia si ostinano a definirle punte di freccia in selce provenienti dal Neolitico, piuttosto diffuse in quella zona della Scozia. Ma in realtà (come ci spiega pazientemente Isobel) quei piccoli oggetti che ogni tanto capita di trovare sono in realtà le potentissime frecce con cui gli elfi scagliano i loro infallibili colpi. Neppure occorre un arco, per usarle: basta tenerne una nella punta delle dita e poi scocciare il colpo coi polpastrelli; guidato dalla magia stessa, il dardo arriverà immancabilmente a destinazione, uccidendo all’istante il malcapitato.

Infarti? Ictus? Quei mali improvvisi che arrivano dal nulla e che uccidono in pochi istanti?
Oh, gli uomini sono molto ingenui nel credere che morti così repentine possano dipendere da cause naturali: in realtà, esiste solo una forza che è potente al punto tale da poter ordinare a un cuore perfettamente sano di smettere di battere. E quella forza, né più né meno, è la magia di battaglia delle fate.

Un elfshot incastonato in un gioiello e utilizzato a mo’ di amuleto, dalle collezioni del National Museum of Scotland

Attraverso i colpi d’elfo, Isobel uccise diverse persone e talvolta senza neppure sapere il perché, limitandosi a eseguire gli ordini che le venivano dati dal diavolo. Il primo omicidio non si scorda mai, e a quindici anni di distanza Isobel ancora si struggeva nel ricordo di quella donna che, senza motivo, aveva assassinato mentre lavorava nei campi. Un po’ discosta, mescolata in mezzo a una piccola folla di altri contadini spaventati , Isobel era rimasta a guardarla di lontano, mentre lei si portava le mani al petto e si accasciava in terra esanime.

Una lepre che va e viene dal regno delle fate

E, diciamolo pure: basterebbe fermarsi qui, ai reperti archeologici del Neolitico reinterpretati in chiave magica come causa degli infarti, per affermare con una certa ammirazione che davvero ci troviamo di fronte a una deposizione straordinaria, ineguagliabile per la sua particolarità.
Ma, in realtà, il magico mondo in cui si muoveva la nostra Isobel presenta tratti ancor più eclatanti, veramente degni di un romanzo fantasy. Sembra essere uscita dalle pagine di Tolkien la dettagliatissima descrizione del Regno delle Fate, nel quale le streghe erano sempre le benvenute. Splendida, raffinatissima, rilucente di sovrannaturale bellezza nelle sontuose vesti bianche che l’adornavano, la regina delle fate accoglieva benevolmente le protette di Satana, permettendo loro di godere dei mille piaceri che si possono assaporare in quel regno incantato e riempiendo i loro piatti con più pezzi di carne di quanto una persona possa mangiare in un anno intero.

E se a Isobel piaceva andare in vacanza di tanto in tanto in quella piccola oasi di paradiso in terra, non era così sciocca da non apprezzare i benefit che la pratica della magia portava con sé anche nel mondo degli umani. Uno dei suoi preferiti era la capacità di cambiare aspetto, un’arte a cui Satana stesso ricorreva frequentemente e, chiaramente, con aperto divertimento. A ognuna delle sue amanti appariva in sembianze diverse, a seconda dei gusti di ognuna; ma gli piaceva molto anche celarsi sotto forme animali, assumendo l’aspetto di un cervo o un capriolo.

E anche le streghe lo imitavano, in questo, trasformandosi in corvi, lepri, gatti e in qualsiasi altra cosa suggerisse loro la fantasia (solo la colomba e l’agnello erano per loro off limits, perché nessuno può avere la sfrontatezza di identificarsi con quelli che per eccellenza sono i simboli del Cristo risorto).
E poiché Isobel ha avuto la cortesia di dettagliarci l’incantesimo che, a mo’ di formula magica, recitava prima del suo mutaforma preferito, io qui lo riporto paro paro:

I shall go into a hare, with sorrow and such and meikle care; and I shall go in the Devil’s name, ay while I come home again.

Significativamente, era invece il nome di Dio a essere invocato per ritornare al proprio aspetto di sempre e ristabilire il normale ordine delle cose:

Hare, hare, God sent thee care. I am in a hare’s likeness now, but I shall be in a woman’s likeness even now. 

Il processo

Per più di sette mesi, a intervalli regolari, Isobel si presentò serenamente al cospetto del notaio del luogo per aggiungere nuovi dettagli a queste mirabolanti confessioni. Lo fece spontaneamente, senza ricorso alla tortura; lo fece anzi con una loquacità tale da spingere i giudici a raccomandarle più di una volta di non divagare troppo e di andare al sodo. (Ahinoi), le infinite e dettagliatissime descrizioni del regno delle fate sono spesso inframmezzate da degli “eccetera eccetera” appuntati a mezza frase da un notaio evidentemente esasperato, che non ne poteva più di sentir parlare degli usi e costumi elfici e aveva evidentemente deciso di risparmiare inchiostro per dettagli penalmente rilevanti.

Ma in fin dei conti: furono penalmente rilevanti, le fantasmagoriche confessioni della nostra Isobel?
Dopo sette mesi di ‘sta storia, il tribunale locale di Auldeard segnalò l’esistenza di Isobel ai giudici di Edimburgo, domandando al tribunale centrale di procedere con un ufficiale processo per stregoneria.

Cosa sia accaduto dopo, nessuno lo sa. Il tribunale di Edimburgo non conserva documentazione relativa a questo a caso (ma la cosa non deve risultare particolarmente sospetta, perché l’archivio di quell’ente ha una storia molto travagliata ed è pieno di lacune).

Teoricamente, verrebbe da dire che era certamente già segnato il destino di una strega rea confessa, per sua stessa ammissione macchiatasi di apostasia, plurimo omicidio, commercio carnale con Satana, più svariati reati minori a carico della comunità locale. Andando a sentimento, possiamo certamente immaginare che Isobel non abbia fatto una bella fine; ma lo storico deve onestamente ammettere che non ci sono prove certe che la donna sia stata condannata a morte, o inquisita in generale.
Per assurdo, i giudici di Edimburgo avrebbero potuto aver deciso che quella donna era solo una pazza mitomane e liquidare così quella storia strampalata. Per assurdo, Isobel potrebbe essere riuscita a scappare in qualche modo sottraendosi all’autorità, non appena capì che la cosa stava diventando seria. Assurdo per assurdo: magari, una piccola lepre troppo loquace chiese asilo presso il regno delle fate, rendendosi improvvisamente conto di non avere altra scelta se voleva avere salva la vita.

La storia di questa storia

Dimenticati per secoli, i documenti processuali contenenti la confessione di Isobel furono trascritti e pubblicati per la prima volta da Robert Pitcairn nel 1833. Non sorprendentemente, crearono un bel po’ di scalpore, anche perché la storia di Isobel sembra oggettivamente essere fatta apposta per accendere la fantasia popolare.

L’età molto giovane della fanciulla, che scoprì le arti magiche quando era ancora adolescente, e la sua love story proibita col diavolo, dipinto con tratti che sembrano anticipare il vampiro seduttore della letteratura gotica, finirono col trasformare Isobel in una icona romantica. Sebbene le fonti storiche non descrivano in alcun modo l’aspetto fisico della ragazza, la sua figura si cristallizzò nell’immaginario popolare assumendo i tratti della giovane strega sedotta e seducente, vestita in abiti provocanti e adornata di lunghi capelli rossi, lasciati selvaggiamente sciolti.

Isobel divenne insomma il prototipo della strega sexy, ma plasmò al tempo stesso l’idea di strega ribelle anticonformista. Anticonformista, in effetti, devi esserlo per davvero, se a quindici anni diventi l’amante Satana; e un po’ di ribellione sembra di poterla leggere, nell’astio con cui le streghe della congrega presero di mira il ricco tenutario, come se spinte da un odio sociale.

Ma fu proprio la congrega l’elemento che, più di tutti, ebbe una rilevanza storica duratura. Per quanto le confessioni di Isobel abbiano tutta l’aria di essere (come dire?), piuttosto fantasiose, il singolo elemento della congrega di streghe è stato più volte citato a sostegno delle tesi di Margaret Murray, che tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento fu autrice di una sfortunata serie di studi, ormai smentiti dalla storiografia accademica.

La tesi di Margaret Murray parlava dell’esistenza di un culto precristiano che, lungi dall’essere soppiantato dal cristianesimo, continuò a essere praticato sottotraccia per tutto il corso del Medioevo; la caccia alle streghe sarebbe stata nulla più che una persecuzione religiosa ai danni delle sacerdotesse che ancora praticavano questa antica religione.
È una tesi priva di fondamento storico, portata avanti “a costo di violentare le fonti” come ebbe a dire all’università il mio professore di Storia della Magia… ma va anche detto che la confessione di Isobel si presta molto bene ad essere violentata. Parlando di una congrega ben strutturata nella quale si entrava a far parte dopo una formale apostasia seguita da un nuovo rito iniziatico, e provvista di una gerarchia interna, Isobel sembrava effettivamente dipingere una qualche forma di organizzazione istituzionalizzata, simile a quella di cui la Murray aveva ipotizzato l’esistenza.
Isobel parlava anche di frecce magiche, di mutaforma in lepre e di visite periodiche al regno delle fate, quindi tenderei a non considerarla una testimone particolarmente attendibile; ma tant’è…

Ma in effetti: che le diceva il cervello?

La domanda di fondo, in effetti, resta questa. Esattamente, che cosa aveva nella capoccia ‘sta povera donna, che nell’arco di ripetuti interrogatori svoltisi nell’arco di sette mesi sentì il bisogno di descrivere un fantasmagorico universo a base di demoni, fate, incantesimi e armi magiche, e senza che neppure si possa attribuire alla tortura il merito d’averla resa loquace?

Isobel era forse una donna clinicamente matta, che soffriva di allucinazioni? È una domanda che vien da porsi e che in effetti si pose anche il notaio che registrò la sua testimonianza, il quale sottolineò a più riprese di averla messa alla prova nei modi che era solito usare per lavoro: l’aveva sempre trovata nel pieno possesso delle sue facoltà mentali.

Chiaramente, le osservazioni cliniche di un notaio di campagna seicentesco sono valutazioni che lasciano il tempo che trovano. Perplessi di fronte alla straordinaria anomalia di una confessione così sui generis e così ricca di dettagli, alcuni storici hanno ipotizzato che Isobel fosse una donna talmente semplice da confondere i suoi sogni con la realtà.
Altri hanno provato a tirare il ballo l’avvelenamento da segale cornuta, che è l’ipotesi prezzemolina che viene avanzata sempre quando ci si trova di fronte a un uomo del passato che dice cose senza senso. L’ergotismo, effettivamente, può dare origine ad alterazioni psichiche indotte da specifiche neurotossine; una ipotesi non totalmente campata per aria, per esempio, lo collega alle confessioni di alcune delle donne processate a Salem. Il problema è che, nel caso delle streghe del Massachusetts, l’ipotesi sembra appunto avere un suo certo fondamento; nel caso di Isobel, pare molto più problematica da sostenere.
Intanto, è raro che sia colpita da ergotismo una singola persona in tutto il villaggio; ma soprattutto, le allucinazioni che affliggono i malati si accompagnano quasi sempre ad altri sintomi, come stati di ebetitudine e visibili alterazioni dello stato di coscienza. Le vivaci e dettagliate confessioni di Isobel sembrerebbero suggerire uno stato mentale completamente opposto: come se la donna fosse stata perfettamente lucida mentre, nell’arco di sette mesi, descriveva in ogni suo aspetto un mirabolante universo magico che farebbe invidia a quello inventato da Terry Pratchett o da J.K. Rowling.
E poi abbiamo addirittura le osservazioni del notaio, che più volte ci tiene a sottolineare di aver avuto l’impressione di star parlando con una donna perfettamente sana e nel pieno possesso delle sue facoltà mentali… 

Più recentemente, un’altra teoria è stata avanzata dagli studiosi. A sostenerla è Emma Wilby, autrice di un corposo saggio dedicato a The Visions of Isobel Gowdie: Magic, Witchcraft and Dark Shamanisn in Seventeenth-Century Scotland.
Secondo la ricercatrice, il mio paragone con Terry Pratchett e J. K. Rowling potrebbe essere non totalmente campato in aria. È infatti possibile, sostiene la studiosa, che nel descrivere questo mirabolante universo fantasy, Isobel stesse effettivamente descrivendo un universo fantasy nel quale lei e altri personaggi si muovevano e operavano, come in un romanzo. Emma Wilby ipotizza che tutti gli elementi più fantastici della confessione di Isobel fossero, originariamente, capitoli di una gigantesca storia a puntate che probabilmente la donna si divertiva a immaginare, lasciando correre la fantasia. E forse narrava anche davanti al fuoco nelle fredde sere invernali, incantando i piccini del villaggio con la descrizione del regno delle fate o facendo salir loro i brividi lungo la schiena narrando dei terribili poteri delle loro armi di morte.
Fondendo in un tutt’uno elementi del folklore locale, fantasticherie personali e topos letterari sentiti qua e là da qualche cantastorie, Isobel – secondo questa ipotesi – aveva creato nella sua mente un intero universo fantasy entro il quale immaginava di potersi muovere come il personaggio di un romanzo, vestendo i panni della potente strega Janet (una donna che, significativamente, era lei… ma anche altro da lei da lei)

Ché Isobel, formalmente, non ha inventato niente: vale a dire, quasi tutte le sue fantasticherie trovano in un riscontro nel folklore locale, nella dottrina cristiana, nelle superstizioni contadine di quella terra e addirittura nella letteratura medica di epoca anglosassone. La vera abilità di Isobel fu quella di prendere tutti questi elementi e fonderli in un tutt’uno organico e dotato di una coerenza interna, creando un universo immaginario che è davvero degno di un romanzo.

Come mai, e per quale motivo, e su quale spinta, il personaggio di Janet, la strega amante di Satana, sia uscita dal mondo della fantasia per entrare a gamba tesa nella vita reale di Isobel: quello è un gran mistero. Forse fu la denuncia di qualcuno che aveva preso troppo sul serio le parole della cantastorie; forse fu il desiderio di protagonismo di Isobel stessa, vittima di nessun altro al di fuori di se stessa e del suo bisogno di essere al centro dell’attenzione, anche a costo di rischiarci la pelle.
Tante domande senza risposta, e che probabilmente una risposta non troveranno mai. Quel che è certo è che, a distanza di secoli, la confessione di Isobel continua a affascinare – e Babacio ed io ci siamo divertite un sacco a metterla su carta e feltro, in una nuova puntata della nostra collaborazione dedicata alla caccia alle streghe, a metà tra antropologia e storia. E poiché la storia di Isobel è antropologicamente interessante a dire poco… andate a sbirciare sul blog di Babacio per leggere le sue considerazioni sulla vicenda.


Immagine di copertina da Peakpx

8 risposte a "Isobel Gowdie, la strega che inventò un intero universo fantasy"

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    1. Lucia Graziano

      Eh sì, noi tendiamo a immaginare che per tutto il corso della Storia la gente si sposasse giovanissima, ma in realtà non è così. Un altro diffuso mito è quello per cui le famiglie di un tempo fossero tutte famiglie allargate in cui si viveva a strettissimo contatto con suoceri, cognati e cugini.

      Ovviamente ci sono stati dei periodi storici in cui l’uno e l’altro scenario si sono realizzati davvero, ma non è stata una costante di tutta la Storia. Nel passato, mediamente, i maschi si sposavano non prima dei 25-30 anni, avendo la necessità di consolidare la loro posizione economica prima di metter su famiglia (e per quanto ovviamente si smettesse di studiare prima, molti sceglievano di fare apprendistato in una bottega e poi di mettersi in proprio, prima di pensare alla famiglia).

      L’età delle donne al matrimonio era già più variabile, ma non è detto che tutte si sposassero da adolescenti, anzi.

      E anche le famiglie nucleari come quelle dei nostri giorni, con marito e moglie che vanno a vivere da soli per i fatti loro in una casa (talvolta anche in un paese) diverso da quello dei suoceri sono state una costante molto più frequente di quanto penseremmo oggi 🙂

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  3. Umberta Mesina

    L’ipotesi di Emma Wilby mi pare piena di buonsenso, posto che i documenti non siano falsi come le teste di Modigliani. Se insisti a citare tutti questi libri meravigliosi, Lucia, avrai la mia rovina finanziaria sulla coscienza.

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    1. Lucia Graziano

      E che, devo essere l’unica a soffrire? La povertà condivisa è così consolante 😂

      Comunque: no no, i documenti sono autentici, cioè, non mi risulta che ci sia alcun elemento tale da far pensare che siano siano falsi. Fra l’altro… sono documenti strani perché la confessione di Isobel è davvero singolarmente ricca di dettagli, ma non sono niente di totalmente improbabile, ecco. Anche le altre donne processate per stregoneria rilasciavano spesso confessioni a dir poco fantasiose; la particolarità di quella di Isobel è che davvero era molto molto MOLTO ricca di fantasia. Ma nulla di storicamente implausibile, ecco 🙂

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  4. zimisce

    A proposito di voli di fantasia popolari, sono appena incappato in uno stagno video sui beneandanti, che definisce come “witchers italiani”. Il video è di scarsa qualità ma non ho trovato altri che ne parlassero. Ho anche cercato nell’archivio di questo blog perché sembrava un argomento fatto apposta, ma niente. Metto il link al video, anche se per i miei gusti si sforza troppo di essere umoristico.

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    1. Lucia Graziano

      E’ vero! Non ho mai parlato dei Benandanti perché, quando lo farò, voglio farlo per bene e dando loro il giusto onore 😉 Ho l’impressione che siano più famosi all’estero che in Italia, paradossalmente (e che il povero Ginzburg sia uno di quegli storici a cui si addice il detto “nemo propheta in patria”). Pensa che ai benandanti è stata dedicata una intera lezione di un corso sulla storia magia che ho frequentato a Londra (!)… mentre qui in Italia li veniamo a conoscere grazie a video su YouTube fatti in inglese 😛

      Prima o poi parlerò anche di loro, cari witchers nostrani! 😉

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