E se essere cristiani troppo “social” facesse più male che bene?

A parte che – se posso permettermi di esordire con una osservazione a effetto – io ho da tempo la ferma impressione che Facebook si sia trasformato in una specie di cloaca umana in cui ognuno si sente libero di sfogare i suoi più bassi istinti, e che i canali cattolici su Facebook non facciano eccezione proprio per niente.
Ogni tanto mi domando se questi leoni da tastiera si rendano conto di essere letti anche da gente che non commenta, tipo utenti ancora giovani nella fede che rischiano d’essere scandalizzati in senso evangelico, e/o, più banalmente, utenti dalle idee radicalmente opposte, che secondo me curiosano, gongolano, e ci prendono tutti per cretini.

Vabbeh.
Dopo essermi tolta questo sassolino dalla scarpa, procedo a illustrarvi il tema del giorno, che è uno spunto di riflessione fornitomi dal grazioso libretto The Pressure Trap di Heather Lindsey, una educatrice protestante (nonché moglie di pastore), molto attiva con apostolati rivolti a un pubblico femminile.
Tra le sue tante pubblicazioni c’è, appunto, il libretto di cui vi parlo oggi. Se il titolo è già eloquente, il sottotitolo lo è ancor di più: Breaking Free from the Pressures of Society to Become Who God Called You to be, recita la copertina.

The Pressure Trap

Di pressioni sociali ne subiamo tante, in ogni campo: dalla nostra famiglia, dai nostri conoscenti, dalla società intera. Il libro le analizza tutte, con osservazioni spesso molto acute – ma io, oggi, ho deciso di focalizzarmi su un aspetto che, se state leggendo queste pagine, riguarda voi così come riguarda me. E cioè, il modo in cui la frequentazione dei social network e della blogosfera possa esercitare su di noi pressioni (e depressioni) mica da poco, finendo col fare più male che bene a noi e alla nostra vita di fede.
Mi domandate come?
Non in un solo modo, ma almeno in tre modi distinti!

1.    Rischia di farti affogare in un mare di recriminazioni: contro te stesso, contro gli altri, e, alla fin fine, probabilmente anche contro Dio.

Partiamo dall’assunto che nessuno di noi è un masochista amante dell’umiliazione pubblica: se ci esponiamo di fronte a sconosciuti sui social media, è ovvio che tenderemo a mostrare solo quanto c’è di bello nella nostra vita.
E fin lì niente di male; il problema è che, così facendo, la nostra timeline di Facebook si trasforma in un catalogo di successi personali altrui, che ci vengono sbattuti in faccia anche in momenti in cui non ne avremmo affatto bisogno (soprattutto se, per disgrazia, ti capita di vedere la foto sbagliata nel momento sbagliato).

Se vedi la tua collega caricare il video di suo figlio di quattro anni che legge le sue prime parole, e il tuo invece non ha ancora imparato a leggere nonostante sia al secondo mese di scuola, corri concretamente il rischio di sentirti una fallita. E già questo non è bello.
Se, a San Valentino, la tua timeline si riempie di foto di brillocchi e di mazzi di rose rosse che tutte le tue amiche hanno ricevuto dai loro mariti, potresti seriamente correre il rischio di pensare “ecco, mio marito è peggiore di tutti questi”, se tu, invece, il brillocco non l’hai ricevuto. E questo non è bello, ma soprattutto non è caritatevole nei confronti di tuo marito.
Se stai cercando un figlio e il figlio non arriva, e intanto fra le youtubers è in corso un baby boom. O se stai cercando l’amore della tua vita eppure sei ancora single, e intanto le tue prime compagne di liceo cominciano a sposarsi. Se ti sta andando tutto quanto male sul lavoro, e LinkedIn continua a mandarti aggiornamenti non richiesti sui successi professionali dei tuoi compagni di università. Ecco: in questi casi, non solo rischi di rimanerci male, ma rischi anche di entrare in uno stato mentale per cui “le cose vanno bene a tutti tranne che a me: Dio, perché mi stai trattando in questo modo ingiusto?”.
Invece di focalizzarci su quanto ci è dato di avere in questo momento (…che, presumibilmente, è esattamente quanto Dio desidera che noi abbiamo in questo momento), corriamo il serio rischio di diventare degli stalker depressi, tutti presi dal continuo confronto con le vite degli altri.

E non voglio nemmeno toccare il solito tasto “che poi è tutto finto, e le vite degli altri non sono mai così splendenti come appaiono da Instagram”. Metti pure il caso che invece sia proprio vero, e che Giuditta abbia davvero una casa più grande, un marito più amoroso, un conto in banca più consistente e dei figli migliori dei tuoi.
Il fatto è che, fino a un po’ di tempo fa, esisteva un po’ più di ritegno e di pudore nel buttare sulla pubblica piazza le proprie gioie. Adesso, invece, va tanto di moda farlo, e ci dicono pure che è tanto bello farlo, “per trasmettere attraverso Internet una bella immagine del matrimonio cristiano”.
Mah.
Posso capire il nobile intento, eh. Personalmente, son dell’idea che fosse meglio starsi tutti quanti zitti.

2.    Anche se non vai a insultare la gente anonimamente, è così tanto facile entrare nella mentalità dell’hater!

Onestamente, non so quale sia il processo mentale per cui, dopo aver individuato su Internet un personaggio che ci sta antipatico, noi ci ostiniamo a seguirlo per roderci il fegato a ogni aggiornamento, pensando a quanto sia davvero idiota questo cretino.
Non so quale sia il processo mentale, ma presumo che ce ne sia uno, perché confesso che è una cosa che faccio anch’io. Potrei citare almeno una decina tra influencer modaioli e “cattolici impegnati” che mi danno pesantemente sui nervi per cosa scrivono e per come si pongono, e che però continuo a seguire. Da parte mia, probabilmente, sotto sotto c’è la curiosità accademica di vedere quali altre idiozie saran capaci di tirar fuori dal cappello.

Ecco: ma vi sembra un atteggiamento sano, e soprattutto cristiano?
Ci sono un sacco di cose più produttive, appaganti e sante che potremmo fare, invece di perdere le nostre serate a spiare sconosciuti su Internet per poi dargli contro nei commenti, o per criticarli la mattina dopo alla macchinetta del caffè.
Heather suggerisce una vasta rosa di esempi, a parte dal banalissimo: se ritieni che questo personaggio stia sbagliando (magari anche su temi importanti: che so, di fede), contattalo privatamente per esporgli con garbo le tue osservazioni.
Se non hai modo di contattarlo, o non hai la sufficiente confidenza per farlo, prega perché il tizio si ravveda.
Se non c’hai voglia di fare manco quello, allora, per l’amor del cielo, clicca “Unfollow” e smetti di seguirlo.
Ma quale persona sana di cervello perde preziosi minuti della sua vita a leggere aggiornamenti che non condivide da parte di persone che lo irritano?

(Io, ad esempio. Ma non sono fino a che punto sono sana di cervello).

3.    Finiamo con l’eleggere nostri guru spirituali individui che non sono in alcun modo titolati a insegnarci a vivere

Heather introduce l’argomento raccontando un episodio accadutole tempo fa, al suo primo giorno in palestra. La nostra amica si trovava in un punto della sala dal quale non riusciva a vedere i movimenti dell’istruttore. Era la sua prima lezione, non aveva la più pallida idea di cosa dovesse fare, sicché ha pensato bene di guardarsi attorno e di mettersi a copiare (con moltissimo impegno e dedizione!) i movimenti di una tipa alla sua destra, che aveva l’aria di sapere quello che stava facendo. La conclusione di questo aneddoto potete immaginarla senza fatica: salta fuori che la tipa dall’aria affidabile stava sbagliando tutto, e che l’istruttore ha dovuto correggere i movimenti di Heather spiegandole che stava facendo gli esercizi in modo scorretto (e, dunque, potenzialmente anche dannoso).

Ma, se ci pensate,

è esattamente la stessa cosa che ci capita spesso anche nella vita di fede. Non è ironico il fatto che, quando ci sembra che Dio sia lontano, o quando non riusciamo a capire i progetti che Dio ha per noi, reagiamo cominciando a copiare quello che fanno le altre persone? Pensiamo che se questo va bene per loro, allora andrà necessariamente bene anche per noi. Ma tesoro: a Dio non è mai passato per la testa di chiederti di fare una cosa del genere!
Hai visto qualcuno fare la tal cosa, e, siccome quel qualcuno sembrava soddisfatto dei risultati, hai pensato bene di imitarlo. Ma tu non devi copiare i talenti, le idee o il carisma degli altri. Pensa un po’! Dio è stato così furbo da scrivere un progetto tutto per te, diverso da quello di qualsiasi altra persona. Ma tu, sei in ascolto, per permettere a Dio di illustrartelo?

È un punto su cui ho già scritto (almeno una, due e tre volte) e su cui penso che scriverò ancora. In effetti è un concetto a cui tengo molto, anche perché ho potuto saggiare in prima persona le conseguenze di scelte scriteriate, inadatte alla specifica situazione e prive di concretezza, prese (in totale buona fede, per carità!) da gente che “la mia è per forza la scelta giusta: è quello che ha fatto [il prete / la blogger / lo sconosciuto su Facebook di cui mi fido]”.

Ellamiseria, gente.
Capisco che, se abbiamo coniato il termine influencer, lo abbiamo fatto perché gli sconosciuti su Internet hanno effettivamente il potere di influenzarci.
Però, magari, cerchiamo di farci influenzare solo per quanto riguarda l’acquisto di rossetti, libri e robot da cucina. Non permettiamo a uno sconosciuto di influenzarci su aspetti così privati, delicati e sempre diversi da contesto a contesto come la gestione della vita di coppia, l’educazione dei figli, il modo di approcciarsi alla preghiera, le scelte professionali da prendere quando ci troviamo di fronte a un bivio.
C’è una categoria di canali cattolici che io trovo godibilissima, interessante, ma potenzialmente insidiosa: è quella delle belle famigliole cristiane amorose e santissime in cui la mommyblogger dell’occasione dispensa ai suoi follower consigli di vita, raccontando ciò che fa fiorire il suo matrimonio e il modo in cui si svolge la sua quotidianità domestica.
Tutto bellissimo, e anche utilissimo nella maggior parte dei casi. Ma, potenzialmente, anche molto dannoso, se la sua vita così perfetta ti induce a credere che l’unico modo per raggiungere lo stesso livello di gioia e di santità sia copiare pedestremente tutti i suoi passi. Anche se – lo ripeto per l’ennesima volta – ciò che va bene per lei, magari non va bene per te.

Internet è uno strumento meraviglioso che ha permesso a molti “comuni mortali” di acquisire un pizzico di popolarità e, con esso, un tesoretto di credibilità da spendere. Ma, soprattutto per noi che siamo utenti (e magari anche scrittori) attivi nel web cristiano, sarà bene ricordare che essere popolari non necessariamente vuol dire essere sempre nel giusto. E aver la fortuna di godere una vita santa e felice, non necessariamente vuol dire aver scoperto l’unica ricetta infallibile per la santità, che tutto il resto del mondo deve necessariamente seguire per realizzarsi.
Persino nella vita religiosa c’è tutta una varietà di carismi, e nessuno si sognerebbe mai di imporre a un salesiano lo stile di vita di un trappista. Figuriamoci nelle infinite varietà della vita laica!

***

Per carità: non sarò certo io a demonizzare i social in toto. Non lo fa nemmeno Heather, che anzi li paragona al sesso. Il sesso è una cosa meravigliosa, se usato nel modo corretto: è un dono stupendo che Dio ha fatto agli uomini, e proprio per questo è nostro dovere non abusarne.
Allo stesso modo, i social sono uno strumento meraviglioso per rimanere in contatto con i propri cari, per condividere le nostre passioni, per farci conoscere persone interessanti in giro per il mondo. È uno strumento meraviglioso persino per fare apostolato!
Ma proprio per questo è nostro dovere utilizzare questo strumento nel modo corretto – sia come lettori, sia come scrittori.

Insomma, voglio che vi rendiate conto che la “pressione del mondo digitale” è un problema reale, e che Satana può sfruttare anche questo per metterci in difficoltà.
Se ti rendi conto di essere particolarmente vulnerabile in certi settori, e avverti sensazioni di infelicità o di inadeguatezza scrollando la timeline di Facebook, prenditi una pausa. Se ti rendi conto di nutrire sentimenti fortemente negativi verso un personaggio che segui, smetti di seguirlo. […]
Se ti rendi conto di averne bisogno, sloggati. Se hai messo di ringraziare Dio per quello che hai, perché sei troppo focalizzato su quello che non hai rispetto a quello che hanno gli altri: sloggati.
I social media non dovrebbero avere tutta questa influenza su di te. Per il tuo bene, liberati da questa ennesima pressione esterna.

12 risposte a "E se essere cristiani troppo “social” facesse più male che bene?"

  1. Claudia

    Personalmente non sopporto questa moda di spiattellare ogni singolo aspetto della propria vita. Gente di 60 anni che si fa un piatto di spaghetti lo fotografa e lo mette su Facebook, va a spasso co il cane e lo mette su Facebook, incontra il panettiere e lo mette su Facebook…..e se pure uno scrive “buongiorno” piovono commenti di ogni tipo. Quando invito alcune persone a casa gli dico “fotografate quanto volete ma non mettete le foto su fb” e qualcuno ci rimane pure male e mi chiede perché. Ma dico io, se ho organizzato una cena per 6 persone perché non ho tempo/voglia di cucinare per 20 se mi pubblichi una foto e la vede la mia collega Tizia che vede che ho invitato solo Gaia magari può sembrare una scortesia. Senza contare che i profilo Facebook si “bucano” e chiunque può entrare in possesso delle tue foto.

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    1. Lucia

      Uh, mi ero dimenticata ti rispondere!

      Sì, questa mania di condividere fotografie e tag su Facebook senza manco chiedere prima è davvero irritante. Ma poi io sono anche una persona riservata di mio: non è che la mia vita custodisca chissà quali segreti (LOL), ma sarò padrona di scegliere io cosa condividere o cosa no?
      Sul mio profilo personale Facebook (…che non a caso uso pochissimo) ho anche dei colleghi di lavoro, per dire. Non che ci sia niente di male o di vergognoso nell’avere un orsacchiotto di peluche sul divano del salotto (non è un mistero la mia passione per i giocattoli), ma posso avere il diritto di non voler condividere questa informazione con la vicina di scrivania che magari mi sta pure antipatica? Esempio banalissimo e scemo eh, ma come ti viene in mente di decidere tu quali aspetti della mia vita e della mia casa puoi condividere sui social? Ma robe da matti.

      Comunque, concordo con te sulla mania di spiattellare su Internet i dettagli più “inutili” della propria vita (piatto di pasta, passeggiata col cane, etc), ma io paradossalmente trovo più innocua questa mania che quella di condividere su Internet tutto, compresi grandi drammi emotivi, post che riguardano vicende serie e personalissime, sfoghi su temi importanti (maternità, matrimonio, malattia, etc) che diventano cascate di sentimenti… Io, fra le due cose, sono molto più a mio agio a leggere (ed eventualmente anche condividere) la ricetta del piatto di pasta o gli scatti della mia passeggiata col cane. (Su Instagram, che ha regole tutte sue, ogni tanto lo faccio anche).
      Meglio questa innocua quotidianità “da nulla” che sfoghi personalissimi e ad alto carico emotivo, che a mio modo di vedere sarebbe decisamente più opportuno riservare ad altra sede…

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    2. Lucia

      Ah, un’altra considerazione sulla mania di condividere tutto-tutto-tutto della propria vita su Internet.

      Non per essere paranoica (un tratto che, giuro, io non possiedo) ma ci sono alcune youtuber che seguo delle quali conosco a memoria la piantina della casa, l’ubicazione del cassetto dei gioielli e di quello degli strumenti Hi-Tech, nonché le abitudini quotidiane (anzi, altro che abitudini: queste mandano Instagram stories in presa diretta, dicendo potenzialmente a chiunque dove sono, per quanto tempo e quando torneranno a casa).
      Calcolando che stiamo parlando di youtuber molto famose, seguite da talmente tanta gente che, ipoteticamente, nel mezzo, potrebbe anche esserci “la mela marcia” con idee criminose, a me stupisce davvero l’apparente spensieratezza con la quale queste donne mostrano così tanto di se stesse.

      Giuro che io, di norma, non sono paranoica, ma un po’ di perplessità mi viene…

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  2. Lucia Sponza

    Sei l’unica blogger italiana che seguo, direi che hai una grossa responsabilità 😛 per il resto 2 canali americani. Per ora non riscontro nessuno dei 3 rischi elencati piuttosto, per quanto mi riguarda, vedo l’insidia di informarsi tanto però poi nel concreto non realizzare niente :/

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    1. Lucia

      Ah beh, quello anch’io XD
      Però sai… secondo me è una insidia fino a un certo punto. Intanto, le informazioni stanno lì, pian piano, a sedimentare: a me è capitato, di “riprendere in mano” dopo mesi, o anche anni, argomenti che mi ricordavo di aver visto su questo o quell’altro canale. La memoria lavora per noi 😛

      L’unica blogger italiana che segui?! °_°
      Omamma, adesso ho l’ansia… XDD

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    1. Lucia

      XD

      Ma banni preventivamente gli haters che potrebbero infastidire te, o blocchi preventivamente sui tuoi social quei personaggi di cui tu potresti ipoteticamente diventare un hater?
      Perché per me il problema semmai è il secondo.
      Con haters e troll non ho mai avuto problemi (semmai qualche aspirante troll, ma credo che sia anche il taglio di queste pagine a non dare loro molto aggio). Il problema semmai è inverso: sono io che continuo a farmi del male seguendo blogger e influencer di cui non condivido le tesi, ma che non riesco a smettere di seguire ugualmente.
      Lì dovrei auto-bannarmi o qualcosa del genere XD

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  3. Luca

    Buongiorno Lucia, e buona Domenica.
    Condivido ogni cosa che hai scritto, e sinceramente trovo inopportuno il fatto il fatto di postare su Facebook cose private o – ancora peggio – le foto dei figli, se minori; di questo se ne è detto e scritto tanto, eppure alla gente non importa nulla, e continua imperterrita. Vabbè, non sarò certo io a dirglielo; se non lo vogliono capire, allora lasciamoli crogiolare nel loro brodo.
    In maniera più personale, ti posso dire che se mi capita di avere delle amicizie virtuali con cui non parlo molto, e quando succede ci limitiamo a dei semplici saluti; o addirittura non ci sntiamo mai, prendo e le depenno dalle amicizie; che senso ha avere tra amicizie persone con cui non si fa mai un discorso? Come disse anni fa una ragazza che conoscevo “bisogna tagliare i rami secchi”…
    Ti auguro una splendida giornata. 🙂

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    1. Lucia

      Io su Facebook ho sì e no trenta (30) amici, vedi un po’…
      Però in termini di netiquette “tagliare i rami secchi” l’è sempre dura, perché dall’altra parte c’è gente che ci rimane male a volte. A un certo punto, attorno al mio quarto-quinto anno di università, ho deciso di fare un repulisti dei miei contatti Facebook cancellando gran parte dei miei compagni di classe del liceo: niente di personale ma con molti di loro non avevo più contatti da anni, non avevo particolare intenzione di riallacciare i rapporti, magari non avevamo nemmeno ‘sto gran legame ai tempi della scuola (non dico che ci stessimo antipatici, ma nemmeno si poteva dire che fossimo amici per capirci)…
      Beh, ho cancellato un po’ tutti ma poi sono rimasta sinceramente stupita quando una delle mie compagne di classe eliminata dai miei amici mi ha scritto, dispiaciutissima, pregando di poter essere aggiunta di nuovo, perché, a quanto pare, anche se non commentava mai, si divertiva molto a leggere i miei aggiornamenti. Poverina: l’ho aggiunta di nuovo di gran carriera, ma mi è anche spiaciuto scoprire che ci era rimasta male (e mi sono chiesta, oltretutto, se ci fossero degli altri che ci erano rimasti male e basta senza dirmelo e senza darmi occasione di spiegare che non era niente di personale).

      Ergo: la mia politica adesso è che su Facebook aggiungo gente col contagocce, così non devo più preoccuparmi di chi cancello dopo XD

      Per le foto dei figli pubblicate sui social, ti dirò che io sono ancor più impensierita dai fatti dei figli che si pubblicano sui social. Alla fine, una foto è una foto e trovo davvero molto remota l’ipotesi che un pedofilo possa farci chissà che cosa. Stando più “terra a terra”, io inarco sempre le sopracciglia quando vedo mamme condividere sui social la quotidianità dei loro bambini, raccontando magari episodi teneri e buffissimi (che ne so: il rapporto morboso venutosi a creare tra Gigetto e il suo rinoceronte di peluche) che sicuramente fanno sorridere noi adulti oggi, ma che non necessariamente faranno ridere Gigetto a quindici anni se i suoi compagni di liceo scoprono in qualche modo il vecchio canale Youtube di sua mamma.

      Paradossalmente, la foto di Gigetto col maglioncino norvegese sotto l’albero di Natale a cinque anni, è un conto. La radiocronaca in presa diretta dell’infanzia di Gigetto giorno per giorno, secondo me viola la sua privacy molto di più, nel lungo periodo…

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